Tracce

Il mio tentativo per ricevere e dare informazioni utili.

Archivio per la categoria ‘guerra & pace’

Una domanda sorge spontanea…..

Pubblicato da giannigirotto su 26 Giugno 2009

Negli ultimi giorni i telegiornali e i massmedia di tutto l’occidente stanno parlando moltissimo, a ragione, dei gravi fatti che accadono in Iran.

Dico che ne parlano a ragione perchè naturalmente qualunque sia la situazione, l’uso della repressione e della violenza in ogni sua forma è totalmente da condannare.  Ed è altresì evidente che in qualsiasi nazione la democrazia, il popolo, la maggioranza, dovrebbe essere sempre in grado di determinare il proprio percorso di vita sociale.

Ma una domanda mi sorge spontanea: ammesso e non concesso che effettivamente la democrazia sia in pericolo in IRAN, come mai le Nazioni sviluppate ci tengono così tanto a divulgare la notizia, mentre tacciono colpevolmente situazioni similari ed anzi ben più gravi che durano da moltissimi anni in tante altre parti del mondo? Perchè tanto interesse per l’Iran? Dov’erano i massmedia durante il massacro in Ruanda che causò due milioni di morti in poche settimane? Dove sono i massmedia oggi che in Sudan, nella regione del Darfur vi è una guerra civile in corso che causa centinaia di morti al giorno? Perchè tacciono sulla guerra in Colombia tra i narcotrafficanti ed il governo? E in Zimbabwe? anche lì c’è una situazione disperata dovuta proprio alle elezioni presidenziali dello scorso anno, eppure nessuno ne parla………  e in Birmania/Myanmar, in cui c’è un premio nobel per la pace agli arresti domiciliari da 20 anni e un Paese intero soggiogato da una dittatura militare? E la Cina? lì non esiste neppure la possibilità di scendere in piazza a contestare, la strage di piazza Tiananmen non solo è rimasta totalmente impunita, ma è stata dimenticata, anche e sopratutto da quei stessi massmedia che adesso assurgono a difensori della democrazia in Iran…..e la lista potrebbe continuare purtroppo molto, molto a lungo …… ma dove sono in tutti questi casi i massmedia?

Forse che l’Iran è diverso perchè possiede ingentissime riserve di petrolio? forse……..Gianni Girotto

Bookmark and Share

Pubblicato su Crisi umanitarie, Economia/Finanza, Etica, Società/Politica, guerra & pace | Contrassegnato da tag: , , , | Lascia un commento »

I miei “Credo” – armi, eserciti, spese militari

Pubblicato da giannigirotto su 28 Maggio 2009

Credo che il livello di sviluppo e civiltà di una nazione sia inversamente proporzionale al livello delle spese che la stessa sostiene in ambito militare.

Se è certamente vero che non viviamo in un mondo idilliaco e pacifico, e quindi si deve essere preparati anche a difendersi, è altrettanto vero che una nazione civile, sviluppata ed industrializzata ha un tessuto di relazioni ed accordi con altre nazioni che la rendono molto più difficilmente attaccabile rispetto ad una nazione povera, con un regime dispotico e con poche relazioni internazionali sane.

Non è certamente un caso che sia ancora una volta l’Africa povera a detenere il record dei conflitti armati, siano essi interni e/o non ufficiali che esterni e “formalizzati”.

Credo che se il denaro speso nel settore militare venisse speso per costruire scuole, ospedali, acquedotti, pozzi, ponti, insomma infrastrutture civili, vero antidoto alla guerra, semplicemente non vi sarebbe più biogno di un settore militare, perchè tutti avrebbero di che vivere in pace. Se pensiamo infatti che sia una cifra spropositata quei 800 miliardi di dollari che il Governo USA sta attualmente impiegando per sostenere l’attuale crisi finanziaria, proviamo a riflettere sul fatto che OGNI ANNO i governi mondiali spendono 1.200 miliardi di dollari in armamenti.

Credo che la lobby dei costruttori di armi sia mostruosamente forte, e generi guadagni immensi per i soliti affaristi senza scrupoli che non hanno rispetto della vita umana.

Non è certo un caso che un gran numero di parlamentari USA abbia investito cifre cospicue nelle aziende che producono armamenti.

Mi si obietterà che quella militare è un industria che crea posti di lavoro e tecnologia, ma cosa vuol dire? anche l’industria non bellica crea posti di lavoro e tecnologia, con la differenza che i suoi prodotti, se usati, non seminano morte, distruzione e sofferenza, ma vita, sviluppo ed energia. Credo quindi sia molto più opportuno investire direttamente nelle tecnologie sulle energie rinnovabili, sulle tecnologie mediche, sulle tecnologie edili, sulle tecnologie dei trasporti, sulle tecnologie agricole, dell’industria alimentare, ecc. ecc. ecc. Queste sì sono spese che rendono la società migliore. E non voglio nemmeno entrare in campo religioso, tanto il risultato in questo caso mi sembra scontato.

Credo che, dalla fine della 2a guerra mondiale in poi, la vera ragione della maggior parte delle guerre sia stata il desiderio di impadronirsi delle risorse naturali della nazione in cui si svolgono i combattimenti. Ma in questi casi non si va ad aggredire direttamente la nazione, ma si finanziano e si fomentano i disordini e i contrasti interni, per far si che agli occhi distratti dell’opinione pubblica si sia in presenza di una guerra civile interna. E così si possono barattare la fornitura delle armi alle parti contrapposte, in cambio delle materie prime agognate, o comunque della “protezione” alle attività di estrazione.

In tal modo si accontentano le lobby dei produttori di armi, che possono vendere a caro prezzo i loro prodotti seminatori di morte, e le lobby industriali che vedono garantita la fornitura di materie prime a costo molto basso, solitamente molto più basso del vero costo industriale.

Insomma, la guerra vista e gestita semplicemente come uno strumento di business. Dall’altra parte, proviamo ad immaginare le tangenti e i regali che possono circondare la fornitura di tali materiali agli eserciti nazionali……se un singolo aereo costa un centinaio di milioni di euro, possibile che possa essere un problema un “regalino” di un milioncino al politico di turno che ne ha “agevolato” l’approvazione dell’acquisto?…

Insomma, un piccolo esercito specializzato di professionisti ci vuole, ma non occorre spendere cifre spropositate. L’anno scorso l’Italia ha speso 40 miliardi di Euro, la Finlandia 4. Eppure la vastita del territorio da difendere è simile…….

Concludo con un immagine: immaginate un singolo aeroplano “cacciabombardiere”: costa appunto circa un centinaio di milioni di Euro; immaginate  500mila tonnellate di grano (difficile immaginarle, comunque circa un capannone di 170 metri di lato ed alto 20): costano un centinaio di milioni di Euro; quale delle due garantisce maggiormente la pace tra le genti? Gianni Girotto

Pubblicato su Economia/Finanza, Società/Politica, guerra & pace | Contrassegnato da tag: , , , , | Lascia un commento »

Ronde Padane o Ronde della Carità?

Pubblicato da giannigirotto su 21 Aprile 2009

Fonte: Tera e Aqua – Aprile 2009 – Autore: Mao Valpiana   WWW.SERVIZIOTAXI.ORG servizio taxi pordenone conegliano treviso

Verona: capitale morale della Lega. La città del sindaco sceriffo e dei pestaggi fascisti. La città dove un giovane muore massacrato per mano nazista e dove è vietato mangiare kebab per strada……….La città delle ronde padane….

 

Ma a Verona, da tanti anni, molto prima del vigente regime populista-leghista-fascista, ogni sera scende in campo una vera ronda. È la “Ronda della Carità”. Un furgone, con quattro volontari, che dalle dieci di sera a notte fonda, gira per il centro e per i quartieri, portando una tazza di té caldo, un pasto, una coperta, e una parola di conforto a chi ne ha bisogno. Sono circa un centinaio le persone senza fissa di­mora che ogni notte ricevono umanità, concreta solidarietà, aiuto morale e fisico, dai volontari della Ronda. Si tratta di un’iniziativa prlvata, del tutto volontaria, apartitica e aconfes­sionale. Alcuni ristoranti forniscono gratuitamente i pasti. La San Vincenzo fornisce vestiti e coperte. Decine di giovani si organizzano per i turni, Questa è la ronda che mi piace, quella che riscatta l’intera città.

Ora in città abbiamo due tipi di ronde. Quelle che cercano il clandestino o il barbone per cacciarlo, per denunciarlo, per far­lo sparire dal contesto urbano, e l’altra ronda, quella della ca­rità, che i barboni va a scovarli negli anfratti più nascosti, per fornire loro ciò di cui hanno bisogno per un minimo di confor­to, per vincere il freddo dentro e fuori di loro. Per farli sentire accolti, per riconoscerli come figli di questa città.

Ci sono ronde ostili e ronde amiche.

Il pacchetto sicurezza varato dal governo è odioso perché legittima le ronde che i barboni temono.

Ma il vero pacchetto sicurezza i cittadini-barboni lo tro­vano nella ronda della carità, che ogni sera arriva con il suo carico di umanità.

La Ronda della Carità è l’antidoto alle ronde del sindaco. La Ronda della Carità ci dice che ancora c’è speranza. La Ronda della Carità è il punto da cui Verona può ritrovare se stessa. 

 

__________________________________________________________

 

Questo post è solo un anticipo  di un qualcosa di più corposo che sto cercando di preparare, visto che l’argomento che sottende è estremamente ampio e importante, per cui vorrei enuclearlo su un altro mio “Credo”.

Nel frattempo però, avevo piacere di pubblicare tale articolo e farci un paio di ragionamenti ad alta voce, tanto per auto-prepararmi all’argomento……

Io credo che la “Ronda della Carità” sia cosa buona e giusta. Però, se la “Ronda Padana” avesse come scopo la protezione della città, senza fare la caccia ai barboni o agli extracomunitari, la riterrei giusta egualmente.

E cerco di spiegarmi meglio, ricordando ai leghisti, ed a qualsiasi altro xenofobo, che se la frutta e la verdura costano poco, è anche perchè vi sono gli extracomunitari che lavorano in nero in meridione nell’settore agricolo, con paghe da fame; e  non solo lavorano sottopagati nell’agricoltura, ma anche nell’industria e nell’artigianato; quindi una parte del nostro benessere la dobbiamo a loro. Di più vorrei ricordare sempre agli xenofobi, che moltissimi extracomunitari che arrivano in Italia, sono dei disgraziati che fuggono dal loro Paese in rovina, e che tale Paese è molto spesso sfruttato, direttamente o indirettamente, dalle nazioni sviluppate, tra cui anche l’Italia, sia a livello di risorse minerarie, che agricole. Molto spesso è un Paese che soffre tremendamente per la restituzione degli interessi sul debito contratto più di 30 anni fa, dopo la crisi petrolifera del ‘74. Per chi non lo sapesse infatti a quei tempi i Paesi sviluppati prestarono molti soldi ai Paesi poveri, con tassi d’interesse inizialmente bassi, ma che salirono poi moltissimo, tanto che la maggior parte dei Paesi che contrassero debiti a quel tempo, non riesce neppure, ogni anno, ancora oggi, a pagare nemmeno gli interessi, così che paradossalmente il debito continua a crescere. I governi locali così si trovano a non avere risorse economiche per lo sviluppo del Paese, in quanto strozzati dal debito, e così la povertà dilaga.

Il discorso sarebbe ancora lungo, ci dedicherò un post specifico, ma ribadisco semplicemente che molti di quei poveri che arrivano sulle nostre coste li abbiamo creati noi, o meglio la politica degli ultimi 50 anni dei Paesi ricchi.

 

D’altronde non voglio dire che il cittadino italiano non abbia diritto di difendersi dalla criminalità, nazionale o straniera che sia. Per cui se gruppi di cittadini si autorganizzano per vegliare nottetempo sulla città, questo è un sacro diritto costituzionalmente garantito, e non sarò certo io ad oppormi. Però come ho anticipato, deve rimanere un azione difensiva, e non una caccia a chi è in difficoltà con l’obiettivo di metterlo in galera o espellerlo. Anche perchè, non lo auguro a nessuno, ma cari rondisti, tutti possiamo diventare barboni, basta un licenziamento e qualche spesa imprevista, e si può cadere in disgrazia velocemente (basta leggere i dati ISTAT). A quel punto, quale ronda vorreste incontrare voi?

Pubblicato su Etica, Società/Politica, guerra & pace | Lascia un commento »

Della serie “Catastrofi in corso”

Pubblicato da giannigirotto su 9 Aprile 2009

Mi rendo conto che il terremoto in Abruzzo ci tocca molto da vicino, ma almeno l’opinione pubblica si è mobilitata e gli aiuti stanno raggiungendo le zone colpite. Inoltre, prevedibili o no, i terremoti semplicemente non si possono evitare. Le guerre invece sì, si possono evitare, quindi  credo non si debbano dimenticare tante altre catastrofi che proseguono giorno dopo giorno nell’indifferenza generale.  

In questo caso la catastrofe è iniziata addirittura 26 anni fa, nello Sri Lanka, dove dal 1983 va avanti un conflitto che oppone le Tigri per la liberazione della patria Tamil (Ltte) al governo centrale. 

Già lo scorso maggio il conflitto si era intensificato in Wanni, regione nordorientale del paese. All’inizio del 2008 si è verificata una recrudescenza degli scontri e a pagarne le peggiori conseguenze è stata la popolazione inerme. 

Attualmente decine di migliaia di persone sono intrappolate nelle cosiddette “zone di sicurezza”, mentre gli scontri tra l’Ltte e l’esercito dello Sri Lanka sono aumentati. 

Amnesty International ha ricevuto informazioni attendibili secondo le quali l’Ltte ha organizzato trasferimenti di civili verso la regione di Wanni, sotto il proprio controllo, tenendo di fatto queste persone come ostaggi e usandole come “cuscinetto” per contrastare l’offensiva dell’esercito dello Sri Lanka, violando così il diritto umanitario. 

Secondo la maggior parte degli osservatori indipendenti, tra 150.000 e 200.000 civili sarebbero così rimasti intrappolati in una zona dove sono in corso aspri combattimenti. L’Ltte avrebbe anche aperto il fuoco contro civili che cercavano di fuggire. 

Il governo dello Sri Lanka ha fatto del suo per aggravare la situazione, impedendo l’accesso degli aiuti umanitari in una regione nella quale non rimane più alcuna struttura ospedaliera in funzione. 

L’incubo, per le persone che riescono a fuggire dalle zone controllate dall’Ltte, prosegue quando arrivano nelle zone controllate dalle forze governative: ai posti di blocco dell’esercito e nei cosiddetti “villaggi per gli sfollati” vengono effettuati controlli selettivi, che terminano col respingimento o con la detenzione a tempo indeterminato di numerose persone di etnia Tamil. Questi “villaggi per sfollati”, inoltre, sono sovraffollati, non hanno servizi e risultano fortemente militarizzati.

Se queste e altre tragedie ti stanno a cuore, firma gli appelli di Amnesty International.

Pubblicato su Crisi umanitarie, guerra & pace | Lascia un commento »

Due milioni di morti

Pubblicato da giannigirotto su 25 Marzo 2009

Non so chi riesca a immaginare due milioni di corpi l’uno accanto all’altro, comunque siamo già a buon punto, se così macabramente si può dire, visto che circa 400mila persone sono già effettivamente morte negli ultimi anni a causa di questa specie di guerra civile interna. Questo conflitto infatti, iniziato nel febbraio del 2003, vede contrapposti i Janjawid, un gruppo di miliziani islamici reclutati fra i membri delle locali tribù nomadi dei Baggara, e la popolazione non Baggara della regione (principalmente composta da tribù dedite all’agricoltura). Il governo sudanese, pur negando pubblicamente di supportare i Janjawid, ha fornito loro armi e assistenza e ha partecipato ad attacchi congiunti rivolti sistematicamente contro i gruppi etnici Fur,  ZaghawaMasalit.

Come troppo spesso accade i civili inermi, le donne, i bambini, sono i più colpiti dalla crisi, e i due milioni suddetti sono gli sfollati dai loro villaggi. Sino ad inizio marzo tali sfollati erano perlomeno leggermente assistiti dalle ONG presenti, ma da qualche settimana queste sono state allontanate dal Governo, per ritorsione contro la decisione della Corte Penale Internazionale di perseguire il presidente Sudanese Bashir per crimini contro l’umanità.

Questo allontanamento lascia appunto 2 milioni di sfollati, che vivono in improvvisati campi profughi senza nulla. Senza assistenza, senza protezione contro altri attacchi delle milizie, senza accesso all’acqua, senza cure mediche, senza speranza.

Ed intanto i nostri telegiornali continuano a informarci minuziosamente sulle indagine degli stupri e degli omicidi italiani, tragici certo, ma sui quali i fatti sono già avvenuti, non possiamo farci niente, e solo la giustizia e le forze dell’ordine possono intervenire per determinare i colpevoli e condannarli. In sudan invece i fatti stanno accadendo adesso, giorno dopo giorno, oggi moriranno dei bambini che potevano essere salvati, domani moriranno dei bambini che potrebbero essere salvati, se solo l’opinione pubblica fosse adeguatamente informata e potesse quindi sollevarsi e costringere la politica a più decisi interventi.

Se volete fare anche voi il vostro possibile per non far morire quei bambini, firmate l’appello per sollecitare i mass-media a dare maggiore spazio a questa terribile situazione.

Bookmark and ShareGianni Girotto

Pubblicato su Crisi umanitarie, Società/Politica, guerra & pace | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento »

Crisi?, quale crisi?

Pubblicato da giannigirotto su 16 Febbraio 2009

I rendimenti dei BOT e CCT non vi soddisfano più, non volete avventurarvi in acquisto di azioni poco sicure……..non disperate, ecco la soluzione certa!

I titoli del settore bellico sono il nuovo rifugio dalle avversità del mercato.

(fonte: L'Espresso)

La crisi finanziaria statunitense non colpisce tutti i settori dell’economia. Anzi, ce ne sono alcuni che non potrebbero cavarsela meglio. Si prenda ad esempio la difesa, i cui titoli negli ultimi cinque anni hanno registrato un aumento medio del 150 per cento.

Sarà pure vero, come sostengono il Nobel Joseph Stiglitz e l’esperta finanziaria della Harvard University Linda Blimes, che gli Stati Uniti in Iraq perderanno 3 mila miliardi di dollari, ma dall’avventura bellica mediorientale le aziende della difesa emergono indubbiamente vittoriose. Cai von Rumohr, analista del settore difesa della Cowen & Co., un fondo di investimento di Boston, ritiene che i titoli della difesa siano una scelta obbligata. Non solo perché offrono un facile rifugio contro le avversità del mercato, ma anche perché negli ultimi 27 anni hanno prodotto profitti che hanno regolarmente superato quelli dello S&P 500. Secondo il Center for Responsive Politics, un think tank di Washington, l’opinione di von Rumohr trova un certo consenso anche tra i congressisti Usa, visto che 151 di loro hanno investito quasi 200 milioni di dollari in aziende come la Raytheon, la Norrhrop Grumman e la Lockheed Martin. L’investimento gli ha reso 62 milioni di dollari in meno di due anni e, esprimendo il loro evidente compiacimento, i parlamentari statunitensi tra il 2004 e il 2006 hannoaumentato il loro coinvolgimento del 5 per cento. «Altro che S&P 500, negli ultimi-otto anni abbiamo registrato una crescita gigantesca», afferma Scott Sacknoff manager dello Spade DefenseJndex, un indice che misura l’andamento del settore difesa, «e, dati gli impegni bellici del nostro Paese, questo trend rimarrà invariato fino alla fine del 2018».

Il boom della difesa è sostenuto da stanziamenti governativi per le spese militari che solo nel 2008 hanno superato i 600 miliardi di dollari ed è di carattere generale. Non sono infatti solo le grandi aziende come Boeing, Generai Dynamics, Honeywell, e Bae Systems, che producono armi pesanti e sistemi bellici complessi, che se ne stanno avvantaggiando. Anche le compagnie più piccole come la Alliant Techsystems e la Harris Corporation si stanno arricchendo. La prima, che produce i proiettili usati dalle truppe americane, dal 2001 ha registrato tre frazionamenti del titolo, mentre la seconda, che produce le radio in dotazione alle unità americane in Iraq e Afghanistan, ha visto il suo titolo triplicare dall’inizio della guerra.

Bookmark and Share

Pubblicato su guerra & pace | Lascia un commento »

IL COLLASSO UMANITARIO DELLA STRISCIA DI GAZA

Pubblicato da giannigirotto su 15 Gennaio 2009

 

Ieri avevo ricevuto una email relativa ad una tragedia accaduta nella striscia di Gaza. La mail era corredata delle tragiche foto che documentavano il fatto. Preso dall’emozione ho girato immediatamente la mail ai miei amici, promettendo che l’avrei anche inserita nel blog. Poi con un attimo di calma sono andato a verificare la notizia ed ho scoperto che era sì vera, ma del 2003. Come ho scritto nella successiva mail di precisazione, ciò nulla toglie al dramma, ma a questo punto nel presente post preferisco inserire il rapporto AD OGGI della situazione del conflitto. 

Questo rapporto è curato da nove ONG, quindi credo sia piuttosto attendibile. Sta di fatto che questo dramma in corso, assieme con tutti gli altri drammi, meno conosciuti e di cui mi riprometto di occuparmi in prossimi post, non deve lasciarci indifferenti. Rinnovo l’invito a leggere il post di Claudio Messora che spiega uno dei veri motivi della guerra.

 

Rapporto aggiornato al 14 gennaio, a cura di Adalah — The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel, Amnesty International Israel Section,  Bimkom — Planners for Planning Rights, B’tselem — The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories, Gisha – Legal Center for Freedom of Movement, Hamoked — Center for Defence of the Individual Physicians for Human Rights – Israel Public Committee Against Torture in Israel e Yesh Din — Volunteers for Human Rights.

INTRODUZIONE

Questo documento e’ aggiornato al 14 gennaio, diciannovesimo giorno della campagna militare israeliana nella Striscia di Gaza.

La dimensione del collasso umanitario della Striscia di Gaza e’ in crescita. Molti feriti non stanno ricevendo alcuna cura medica, il loro trasferiment verso gli ospedali e’ impedito, i team medici vengono attaccati mentre cercano di portare soccorsi e il sistema sanitario, in particolare gl ospedali, e’ al collasso. Le infrastrutture elettriche, idriche e fognarie sono in uno stato di parziale crollo, che impedisce alla popolazione di Gaza l’accesso all’acqua potabile e la espone al rischio di infezioni contagiose con le acque reflue che invadono i centri abitati.

DANNI AL SISTEMA SANITARIO E IMPEDIMENTI ALL’EVACUAZIONE DEI FERITI

Le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato sei casi in cu i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro team di operatori sanitari; 12 operatori sanitari sono stati uccisi e 17 feriti.

Sono stati documentati almeno 15 casi di attacchi contro strutture mediche, tra cui un deposito di forniture medicinali, tre cliniche mobili, un centro di salute mentale, le mura e le finestre di tre ospedali pubblici e numerosi veicoli di soccorso. Attacchi diretti hann colpito l’ospedale europeo e quello di Dura, una struttura dell’UNRWA e la clinica Safha al-Harazin a Shuja’iya.

I ritardi nel coordinamento tra l’esercito israeliano e i tea sanitari oscillano tra le 2 e le 10 ore. Nella maggior parte dei casi, l’esercito non risponde affatto alle richieste. Le organizzazioni per i diritti umani sono a conoscenza di casi relativi a oltre 100 civili intrappolati per piu’ di 24 ore, compresi decine di feriti, senza alcuna assistenza medica e, in alcuni casi, senza cibo ne’ acqua. Una famiglia di 21 persone (compresi sei feriti) ha atteso sette giorni che l’esercito autorizzasse la Croce rossa a evacuarla. Due famiglie hanno atteso oltre 36 ore.

Il sistema sanitario di Gaza e’ al collasso totale dopo piu’ di un anno e mezzo di blocco continuo: si evidenziano una grave mancanza di strumenti e medicine, la carenza di personale qualificato e l’assenza di competenze ed esperienze professionali per trattare i casi piu’ gravi. Secondo il ministero della Salute palestinese, gli strumenti, le attrezzature e i
medicinali di cui Israele ha permesso l’ingresso nella Striscia di Gaza coprono solo il 30 per cento delle effettive necessita’.

Nella Striscia di Gaza vi sono 2050 posti letto (1500 negli ospedali pubblici e 550 nelle cliniche private). L’unita’ di terapia intensiva dell’ospedale di Shifa e’ passata da 12 a 30 letti. Dal 1° gennaio l’unita’ e’ al completo, nonostante dal 6 gennaio ogni giorno siano stati trasferiti cinque pazienti in Egitto. Il trattamento dei degenti cronici, compresi i malati di cancro, quelli affetti da epatite e quelli in dialisi, e’ stato sospeso quasi completamente a causa della mancanza di posti letto e di medici disponibili.
 
Dal 27 dicembre 2008, e’ stato sollecitato il trasferimento in ospedali fuori dalla Striscia di Gaza di 850 pazienti cronici e centinaia di feriti. Solo tre feriti e poche decine di degenti sono stati trasferiti in Israele, 250 sono stati evacuati in Egitto attraverso il valico di Rafah.
Dal 6 gennaio, nessun altro paziente e’ stato trasferito in Israele per ricevere cure mediche.

Dal 3 al 10 gennaio l’ospedale di Shifa e gli altri ospedali pubblici di Gaza hanno operato senza fornitura di elettricita’, ricorrendo a generatori. Dal 10 gennaio l’ospedale di Shifa ha ricevuto forniture di elettricita’ per 8 – 12 ore al giorno. In media, nel mese di gennaio, gli altri ospedali della Striscia di Gaza hanno ricevuto elettricita’ per 4 – 8 ore al giorno, ricorrendo per il restante tempo ai generatori. In un caso, l’ospedale Al-Quds e’ rimasto senza alcuna fornitura di elettricita’ e a seguito della rottura del generatore le macchine salva-vita si sono fermate del tutto.

Pazienti curati nelle case sono esposti a rischi maggiori a causa della mancanza di elettricita’, che impedisce l’uso regolare dei macchinari a corrente elettrica.

ATTACCHI ALLE INFRASTRUTTURE ELETTRICHE, IDRICHE E FOGNARIE

Le linee elettriche, le pompe dell’acqua, i sistemi di fognatura e quelli di raccolta e trattamento dei rifiuti sono stati danneggiati dai bombardamenti. I combattimenti ancora in corso nella Striscia di Gaza impediscono gran parte delle riparazioni, data la mancanza di condizioni di sicurezza concordate con l’esercito israeliano. Lo stesso vale per il trasporto del carburante. In assenza di energia elettrica, e’ impossibile pompare l’acqua e trattare i rifiuti.

Nei 14 mesi che hanno preceduto la sua campagna militare, Israele ha impedito la fornitura di prodotti vitali, svuotando la Striscia di Gaza di carburante, cibo, medicine e pezzi di ricambio che oggi sarebbero necessari per fronteggiare le conseguenze dei combattimenti. Si registra una grave carenza di carburante necessario per far funzionare le centrali elettriche cosi’ come i generatori. Analoga carenza si evidenzia per quanto riguarda i pezzi di ricambio e gli strumenti necessari per effettuare riparazioni e manutenzione.

Oltre mezzo milione di persone e’ completamente tagliato fuori
dall’accesso all’acqua potabile
, soprattutto a Gaza City e in altre zone del nord della Striscia di Gaza, a causa dei danni provocati dai bombardamenti e dell’impossibilita’ di procedere a riparazioni in assenza di condizioni di sicurezza coordinate con i militari israeliani e della mancanza di pezzi di ricambio. A Beit Hanoun, Beit Lahiya, Jabaliya e in alcune zone di Gaza City i sistemi di fognatura non funzionano affatto.
Dal 3 gennaio e’ impossibile intervenire sulle fognature di Beit Hanoun, colpite dai bombardamenti col risultato che le acque di scolo hanno refluito in tutta la zona.

Israele sta impedendo ai tecnici dell’Autorita’ dell’acqua di raggiungere l’impianto per il trattamento delle acque di scolo di Gaza City. Dal 3 gennaio i liquidi continuano ad affluire verso l’impianto che pero’ non
 svuotato per l’assenza di personale che possa farlo funzionare. Il 10 gennaio uno dei principali contenitori di acque di scolo e’ stato bombardato, col risultato che le acque hanno invaso la zona.

Israele sta impedendo altresi’ l’accesso all’impianto di Beit Lahiya, dove c’e’ il rischio di fuoriuscita  delle acque. Nonostante le organizzazioni internazionali avessero chiesto di non colpire quest’area, il 10 gennaio e’ stata nuovamente bombardata. Se vi sara’ la fuoriuscita prevista, saranno a rischio la salute e la stessa vita di circa 10.000 persone.

L’Autorita’ dell’acqua della Striscia di Gaza ha bisogno di materiali che stanno scarseggiando, come cloro, tubi, valvole ecc. Molti di essi sono stati ordinati mesi fa, ma il loro ingresso non e’ stato ancora autorizzato.
 
Per quanto riguarda la corrente elettrica, almeno un quarto del milione di residenti di Gaza City vive senza elettricita’ da 18 giorni. In qualunque momento del giorno, fino a un milione di persone rimangono senza luce e questo rende difficile fare rifornimento di acqua, usare apparecchiature mediche, conservare e congelare cibi e riscaldare le abitazioni.

Sei delle due linee ad alto voltaggio, che forniscono energia elettrica da Israele e dall’Egitto, non sono funzionanti a causa dei bombardamenti subiti. Dal 10 gennaio la centrale elettrica di Gaza lavora solo al 38 per cento della sua capacita’, producendo solo 30 megawatt al giorno. Di conseguenza, la Striscia di Gaza sta ricevendo solo il 48 per cento dell’elettricita’ necessaria. Si stima, peraltro, che a causa delle interruzioni sulla linea elettrica, la fornitura che arriva a destinazione sia ancora inferiore.

La quantita’ di gasolio industriale disponibile presso la centrale elettrica ammonta a 500.000 litri, necessari per far muovere tre turbine al massimo per un giorno. Altri 369.000 litri sono stati trasferiti verso il lato palestinese del terminale di Nahal Oz, ma non possono giungere alla centrale elettrica per mancanza di sicurezza.

La notte tra il 12 e il 13 gennaio, l’esercito israeliano ha bombardato i magazzini della Compagnia elettrica di Gaza, causando enormi danni ai trasformatori, ai cavi, a strumenti di disconnessione a basso voltaggio e a ulteriore attrezzatura. Israele aveva autorizzato l’ingresso di questo materiale e di pezzi di ricambio solo quattro giorni prima, dopo averlo negato per mesi.

UN COLLASSO UMANITARIO PREVEDIBILE

Negli ultimi 14 mesi Israele ha deliberatamente e significativamente limitato l’ingresso di carburante nella Striscia di Gaza, nell’ambito della decisione presa dal governo il 19 settembre 2007 che autorizzava misure punitive contro i residenti di Gaza. Anziche’ dare seguito al suo dovere di fornire alla popolazione i necessari prodotti umanitari prima dell’avvio della campagna militare, Israele ha privato la Striscia di Gaza del carburante, del cibo e delle attrezzature necessarie ad affrontare le gravi conseguenze dei combattimenti.

Nei due mesi precedenti la campagna militare, Israele ha rafforzato la chiusura dei varchi e ha privato deliberatamente la Striscia di Gaza del diesel industriale necessario a produrre elettricita’, impedendo il suo trasferimento attraverso il terminale di Nahal Oz. In quei due mesi, Israele ha consentito il passaggio solo del 18 per cento del carburante necessario a far funzionare la centrale elettrica di Gaza, che costituisce solo il 28 per cento della quantita’ di diesel industriale che la Corte suprema aveva ordinato di fornire.

Da oltre tre mesi Israele impedisce la fornitura dei pezzi di ricambio richiesti dalla Compagnia di distribuzione elettrica per portare avanti le sue attivita’ ordinarie. Nel momento in cui viene redatto questo documento, pezzi di ricambio sono bloccati al varco di Karni e al porto di Ashdod.

***************************************************************************
Paola Nigrelli
Ufficio Stampa
Amnesty International – Sezione Italiana
Via G.B. De Rossi, 10 – 00161 ROMA
Tel. 06 44.90.224 fax 06 44.90.222
cell. 348-6974361 e-mail: press@amnesty.it
Internet: www.amnesty.it

Pubblicato su guerra & pace | Lascia un commento »