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Indispensabili: Un piano per salvare il Pianeta – Cap. 3) Come ridurre le emissioni e a che prezzo

Posted by giannigirotto su 13 dicembre 2012

Continuo ad inserire un nuovo capitolo del libro in oggetto nella mia sezione di “Indispensabili“. Il titolo come potete vedere è piuttosto ambizioso, ma non l’ho scelto io, anche se lo condivido.

D’altronde l’autore, Nicholas Stern, ha spalle e competenze sufficientemente forti per prendersi tutte le responsabilità di quanto scrive, ed io sono lieto di diffondere gli estratti/riassunti di tale pubblicazione.

Inseriamo dunque oggi il riassunto di questo capitolo, e nelle prossime settimane, come sempre, cercherò di inserire i prossimi. Non credo sia necessario dilungarsi sull’anticipazione dei contenuti, è chiaro che si parlerà di energia, agricoltura, produzione industriale, effetto serra, cambiamenti climatici già in corso, Paesi in via di Sviluppo e Paesi già sviluppati, insomma di come far quadrare il cerchio di uno sviluppo sostenibile che fermi il degrado ambientale ed anzi ripristini delle condizioni che possano garantire il miglior futuro possibile per i nostri figli e nipoti.

Buona lettura, gli altri capitoli li trovate cliccando sull’immagine di copertina qui a lato.

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Cap. 3) Come ridurre le emissioni e a che prezzo

Se partissimo subito con un’accurata pianificazione, i costi per avviare un percorso di crescita economica a basso uso di car­bonio sarebbero modesti in confronto all’entità dei rischi che avremmo evitato. E lungo il cammino potremmo scoprire una quantità di nuove opportunità che probabilmente ci consentireb­bero di ridurre i costi a un livello assai inferiore a quello che pos­siamo stimare ora… Quali obiettivi dovremmo proporci, come potremmo raggiungerli e quanto ci costerebbe?

Per usare le parole di Jeroen van der Veer, già amministratore delegato della Shell: “La disponibilità di gas e petrolio facili, ossia combustibili relativamente poco costosi e facili da portare sul mercato, toccherà il suo massimo nel prossimo decennio… Questa sarà la fine dell’epoca del petrolio facile”…

A quali obiettivi puntare: Se non manteniamo la concentrazione al di sotto delle 500 ppm di C02, i rischi saranno altissimi. Se ci manteniamo a questo livello la probabilità di un aumento di temperatura maggiore di 2°C sarà del 95 per cento, ma quella di un aumento maggiore di 5°C sarà solo del 3 per cento. Dato che molti scienziati sostengono che oltre i 2°C di aumento si entra nella zona pericolosa, anche 500 ppm potrebbero sembrare troppe e, in effetti, per avere un 50 per cento di probabilità di restare entro i 2°C di aumento non dovremmo superare le 400 ppm.
Il problema è che il nostro punto di partenza sono le attuali 430 ppm di C02, a cui aggiungiamo con le nostre emissioni 2,5 ppm ogni anno, un tasso che tende anch’esso ad aumentare. A meno di non innescare deliberatamente una recessione di grandi dimensioni a livello mondiale, è impossibile attuare istantaneamente una forte riduzione delle emissioni e tantomeno bloccare il loro aumento nel giro di qualche anno e, al tasso attuale di 2,5 ppm all’anno, nel 2015 saremo già attorno alle 450 ppm.
Considerando un maggiore intervallo di tempo, dobbiamo ammettere che anche mantenendo la concentrazione al di sotto delle 450 ppm (o delle 500 ppm che propongo come limite in questo libro) saremo esposti lo stesso a un significativo rischio di superare alcuni punti critici come la distruzione delle foreste pluviali o il rilascio del metano da parte del permafrost in liquefazione. Quindi il modo corretto di intendere l’affermazione “mantenere le emissioni al di sotto delle 500 ppm” è di ammettere un equilibrio di lungo periodo al di sotto di quel valore. Sicuramente tutto quello che impareremo nello sforzo di restare sotto le 500 ppm ci sarà d’aiuto nel decidere come procedere.
Il valore preciso a cui tendere, sempre intorno alle 500 ppm, è una questione di bilancio fra i costi e l’entità dei rischi evitati…

…Se rimandiamo di trentanni ogni intervento sulle emissioni, ci troveremo probabilmente con 525-550 ppm di C02e e ciò renderebbe estremamente difficile la stabilizzazione di un tetto attorno alle 600 ppm di C02. Con questo si entrerebbe in una situazione di estremo pericolo. Si vede da qui che il costo finale di ogni ritardo può essere immenso…

… Dato che le emissioni globali sono aumentate fortemente a partire dal 2000 e hanno attualmente superato di molto le 50 Gt, per portarci al flusso di circa 20 Gt compatibile con l’obiettivo di 500 ppm dovremmo tagliare il livello di emissioni di più della metà rispetto a oggi e di circa la metà rispetto al 1990 o al 2000, anni che, per quanto attiene al totale mondiale, si collocano allo stesso livello.

Come raggiungere gli obiettivi: Guardare alla situazione del 2050 ci può aiutare a capire cosa significhi operare una riduzione del 50 per cento delle emissioni. Possiamo ora fare il percorso inverso e figurarci cosa significhi passare dalla situazione attuale a quella di allora. Per pianificare il taglio delle emissioni dobbiamo tenere presente la cre­scita della produzione e quella della popolazione, unitamente alle tipologie di prodotto, alla loro localizzazione, agli schemi di consumo e agli stili di vita.
Se il prodotto globale dovesse crescere di poco più del 2 per cento all’anno da qui al 2050, l’aumento complessivo nel perio­do sarebbe di 2,5 volte, diventerebbe cioè due volte e mezzo più grande. Dimezzare le emissioni per il 2050 vorrebbe quindi dire ridurre le emissioni per unità di prodotto di un fattore 5, una riduzione cioè dell’80 per cento. Se però il prodotto crescesse del 3 per cento all’anno, allora il fattore di crescita da qui al 2050 diventerebbe circa 3,3 e per dimezzare le emissioni totali si dovrebbero ridurre le emissioni per unità di prodotto di 6 volte, cioé dell’85 per cento. Naturalmente le nazioni con la crescita più rapida dovrebbero tagliare le emissioni per unità di prodotto in misura ancora maggiore per adeguarsi all’obiettivo di un dimezzamento assoluto delle emissioni totali.

il comparto “cambio d’uso del suolo e foreste” corrisponde essenzialmente alla deforestazione e alla combustione delle grandi formazioni di torba, per più della metà localizzate in due paesi, Brasile e Indonesia. Questo settore è responsabile di una quantità di emissioni maggiore di quella proveniente dall’insieme dei trasporti su strada, per mare e per aria. È evidente che fermare la deforestazione potrebbe dare un notevole contributo alla riduzione delle emissioni é sarebbe una misura che in linea di principio potrebbe essere messa in opera rapidamente e a costi accettabili come vedremo nella seconda parte del libro.
Sempre restando nei settori direttamente associati al consumo di energia, la parte del leone la fanno la produzione di elettricità e i trasporti, che insieme rappresentano il 60 per cento. Sul totale generale delle emissioni a livello mondiale questi due comparti sono responsabili del 40 per cento delle emissioni di gas serra (la percentuale per la sola C02 è ancora più alta). Qui c’è un’intera serie di nuove tecnologie già operative per la generazione di energia a bassissima intensità di emissioni, come l’idroelettrica, l’eolica, la solare, delle biomasse, la nucleare, il ca­lore del suolo, la geotermica, lo sfruttamento del moto ondoso, lo sfruttamento delle maree e la cattura e l’immagazzinamento del carbonio prodotto dall’energia generata con idrocarburi (Carbon Capture and Storage, Ccs)…

Dunque, ci sono molte fonti di energia a bassa o nulla inten­sità di composti del carbonio, alcune già in atto, altre in fase di sviluppo avanzato. Altre ancora, molto promettenti, potrebbero diventare realtà entro dieci o venti anni e altre, infine, più futuribili, potrebbero emergere sul lungo periodo… Facendo scelte politiche forti e determinate e scegliendo obiettivi intermedi sensati, si potrebbe arrivare con costi accettabili all’espulsione totale del carbonio dalla produzione di elet­tricità nel 2050: ...

Un grande ruolo può essere giocato anche dalle politiche urbanistiche e del trasporto pubblico. A rendere dispendioso il tra­sporto contribuiscono molto la congestione del traffico e l’uso di un veicolo per persona, ma molto si può fare con una politica ragionata, per esempio introducendo pedaggi che portano a un uso più razionale delle infrastrutture esistenti e progettando quelle nuove con tecnologie e criteri ingegneristici più avanzati e più efficienti.
Anche il trasporto aereo è destinato a una rapida crescita, basti pensare che i voli nazionali in Cina crescono al ritmo del 15 percento all’anno e che nel paese sono in costruzione 186 nuovi aeroporti da oggi al 2010. Attualmente il trasporto aereo è responsabile solo del 3-4 per cento delle emissioni totali, ma que­sta quota crescerà, secondo l’Ipcc, a più del 15 per cento entro il 2050 a causa dell’aumento della domanda. A rendere particolarmente problematica questa espansione del trasporto aereo sono l’assenza di alternative per i carburanti attualmente in uso e l’emissione, in quota, oltre ai gas serra, di vapore acqueo sotto forma di scie. Sul breve e medio periodo i principali contributi per un contenimento del problema verranno dal miglioramento dei motori, dalla riduzione di peso degli aerei e dall’aumento del numero dei passeggeri per aereo, specie sé queste azioni verranno stimolate da politiche fiscali innovative e di gestione dei prezzi. Ma sul lungo periodo sarà essenziale produrre nuovi carburanti con un più favorevole rapporto peso/potenza, una sfida per la ricerca scientìfica che per il momento sembra indicare la soluzione nei biocarburanti…:
Non ci sono dubbi sulle notevoli limitazioni esistenti per l’impiego dei biocarburanti di “prima generazione” derivati dalla canna da zucchero o dal mais, a causa della necessità di terra fertile e ben irrigata che li pone in competizione con le coltivazioni per uso alimentare, ma il potenziale di quelli di “seconda generazione” sembra molto maggiore. Questi ultimi infatti possono essere ricavati da scarti vegetali o da piante coltivate in terreni marginali. Fra gli scarti, l’attenzione va alla paglia derivante dalla coltivazione dei cereali dalla cui cellulosa si può ricavare alcol etilico e al biogas ricavato dalle deiezioni o dagli scarti degli animali da allevamento, mentre la coltivazione di piante come la jatropa, che dà un prodotto simile all’olio di ricino, può rendere redditizi terreni poveri o abbandonati, portando lavoro in zone depresse e formando una barriera contro la desertifica­zione. Possiamo e dobbiamo scoprire rapidamente fra le possibili fonti di biocarburanti di seconda generazione quale sia la più redditizia, efficiente, disponibile su larga scala e con minori controindicazioni...

sono quattro le cose che dobbiamo compiere. Innanzitutto dobbiamo fare un uso molto più efficiente dell’energia che oggi viene usata malamente in tutti i settori, dall’edilizia all’industria, dai trasporti alla generazione di elettricità, all’agricoltura. La seconda è fermare la deforestazione. In entrambe queste direzioni è possibile progredire con grande rapidità. La terza cosa è far entrare in produzione rapidamente tutte le nuove tecnologie di cui già disponiamo o che sono sul punto di essere perfezionate. Nel campo della generazione di energia elettrica ricordiamo le tecnologie eoliche, solari, idroelettriche, legate alle onde e alle maree, geotermiche e nucleari… .
Naturalmente, il vantaggio principale di questo percorso verso un’economia a basso tenore di carbonio è che in questo modo eviteremmo gran parte dei pericoli e delle distruzioni prodotte dal riscaldamento globale e dai cambiamenti climatici, ma non mancano altri aspetti positivi. Le fonti energetiche che usano pochi composti del carbonio sono infatti generalmente più pulite dal punto di vista del particolato, dell’inquinamento localizzato e dell’inquinamento delle acque; cucinando con combustibili puliti si riduce notevolmente l’inquinamento domestico, che è una delle principali cause di malattia e morte nei paesi in via di sviluppo; fermando la deforestazione si protegge la biodiversità e non si riduce la capacità di trattenere l’acqua da parte degli alberi, evitando così problemi drammatici come l’erosione del suolo e le inondazioni (nell’estate del 2008 le inondazioni nel Bihar sono dipese in gran parte dall’insabbiamento dei fiumi del Nepal e dalle conseguenti esondazioni, il tutto come conseguenza dell’erosione del suolo a seguito del taglio degli alberi).
Anche la sicurezza nei rifornimenti energetici, in un mondo meno dipendente dagli idrocarburi che si estraggono per la maggior parte da pozzi situati in regioni a elevata instabilità, migliorerebbe. Le energie rinnovabili come il solare, l’eolico, il calore terrestre e il geotermico non richiedono l’importazione del combustibile, così come gran parte dell’energia di origine idroelettrica (anche se i contenziosi relativi alle acque che attraversano le frontiere stanno aumentando d’importanza). L’energia nucleare dipende da forniture di uranio o di plutonio che possono provenire da diverse aree del mondo, molte delle quali sembrano politicamente instabili. Se i biocarburanti di seconda e terza generazione, in particolare quelli prodotti grazie alla fotosintesi potenziata, dovessero dimostrarsi soddisfacenti, le fonti si troverebbero praticamente in quasi tutti i paesi del mondo e la breve distanza dalle aree di approvvigionamento aumenterebbe di per sé la sicurezza. Crescerebbe anche il grado di sicurezza per le famiglie e le aziende, che potrebbero tenere sotto controllo diretto le proprie fonti di solare, eolico o biogas, mentre adesso, in molte parti del mondo, gli utenti sono spesso alla mercé di fornitori corrotti e reti elettriche inaffidabili.

Lo sforzo per sviluppare le nuove tecnologie necessarie per un’economia a basso carbonio potrebbe molto probabilmente innescare una nuova esplosione di innovazioni, creatività e investimenti…
… Secondo il “New Energy Finance”, nel 2007 gli investimenti in fonti pulite di energia ammontano a circa 100 miliardi di dollari, cifra che rappresenta circa il 15 per cento dell’investimento totale in infrastrutture energetiche. L’International Energy Agency stima che gli investimenti globali in infrastrutture energetiche ammonteranno in media a mille miliardi di dollari l’anno per i prossimi vent’anni. Se un terzo di questo flusso di investimenti fosse in tecnologie a basso carbonio, si tratterebbe di 300 milioni di dollari, una quota che a quanto pare sta per essere raggiunta ed è destinata a crescere ulteriormente. Lo sviluppo delle nuove tecnologie energetiche e l’investimento di nuovi capitali che le accompagna porteranno poi a un aumento delle opportunità di lavoro…


I costi dell’intervento 
… Quanto ci costerà questa transizione dipende da quando cominciamo e quindi dal tempo che ci diamo per sfruttare il ciclo di vita degli investimenti e per sviluppare nuove tecnologie…

… Mantenere il tetto a 500 ppm potrebbe costare circa il 2 per cento del Pil mondiale all’anno per il prossimo mezzo secolo, mentre mantenerlo a 550 costerebbe attorno all’1 per cento del Pil mondiale. Queste percentuali hanno a loro volta un’incertezza dell’ordine del 3 per cento del valore…

Gli altri capitoli riassunti li trovate qua…

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4 Risposte to “Indispensabili: Un piano per salvare il Pianeta – Cap. 3) Come ridurre le emissioni e a che prezzo”

  1. buffs74 said

    Senatore, il 18 Luglio 2014, abbastanza dopo questo post, ha pubblicato sul questo video:

    e poi ha controfirmato l’interrogazione parlamentare:

    http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=17&id=913493

    Può chiarire la sua posizione sui dispositivi elettromagnetici a ‘polverizzazione molecolare’?

    • giannigirotto said

      Non ho capito, dov’è che io parlo di “dispositivi elettromagnetici a “polverizzazione molecolare””? Nell’interrogazione non sono menzionati, o sbaglio? nel video io non ne parlo, o sbaglio? Quindi cosa dovrei chiarire se non ne ho mai parlato/scritto? Non ne ho mai parlato/scritto perchè non li conosco! In ogni caso sono i tecnici/ingegneri/scienzati che possono avere delle “posizioni” su tecnologie/prodotti, io non ho tali competenze tecniche, posso solo vigilare come Consumatore, e finchè lo sarò come parlamentare, affinchè ambiente e salute umana siano sempre la priorità, e che quindi gli organi proposti non siano corrotti dai produttori di tali ritrovati, ma giudichino imparzialmente.

      • buffs74 said

        Senatore, sono lieto di ricevere finalmente una sua risposta dopo varie interpellanze tramite vari strumenti di rete tutte cadute nel vuoto. Possiamo concludere che lei pubblica accorati appelli su Youtube e firma un’interrogazione parlamentare (nella quale viene chiesto addirittura un risarcimento!) a favore di una singola impresa S.r.l. della quale non ha neanche visitato la ‘homepage’?
        Al contrario di quanto sostiene, sono solo i politici a potersi permettere ‘posizioni’ sulle tecnologie, perché i ‘tecnici’ invece hanno solo due sole opzioni secche: Si o No (e nel caso dei prodotti specifici che lei cerca di avvantaggiare per via politica rispetto ai loro innumerevoli concorrenti (equivalenti e/o equipollenti), hanno detto un coro di NO che lei ignora fingendo di non esserne a conoscenza).

      • giannigirotto said

        Cortese, io credo lei sia in malafede.
        Invito tutti gli interessati a visionare il video in oggetto e ugualmente l’interrogazione per giudicare essi stessi.

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