Tracce

Il mio tentativo per ricevere e dare informazioni utili.

Indispensabili – La Deriva – Quali fonti energetiche?

Posted by giannigirotto su 16 aprile 2010

clicca per l'indice capitoli...Proseguo la lettura di questo testo che consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, frutto della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Cap.6 – Ingordi d’energia, senza pagar dazio

Avvertenza: il libro è stato pubblicato nel 2008, per cui è presumibile sia stato scritto qualche mese prima, ma sopratutto forse con dei dati e statistiche che non sempre sono aggiornatissime…..se vi interessa inoltre una disamina più completa sull’argomento ricordo che in questo sito potete leggere anche il libro “Energia oggi e domani….” scritto dai prof.ri universitari Balzani e Armaroli.

……….poveri come siamo di materie prime, la nostra autonomia è pari al 12% del totale. Per il resto dipen­diamo dall’estero. Il 12% lo compriamo direttamente dai Paesi vicini….. Il 75% ce lo facciamo da noi ma solo grazie a materie prime acquistate da governi e società stranieri (gas dalla Russia e dall’Algeria, pe­trolio da più parti). Risultato: l’energia elettrica prodotta in Ita­lia costa il 60% più della media europea, due volte quella fran­cese e tre volte quella svedese.

Il capitolo prosegue con la descrizione delle conseguenze dei referendum che “bocciarono” il nucleare in Italia. Ora mentre resta aperto il dibattito se tale decisione fu giusta o meno ecco alcuni fatti poco conosciuti: La centrale di Caorso, in quel momento spenta perché sta­vano cambiando il combustibile, non venne più riaccesa. Quel­la di Montalto di Castro, intitolata ad Alessandro Volta, era praticamente pronta. Restavano da montare le turbine, inserire le barre d’uranio e girare l’interruttore: non fu mai avviata. Era costata 6000 miliardi di lire. Avrebbero dovuto smantellarla, si decise di soprassedere: troppi soldi, centinaia di miliardi. Ma siccome il sito era ormai attrezzato, si avviò lì accanto la costru­zione di una centrale termoelettrica: la più grande d’Europa, con una ciminiera di 200 metri. «Per l’amor di Dio: no!», scongiurò il presidente dell’E­nea, Umberto Colombo. Spiegando che, per una complessa questione tecnica, se fosse passata la linea di una riconversione a gas dell’impianto si sarebbe finito «per accettare tutto il peg­gio del nucleare in termini di costi d’investimento e tutto il peg­gio del gas sul piano dei costi d’esercizio. Insomma, un capola­voro di inefficienza economica. Con effetti negativi per il siste­ma industriale». Aveva ragione lui. Vent’anni dopo, tra una cosa e l’altra, al­cune stime calcolano che la nuova centrale di Montalto di Ca­stro sia costata in valuta attuale 8 miliardi di euro. Una cifra enorme anche se la centrale facesse il suo dovere. Cosa che non accade. Perché non solo è l’impianto a olio e gas più grande d’Europa ma è anche uno dei più antieconomici: consuma al­meno il 15% in più rispetto agli altri impianti. E se sulla carta può produrre 20 miliardi di chilowattora l’anno, nel 2007 ne ha generati in realtà solo 7: un terzo. Non basta. Dopo il referendum si pose il problema di co­me «indennizzare» l’Enel e i suoi fornitori per l’affare andato a monte. Soluzione scontata: un sovrapprezzo sulle bollette. Du­rato fino al febbraio del-2000, quando vennero materialmente chiusi i rubinetti degli «oneri nucleari». Bilancio finale: 8 mi­liardi di euro abbondanti all’Enel (il triplo dei 2,8 previsti da una commissione presieduta da Luigi Spaventa) più altri 2 scar­si ai fornitori, dalla Fiat all’Ansaldo……

……..Con una beffa. Preso atto delle «pulsioni ambientaliste» emerse al referendum, il settimo governo di Giulio Andreottì pensò be­ne nel 1992 di incentivare chi avesse prodotto energie «da fonti rinnovabili». Solo che al dunque (provvedimento del «Comita­to interministeriale prezzi numero 6», da cui la sigla Cip6) ven­nero aggiunte due magiche paroline: «e assimilate». E finì all’i­taliana, con l’assimilazione anche delle peggiori schifezze. In alcune raffinerie, racconta l’ex presidente della Com­missione attività produttive Bruno Tabacci, «si diede vita a cen­trali che funzionano a petrolio e hanno gli incentivi del Cip6, esattamente come l’energia eolica o fotovoltaica. Impianti del­l’Api dei Brachetti Peretti, della Erg dei Garrone, della Saras dei Moratti… Per avere un’idea, i contributi erogati col Cip6, finiti in grandissima parte ai petrolieri con il giochino delle fon­ti assimilate, sono stati pari a 2 miliardi di euro l’anno per 15 anni. Totale: 30 miliardi. Una cuccagna».

e le fonti pulite, rinnovabili, gli altri Stati……….In ogni caso, si sono mossi. Cercando sul serio le alternative possibili. Come hanno fatto tutti i governi seri in tutto il mondo. Compresi quelli che il petrolio ce l’hanno. Come il Texas che, ha scritto sulla «Repubblica» Maurizio Ricci, «si sta affermando come la locomotiva della rivoluzione del vento in corso negli Stati Uniti» e ha già una selva di pale coliche per un totale di 4000 megawatt (sette volte l’Italia) e ha già attirato investimenti dell’Enel per 100 milioni di dollari. O la Gran Bretagna, che se­condo l’«Independent on Sunday» vuole piantare entro una dozzina di anni, in mezzo al mare così che non disturbino nep­pure la vista giacché l’occhio vuole la sua parte, centinaia e cen­tinaia di altissimi «mulini» che riforniscano centrali coliche in grado di «alimentare ogni singola abitazione del Regno Unito».

Si sono mossi i danesi, che al largo dello Jutland hanno co­struito un parco eolico, l’Horns Rev, con 80 turbine alte decine di metri che producono tanta elettricità da soddisfare i consu­mi di 150.000 famiglie e godono ormai di un quinto dell’ener­gia strappata al vento. Si sono mossi i tedeschi che hanno fatto perfino del Reichstag, la sede del Parlamento, un «eco-edifi­cio» che funzionerà completamente con energia prodotta da fonti rinnovabili: eolica, solare, biomasse. Si sono mossi gli spa­gnoli, con risultati così incoraggianti da fare scrivere nel marzo 2008 a Elisabetta Rosaspina sul «Corriere della Sera»: «Bolo abita in Spagna e lavora sodo. Una formidabile settimana di maltempo ha fatto esultare la Rete elettrica spagnola (Ree). Per la prima volta, nel Paese, il 25,5% dell’energia elettrica è stato somministrato dalla produzione eolica: 203.998 megawatt al­l’ora, in un solo giorno, martedì scorso, che segna la data di un record nella storia dell’energia del vento».

Anche noi, ha spiegato a «Panorama» Rainer Karan, diret­tore generale della Vestas di Tarante che produce pale della ca­sa madre danese, avremmo «un ottimo potenziale di vento, concentrato soprattutto nelle regioni del Sud». Peccato, sorri­de Gianfìlippo Mancini dell’Enel, che «l’iter autorizzativo varia da 27 a 84 mesi rendendo la rincorsa dell’Italia verso lo stan­dard degli altri Paesi europei molto lenta».

Per fare il campo eolico nella cosentina Cozzo del Lupo, con l’accordo col Comune in tasca, ci sono voluti 6 anni. Per quello di Macchiagodena, in Molise, 7. E la sostituzione di 8 pale di un impianto eolico a Frosolone, in provincia di Isernia, ha richiesto 11 passaggi burocratici, 11 firme e 18 mesi di tem­po. Per 8 pale.

Fatto sta che la Spagna ha oggi 15.000 torri eoliche, la Ger­mania 22.200, noi solo 2700. Risultato: abbiamo preso al vento nel 2007 appena lo 0,8% dell’energia che ci serve. Contro il 7,5 della Spagna, il 4,8 della Germania, il 2,8% di Grecia e Olanda. Come mai? Perché le pale rovinano il paesaggio. Così han­no risposto, sprezzanti del ridicolo, i consiglieri dell’assemblea campana che il 28 dicembre del 2007, in coda all’approvazione della Finanziaria regionale, si sono scatenati approvando in un baleno 81 risoluzioni. Merce varia. Dall’istituzione del premio «Mela annurca d’oro» alla sagra della Porziuncola di Ceppaloni. Ma su tutto il blocco, votato all’unanimità «fino al varo del piano energetico regionale», degli impianti eolici, rei di «com­promettere il contesto ambientale». Ma come! Hanno lasciato devastare la costa da Sperlonga a Salerno, hanno chiuso gli occhi per decenni su almeno 225 discariche clandestine (dati del corpo forestale) riempite di pattume tossico, hanno strillato per anni a parole contro mostri di cemento come l’Hotel Fuenti, non hanno mai avuto il fegato di sfidare i 700.000 abusivi che negli anni hanno costruito 45.000 edifici nella «zona rossa» ad altissimo rischio sulle pendici del Vesuvio (di cui 5000 dentro lo stesso Parco del vulcano) e da­vanti all’immenso sfascio della sgangherata periferia partenopea strafatta di immondizia, loro di cosa si preoccupano? Dei mulini a vento!

e il solare? Un gruppo di scienziati riuniti nella Trans-Mediterranean Renewable Energy Cooperation (Trec) ha messo a punto un progetto per sfruttare il luogo più assolato e disabitato del mondo, il Sahara, dove il sole batte 365 giorni l’anno e dove una distesa di pannelli solari potrebbe scaldare a temperature altissime una condotta speciale che alimenterebbe, ha spiegato sull’«Espresso» Federico Terrazza, una turbina in grado di pro­durre energia elettrica in quantità. Una cosa nuova, capace di «soddisfare l’attuale domanda di energia elettrica di Europa, Medio Oriente e Nord Africa» con 35 impianti che occupereb­bero solo lo 0,3% della superficie del deserto.

Anche Rubbia è al lavoro sul «solare termodinamico». Col Progetto Archimede. Ispirandosi al genio siracusano che con­centrando il calore del sole in grandi specchi «ustori» riuscì a incendiare le navi romane che assediavano la città, il premio Nobel ha previsto di piazzare un chilometro quadrato di spec­chi parabolici che assorbono e scaricano il calore su una rete di tubi dentro i quali scorre una miscela di sali che viene portata a 550 gradi, una temperatura impossibile da raggiungere col «so­lare» tradizionale fotovoltaico. «È come uno scaldabagno: puoi farti la doccia anche di notte o quando non c’è il sole.»

Costretto ad andarsene dall’Enea ai tempi del governo berlusconiano dopo essere stato bollato di incapacità da Claudio Regis, un sedicente ingegnere soprannominato «Valvola» e no­minato nel CdA per meriti leghisti, il grande fisico goriziano ha potuto per anni portare avanti il suo progetto solo in Spagna. Dove fu accolto a braccia aperte e dove oggi stanno nascendo una ventina di centrali solari di ultima generazione.

E qui è il punto. L’ipocrisia più fastidiosa. Costretti a di­pendere per l’88% dall’estero e diffidenti se non ostili a ogni altra forma di energia, ci riempiamo la bocca da anni con «il solare, il solare, il solare!». Poi vai a vedere i numeri e scopri che nel 2006 la Germania, dove il sole è quello che è, ha pro­dotto col solare 2000 gigawattore di energia elettrica, contro le 35 dell’Italia: 57 volte di più. Che in Austria, altro Paese dal cli­ma non mediterraneo, ci sono come in Grecia 200 metri qua­drati di pannelli per la produzione d’acqua calda ogni mille abi­tanti, da noi solo 8. Che il Lussemburgo, nonostante sia grande poco più della metà del Molise e abbia 182 giorni di pioggia l’anno, produce col «solare» il 60% dell’elettricità che coi pan­nelli produciamo noi.

Ma la «chicca» è una circolare mandata nel novembre del 2007 dalla soprintendente per i Beni architettonici e il paesag­gio del Lazio Anna Maria Affanni a una sessantina di Comuni. Tre righe. Oggetto: impianti fotovoltaici. «Si informa che la Di­rczione regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Lazio con nota del 22/10/2007 prot. n. 13635 ha comunicato di so­spendere qualsiasi iniziativa in materia, in attesa che il Comita­to di settore elabori uno schema di norma di indirizzo a valore per tutto il territorio nazionale.» Norme attese da anni. Tradu­zione: fermi tutti. Basta pannelli solari. Sono così brutti, sui tet­ti assolati del Bel Paese…

se ti piace condividi su Facebook e/o altri siti cliccando qui a destra Bookmark and Share  Gianni Girotto


Una Risposta to “Indispensabili – La Deriva – Quali fonti energetiche?”

  1. guido said

    Visto quano sritto di cui sopra deduco quanto segue: siamo in mano ad un branco di incapaci e pure in malafede,forse non esiste nel vocabolario un vocabolo abbastanza dispregiativo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: