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Indispensabili: La decrescita felice – Povertà e ricchezza

Posted by giannigirotto su 27 febbraio 2011

Non poteva mancare nella mia sezione Indispensabili questo scritto di Maurizio Pallante, che ovviamente rappresenta il punto d’unione di coloro che si riconoscono nell’omonimo Movimento per la Decrescita Felice.

Anche questo libro rientra tra i miei preferiti perchè non si limita a denunciare situazioni insostenibili, ma propone delle alternative concrete e virtuose, che ci consentono di mantenere un elevato livello qualitativo di vita, senza compromettere le risorse che lasceremo ai nostri figli.

Ecco l’estratto del capitolo (clicca sulla foto per vedere gli altri):

Povertà e ricchezza

Nelle società opulente viene considerato povertà relativa chi ha un reddito inferiore alla metà del reddito medio… Nelle società «sottosviluppate» è considerata poverta assoluta chi ha un reddito inferiore a 1 dollaro al giorno, ma una interpretazione più estensiva ritiene che possa essere con­siderato tale anche chi ha un reddito giornaliero tra 1 e 2 dollari…

… , come parametro di benessere e di ricchezza il reddito monetario, cioè la possibilità di comprare merci, è più aleatorio dell’autoproduzione: se per una qualsiasi ragione i supermercati e i negozi di abbigliamento non potessero essere riforniti, i soldi non si possono né mangiare, né indossare; se ci fossero difficoltà di approvvigionamento di petrolio, bruciando la cartamoneta si ricaverebbe ben poco calore; se i prezzi delle fonti fossili salissero alle stelle, la ricchezza misurata col reddito si ridurrebbe in pro­porzione inversa. Come indicatore di ricchezza sono molto più si­gnificativi un orto e un bosco, cioè la possibilità di autoprodurre beni, che un conto in banca, cioè la possibilità di comprare merci. Ma i beni autoprodotti per autoconsumo non rientrano nel calco­lo della contabilità e della ricchezza nazionale, le merci si.

Parlando invece dei Paesi sottosviluppati e di una loro eventuale “conversione” al modello consumistico occidentale, l’autore sottolinea che… Nella peggiore delle ipotesi, la più realistica, la concorrenza internazionale dei paesi più evoluti tecnologicamente e più ricchi economicamente costringerà a tenere così bassi i prezzi di vendita dei prodotti agricoli che i modesti incrementi del reddito monetario non consentiranno di compensare con l’acquisto di merci la perdita dell’autosufficienza produttiva di beni. Quanto all’occupazione nelle industrie di proprietà delle multinazionali, o che producono per esse, la irrisoria crescita del reddito monetario derivante da salari al limite della sopravvivenza non consente certamente un’uscita dalla povertà, né la disciplina da caserma, la durata degli orari di lavoro, la mancanza delle più elementari misure di sicurezza costituiscono un miglioramento della qualità della vita. Sia nell’agricoltura, sia nell’industria la crescita non si trasformerà in benessere, ma in peggioramento delle condizioni di vita…

… per combattere la povertà relativa nelle società opulente si ritiene che occorra far superare la soglia del 50 per cento del reddito medio a coloro che ne sono al di sotto, ma questo innesca una spirale perversa in cui non vi è mai fine all’aumento del PIL e relativi aumenti delle retribuzioni medie e all’aumento dei consumi… Invece questa strada non solo non è ovvia perché non consente di ottenere i risultati voluti, ma impedisce di vedere un’altra possibilità molto più efficace: quella di ridurre il bisogno di merci sviluppando l’autoproduzione di beni. L’insufficienza del reddito monetario viene cosi superata dalla eliminazio­ne del bisogno di acquistare tutto ciò che si autoproduce. Può una società fondata sulla crescita perseguire questo tipo di soluzione che comporta una decrescita economica? Può immaginare qual­cosa che implicherebbe una mutazione della sua natura? Ma se non la immagina nemmeno chi è stretto nella sofferenza della po­vertà, vuoi dire che è avvenuta, per usare le parole di Pasolini, una mutazione antropologica. Che questa prospettiva è stata cancella­ta dall’ambito del possibile. Oltre a fornire l’unica soluzione reali­stica al problema della povertà, relativa e assoluta, l’autoproduzione ha quindi una valenza politica di contrasto ai meccanismi economici che la generano, e una valenza culturale di liberazione dagli schemi mentali imposti agli esseri umani dalla mercificazione assoluta.

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