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Indispensabili: La decrescita felice – Decrescita, lavoro e occupazione

Posted by giannigirotto su 3 marzo 2011

Non poteva mancare nella mia sezione Indispensabili questo scritto di Maurizio Pallante, che ovviamente rappresenta il punto d’unione di coloro che si riconoscono nell’omonimo Movimento per la Decrescita Felice.

Anche questo libro rientra tra i miei preferiti perchè non si limita a denunciare situazioni insostenibili, ma propone delle alternative concrete e virtuose, che ci consentono di mantenere un elevato livello qualitativo di vita, senza compromettere le risorse che lasceremo ai nostri figli.

Ecco l’estratto del capitolo (clicca sulla foto per vedere gli altri):

Decrescita, lavoro e occupazione

Se il numero di coloro che si autoproducoho lo yogurt cresces­se in misura rilevante (non sarà così, perché tutto il sistema conti­nuerà a far credere che sia un progresso e una liberazione di tem­po andarlo a comprare), diminuirebbe la domanda di yogurt pro­dotto industrialmente. Di conseguenza… partirebbe su tutta la filiera una reazione a catena di diminuzione delle produzione/servizi con conseguenti riduzioni del personale, terribile no?…

Apparentemente sembra che questo ragionamento non faccia una grinza. In realtà, se si analizza con attenzione si vede che è la sintesi di tre presupposti, ritenuti talmente evidenti da non dover essere dimostrati, su cui invece occorre fare qualche riflessione:

1) l’identificazione del lavoro con l’occupazione, cioè con il lavo­ro salariato;

2) la convinzione che la crescita economica faccia crescere l’occu­pazione;

3) la convinzione che la decrescita economica faccia decrescere l’occupazione.

Una prima considerazione è che tutti i lavori non retribuiti (casalinghe, autoproduzione, scambi, volontariato) non entrano nelle statistiche e nel PIL, sono insomma sommersi, ma non per questo non producono ricchezza. Altra considerazione è che… Anche le fabbriche di armi creano occupazione, ma se il lavoro è l’attività con cui la specie umana migliora le sue condizioni di vita, la produzione di armi è una contraddizione in termini. Anche le fabbriche di mine che mutilano i bambini creano occupazione. Eppure chi all’università ha studiato che i conti devono avere un più davanti sostiene l’e­sportazione di armi e se ne rallegra. Anche la droga crea occupa­zione e chi ne ricava reddito può accedere alla sfera delle merci lecite che altrimenti gli sarebbe preclusa, contribuendo con i suoi acquisti alla crescita del prodotto interno lordo…

… La decrescita del prodotto interno lordo derivante dallo sviluppo dell’autoproduzione di beni può comportare un decremen­to dell’occupazione, ma non del lavoro e compensa la diminuzio­ne del reddito monetario con una minore necessità di acquistare merci. L’entità del reddito monetario di cui si ha bisogno per vi­vere è inversamente proporzionale alla quantità di beni che si autoproducono. Maggiore è la quantità e lavoro applicata alla pro­duzione di beni, minore è la necessità di lavorare in cambio di un reddito monetario. L’aumento dei beni autoprodotti non solo è in grado di sostituire la riduzione del potere d’acquisto di merci, ma, quel che più conta costituisce un miglioramento qualitativo non altrimenti ottenibile. Se l’autoproduzione dello yogurt si diffondesse, i lavoratori del settore caseario potrebbero dedicare la riduzione del tempo di lavoro salariato che ne consegue ad auto-prodursi pane e vegetali qualitativamente superiori a quelli che comprano, a dedicare più tempo ai propri figli o ai propri genito­ri invece di affidarli a pagamento ad estranei, a inventare un rap­porto di coppia più bello, a sviluppare il loro sapere (approfondi­re la storia dell’arte, ascoltare musica leggere la Divina Comme­dia) e il loro saper fare (il restauro di mobili, le riparazioni, la manutenzione), a passare il tempo libero in modo meno costoso, più sano e creativo delle code di 20 kilometri in autostrada…

…occorre ancora verificare se, come generalmente si crede e viene ossessivamente ripetuto da politici, economisti, industriali, sindacalisti e giornali­sti, la crescita economica sia indispensabile per far crescere l’oc­cupazione. I dati dell’Istat lo smentiscono. Dal 1960 al 1998 in Italia il prodotto interno lordo a prezzi costanti si è più che tripli­cato, passando da 423.828 a 1.416.055 miliardi di lire (valori a prezzi 1990), la popolazione è cresciuta da 48.967.000 a 57.040.000 abitanti, con un incremento del 16,5 per cento, ma il numero degli occupati è rimasto costantemente intorno ai 20 mi­lioni (erano 20.330.000 nel 1960 e 20.435.000 nel 1998). Una cre­scita cosi rilevante non solo non ha fatto crescere l’occupazione in valori assoluti, ma l’ha fatta diminuire in percentuale, dal 41,5 al 35,8 della popolazione…

Viceversa, il passaggio dall’attuale economia industriale usa&getta ad un’economia in cui vengano finalmente sviluppate pervasivamente il riciclaggio, il recupero e ristrutturazione edilizia, la costruzione di nuova edilizia “sostenibile ed efficente”, la riconversione della logistica verso l’elettrico e i trasporti pubblici, la diffusione delle energie rinnovabili sia a livello di grandi centrali sia sopratutto a livello domestico (intese sia come fotovoltaico, che come micro eolico, che come geotermico ecc.) le bonifiche ed il recupero ambientale e culturale/artistico ecc. ecc. porterebbero un impulso ed un aumento dell’occupazione (permanente) inarrivabile con qualsiasi altra soluzione…

Invito in tal senso a leggere gli ampi estratti del libro “Voglia di cambiare” e “L’anticasta” che riportano una serie estremamente significativa di attuazioni concrete dei suddetti principi, rispettivamente a livello europeo e nazionale. Leggendoli avrete una precisa e d appunto concreta conferma di come le soluzioni ci siano, siano già state collaudate e implementate a livello locale, e portino appunto vantaggi (non svantaggi) generalizzati per la società.

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