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Indispensabili: La decrescita felice – Cambieresti?

Posted by giannigirotto su 9 aprile 2011

Non poteva mancare nella mia sezione Indispensabili questo scritto di Maurizio Pallante, che ovviamente rappresenta il punto d’unione di coloro che si riconoscono nell’omonimo Movimento per la Decrescita Felice.

Anche questo libro rientra tra i miei preferiti perchè non si limita a denunciare situazioni insostenibili, ma propone delle alternative concrete e virtuose, che ci consentono di mantenere un elevato livello qualitativo di vita, senza compromettere le risorse che lasceremo ai nostri figli.

Ecco l’estratto del capitolo (clicca sulla foto per vedere gli altri):

Cambieresti?

…Se abbiamo un’automobile a testa e ogni mattina ci sono code interminabili di automobili con una sola persona a bordo, non vuoi dire, come sostiene il presidente del consiglio, che siamo un popolo ricco. Vuoi dire che abbiamo abdicato alla facoltà di pen­sare e siamo stati anestetizzati in modo irreversibile. Non ci ren­diamo più conto di quanto sia assurdo incolonnarsi in code inter­minabili ogni mattina e non sentiamo più la sofferenza che gene­ra. Chi mantiene un barlume di pensiero e di sensibilità si na­sconde dietro l’alibi di non poter fare diversamente. Di non ave­re altra scelta. Di essere costretto a farlo perché deve guadagnare i soldi per vivere. Basta approfondire un po’ perché venga fuori la convinzione che sì, bisogna pagare qualche prezzo al progres­so, però viviamo in un modo incomparabilmente migliore di ogni epoca passata…

…È un mo­dello di vita funzionale alla crescita della produzione di merci che viene interiorizzato culturalmente sin dal quarto mese di vita da chi viene impacchettato di prima mattina e lasciato in fretta all’a­silo nido dove resterà tutto il giorno, dal quarto anno da chi ha la fortuna di subire la stessa sorte a partire dalla scuola materna, dal settimo dagli ormai rarissimi privilegiati che riescono a scamparla fino all’inizio della scuola dell’obbligo. Passi tutto il giorno in un luogo diverso dalla tua casa, costretto a condividere con altri la tua giornata e l’attenzione degli adulti preposti a seguirti al posto dei tuoi genitori, che devono lavorare tutto il giorno per avere i soldi necessari a comprarti il necessario e il superfluo. Ne deduci che l’unico modo di avere il necessario e il superfluo è comprar­lo, che se non si ha la possibilità di comprare non si può vivere, che la lontananza dai genitori per tutto il giorno è inevitabile…

…Il primo passo da compiere per sciogliersi da questi vincoli è capire che la crescita non è al servizio degli uomini, ma gli uomini sono al servizio della crescita, che li subordina alle sue esigenze costringendoli a produrre quantità sempre maggiori di merci e a consumarle per continuare a produrne quantità sempre maggiori. Per liberarsi da questa duplice subordinazione e diventare padroni del proprio destino occorre ridurre l’incidenza delle merci nella propria vita, acquistando solo l’indispensabile senza cedere alle false lusinghe del consumismo, ampliando l’autoproduzione di beni e potenziando gli scambi non mercantili

… Se, invece, una parte dei beni necessari alla sopravvivenza si autoproduce e una parte si scambia sotto forma di doni reci­proci all’interno di una rete di legami sociali fondati sulla solida­rietà, la dipendenza dalle merci si riduce. Se ne possono compra­re di meno, per cui basta un reddito monetario inferiore…

Ora, in campagna in alcuni luoghi è sopravissuto un modo più umano di vivere, e negli ultimi anni si assite ad un “controesodo” dalla città verso la campagna, ed al fiorire di alcune splendide iniziative per la creazione di “Ecovillaggi” con una filosofia di condivisione, è pur vero che … è nelle città che la sfida per recuperare spazi di autonomia dalla mercificazione totale diventa decisiva. Per due ragioni. In primo luogo perché è potenzialmente in grado di coinvolgere un numero molto più ampio di persone e quindi assume una maggio­re valenza politica. In secondo luogo perché viene portata nei luo­ghi in cui la crescita della produzione e del consumo di merci tro­va la sua massima realizzazione e sembra non concedere spazi a scelte alternative di vita, per cui assume una maggiore valenza cul­turale. La stessa inferiore radicalità che la caratterizza rispetto al ritorno in campagna non la rende meno incisiva, ma offre la pos­sibilità di dimostrare che il Moloch ha i piedi d’argilla, che alla sua presa si può sfuggire non solo allontanandosi, ma anche fa­cendo come se non ci fosse, non ascoltando i suoi ordini e giran­do le spalle alla folla dei devoti obbedienti. In città le possibilità di ridurre l’incidenza delle merci nella propria vita è certamente inferiore rispetto alla campagna e l’autoproduzione di beni ha spa­zi più limitati, ma sicuramente molto maggiori di quanto il condi­zionamento sui valori della crescita ci ha convinti a credere. Di­pende dalle scelte che si fanno…

… Se per far crescere l’economia è necessario comprare qualcosa, buy something, anche se non ti serve, perché solo se si consuma sempre di più si può continuare a produrre sempre di più; per liberarsi dai vincoli della crescita, per respirare anche nelle città un’aria meno inquinata e carica di polveri sottili, per depotenziare le mo­tivazioni delle guerre per il controllo delle risorse energetiche» bi­sogna comprare il meno possibile, buy nothing. Tre sono le possibilità per comprare il meno possibile. La ri­duzione del consumo di merci evidentemente inutili e/o dannose. La sostituzione di alcune merci con beni autoprodotti. Il dono re­ciproco di beni e servizi nell’ambito di legami sociali di carattere comunitario (dalle parole latine: cum, che significa «con» e munus, che significa «dono»). Le merci sono evidentemente inutili se creano più disagi che utilità, evidentemente dannose se generano forme di inquinamento riconosciute…

… L’altra sera quel tuo collega un po’ strano, mi pare si chiami Saroldi, ti ha invitato alla riunione del gas. «Ma nel mio palazzo -gli hai risposto – il metano l’hanno già portato». Così hai saputo che quel gas era un acronimo composto dalle iniziali delle parole «gruppo d’acquisto solidale». «Proprio strano Saroldi», hai pen­sato, ma sei andato lo stesso, tanto quella sera non c’era niente d’interessante in tv davanti a cui addormentarti. Per prima cosa t’hanno offerto un panino. «Strano anche il pane», hai pensato. Non lo avevi mai visto così morbido e compatto. Per fortuna, pri­ma che aprissi la bocca per chiedere dove lo avevano comprato> Saroldi ti ha detto che era stato fatto in casa. Brutta figura evitata. Non immaginavi nemmeno che ,al giorno d’oggi qualcuno facesse ancora il pane in casa. Roba del passato, eri abituato a pensare; Noi non abbiamo tempo nemmeno per lavare l’insalata. Fortuna che la vendono già lavata. Torni dal lavoro, apri il frigo, butti via la busta di plastica, macchina da monnezza, e la metti in tavola. Certo, è un po’ (un bel po’) più cara, ma ne vale la pena. «Sai – ha detto Saroldi interrompendo i tuoi pensieri – la farina con cui è fatto questo pane è ottenuta da grano coltivato biologicamente macinato a pietra in un mulino a pochi chilometri da qui. Noi del gas andiamo a turno a prenderne un sacco da 25 chili per ogni fa­miglia. Ci costa 80 centesimi al chilo. Ogni famiglia ha la sua madre del pane – caspita!, questo pane ha anche una madre, proprio strano Saroldi, hai pensato di nuovo – la impasta con acqua e farina e ne cuoce quanto le basta per tre quattro giorni. Ci vogliono venti minuti a impastarlo e quaranta a cuocerlo. Se dovessi andare a comprarlo ogni giorno («ma io lo compro ogni giorno…», ti sei detto), ci vorrebbe più tempo. E costa un terzo del pane che vendono. In più non abbiamo bisogno di buste per portarlo a casa dal negozio. Non facciamo tagliare alberi per fare la carta e non facciamo rifiuti». «Costa meno, è biologico, è più buono, non si fanno rifiuti. Quante cose che sa ‘sto Saroldi. Chi l’avrebbe mai detto?», hai pensato mentre un suo amico ti offriva uno yogurt al­la frutta. «Fatto in casa anche questo?», hai azzardato. «Fatto in casa e fatta in casa la gelatina con frutta comprata da un agricolto­re biologico poco fuori città, con cui abbiamo fatto un accordo. Pensa che c’è chi compra la frutta prodotta in Sudamerica!». «Zit­ta – hai detto mentalmente a tua moglie – speriamo che non ci ab­bia visto nessuno». «A questo contadino – ha proseguito l’amico del Saroldi – compriamo tutto ciò che produce e andiamo anche a dargli una mano ogni tanto, al sabato o alla domenica, cosi i ra­gazzi respirano aria buona, invece di metterci in colonna sull’au­tostrada per andare a respirare aria cattiva andando al mare. Noi paghiamo i suoi prodotti il doppio di quello che glieli pagherebbe il grossista, cosi li paghiamo la metà di quello che costano al supermercato. E mangiamo cibi senza veleno. E senza imballaggi, così non facciamo rifiuti». «Ma è proprio un chiodo», hai pensato mentre lui proseguiva: «Senza dover andare a fare la spesa ogni giorno. Prima dell’accordo col nostro gas lui stava per mollare l’attività perché non riusciva a reggere la concorrenza dei grandi produttori. Quelli per abbassare i costi riempiono di veleni la ter­ra e i suoi frutti. Adesso è tutto contento. Anche noi siamo molto contenti. Tra quello che ci autoproduciamo e quello che compria­mo direttamente dai produttori saltando le intermediazioni, le nostre spese si sono ridotte moltissimo. Lo so con certezza perché compiliamo ogni mese la scheda dei bilanci di giustizia. Cosi dal­l’anno scorso io lavoro a tempo parziale e ho potuto riprendere gli studi che avevo interrotto. Nelle ore che resto a casa oltre a seguire mio figlio, una coppia di amici del gas mi porta anche il lo­ro. In questo modo risparmiamo i soldi della retta all’asilo e ab­biamo un’altra spesa di meno». Quando sei uscito ti sentivi un idiota. E avevi ragione. «Sono lo scemo del villaggio globale», hai pensato mentre salivi con tua moglie nella vostra automobile qua­si nuova e tutti gli altri se ne andavano a casa in bicicletta. Meglio comprare il meno possibile… Parlavano uno strano linguaggio ieri sera, quei tipi. Le banche del tempo. Non osavi neanche chiedere cosa fossero, ma dovevi avere un punto interrogativo stampato sul viso, perché te l’hanno spiegato senza che glielo chiedessi. Ogni socio della ban­ca mette a disposizione gratuitamente il suo saper fare per un cer­to numero di ore settimanali e, quando gli serve, ha diritto di pre­levare da altri associati il loro saper fare per lo stesso numero di ore. Qualcuno tiene la contabilità per tutti. In qualche caso han­no stampato delle specie di assegni da dare in cambio delle ore di lavoro gratuito ricevute. Un modo intelligente per superare l’i­solamento delle famiglie mononucleari nelle grandi città e valo­rizzare i rapporti di vicinato scambiando reciprocamente senza pagare i servizi che si è in grado di svolgere con i servizi di cui si ha bisogno…

e tu sei disposto a cambiare???…

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