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La Finanza Etica cresce

Posted by giannigirotto su 13 giugno 2010

Mi fa piacere riportare questo articolo di circa un anno fa pubblicato dal “Corriere della Sera”, di Gabriela Jacomella, che faceva il punto sulla diffusione delle forme di finanziamento etico in Italia. E’ già passato quasi un anno e quindi alcune cose sono cambiate, ma io per primo ho scoperto tante realtà che non conoscevo e che mi sembra giusto condividere. Buona Lettura.

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Microcredito: è boom anche in Italia
Prestiti per cominciare il lavoro
– Gabriela Jacomella

Tutti ne parlano, pochi saprebbero dire con esattez­za che cosa sia. E lui, intanto, cresce. Magari un po’ disordinatamente, e nel silenzio. A parlare chiaro, però, ci sono le cifre: in Italia, tra 2004 e 2005 (è l’Istat a dirlo) è cresciuto del 7% il popolo dei «non-risparmia-tori», quelli che a fine mese non hanno monete da af­fidare al salvadanaio. Quasi il 40% degli italiani ha al­meno un prestito in corso, il 25% – dati della Banca Mon­diale – è escluso dal credito e dai servizi finanziari. È per loro che il microcredito, in Italia, cresce: nell’ulti­mo biennio, le somme erogate sono aumentate del 33%, i beneficiari del 24% (III Kapporto sul microcredito in Ita­lia, C. Borgomeo&Co). Studenti e «atipici», donne e im­migrati, over 40 «espulsi» dal mercato del lavoro. Ma anche famiglie normali, quelle che sempre più spesso contano i giorni che mancano alla fine del mese. Nato in Asia, dall’esperienza di Muhammad Yunus, il prestito che coinvolge e non esclude, che da fiducia e dignità, si sta af­fermando anche nel «primo mondo», su tutti i livelli del mercato: dalle esperienze di base alle realtà «virtuali». Seducendo anche il mondo bancario.

Al centro, la persona
«II punto è che la gente ha sempre meno soldi, e quelli che ci sono servono per le esigenze primarie. Prima ci si in­debitava per mantenere un tenore di vita alto; ora per la salute, la scuola, la casa». Alessandro Messina, econo­mista, si occupa da anni di finanza etica (La finanza utile, Carocci 2007). E per lui, il quadro è chiaro: il microcredi­to, e in generale la microfinanza, sono gli strumenti con cui una parte d’Italia, quella «non bancabile», reagisce al­l’esclusione dai circuiti finanziari. Uno dei luoghi da cui è partita la «ribellione» sono le Piagge, quartiere fioren­tino periferico e problematico, un grumo di case popola­ri stretto tra Arno ed ex inceneritore, ferrovia e aerei a bassa quota. Dal centro sociale «II Pozzo» sono usciti, in 8 anni, 260mila euro di prestiti (fondoetico.blog-spot.com). Tutti destinati a persone o progetti che nel quartiere vivono o sono destinati a realizzarsi. I soldi vengono dagli stessi cittadini, che diventano così soci del Fondo; la gestione è delegata alla Mag6, la Mutua autogestita di Reggio Emilia, società cooperativa finanzia­ria nata nel 1988 (ad oggi, in Italia ci sono 6 Mag, tutte impegnate in progetti di microcredito). Nessun tasso di interesse: si paga Pl,5%, che copre costi dell’operazio­ne. Per ogni prestito, due fideiussori che «condividono il rischio», e un re­ferente. Le quote: fino a 2.600 euro per il mutuo soc­corso» (dal dentista ai problemi di bollette), fino a 7.000 per la microimprenditorialità. Le erogazioni sono state 89, l’insolvenza è dell’I,5-2%, «un prestito solo ci è sfuggito di mano, ma
perché quella persona è fini­ta in carcere…», spiega don Alessandro Santoro, da 14 an­ni anima di questa attivissima comunità di base. Don Alessan­dro usa parole semplici, per lui il microcredito è «ridare la paro­la alle persone, ridare dignità al superfluo. Il principio è che dal denaro non si può fare altro denaro», a chi presta viene ga­rantito il ritorno del versato, nulla più.
E a Firenze, l’esperienza è sta­ta «replicata» dal FondoEssere (www.fondoessere.org), nel vicino quartiere dell’Isolotto. «Nel “micro”, le esperienze di economia solidale funzio­nano molto bene», commenta Marco Gallicani, presidente di Finansol (www.finansol.it), sito di promozione della
finanza solidale. Perché al primo posto, nel microcredito,c’è la persona. Le parole d’ordine: responsabilità e relazio­ne. Che vuoi dire, anche, condivisione del rischio. A chi ri­chiede il prestito (fino ai 25mila euro, in generale)non si richiedono garanzie patrimoniali o di reddito,
bensì una «rete fiduciaria», con più soggetti che fanno da garanti. Altro pilastro importante: le attività di forma­zione, dalla domanda alla restituzione del prestito stesso.
«Non sono microcredito in senso stretto – specifica Gallica­ni – le esperienze basate su un fondo di garanzia o quelle che ne fanno una questione di marketing». Sta di fatto, però, che in Italia si sono moltipllcate le esperienze «ibri­de»; a partire dal 2.005, Anno mondiale del microcredito, il fenomeno «è uscito dal mondo dell’altra economia e ha con­taminato la grande finanza», scrive Tonino Perna. docente di Sociologia eco­nomica a Messina. Di recente, l’espe­rienza alternativa di Banca Etica è stata «affiancata» da Banca Prossi­ma, cestola «no profit» del gruppo Inte­sa-San Paolo. Se­gno di un interesse crescente e trasver­sale, la risposta a una necessità sem­pre più diffusa.

Dal solidale al finanziario
Sul palcoscenico del microcredito, gli attori principali sono gli enti pub­blici. Come il Co­mune di Roma, già promotore di un progetto destinato agli immigrati: 30 beneficiari e un investimento da un milione di eu­ro. O la Regione Lazio, con il Fondo promosso dall’as­sessore al Bilancio. Nato nel 2006, ra­mificatesi sul terri­torio grazie a un cali center e una rete di operatori (dall’Arci alla Caritas), ha già inoltrato alle banche di «appoggio» 850 domande: 450 quelle accettate, dalle microimprese ai crediti di emergenza, passando per il sostegno ai detenuti; 3,4 i milioni di euro erogati. «Da noi – spiega Nieri – arriva molta gente “incastrata” nel circolo infernale delle carte revolving. Le doman­de sono tante, sempre più italiani arrivano a malapena a fine mese. E basta una spesa imprevista, l’auto che si rompe, i libri di scuola…». La parola d’ordine è «respon­sabilizzare». E i soldi ritornano: «Del resto sono fondi nostri (per il 2008 abbiamo stanziato 3 milioni), chi li prende sa di dover garantire chi verrà dopo di lui». Un ap­proccio «pedagogico» condiviso anche dalla Regione To­scana, che dall’esperienza di Fabrica Ethica (proget­to sulla responsabilità sociale d’impresa ha fatto na­scere Smoat, il «sistema microcredito orientato e as­sistito toscano». L’obiettivo è lo startup d’impresa; la Regione, grazie a un fondo da 15 milioni di euro, fa da garante all’80%, per un importo massimo di ISmila eu­ro; 236 i finanziamenti già erogati, per oltre 3mila
euro. Le imprese italiane sono 144, dal centro di velate-rapia all’azienda di tessuti ecologici per cucce di cani e gatti. «E il 30% dei beneficiari – fa il punto la coordinatri-ce Fabrizia Paloscia – sono over 44, la fascia d’età più problematica».
Un solo obiettivo, molte esperienze, nessun bilancio glo­bale. Perché in Italia, spiega Gallicani, «mancano tre cose: il coordinamento, la formazione, un’attività di lobbying. Siamo l’unico Paese in cui non c’è una legge di riferimento per queste realtà, forse perché si tende anco­ra a considerare la solidarietà come beneficenza». Il qua­dro è a macchia di leopardo, «la sensazione – interviene Messina – è che il microcredito sia diffuso molto più a Nord che a Sud, anche per il legame con le fondazioni bancarie». Però in Molise c’è Senapa (www.progetto-senapa.it), con prestiti a piccoli imprenditori o parroc­chie; in Puglia, Handled With Care punta a coinvolge­re la popolazione albanese residente nella Regione. Tra le associazioni più note – tanto da aver fondato, con altri, la rete italiana di microfinanza Ritmi -, c’è la bolognese MicroBo (www.micro.bo.it): importo massimo 7.000 euro, tasso annuo dell’8%. Servono due garanti morali e «un’idea chiara di impresa». Il target: precari, disoccupa­ti, immigrati (l’80% degli utenti). Un gruppo di imprendi­tori ha sottoscritto il fondo di garanzia, l’associazione se­gue i progetti. Il presidente onorario è Yunus. A Torino, invece, hanno pensato di fare un passo più in là. «In Italia il microcredito è ancora visto come credito ai poveri; noi abbiamo deciso di vederlo come uno stru­mento finanziario innovativo»: Permicro (www.permi-cro.it), è una società specializzata in microcredito, sede nel capoluogo piemontese, operatività nazionale (con sportelli a Cagliari e Roma). Partiti a gennaio, hanno già erogato circa 25 microcrediti all’impresa (tetto mas­simo di ISmila euro), e microcrediti alle famiglie per un centinaio di migliaia di euro al mese. A fare da filtro e garante, una «rete» che va dalle comunità etniche alle parrocchie. Il tasso è del 10-11%, «altissimo rispet­to ad altri progetti di microfinanza, basso rispetto al ri­schio. La stessa Grameen di Yunus applica un tasso del 16%; ma la socialità del microcredito è l’accesso al credi­to, non il tasso di interesse». E la professionalità, alla fi­ne, ha i suoi costi. Il futuro, però, è già altrove. E si chia­ma finanza peer-to-peer, quella in cui – spiega Messi­na – «non c’è più il soggetto debole, perché si è contem­poraneamente prestatore e richiedente». È il caso di Zopa (www.zopa.it), prima comunità online di prestito sociale; nata in Gran Bretagna, operativa in Italia dal gennaio 2008, ha erogato quasi un milio­ne e mezzo di prestiti e conta oltre 17mila iscritti. Sul Web, i prestatori e i richiedenti interagiscono diretta­mente, negoziando sulle condizioni del prestito, i tassi (in media, intorno all’8%), la durata. Zopa fa da gestore e da «garante». «Gestiamo in media 5-10 prestiti al gior­no. I nostri utenti vanno dall’investitore informato all'”antibanca”, che cerca un rapporto con la persona, una rete sociale». Non è filantropia, non è neanche microcredito. Ma cresce a un ritmo del 17% al mese.

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