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Indispensabili: La decrescita felice – Consumatori o niente – Lo Stato sociale

Posted by giannigirotto su 27 marzo 2011

Non poteva mancare nella mia sezione Indispensabili questo scritto di Maurizio Pallante, che ovviamente rappresenta il punto d’unione di coloro che si riconoscono nell’omonimo Movimento per la Decrescita Felice.

Anche questo libro rientra tra i miei preferiti perchè non si limita a denunciare situazioni insostenibili, ma propone delle alternative concrete e virtuose, che ci consentono di mantenere un elevato livello qualitativo di vita, senza compromettere le risorse che lasceremo ai nostri figli.

Ecco l’estratto del capitolo (clicca sulla foto per vedere gli altri):

Consumatori o niente

L’autoprduzione di beni non è semplicemente un mezzo per risparmiare dei soldi, è la conseguenza di una presa di coscienza che ci svincoli dall’essere dei consumatori orientati a sempre maggiori acquisti. Riscoprire cioè il gusto di … dipingere, ascoltare musica e suonare, contemplare, leg­gere e scrivere poesie, pregare. A fare esperienze di vita insieme ai propri figli invece di compensare con l’acquisto di cose i sensi di colpa che si provano quando si affidano tutto il giorno a estranei perché si passa tutto il giorno a lavorare per guadagnare i soldi necessari a comprare le cose che acquietano i sensi di colpa.

E’ necessario cioè… sottrarsi al meccanismo della crescita che obbliga a consumare sempre di più per produrre sempre di più e a produrre sempre di più per consumare sempre di più.

Quando indosso le camicie con cui lavoro nell’orto o spacco la legna, quando indosso i maglioni di lana con cui d’inverno mi met­to davanti al computer, penso che la parola consumatore mi calzi a pennello. Mi da soddisfazione constatare che questi indumenti mi sono serviti per anni nelle relazioni sociali prima di essere lisi, che dopo essere stati consunti dall’uso mi servono in casa per anni prima di diventare stracci, che mi serviranno a pulire la casa e gli attrezzi di lavoro prima che in qualche industria tessile di Prato siano suddivisi per rifarne tessuti. Più lungo è il tempo in cui li uso, minore è il peso della mia impronta ecologica, più leggero sarà stato il passo con cui ho attraversato il mondo negli anni del­la mia vita. Ma quando penso all’uso della stessa parola per indi­care i soggetti che esprimono la domanda in un sistema economi­co che, per continuare a crescere, deve sostituire le merci quando ancora possono essere usate per anni e le trasforma in rifiuti in tempi sempre più brevi, allora penso che indichi una mutazione antropologica degradante sia dal punto di vista dell’intelligenza, sia dal punto di vista della morale. Lavorare per produrre sempre più cose e per avere i soldi necessari a comprarle, buttarle via sem­pre più in fretta per poterne produrre e comprare altre da buttare via ancora più in fretta…

Lo Stato sociale (del benessere… )

Secondo una ricerca condotta dall’Università della città di Hong Kong nel 2004, il 95 per cento dei cinesi ritiene che l’assistenza agli anziani rientri tra i compiti del governo e l’85 per cento che il costo economico debba ricadere su tutta la società piuttosto che sulle singole famiglie. Queste opinioni sono più diffuse nelle province più ricche e industrializzate. La notizia, pubblicata dal quotidiano China Daily, è stata ripresa l’8 gennaio 2005 dal sup­plemento settimanale del quotidiano La Stampa, non tanto per l’in­teresse che poteva suscitare in se stessa, ma perché offriva al com-mentatore l’occasione di svolgere una riflessione di carattere cultu­rale che veniva anticipata e riassunta lapidariamente nell’occhiello: «Nel comunismo pauperista di Mao l’assistenza agli anziani era af­fidata ai figli. Ora che l’economia corre i giovani chiedono aiuto allo Stato»1. Quando si è poveri bisogna arrangiarsi e fare delle ri­nunce che i ricchi non devono fare. Più si diventa ricchi, maggiore è la quantità dei bisogni che si può soddisfare…

…In termini di reddito monetario, nelle società tradizionali caratterizzate da una prevalenza dell’autoproduzione di beni sulla produzione di merci, non costava nulla for­nire ai vecchi i servizi alla persona di cui avevano bisogno. E la presenza dei vecchi in famiglia fino alla morte aveva un’utilità in­sostituibile. La scelta di affidare l’assistenza dei vecchi allo Stato comporta invece un costo monetario, oltre la perdita dei contributi di sapere e di saper fare che essi possono offrire. Per sostene­re i costi monetari dell’assistenza ai vecchi, lo Stato deve ricorrere alla tassazione…

…È un miglioramento? Migliora la qualità della vita dei vecchi lo sradicamento dalla propria famiglia e il ri­covero in un ospizio tra altri vecchi, privati anzitempo della possi­bilità di avere un ruolo sociale e parcheggiati in attesa della mor­te? Migliora la qualità della vita dei giovani lavorare di più per da­re più soldi allo Stato in modo da consentirgli di organizzare l’as­sistenza dei vecchi e perdere nel contempo l’apporto della loro esperienza? Migliorano la qualità e la vita delle persone in una so­cietà in cui è più importante produrre cose che costruire relazioni umane? In cui il tempo dedicato a produrre cose impedisce di co­struire relazioni umane significative e le relazioni con le cose so­stituiscono affettivamente le relazioni con le persone? Anche con quelle che ti hanno dato, o a cui hai dato la vita?…Più avanti nel capitolo Pallante racconta le differenze tra la morte dei nonni in casa, e dei genitori in ospedale, i primi circondati dall’affetto dei figli, i secondi solo da tubi, cannule e macchine respiratrici… dov’è la qualità di vita migliore? (lo chiedo a me stesso…)

…Se i vecchi non venissero ricoverati negli ospizi e rimanessero in famiglia, i giovani dovrebbero dedicare ad essi una parte del lo­ro tempo, sottraendola al tempo che possono dedicare alla produ­zione di merci. Dovrebbero cioè svolgere un’attività che non comporta transazioni di denaro e, quindi, non fa crescere il prodotto interno lordo, riducendo il tempo che possono dedicare a un’atti­vità che lo fa crescere. La crescita verrebbe sforbiciata da due lati. Ma non è tutto, perché se i vecchi restano a casa possono, per esempio, dedicare il loro tempo ai nipoti quando i loro genitori sono al lavoro, fornendo gratuitamente lo stesso servizio di assistenza che viene fornito a pagamento negli asili nido. I vecchi si sentirebbero utili e sarebbero più felici, i bambini piccoli avrebbero esclusiva­mente per sé l’attenzione di adulti uniti a loro da legami di sangue e sarebbero più felici, ma la crescita riceverebbe un terzo colpo di forbice. L’economia correrebbe di meno e il paese sarebbe più po­vero. In base ai criteri di un sistema economico fondato sulla cre­scita, starebbe peggio…

… Per far credere che affidare l’assistenza dei vecchi allo Stato sia un pro­gresso, basta far credere che i vecchi siano un peso e questo non è difficile, perché, in una società fondata sul valore delle innovazio­ni, ciò che si impara nel corso della vita non serve più a nulla nel­l’arco di una generazione. Per cui non ha più senso affidare ai vec­chi il ruolo della trasmissione intergenerazionale del sapere…

… Le famiglie allargate costituiscono un freno alla crescita della produzione e del consumo di merci perché sono in grado di rea­lizzare al loro interno forme significative di autoproduzione e scambi non mercantili sia di beni che di servizi. Un sistema fondato sulla crescita del prodotto interno lordo ha bisogno di famiglie mononucleari chiuse nelle loro nicchie dei formicai condominiali, che non possono autoprodurre nessun tipo di bene, ma solo pochi servizi non altrimenti ottenibili (la preparazione dei pasti, la spesa, la pulizia della casa, il lavaggio dei panni) e devono acquistare tut­to ciò di cui hanno bisogno. Il massimo sono le famiglie mononu­cleari urbane in cui entrambi i genitori svolgono lavori salariati, non solo per il duplice-apporto che esse forniscono all’offerta e al­la domanda di merci, ma anche perché il tempo dedicato al ruolo di produttori-consumatori impedisce ai due adulti di dedicarne ai propri figli, obbligandoli a comprare dei servizi sostitutivi…

qui si apre il delicato capitolo dell’educazione dei figli, sopratutto in tenera e tenerissima età, quanto cioè sia giusto e quanto sbagliato delegare/affidare i figli ad asile e scuole e per quanta parte della giornata… Una ricerca effettuata nel 2005 su 70 bambini inglesi (34 ma­schi e 36 femmine) inseriti negli asili nido tra gli 11 e i 20 mesi d’età, ha rilevato che i valori dell’idrocortisone (un ormone dello stress) sono raddoppiati nelle prime settimane e sono rimasti più alti della norma nei suc­cessivi 5 mesi. Ovvio che questo non vuol dire che si deve rinunciare al supporto di asilo/scuola, il problema è appunto trovare un giusto equilibrio, ed avere delle politiche famigliari di sostegno, vedi l’esempio svedese…)

S’innesta poi l’altrettando delicato problema del ruolo delle donne nella società: madri e casalinghe o lavoratrici part o full time? Forse la soluzione è in una terza opzione, cioè part-time sia per l’uomo che per la donna… Molto maggiori sarebbero, sia i vantaggi in termini di eman­cipazione individuale, sia le potenzialità di futuro, di una politica delle pari opportunità inquadrata all’interno di un processo di de­crescila della produzione di merci. Inserita, per esempio, nella ri­scoperta delle potenzialità, troppo sbrigativamente abbandonate, delle famiglie allargate e in una redistribuzione del lavoro tra uomini e donne attraverso il tempo parziale, in modo da garantire, a tutti gli stessi diritti senza raddoppiare il numero dei produttori di merci.

Ed ancora sul tema della dicotomia famiglia mononucleare/famiglia allargata…

La pervasività dei mezzi di comunicazione di massa è riuscita così bene in questa opera di persuasione che di famiglie allargate non ne esistono più (anche se i costi degli appartamenti

nelle aree urbane le stanno rimettendo in gioco per necessità). È bastato battere il chiodo sulle difficoltà della convivenza tra le ge­nerazioni, insistere sul divario tra i vecchi attaccati al passato e i giovani aperti al futuro. È bastato insistere sul ruolo dei padri pa­droni e sul pesante controllo esercitato dalle famiglie allargate sui loro membri, ammiccare sulla libertà derivante dall’anonimato nelle città e nei palazzi dove non ci si conosce nonostante la conti­guità, sottolineare le chiusure mentali delle società tradizionali e le aperture mentali delle società moderne. Problemi reali, in qualche caso insopportabili, che bisognava risolvere e sono stati risolti alla radice eliminando il contesto che li generava. Ti fa male la gamba? Basta tagliarla. Ti pesano i condizionamenti della famiglia allarga­ta? Basta eliminarla. Risolvi un problema e ne crei uno più grave.

La soluzione ovviamente sta nel trovare nuove formule organizzative, sia intrafamiliari che extrafamiliari, ed in questo senso ottima e la prospettiva sia del cosidetto co-housing (neologismo anglofono per non dire un condominio migliorato con spazi e servizi comuni) e della buona vecchia riscoperta del rapporti di vicinato allargati e migliorati con le enormi possibilità dell’informatica (pop economy)

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