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Indispensabili – La Deriva – Cap.2 e 3

Posted by giannigirotto su 7 aprile 2010

Ecco un testo che consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, frutto della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Cap.2- Quando i cinesi eravamo noi

Il capitolo inizia con la descrizione di come bastarono 270 giorni per preparare la Costituzione, al primo parlamento della Repubblica Italiana, nonostante in quei tempi i contrasti politico/sociale erano tali che più volte si sfiorò la guerra civile. Si era appena usciti dalla 2a guerra mondiale, il Paese era distrutto, con gli animi esasperati dai lutti e dalla misera dilagante. Eppure bastarono 270 giorni per il più importante “parto” politico/legislativo della nostra storia; Cioè sette mesi in meno di quelli che sarebbero stati impiegati dal Parlamento tra il 1999 e il 2001 per il «decreto sicurezza» annunciato in «tempi brevi». E meno del tempo sprecato du­rante l’ultima legislatura nel tentativo fallito di varare lo «spor­tello unico»……….Un paio di dettagli sul mondo della politica dicono tutto. Nel 1946 il Paese era così povero che il primo bilancio di Mon­tecitorio stanziava dei soldi per fornire ai deputati una tessera per viaggiare gratis sugli autobus e per i dipendenti un’«indennità di caro-pane».

Si prosegue con una descrizione del poderoso boom economico che parte negli anni ’50 e continua negli anni ’60, con cifre ed esempi di efficenza e velocità che oggi sembrano fantascienza: …………

«la Fiat negli anni Cinquanta è tutto: da senza contrattazioni ai suoi operai l’80% in più del minimo contrattuale, assiste con la sua mutua aziendale 182.000 persone tra iscritti e familiari (1 torinese su 5), paga 700 medici perché vigilino sulla salute degli operai, costruisce alloggi, manda un regalo a chi si sposa e a chi diventa papa». È un mito la Fiat, che arriverà a dominare’un settimo del mercato europeo, è un mito la velo­cità. Su strada e in generale…………

Lo dimostra la costruzione di quello che è stato uno dei gioielli della rete stradale planetaria: l’Autostrada del Sole. Le date, rilette oggi, fanno girar la tèsta: la prima pietra viene po­sata il 19 maggio del 1956; il primo tronco da Milano a Parma è aperto il 7 dicembre del 1958; quello da Bologna a Firenze il 3 dicembre del 1960; quello da Roma a Napoli il 22 settembre del 1962. E il 4 ottobre del 1964, completati certi tratti qua e là, TAutosole è finita. A questo punto, facciamo un passo indietro. E rileggiamo cosa aveva scritto il «Corriere della Sera» il giorno dopo l’apertura dei cantieri: «L’atto di nascita dell’Autostrada del Sole ha avuto ieri nelle campagne di San Donato Milanese una consacrazione solenne. Quella che in meno di 8 anni sarà l’arteria modernissima di grande e celere comunicazione fra Nord e Sud, attraverso l’Appennino»………….Otto anni avevano previsto, però, e otto anni ci misero. Per 755 chilometri. Novantaquattro chilometri l’anno. Con le tec­nologie di allora. Con 15 milioni di giornate lavorative, 54 mi­lioni di metri cubi scavati, 16 milioni di metri quadrati di asfal­to, 113 ponti e viadotti di gran luce, 740 opere minori, 572 cavalcavia, 38 gallerìe, 57 raccordi alla viabilità ordinaria e perfi­no 5 «cappelle per servizio religioso». Con una spesa comples­siva di 272 miliardi dell’epoca. Pari a 4 milioni di euro di oggi a chilometro……….Otto anni. Per collegare Milano a Napoli. Contro i 22 anni già impiegati a partire dal 1986 per fare 23 chilometri della Pordenone-Conegliano, quasi inutilizzabili finché non sarà costrui­to l’ultimo lotto di 3 chilometri e 717 metri, al costo folle di ol­tre 22 milioni di euro al chilometro. Il quintuplo abbondante di quanto costò l’Autosole. E parliamo di una delle aree di pun­ta di quel Nordest che ama dipingersi come una terra di effi­cienza e spacciarsi per «la locomotiva d’Italia».

Al Sud va ancora peggio. Basti dire che l’autostrada Sira-cusa-Gela di 140 chilometri, progettata nel 1974, è stata inau­gurata a metà marzo del 2008, dopo 34 anni e solo per un trat­to di 14 chilometri. In un Paese serio, paonazzi dalla vergogna, i protagonisti dello scandalo avrebbero fatto tutto alla chetichella. Macché, ha scritto Felice Cavallaro: se ne sono vantati. Con tanto di «notabili, taglio di tricolore, benedizione vescovile, fanfara e dolcini».

Cap.3- Sempre più ai padri sempre meno ai figli

Dal dopoguerra in poi il tasso di natalità è crollato, e l’eta media è cresciuta in maniera inversamente proporzionale. Solo il fenomeno dell’immigrazione ci consente di non essere ancora più distanti dalla media europea e mondiale. Parte a questo punto l’enorme problema della gestione del sistema pensionistico. Se infatti l’età media si allunga, è chiaro che vengono richieste maggiori risorse econmiche per erogare le pensioni. Quindi è giusto o meno innalzare la soglia dell’età minima per andare in pensione? La verità, ha scritto Francesco Giavazzi dando ragione a Tito Boeri ed Emma Benino che per primi avevano polemizza­to sul tema, «è che sindacati e sinistra radicale non vogliono al­cun innalzamento dell’età: preferiscono un gigantesco scalone, dai 57 ai 70 anni, purché non si applichi a noi ma solo ai nostri figli». Figli che, dice il saggio Contro i giovani dello stesso Boe­ri e di Vincenzo Galasso, hanno oggi sul gobbo «80.000 euro di debito pubblico e 250.000 di debito pensionistico» a testa. De­bito accumulato «non tanto per costruire infrastnitture, miglio­rare la qualità dell’istruzione o della vita nelle grandi città, ma per pagare pensioni di invalidità a volte di dubbia assegnazio­ne, creare posti pubblici spesso inefficienti, concedere pensioni baby e generose pensioni di anzianità, cedere a pressioni di rap­presentanze di interessi molto specifici e di breve respiro».

Voragini di follia. Riassumibili nel caso della bidella friula­na Ermanna Cossio, andata in pensione a 29 anni col 94% (ave­te letto bene: novantaquattro per cento) dell’ultimo stipendio. O quello della sua collega milanese Francesca Zarcone. La qua­le, accumulando un po’ di contributi come operaia in una tap­pezzerìa e poi facendo un po’ di supplenze come «ausiliaria», riuscì a mettere insieme abbastanza versamenti per andare in pensione (era sposata e aveva figli quindi le bastavano 14 anni, 6 mesi e un giorno) meno di un anno dopo l’assunzione definiti­va. Entrata in ruolo nel settembre ’82, presentò la domanda di pensione (col ricongiungimento degli anni nell’artigianato) quattro mesi dopo. E smise di lavorare il 1° agosto successivo. In totale aveva pagato di contributi l’equivalente attuale di poco meno di 16.700 euro. E ne ha ricevuti, da allora, 250.000. Un po’ di casi come il suo e andrebbe in fallimento anche il sultano del Brunei. Eppure, guai a parlarne: diritti acquisiti. Sacri. Eter­ni. E i giovani destinati a prendere una pipa di tabacco? Amen. Diritti acquisiti…………..

……………

Che le case di riposo siano elettoralmente da preferire agli asili e alle scuole, agli occhi di chi vive di politica, è fuori discus­sione…..L’elettore medio ha 47 anni. I ragazzi dai 18 ai 24 anni che votano sono circa 4 milio­ni. I loro genitori o nonni sopra i 60 più o meno il triplo. Conclu­sione: i pensionati sono il terreno sul quale si vince o si perde.

Ma è giusto per motivi di bottega elettorale caricare tutto sulle spalle dei nostri figli? L’economista americano Lester Thurow non ha dubbi: i conflitti di classe del futuro potrebbe­ro opporre «non più ricchi e poveri ma vecchi e giovani». E ci­ta come esempio Kalkaska, nel Michigan, dove la maggioranza degli elettori, anziani, è arrivata, per comprare degli spazzane­ve, a votare una delibera che tagliava i fondi alle scuole costrin­gendole a chiudere con molte settimane di anticipo. Che futuro ha, un Paese dove i nonni rubano risorse ai nipotini?……………

…….La tabella dei calcoli è sotto gli occhi di tutti. L’ha composta la Commissione Brambilla e dice che chi va oggi in pensio­ne a 58 anni con 35 di contributi, può aspettarsi di viverne me­diamente, con l’allungarsi della speranza di vita, altri 25. Ab­bondanti. Solo in parte coperti dai versamenti fatti nei decenni di lavoro. Dopo aver incassato quanto aveva accantonato, l’ex impiegato pubblico verrà mantenuto dalla collettività per altri 10 anni, l’ex dipendente privato per altri 8, l’ex artigiano o il commerciante per altri 20, quasi. E si tratta di calcoli del 2001. Da ritoccare al rialzo.

Va da sé che per affrontare un futuro a rischio come il no­stro, ci vorrebbe un ceto dirigente giovane, consapevole e deciso a sfidare l’impopolarità scommettendo sul domani o addirittura sul dopodomani. Ma è lì che il cane si morde la coda: la classe di­rigente è vecchia quanto il Paese. E forse di più. Vecchi sono i mondi della scuola e dell’università, di cui parliamo a parte. Vec­chio il mondo della sanità. Vecchio il mondo dei sindacati, nel quale i pensionati sono ormai la metà degli iscritti. Vecchio il mondo degli ordini professionali, che si chiude a riccio per difen­dere le rendite di posizione ogni volta che si profila una riforma…………….

E’ l’età media della politica? delle figure istituzionali? dei dirigenti dei grandi Enti Pubblici?……..beh non ci vuole molto a immaginare quanto riporta il libro……

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