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Indispensabili: La decrescita felice – Efficienza, sobrietà e autoproduzione energetica

Posted by giannigirotto su 10 marzo 2011

Non poteva mancare nella mia sezione Indispensabili questo scritto di Maurizio Pallante, che ovviamente rappresenta il punto d’unione di coloro che si riconoscono nell’omonimo Movimento per la Decrescita Felice.

Anche questo libro rientra tra i miei preferiti perchè non si limita a denunciare situazioni insostenibili, ma propone delle alternative concrete e virtuose, che ci consentono di mantenere un elevato livello qualitativo di vita, senza compromettere le risorse che lasceremo ai nostri figli.

Ecco l’estratto del capitolo (clicca sulla foto per vedere gli altri):

Efficienza, sobrietà e autoproduzione energetica

…per ridurre al mas­simo e nei tempi più brevi il consumo di fonti fossili la scelta strategica non era la loro sostituzione con altre fonti, ma la diminu­zione dei consumi energetici mediante la riduzione degli sprechi e il miglioramento dell’efficienza energetica. Più della metà di tutta l’energia che si estrae, si trasporta, si trasforma, si trasporta nella nuova forma e, finalmente, si utilizza, si spreca. Solo un terzo del petrolio che entra nelle centrali termoelettriche diventa elettricità. Due terzi si disperdono nell’ambiente sotto forma di calore inuti­lizzato. E una parte dell’elettricità che esce dalle centrali si spreca lungo le linee di trasmissione. Quando:finalmente arriva nelle case, se ne spreca ancora a causa dei pessimi rendimenti delle lam­pade e degli elettrodomestici. Nel riscaldamento degli ambienti, oltre agli sprechi causati dalla scarsa efficienza caldaie, almeno la metà del calore prodotto si disperde nell’atmosfera a causa della cattiva coibentazione degli edifici. Se si riducono questi sprechi e queste inefficienze si ottengono riduzioni dei consumi di fonti fos­sili molto maggiori di quelle che si avrebbero sostituendole con altre fonti. A costi più bassi e in tempi più brevi. Anche dal punto di vista ambientale, è molto meglio un chilowattora risparmiato di un chilowattora sostituito. Stando cosi le cose, il fulcro su cui fare leva non è l’offerta, ma la domanda di energia. La riduzione della domanda di energia che si può ottenere riducendo gli sprechi e le inefficienze non solo consente di ottenere una diminuzione dei consumi di fonti fossili maggiore di quella che si può ottenere di­versificando l’offerta, ma richiede costi d’investimento inferiori e genera risparmi che, dopo aver ammortizzato l’investimento, si traducono in una diminuzione stabile delle spese di gestione…

…Le aziende che producono, distribuiscono e vendono energia non hanno il minimo interesse che si accresca l’efficienza negli usi finali e si riducano gli sprechi, perché ne deriverebbe una diminu­zione della domanda e dei loro profitti. Meglio un edificio con forti dispersioni termiche di un edificio ben coibentato, meglio le lampade a incandescenza delle lampade a alta efficienza, meglio .convincere le persone a stare in casa con la maglietta a maniche corte e il riscaldamento a 24 gradi che stare a 18 gradi col maglio­ne di lana2. Meglio far pagare il riscaldamento nei condomini a millesimi che a consumo perché il pagamento a consumo induce a non sprecare. A comportarsi con più intelligenza e sobrietà. Tut­tavia, le aziende che producono e vendono energia, in una situa­zione di concorrenza tra più produttori, sarebbero indotte a mi­gliorare l’efficienza dei loro processi produttivi per ridurre i costi e proporre prezzi più competitivi al mercato. Chi produce elettri­cità in una centrale a ciclo combinato con un rendimento del 55 per cento consuma meno combustibile, ha costi più bassi e può fare prezzi più bassi di chi la produce in una centrale termoelet­trica tradizionale con un rendimento del 38 per cento. In un con­tratto di gestione calore chi utilizza caldaie a condensazione con­suma meno metano e può far pagare le calorie a un prezzo più basso di chi continua a utilizzare caldaie inefficienti. Nella produ­zione di energia e nella fornitura di servizi energetici la concor­renza costringe ad accrescere i rendimenti per ridurre i consumi alla fonte a parità di chilowattora forniti…

…I monopoli nel settore energetico sono stati costituiti per volontà politica. Sono nati come monopoli pubblici. La loro recente privatizzazione non ha risolto i problemi posti dalla mancanza di concorrenza e ha capovolto i loro rapporti col potere politico. Se prima i loro dirigenti erano designati dal sistema politico, ora mol­ti amministratori pubblici sono scelti e sostenuti politicamente dai poro consigli di amministrazione. Se prima il denaro pubblico ripianava i loro deficit derivanti dalle funzioni non redditizie di carattere sociale che dovevano assolvere, ora i loro profitti ripianano i deficit dei bilanci pubblici. Questo capovolgimento di rap­porti costituisce un vulnus alla democrazia perché sottrae di fatto controllo dell’elettorato la gestione di quote sempre maggiori denaro pubblico investito in funzioni di pubblica utilità. Forti iella loro situazione privilegiata sul mercato nazionale (Enel, Eni consociate) o locale (le ex municipalizzate), nonché della loro influenza sui decisori politici, i monopoli ex pubblici privatizzati costituiscono il principale ostacolo alla liberalizzazione del mercato, alla definizione cioè di un contesto normativo in cui chiunque voglia possa diventare produttore di energia e chiunque possa comprare l’energia da chi crede. Senza la liberalizzazione non solo manca la concorrenza, che costituisce il prerequisito per lo sviluppo dell’efficienza energetica (e per la riduzione della domanda di energia che ne consegue), ma non si può realizzate l’autoproduzione, che è lo strumento fondamentale per ridurre l’incidenza nel mercato anche in questo settore…

… Prima della nazionalizzazione dell’energia elettrica, l’autoproduzione aveva dimensioni non trascurabili soprattutto a livello industriale, ma niente avrebbe impedito il suo sviluppo an­che nel settore civile se la tecnologia fosse stata in grado di realiz­zate impianti di piccola taglia (cosa avvenuta solo a partire dagli anni settanta). La costituzione del monopolio statale l’ha di fatto impedita. Nessuno oltre il monopolista poteva produrre energia elettrica se non per autoconsumo, ma le aziende industriali erano disincentivate a farlo da una politica tariffaria che abbatteva il prezzo dei chilowattora acquistati dai grandi consumatori scari­candone i costi sugli altri consumatori attraverso il meccanismo del sovrapprezzo termico: una tassa sui chilowattora prodotti da fonti fossili pagata sulla bolletta. L’energia elettrica si poteva solo comprare. Si poteva avere solo sotto forma di merce. Non poteva essere un bene. La nazionalizzazione non è stata una limitazione, ma un’estensione totalizzante del mercato. Per quale ragione sì può pensare di autoprodurre l’energia elettrica di cui si ha biso­gno, se non per convenienza? Se non perché l’energia autopro­dotta costa meno di quella che si compra? Per costare meno, o si produce con più efficienza dalle fonti fossili (co-generazione), o si usa la fonte rinnovabile più interessante del territorio (il vento, il Sole, un corso d’acqua, un bosco). In entrambi i casi si riduce il consumo di fonti fossili. Quindi il vantaggio economico personale contribuisce al miglioramento della qualità ambientale. Però chi autoproduce i chilowattora di cui ha bisogno è un cliente in meno per chi vende la merce energia, fa diminuire la domanda e decre­scere il prodotto interno lordo.

I consumi elettrici di ogni utenza, civile, commerciale, profes­sionale, industriale, variano nell’arco della giornata. In alcune ore sono più intensi, in altre meno, in altre quasi nulli. Nelle abitazio­ni delle famiglie in cui entrambi i genitori lavorano e i figli vanno a scuola, di mattina e nel primo pomeriggio sono minimi. Nella seconda metà del pomeriggio, alla sera e al risveglio mattutino raggiungono i picchi più alti. La notte tornano ai livelli minimi. Una famiglia che autoproducesse la sua energia elettrica, per esempio utilizzando un salto d’acqua, nelle ore in cui non la censuma, cosa può farne se non venderla? Ma come può venderla se il mer­cato non è liberalizzato, se cioè non si consente di vendere ener­gia e chiunque possa farlo, se non si consente a chi la compra di comprarla da chi gliela vende al prezzo più conveniente? Gli au­toproduttori non sono quindi soltanto dei clienti in meno per chi vende energia, ma dei potenziali concorrenti in più. Chi controlla monopolisticamente il mercato, ed è legato a doppio filo col pote­re politico, farà di tutto per impedire che ce ne siano. Nelle azien­de commerciali e artigianali, negli studi professionali e nelle indu­strie i consumi energetici hanno un andamento complementare a quello delle abitazioni. I livelli più alti si registrano nelle ore diur­ne delle giornate lavorative. Dalla sera alle prime ore del mattino scendono al minimo. Lo stesso andamento complementare si veri­fica nei giorni festivi, quando i consumi energetici sono massimi nelle famiglie e quasi nulli nei luoghi di lavoro. In un mercato li­beralizzato, chi volesse autoprodurre energia elettrica non avreb­be convenienza a installare una potenza in grado di coprire i pic­chi dei suoi consumi, perché dovrebbe sostenere un costo d’investimento eccessivo rispetto alle sue esigenze per avere un surplus eccessivo nella maggior parte delle ore della giornata. Gli baste­rebbe una potenza in grado di soddisfare il suo fabbisogno medio e rimanere collegato alla rete elettrica. Per avere un dato di riferimento, le utenze familiari con contatori da 3 chilowatt mediamen­te utilizzano una potenza di 800 watt. Con questa configurazione, nelle ore in cui si consuma meno elettricità di quella che si produ­ce si possono cedere le eccedenze alla rete, mentre nelle ore in cui se ne produce meno di quella che si consuma si può acquistare; dalla rete quanto manca. Poiché le ore piene delle attività produt­tive corrispondono alle ore vuote delle famiglie e viceversa, l’autoproduzione in un sistema energetico liberalizzato determina una situazione di equilibrio tra la domanda e l’offerta e accresce al massimo l’efficienza della produzione.

Lo sviluppo dell’autoproduzione energetica ridisegna comple­tamente il sistema energetico, operando uno spostamento da una struttura centralizzata, composta da pochi grandi impianti di produzione collegati con un sistema di distribuzione unificato, com­plesso, ridondante, predisposto per trasporti a lunga distanza, a una struttura a rete di impianti di taglie ridotte, distribuiti sul ter­ritorio, interconnessi con una rete di sistemi di distribuzione a corto raggio, sul modello della rete informatica. Ciò comporta il superamento della rigida divisione dei ruoli tra pochi grandi pro­duttori-venditori e una miriade di consumatori-acquirenti, perché tutti i consumatori possono tendenzialmente essere autoproduttori che effettuano scambi reciproci delle proprie eccedenze. In que­sto modo la distanza tra la produzione e il consumo si annulla per l’energia autoconsumata e si riduce per l’energia scambiata, per cui le perdite di trasmissione diminuiscono. Al contempo il siste­ma diventa più flessibile e meno vulnerabile in caso di incidenti. Inoltre gli impianti di piccola taglia riducono al minimo l’impatto ambientale della produzione elettrica, da cui non sono esenti nem­meno le fonti rinnovabili. Per costruire una centrale fotovoltaica occorre ricoprire di materiale inorganico (metalli, silicio, plastica, vetro) vastissime superfici di territorio naturale, dove la vegetazio­ne assorbe l’anidride carbonica attraverso la fotosintesi clorofillia­na. Pertanto se da una parte si riducono le emissioni di questo gas in atmosfera, dall’altra si riducono le quantità che ne vengono sot­tratte e trasformate in materia organica. Un piccolo impianto fo­tovoltaico installato sul tetto di una casa e finalizzato all’autocon­sumo non crea questo problema. L’autoproduzione energetica ef­fettuata in piccoli impianti distribuiti sul territorio, tarati sulle esi­genze dell’autoconsumo e collegati a una rete di sistemi di distri­buzione a corto raggio, riduce al minimo la commercializzazione dell’energia, riduce al minimo gli sprechi, accresce al massimo l’ef­ficienza dei processi di trasformazione e degli usi finali dell’ener­gia. Fa decrescere il prodotto interno lordo senza rinunce, miglio­rando la qualità dell’aria e della vita di chi la respira.

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