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Indispensabili: La decrescita felice – Decrescita e Paesi poveri

Posted by giannigirotto su 7 marzo 2011

Non poteva mancare nella mia sezione Indispensabili questo scritto di Maurizio Pallante, che ovviamente rappresenta il punto d’unione di coloro che si riconoscono nell’omonimo Movimento per la Decrescita Felice.

Anche questo libro rientra tra i miei preferiti perchè non si limita a denunciare situazioni insostenibili, ma propone delle alternative concrete e virtuose, che ci consentono di mantenere un elevato livello qualitativo di vita, senza compromettere le risorse che lasceremo ai nostri figli.

Ecco l’estratto del capitolo (clicca sulla foto per vedere gli altri):

Decrescita e Paesi poveri

… il reddito dei paesi poveri non può non crescere se si vuole che escano dalla povertà. O no?

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, che pagava a Cuba lo zucchero a prezzi molto superiori a quelli di mercato, l’econo­mia dell’isola è entrata in crisi e la struttura produttiva agroindu­striale fondata sulla monocoltura della canna da zucchero si è di­sfatta. Gli agricoltori non avevano più i soldi per comprare il carburante per le macchine agricole, i concimi di sintesi e tutte le altre protesi chimiche necessarie alla produzione intensiva. Se­condo i dati della Fao, nel 1989 ogni cubano assumeva circa 3.000 calorie al giorno. Quattro anni dopo questo valore era sceso a 1.900. In pratica saltavano un pasto al giorno. Poi qualcosa è cambiato: al posto delle colture di canna da zucchero sono spun­tati migliaia di piccoli orti in cui vengono coltivati frutta e ver­dura. In mancanza di prodotti chimici il sistema agricolo è di­ventato di fatto biologico. Al posto dei trattori è stata reintro­dotta la trazione animale. È stata vietata la macellazione dei buoi, l’istituto di ricerca per l’agricoltura ha messo a disposizione il progetto di un aratro multiplo per l’aratura e l’erpicatura. Ven­gono organizzate fiere dove si vendono gli animali, sono nate botteghe di redini e finimenti. Il numero dei fabbri è quintupli­cato. I due terzi delle terre di proprietà statale sono state ridistri­buite a cooperative o singoli agricoltori che possono vendere le eccedenze. Dalle 50 mila coppie di buoi presenti a Cuba nel 1990 si arriva alle 400 mila del 2000. Il sistema ha funzionato cosi be­ne che oggi i cubani si sono riappropriati di quel pasto giornalie­ro che avevano perso.

La decrescita economica realizzata col passaggio dalla produzione per il mercato all’autoproduzione per autoconsumo, dalla produzione di merci alla produzione di beni, dalla canna da zucchero alla frutta e agli ortaggi, dalla quantità drogata chimicamente alla qualità dei cicli naturali, ha accresciuto il benessere dei cubani e migliorato la qualità dell’ambiente in cui vivono. Li ha fatti . diventare meno sviluppati e più ricchi. Ora non solo mangiano di più (da 1.900 a 3.000 calorie al giorno), ma mangiano meglio: più varietà e coltivate biologicamente. Ha ridotto l’occupazione e ha creato lavoro, ha sostituito il reddito con cui acquistavano ciò che riuscivano a trovare sul mercato con l’autoproduzione di ciò che vogliono. Ha arricchito il patrimonio collettivo del sapere e del saper fare attraverso la riscoperta di mestieri che emancipano dal­le fluttuazioni dei prezzi imposti dalle multinazionali in base ai propri interessi. Ora i cubani hanno di più perché sanno di più. Hanno un reddito reale, fatto di beni, che dipende soltanto dal loro lavoro. Non un reddito aleatorio come quello monetario. Ma sono tornati dai trattori alle coppie di buoi, dai meccanici agli ar­tigiani del cuoio, dai giunti cardanici ai finimenti, dai concimi chi­mici allo stallatico, dalle scatole di conserva alla passata di pomodoro. È stato un progresso o un regresso?

Viceversa in una larga parte del mondo, l’avvio dell’agricoltura “industriale”  ha portato sì una crescita della produzione, ma paradossalmente un impoverimento generale, ed ecco perchè: L’uso dei fertilizzanti chimici per accrescere i rendimenti comporta il passaggio da un’agricoltura di sussistenza a un’agricoltura mercantile. Dalla biodiversità per autoconsumo alla monocoltura della specie più redditizia del luogo. I fertilizzanti chimici costano e il denaro necessario ad acquistarli si può avere solo se si vende ciò che si produce, ovvero,, solo se si produce per vendere. Ma gli incrementi della produzione che consentono di ottenere l’aumen­to dell’offerta comportano una diminuzione dei prezzi di vendita. Inoltre impoveriscono la fertilità dei suoli, per cui ne occorrono quantità crescenti. I piccoli produttori si trovano così ad avere co­sti sempre maggiori e utili sempre minori. Pertanto non sono in grado di sostenere la concorrenza con i grandi produttori, ma non riescono nemmeno a uscire dalla giostra infernale in cui si sono cacciati, perché avendo smesso di autoprodurre per autoconsumo devono comprare tutto ciò di cui hanno bisogno. La crescita è sta­ta la loro rovina e la rovina del suolo da cui prima ricavavano il necessario per vivere. Se restano nella giostra, il denaro che ne ri­cavano non è sufficiente per acquistare ciò di cui hanno bisogno. Se decidono di uscirne per tornare alla biodiversità e all’agricoltu­ra biologica di sussistenza (indietro non si torna?), devono ricostituire l’humus impoverito dalla fertilizzazione chimica e dalla mo­nocoltura fino alla desertificazione. E ci vogliono anni. Per non parlare dei problemi posti dall’inquinamento delle falde idriche. In uno studio dell’International Labour Organization (Ilo) si leg­ge: «La fame e la malnutrizione aumentano molto rapidamente proprio nelle aree in cui è arrivata la Rivoluzione Verde».

Per quanto riguarda l’Africa e la sua povertà il discorso di Pallante è semplice come la verità che esprime: l’Africa è stata un mero terreno di conquista e sfruttamento, gli occidentali hanno imposto con la forza e l’inganno un modo di vivere assolutamente strutturato per sfruttare il territorio, e che ha innescato un circolo vizioso di impoverimento progressivo. Sono discorsi ormai talmente assodati per chiunque abbia un po’ di conoscenza della materia che ripeterli è superfluo, per chi invece risultassero nuovi ci vuole un po’ di buona volontà e di navigazione/lettura nei siti delle principali ONG per vedere ampiamente confermata questa tesi.

La miseria en­demica che imperversa… nella maggioranza delle regioni definite sottosviluppate, deriva in gran parte dall’imposizione a popolazioni che non hanno chiesto nulla a nessuno, di modi di produzione che non sono adatti né ai loro territori, né al loro saper fare, né alle loro forme di organizza­zione sociale.

Viceversa in Paesi come il Burkina Faso che hanno scelto l’agricoltura biologica… L’autoproduzione e il rifiuto di inse­rirsi nella logica mercantile, l’abbandono della chimica e la scelta della concimazione naturale, la preferenza data ai beni invece che al reddito monetario, alla varietà biologica invece che alla mono­coltura, la valorizzazione del locale e la fedeltà alla propria cultu­ra, l’autosufficienza e l’autonomia invece della subordinazione al mercato mondiale, li hanno fatti uscire dalla povertà in cui li aveva cacciati l’imposizione del modello economico fondato sulla crescita della produzione di merci.

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