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Indispensabili – La Deriva – Soffocati dalla burocrazia…

Posted by giannigirotto su 12 aprile 2010

clicca per l'indice capitoli... Ecco un testo che consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, frutto della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Cap.4- Bolli, sempre bolli, fortissimamente bolli

Per aprire una trattoria 71 timbri, per una licenza edile 27 mesi

Il problema della burocrazia eccessiva e spesso inutilmente complicante è bene riassunto da questa frase lapidaria di un certo Luigi Einaudi: Coloro che lavorano sono stanchi di essere co­mandati dagli scribacchiatori dì carte d’archivio».

Ammodernarsi, per carità, la carta d’identità elettronica ci era stata annunciata e promessa già dal 1998….ecco il surreale valzer di annunci in merito….«Vecchia carta d’identità addio», esordiva un articolo di Ester Palma sul «Corriere» del giugno 1998, raccontando che l’innovazione era passata in Parlamento: «Va in pensione il do­cumento di riconoscimento stampato su cartoncino, con bolli e timbri: al suo posto fra breve ogni italiano avrà una card elet­tronica che potrà utilizzare per i versamenti alla pubblica am­ministrazione e per dialogare con uffici e servizi».

«Vedremo le prime già a fine anno», fece sapere il ministe­ro della Funzione pubblica retto da Franco Bassanini. In otto­bre, dell’anno dopo però, lui stesso abbozzava: «II regolamento d’attuazione è pronto. Ma c’è qualche resistenza». Alla fine di febbraio del 2000 precisava: «Stiamo studiando se sia possibile inserire anche dati biometrici, come le impronte digitali o la mappa dell’iride». A metà novembre puntualizzava: «Le ban­che, tra l’altro, potranno chiedere di usarla come Bancomat». Nella primavera del 2001, dando la cosa per fatta, si vantava: «Siamo i secondi al mondo ad averla introdotta, dopo la Fin­landia». E il ministro dell’Interno Enzo Bianco, entusiasta: «Entro quattro anni l’avranno tutti i cittadini». Bum!

A settembre il nuovo ministro dell’Innovazione Lucio Stanca, a nome del governo delle destre, accelerava: «I cittadini potranno avere il nuovo documento fra due anni». Sei mesi do­po, Silvio Berlusconi la mostrava in pubblico: «Eccola, la vede­te? Spero che vi piaccia». E aggiungeva che per la fine dell’anno l’avrebbero avuta un milione di italiani, e altri trenta entro la legislatura. Bum! Alla vigilia dell’estate di quel 2002 il mini­stro dell’Interno Claudio Scajola giurava: «Nel giro di due anni manderemo in pensione la carta d’identità cartacea. La nuova carta elettronica potrà sostituire anche la tessera elettorale». Il mese dopo toccava di nuovo a Stanca: «Entro il 31 dicembre del 2003 almeno due milioni e mezzo di italiani avranno in ta­sca la nuova carta d’identità elettronica». E rivelava che il pro­getto era già costato 36 milioni di euro: trentasei milioni! Set­tanta miliardi di lire. Solo per il progetto. Senza che un solo cit­tadino ne avesse mai avuta una.

E via così: bla, bla, bla………

………Cosa resta, di questo diluvio di chiacchiere? Niente. O me­glio: resta la sgradevole impressione di una presa per i fondelli e restano i soldi finiti nelle tasche dei consiglieri della società fon­data apposta nel 2005 dal Poligrafico dello Stato per produrre i nuovi documenti digitali. Si chiamava Innovazione e Progetti: la Zecca aveva il 51% del capitale, il resto era suddiviso fra le Po­ste, la Selex del gruppo Finmeccanica, la Eds Italia, filiale del­l’omonimo colosso texano dell’informatica, e la Livolsi Investments del banchiere d’affari più vicino a Berlusconi, Ubaldo Li­volsi, allora impegnato ad aiutare Stefano Ricucci nella scalata al «Corriere della Sera».

Pochi mesi e, dopo la vittoria elettorale delle sinistre, l’epi­logo. Prima l’uscita degli americani, poi quella di Livolsi, poi le dimissioni del presidente Antonio Ghezzi… Un anno di bagno­maria e il nuovo presidente Claudio Rovai, un navigatore democristìano da decenni nei giri che contano e consolato dall’U­nione con la nuova poltrona dopo che era stato trombato alle elezioni, archiviava il bilancio così: «Nell’anno 2006, come nel­l’ultimo trimestre del 2005, immediatamente successivo alla co­stituzione della società, l’attività non ha avuto concreto avvio operativo, se non per la limitatissima attività amministrativa». Entrate: zero virgola zero. Uscite: 192.749 euro in pochi mesi per «compensi al consiglio di amministrazione, al collegio sin­dacale e alla società di revisione, nonché spese amministrative per adempimenti di legge». Il 30 maggio 2007 la società veniva liquidata. Con due regalini finali a Rovai. La nomina a presi­dente della Editalia (cui sarebbe seguito anche un posto nel consiglio della Postelprint, controllata dalle Poste) e la decisio­ne del CdA di concedergli, oltre lo stipendio e la liquidazione, si capisce, «una speciale remunerazione» in considerazione «di tutti i vari problemi, anche di tipo istituzionale, legale e ammi­nistrativo, affrontati e risolti». Omaggio: 60.000 euro. Il triplo del reddito annuale di un italiano medio.

Eppure, quel gentile cadeau è solo un granellino della mon­tagna di denaro che costa la burocrazia agli italiani. Dice uno studio di Confartigianato del gennaio del 2008 che nell’Unione europea, tra il 1998 e il 2007 l’incidenza sul Pil della spesa per il pubblico impiego è scesa dappertutto. Noi, unici, siamo in controtendenza: più 0,2%. Secondo gli artigiani, «il costo per la burocrazia colpisce tutto il sistema produttivo nazionale, che ogni anno paga 15 miliardi di euro, cioè un punto di Pil, sia in costi interni (impiegati degli uffici preposti alle pratiche) sia esterni, società ad hoc pagate dalle aziende». Un delitto. Un si­stema burocratico semplificato, in linea con gli standard euro­pei, consentirebbe alle microimprese con meno di dieci addet­ti, quasi il 95% delle aziende italiane, di aumentare la produtti­vità di almeno il 6% «recuperando così più della metà del gap che attualmente queste scontano rispetto alla media di Francia, Germania e Spagna».

Spiega lo studio Dome Business 2004 della Banca Mondia­le che l’apertura di un’attività economica in Italia richiede me­diamente 5012 euro (siamo quarti dopo la Grecia, l’Austria e la Svizzera che però ci stracciano sui tempi e le pratiche), 62 gior­ni di pastoie burocratiche (secondi dopo la Spagna e il Porto­gallo dove però sono molto più bassi i costi) e 16 procedure (siamo primi assoluti). Tanto per dare un’idea: negli Stati Uniti servono 167 euro, quattro giorni, quattro procedure. In Gran Bretagna 381 euro, quattro giorni, cinque procedure.

…………….. Quanto alle scadenze fiscali e amministrative che tolgono il sonno a chi ha un’attività industriale o commerciale, il Censis le ha contate una a una: in un anno sono 233. Certo, un’azien­da media non deve rispettarle tutte. Ma almeno una settantina non gliele toglie nessuno.

C’è poi da stupirsi se gli investitori stranieri preferiscono stare alla larga? Nelle classifiche del 2007 sulla competitivita per l’International InstituteTfor Management Development sia­mo al 42° posto e per il World Economie Forum al 46°, dopo Paesi quali il Cile, l’Estonia, la Lettonia, la Tunisia… Appena davanti all’Ungheria, alla Giordania, alla Polonia o alla Turchia. Nella classifica della libertà economica della Heritage Founda­tion, dove conta la facilità di apertura, chiusura e gestione di un’impresa, scivoliamo ancora più in basso: nel 2000 eravamo al 32° posto e nel 2008 al 64°, dietro perfino l’Armenia, il Belize e la Mongolia. Vale a dire che abbiamo perso 32 posizioni. Risultato: nella hit parade dei Paesi che attirano investimenti dall’estero, elaborata daU’Unctad (United Nations Conference on Trade and Development) e saldamente guidata da Stati Uni­ti, Singapore e Regno Unito, siamo precipitati dal 18° posto del triennio 1988/1990 al 25° del triennio 1998/2000 fino al 29° del 2005. Il tutto con governi di sinistra e di destra.

Come mai? La risposta è in una tabella del World Econo­mie Forum presentata dal centro studi di Confindustria nel febbraio del 2008: a scoraggiare gli investimenti nel Bel Paese Sono, in ordine crescente, la criminalità, la poca formazione delle forze lavoro, la corruzione, l’instabilità politica e su su il fisco, la scarsità di infrastrutture ma, soprattutto (tre volte più insopportabile perfino della criminalità!), la burocrazia. ……………

……….Sono anni che ce la menano, per esempio, col tormentone dello «sportello unico» destinato a «sostituire tutte le autoriz­zazioni, i nulla osta, i visti, i pareri e le inibitorie necessari». Sa­pete con quanti titoli è presente nell’archivio dell’Ansa? Con 904. Venne proposto la prima volta dalle piccole e medie im­prese nel 1983…….. Tradotto in una proposta di legge da Forza Italia nel ’94, riproposto nel ’96 da Franco Bassanini, an­nunciato dal governo divista nel ’98:…………

Pier Luigi Bersani e Franco Bassanini quel giorno erano raggianti: «Investitori e imprenditori non dovranno più fare il giro delle sette chiese per costruire, ampliare o riconvertire uno stabilimento industriale o un laboratorio artigiano, e una sola domanda, a una sola amministrazione, il Comune, sostituirà i procedimenti previsti da ben 16 leggi». Alcuni mesi dopo, nuo­vo comunicato: «A marzo saranno operativi gli sportelli unici per le imprese, mentre già a Pasqua potrebbe partire la firma digitale, cioè la possibilità di autografare elettronicamente un documento o una transazione». Sì, ciao. Nel maggio del 2004 il ministro berlusconiano Luigi Mazzella sviolina trionfale che «la semplificazione della pubblica amministrazione e in particolare la diffusione dello sportello unico (…) hanno consentito alle imprese di ridurre drastica­mente tempi e costi delle procedure per l’avvio di un’attività, in alcuni casi addirittura più che dimezzati rispetto al passato». Bum! Altri tre anni e nell’aprile del 2007 arriva un nuovo di­spaccio: «Nonostante l’ostilità di Rifondazione comunista, il provvedimento sullo sportello unico per le imprese del presi­dente della commissione Attività produttive Daniele Capezzone sta avanzando rapidamente nell’aula»………Sulla sua leggina, facile facile, l’ex segretario radicale era riuscito a raccogliere venti deputati di destra e venti di sinistra per presentarla tutti insieme: «Nel luglio del 2006 la porto in commissione, faccio il relatore, l’approviamo in poche settima­ne. Andiamo in aula nella primavera del 2007, la legge passa col voto di tutti meno verdi, Sdì e Lega e va in Senato. Trova in commissione la solita opposizione di Lega e Rifondazione, cambiano qualcosa ma bene o male passa. Ai primi di ottobre del 2007 inizia la discussione in aula ma sul più bello è il mo­mento della Finanziaria. Tutto sospeso, fino alla crisi di gover­no. Ed è finita come sempre: zero. Con la frustrazione di dover ricominciare un’altra volta da capo. La macchina legislativa è ormai così perversa che non passa manco una legge su cui sono d’accordo tutti»……………..

In realtà una delle poche verità assodate ma poco diffuse è che «il linguaggio astruso è uno strumento di potere per mantenere il cittadino in stato di inferiorità».

L’oscurità è Potere. Rendere incomprensibile una frase è af­fermare il proprio Potere. Detenere l’intepretazione autentica d’un comma complicatìssimo è Potere. Il rifiuto di farsi capire è Potere. Fottersene del giudizio altrui è Potere. ………………. Contro questo potere di burocrati incollati alle poltrone col mastice più tenace, si sono infrante negli ultimi dieci anni addirittura quattro leggi. Con la prima, nel 1999, viene istituito a Palazzo Chigi un «Nucleo per la semplificazione delle norme e delle procedure»: 25 esperti e una segreteria tecnica di 40 persone col compito di «fornire agli uffici legislativi della presi­denza del Consiglio e al ministro della Funzione pubblica il supporto occorrente a dare attuazione ai processi di delegifica­zione, semplificazione e riordino». Con la seconda, promossa nel 2002, il Nucleo è soppresso per lasciar posto aU’«Ufficio di­rigenziale di livello generale» coadiuvato da un pool di 18 esperti stavolta alle dipendenze della Funzione pubblica con l’incarico di «coadiuvare il ministro nell’attività normativa e amministrativa di semplificazione delle norme e delle procedu­re». Ufficio che, due anni dopo, lascia a sua volta il posto al «Comitato per la semplificazione» amministrativa presieduto dal nuovo ministro, Mario Baccini.

Con la terza, votata nel novembre del 2005 e battezzata «taglia leggi», viene decisa «l’abrogazione di tutte le leggi inuti­li emanate in epoca precedente al 1° gennaio del 1970». E, per coinvolgere le Camere, si crea un’ennesima «Commissione par­lamentare per la semplificazione», con 20 deputati, 20 senatori, un presidente, 2 vicepresidenti e 2 segretari.

E chi va a guidarla a nome dell’Unione, dopo le elezioni del 2006? Pietro Fuda, già dirigente della Regione Calabria e della Cassa per il Mezzogiorno, già presidente della Provincia di Reggio e amministratore unico della sgangherata società che gestisce l’aeroporto del capoluogo calabrese. Ma soprattutto autore di quel famigerato «comma Fuda» che oltre a essere una porcheria sul piano morale (accorciava la prescrizione per to­gliere dai guai i politici processati dalla Corte dei Conti e saltò dopo una rivolta dentro la stessa sinistra) era indecifrabile co­me i geroglifici egizi prima della scoperta della Stele di Rosetta: «Al comma 2 dell’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, le parole: “Si è verifìcato il fatto dannoso” sono sostituite dalle seguenti: “È stata realizzata la condotta produttiva di danno”». Insemina: proprio l’uomo giusto, per semplificare. Ma non è finita. Entrato in carica il secondo governo Prodi, il ministro Luigi Nicolais cancella con un colpo di spugna il Comitato per la semplificazione e costituisce, con altri 20 esperti e una segreteria, un’«Unità per la semplificazione e la qualità della regolazione», che torna a Palazzo Chigi sotto la presidenza di Enrico Letta. Malumori alla Funzione pubblica: «E noi niente?». Ma sì, abbondiamo! Ed ecco nascere il «Co­mitato interministeriale per l’indirizzo e la guida strategica del­le politiche di semplificazione e di qualità della regolazione». Preciso identico a un altro creato sei mesi prima dal governo Berlusconi. Da non confondere con l’organismo istituito per coinvolgere nel progetto gli enti locali, la Confindustria, la Confcommercio, le cooperative, i consumatori, le comunità montane e poi i Comuni e la conferenza dei presidenti delle Re­gioni e l’Unione delle Province… Nome: «Tavolo permanente per la semplificazione»…………………..

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