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Indispensabili: Un piano per salvare il Pianeta – Cap. 2) I pericoli

Posted by giannigirotto su 4 dicembre 2012

Continuo ad inserire un nuovo capitolo del libro in oggetto nella mia sezione di “Indispensabili“. Il titolo come potete vedere è piuttosto ambizioso, ma non l’ho scelto io, anche se lo condivido.

D’altronde l’autore, Nicholas Stern, ha spalle e competenze sufficientemente forti per prendersi tutte le responsabilità di quanto scrive, ed io sono lieto di diffondere gli estratti/riassunti di tale pubblicazione.

Inseriamo dunque oggi il riassunto di questo capitolo, e nelle prossime settimane, come sempre, cercherò di inserire i prossimi. Non credo sia necessario dilungarsi sull’anticipazione dei contenuti, è chiaro che si parlerà di energia, agricoltura, produzione industriale, effetto serra, cambiamenti climatici già in corso, Paesi in via di Sviluppo e Paesi già sviluppati, insomma di come far quadrare il cerchio di uno sviluppo sostenibile che fermi il degrado ambientale ed anzi ripristini delle condizioni che possano garantire il miglior futuro possibile per i nostri figli e nipoti.

Buona lettura, gli altri capitoli li trovate cliccando sull’immagine di copertina qui a lato.

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Cap. 2) I pericoli

Grandi rischi e grande incertezzaIn termini generali ed elementari, il processo dei cambiamenti climatici comincia e termina con le persone. Primo: siamo noi a produrre le emissioni con le nostre attività. Secondo: dato che il pianeta non riesce a riassorbirli completamente, ogni anno aumentiamo la concentrazione di gas serra nell’atmosfera. Questo processo di assorbimento e accumulo prende il nome di “ciclo del carbonio”. Terzo: parte dell’energia del sole viene intrappolata nell’atmosfera dando luogo al riscaldamento globale. Per indicare la quantità di riscaldamento globale che deriva da un dato aumento di concentrazione di gas serra, gli scienziati usano l’espressione “sensibilità del clima”. Quarto: il riscaldamento produce modificazioni ambientali e climatiche che, a loro volta, e siamo al quinto e conclusivo passaggio, finiscono per incidere sulle nostre vite e sulle nostre risorse vitali...

… Gli stadi della catena richiedono anche tempi d’incubazione di durata differente, alcuni molto più lunghi di altri. Per esempio, i tempi d’incubazione nei primi due stadi, cioè nel passaggio dall’attività umana alle emissioni e in quello dalle emissioni al loro immagazzinamento, sono piuttosto brevi. Invece, quelli nel terzo e nel quarto stadio, cioè nel passaggio dall’accumulo al riscaldamento e in quello dal riscaldamento alle modifiche climatiche e ambientali, possono essere decisamente lunghi. Possono infatti passare decenni perché un accumulo di gas produca un aumento di temperatura e ci sono effetti dell’aumento di temperatura, come l’innalzamento del livello del mare, che possono manifestarsi dopo secoli…
Nonostante le incertezze e tempi lunghi, la scienza del riscaldamento indotto dalle emissioni è chiara e di vecchia data... La crescita della Cina, a un tasso che negli ultimi trent’anni è stato in media dell’8 per cento all’anno, ha portato grosso modo a un raddoppio della produzione ogni nove anni. Con un simile ritmo è andato crescendo anche il consumo di energia, principalmente basato sul consumo di idrocarburi e, nel caso dell’energia elettrica, di carbone. Oggi la Cina, superando di poco gli Usa, è diventata il principale produttore di emissioni di gas serra. E la Cina ha una popolazione quattro volte maggiore… nei paesi in via di sviluppo, con una popolazione di circa 5,2 miliardi, le emissioni annue prò capite hanno subito un aumento significativo, da 1 a 4 tonnellate concentrato soprattutto negli ultimi anni…
Nei trent’anni presi in considerazione la popolazione mondiale è aumentata del 50 per cento, producendo un aumento di due terzi delle emissioni totali. Se le cose non cambiano, dobbiamo aspettarci incrementi simili per il futuro…

In assenza di cambiamenti significativi nel nostro stile di vita, le loro emissioni prò capite aumenteranno nel trentennio passando dalle attuali 5 tonnellate a circa 10 tonnellate (si tratta di un’ipotesi molto contenuta) e le loro emissioni totali passeranno a 80 Gt di C02. Se nello stesso periodo i paesi sviluppati contrarranno ancora un po’ le loro emissioni, potrebbero attestarsi a 20 Gt di C02. Le emissioni totali raggiungerebbero in questo modo per il 2050 le 100 Gt di CO2. Si tratta solo di un esempio a scopo illustrativo, se ne potrebbe fare un altro peggiorativo tenendo conto che il reddito nei paesi in via di sviluppo (che abbiamo considerato costante) potrebbe crescere di cinque volte o più da qui al 2050, così come se ne potrebbe fare un altro migliorativo perché le emissioni potrebbero crescere di meno grazie alla nuova disponibilità di fonti alternative agli idrocarburi stimolata dall’aumento di prezzo di questi ultimi…

…  Negli ultimi vent’anni anche altri grandi paesi hanno sperimentato rapidi processi di crescita. Il Vietnam… e l’India… l‘Africa sub-sahariana…
Anche se, in linea generale, un aumento della produzione comporta un aumento delle emissioni, questo rapporto non è unico…  Negli ultimi trent’anni le economie di molti paesi hanno consumato sempre meno energia per unità di reddito prodotto. Questo incremento dell’efficienza energetica è particolarmente evidente nel caso della Cina: oggi la produzione di un’unità di reddito nazionale cinese richiede in media otto volte meno energia che nel 1980. Nonostante questo brillante risultato, la produzione di un’unità di reddito nazionale richiede ancora il doppio di energia di un’equivalente porzione del reddito nazionale in Europa…In conclusione, il messaggio è che il profilo del reddito nazionale in termini di emissioni di C02 è determinato dalla combinazione dell’intensità energetica dell’economia e del contenuto di carbonio dell’energia utilizzata, e mentre il primo di questi fattori, almeno nei paesi in rapida industrializzazione, è in diminuzione, il secondo non accenna a ridursi… Le emissioni totali accumulate a partire dalla metà del Diciannovesimo secolo ammontano a circa 1200 Gt di C02 e la con­centrazione nell’atmosfera è cresciuta dalle 285 di allora alle attuali 430 parti per milione… in futuro la fonte della maggior parte delle emissioni sarà costituita da quelli che attualmente chiamiamo “paesi in via di sviluppo”…

…tutti i riscontri sperimentali accumulatisi da allora indicano che l’andamento delle emissioni sembra puntare perfino più in alto di quella stima… Il puntò cruciale è che le analisi più recenti su come andranno le emissioni se lasciamo le cose come stanno indicano che queste stanno crescendo a un tasso significativamente maggiore di quanto finora ipotizzato. Tutto ciò rende, se possibile, ancora più preoccupanti i pericoli connessi all’assenza di iniziative di risposta.

Dalle emissioni all’accumulo: Il secondo stadio nella catena dei cambiamenti climatici è costituito dal contributo dei gas serra alla concentrazione nell’atmosfera. Quanto viene aggiunto ogni anno all’accumulo esistente dipende dalla frazione di emissioni assorbita e questa, a sua volta, dipende dalla capacità di assorbimento di alcune formazioni specifiche del pianeta, come le foreste e gli oceani. Oggi si pensa che la capacità di assorbimento degli oceani sia inferiore a quanto previsto nei primi modelli, quindi ci si deve aspettare un maggior incremento della concentrazione a parità di emissioni.
Si valuta che la foresta pluviale amazzonica contenga, nel complesso, sotto forma di materia vegetale, una quantità di carbonio dieci volte maggiore di quella emessa an­nualmente come gas serra in tutto il mondo. Il possibile collasso di questa foresta a causa di un innalzamento di 2 o 3°C nella temperatura media, quindi, comporterebbe un significativo in­cremento delle emissioni di C02.
Questa combinazione di incremento nelle emissioni e di ri­duzione nella capacità di assorbimento ha avuto la conseguenza che non solo la concentrazione di gas serra nell’atmosfera è aumentata, ma continua a farlo a velocità crescente… Non si tratta più di piccole probabilità per grandi cambiamenti, ma di enormi cambiamenti con alte probabilità.

Aumento di temperatura, cambiamenti climatici e condizioni di vita: Un aumento nella temperatura media globale può avere effetti rilevanti su alcune importanti caratteristiche dell’ambiente in cui viviamo, fra le quali il livello del mare, l’entità delle precipitazioni atmosferiche, la frequenza e l’intensità degli uragani e così via. Questo passaggio dall’aumento di temperatura ai cambiamenti climatici è il quarto stadio della catena che comincia con le emissioni prodotte dall’uomo e finisce con gli effetti che i cambiamenti climatici hanno sulla sua vita… Una tipica caratteristica dei cambiamenti climatici è la forte variabilità che si verifica nei suoi parametri fondamentali. Estati con caldo record possono alternarsi a periodi di freddo intenso, e grandi piogge monsoniche a periodi di forte siccità

Un aspetto chiave dei cambiamenti climatici è l’innalzamento del livello del mare che possono provocare. Ma a causa della complessa struttura dei fondali oceanici, è difficile fare previsioni sicure sull’incremento di livello prodotto da un certo aumento di temperatura… Oltre a ciò fenomeni come la potenziale disintegrazione delle calotte di ghiaccio che coprono la Groenlandia e l’Antartide occidentale potrebbero agire da importanti punti di svolta che ancora non comprendiamo a fondo...

L’Africa sub-sahariana ha vissuto, tra il 1985 e il 1995, il decennio più caldo e secco mai riportato negli annali. Questa tendenza verso le alte temperature continuerà con il progredire del riscaldamento globale portando siccità, incendi e crollo della produzione agricola. Un primo avvertimento è rappresentato dai grandi incendi lungo le coste della Western Cape Province, in Sudafrica, alimentati dalla temperatura record di 40°C raggiunta nel gennaio 2000 le riserve d’acqua continueranno a diminuire. La superficie del Lago Ciad è già diminuita passando dai 25.000 chilometri quadrati del 1963 ai 1350 di oggi… Nel Caso del Gange, la perdita delle acque di scioglimento dei ghiacciai comporterebbe una riduzione di due terzi della portata fra luglio e settembre con conseguente carenza d’acqua per cinquecento milioni di persone e per il 37 per cento dei terreni irrigui indiani…

Tutto ciò che nel decennio scorso è apparso come un evento eccezionale è destinato a riproporsi come andamento medio del clima verso la metà del secolo, e c’è da aspettarsi che i discostamenti dalla media siano altrettanto eccezionali...

… Il punto è che cambiamenti di temperatura di questa entità ridisegnano la geografia fisica, e con essa anche la geografia umana della Terra. Ci sarebbero migrazioni su grandissima scala e la lezione degli ultimi secoli ci dice che spostamenti di miliardi di persone in tempi brevi getterebbero il pianeta in un conflitto intenso e di lunga durata.

Gli scettici: Come è possibile che a fronte di una così massiccia evidenza scientifica e logica ci sia ancora qualcuno che intende negare l’urgenza di passare all’azione? Non sorprende che a parlare a voce più alta, su questo fronte, non siano gli scienziati, a sorprendere è il numero di economisti, avvocati, giornalisti e uomini politici che si propongono come esperti in campo scientifico
Le argomentazioni di chi si ostina a negare questa evidenza scientifica ricordano sempre di più quelle di chi negava la connessione fra Hiv e Aids o quella fra il vizio del fumo e il cancro.
L’idea che i costi da sopportare per ridurre le emissioni siano superiori ai benefici che ne ricaveremo è semplicemente sbagliata, sia che nasca da una sottovalutazione del rischio, dalla scelta di conviverci o da semplice ignoranza; e questo va­le non solo sotto il profilo puramente contabile del raffronto costi-benefici, ma anche perché in quel modo si guarda ai ri­schi da un punto di vista troppo ristretto e si affronta in modo analiticamente inadeguato il rischio in un contesto di mercati distorti o assenti.

Le argomentazioni presentate dà chi è contrario a un’azione forte e tempestiva sono intessute di confusione in campo sia scien­tifico sia economico. E nella maggior parte dei casi sfuggono, tra­scurano o banalizzano alcune fondamentali questioni di etica. Ciononostante la risonanza di cui godono gli scettici è ancora considerevole, specie se raffrontata al loro ridotto numero e al­la modestia delle loro argomentazioni. Perché queste persone so­stengono le loro tesi in modo così clamoroso e come mai ricevo­no tanta attenzione visto che la loro posizione è così debole?
Dobbiamo cercare la risposta nella politica. Esponenti della destra, seguaci di think tank superiliberìsti, tipo American Enterprise Institute, percepiscono le istanze ambientaliste come altrettanti cavalli di Troia nelle mani di chi ambirebbe a porre vincoli e controlli sull’economia. Altri, a sinistra, in paesi in via di sviluppo come, per esempio, l’India, le vedono invece come un passatempo elitario delle classi medie e agiate che se ne servi­rebbero per distogliere l’attenzione dai più pressanti problemi della povertà e della redistribuzione della ricchezza.
Ma contrariamente alle affermazioni della destra, gran parte delle politiche a cui pensiamo per risolvere il problema del clima hanno come scopo principale quello di porre rimedio a un falli­mento del mercato, ossia di riconsegnarci un sistema di merca­to più efficiente. E alla minoranza di sinistra bisogna risponde­re che l’impegno contro i cambiamenti climatici non è una scel­ta elitaria, ma piuttosto un tema strettamente connesso con quel­lo della lotta alla povertà. Poiché saranno i poveri a essere colpi­ti per primi e più duramente dagli effetti dell’innalzamento del­la temperatura
Si intrecciano interessi costituiti, specialmente legati all’industria dell’estrazione del carbone e del petrolio, che sentono co­me una minaccia ogni proposta di ridurre la nostra dipendenza energetica dai composti del carbonio. … Gli operatori più lungimiranti del settore degli idrocar­buri dovrebbero convincersi che il loro vero interesse sta nello svi­luppo di tecnologie nuove per un uso pulito degli idrocarburi stes­si… I costi dell’energia che usiamo per raffreddare e per riscaldare sono un tema cruciale che molti politici di professione non amano affrontare, specialmente durante le campagne elettorali. La risposta a chi nutre mìopi preoccupa­zioni di questo tipo sul costo della vita è che il processo di Cre­scita economica basato sull’impiego degli idrocarburi non è più possibile a costi sostenibili, mentre è possibile con un basso im­piego di carbonio. Le alternative al motore a combustione inter­na alimentato con idrocarburi esistono già e molte altre verran­no create in futuro, e lo stesso vale per la produzione di energìa elettrica. Solo un continuo dialogo, pubblico e informale, può produrre una crescita di consapevolezza e di comprensione. Per­ché ciò avvenga ci vuole la guida dei politici, ma anche l’impegno politico dei cittadini.
… Negli Usa, in Gran Bretagna e in Australia molti leader politici sono stati tentati di compiacere questa platea e, che ab­biano ceduto o meno alla tentazione, non ci sono dubbi sulla sin­cerità delle convinzioni di molti o addirittura della maggior par­te di loro, che a volte sembrano pensare veramente di essere im­pegnati a salvare il mondo da scelte costose e inutili. È molto im­portante che tutti capiscano quanto le loro argomentazioni sia­no sbagliate e come siano stati male indirizzati. I rischi sono molto gravi. Ora dobbiamo passare alle risposte

Gli altri capitoli riassunti li trovate qua…

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