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Indispensabili: Un piano per salvare il Pianeta – Cap. 4) Come adattarsi ai cambiamenti climatici

Posted by giannigirotto su 24 dicembre 2012

Continuo ad inserire un nuovo capitolo del libro in oggetto nella mia sezione di “Indispensabili“. Il titolo come potete vedere è piuttosto ambizioso, ma non l’ho scelto io, anche se lo condivido.

D’altronde l’autore, Nicholas Stern, ha spalle e competenze sufficientemente forti per prendersi tutte le responsabilità di quanto scrive, ed io sono lieto di diffondere gli estratti/riassunti di tale pubblicazione.

Inseriamo dunque oggi il riassunto di questo capitolo, e nelle prossime settimane, come sempre, cercherò di inserire i prossimi. Non credo sia necessario dilungarsi sull’anticipazione dei contenuti, è chiaro che si parlerà di energia, agricoltura, produzione industriale, effetto serra, cambiamenti climatici già in corso, Paesi in via di Sviluppo e Paesi già sviluppati, insomma di come far quadrare il cerchio di uno sviluppo sostenibile che fermi il degrado ambientale ed anzi ripristini delle condizioni che possano garantire il miglior futuro possibile per i nostri figli e nipoti.

Buona lettura, gli altri capitoli li trovate cliccando sull’immagine di copertina qui a lato.

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Cap. 4) Come adattarsi ai cambiamenti climatici

Il clima sta già cambiando e pensare di continuare ad agire in futuro come si è fatto finora sarebbe semplicemente stupido. Ci sono zone del mondo in cui gli effetti dell’aumento attuale di 0,8°C si stanno già rivelando drammatici. Stati-isola dalle coste basse, come Tuyalu, vedono già il mare avanzare, mentre un terzo della popolazione dell’Africa vive in aree di siccità cronica e si pensa che nel 2050 in quel continente ci saranno da 350 a 600 milioni di persone a cui mancherà in qualche misura l’acqua. L’Africa sud-occidentale, l’Australia e parte dell’Europa mediterranea hanno gravi difficoltà con le risorse idriche e in qualche caso ci sono già misure di razionamento e ricorso alla desalinizzazione…
 

… Molti degli attuali rifugiati da tante partì del mondo possono considerarsi ormai dei “rifugiati climatici”… Sarebbe sbagliato attribuire ai cambiamenti climatici tutta la migrazione dalle campagne alle città, ma negli ultimi cinquant’anni, nell’Africa sub-sahariana, la resa per ettaro di quasi tutti i cereali è rimasta costante, mentre la popolazione è aumentata di quattro volte, e questa stagnazione della produttività è almeno in parte da attribuire ai cambiamenti climatici. Le inondazioni in Mozambico nel 2000 e la siccità del 2006 nel Kenya settentrionale sono eventi estremi, ma la regione sta subendo da lungo tempo un deterioramento dell’ambiente e dell’agricoltura. Un percorso di adattamento che preveda il rafforzamento dell’agricoltura africana non può rispondere a tutte le minacce poste dai cambiamenti climatici, ma può essere di importanza decisiva.

Queste difficoltà ambientali hanno una ricaduta sullo sviluppo in tutte le parti del mondo, e finché il processo di adattamento funziona da efficace difesa contro di esse potrà avere un benefico effetto sul processo di crescita (rispetto a lasciare le cose come stanno, ovviamente). Bisogna però rendersi conto che gli investimenti richiesti dal processo di adattamento cresceranno (lo sviluppo in ambiente ostile diventa difficile e quindi più costoso) e, se aumenta il costo degli investimenti, la crescita inevitabilmente rallenta. Inoltre una parte significativa del processo di adattamento alla maggiore frequenza di disastri ambientali riducono la vita utile degli investimenti, consiste semplicemente nell’investire di meno e questo a sua volta è un altro fattore di rallentamento della crescita…

… Da questi esempi e da queste valutazioni emerge chiaramente che non è possibile separare o trovare una priorità fra le due massime sfide del nostro secolo: il problema dello sviluppo economico e quello dei cambiamenti climatici. Perdere il controllo sui cambiamenti climatici vuol dire soffocare lo sviluppo: far finta che al clima non stia succedendo niente, ossia non fare nulla per adattarci al cambiamento, condannerebbe anche lo sviluppo…

Adattamento e riduzione delle emissioni: un confronto – Sebbene l’adattamento debba essere una parte essenziale del­la gestione dei cambiamenti climatici, sarebbe azzardato farlo diventare la parte predominante. L’adattamento può solo miti­gare una piccola parte delle conseguenze dei cambiamenti cli­matici: i danni prodotti dalla maggiore frequenza di forti tem­peste, tifoni, uragani e cicloni continueranno a essere comunque gravi, interi territori verranno abbandonati perché resi inabita­bili dalla desertificazione o dall’aumento del livello del mare e, come risultato, avremo comunque migrazioni di massa. Adattarsi è essenziale, ma sostanzialmente vuol dire fare buon viso a cat­tivo gioco…

… I costi e le sfide sarebbero elevati anche per i paesi ricchi. Pen­sate a Londra, la città dove sono nato e dove lavoro. Anche se non sarebbe la più colpita, un aumento di temperatura di 2-3°C comporterebbe comunque grandi ristrutturazioni e nuovi investimenti; gli inverni sarebbero più umidi e bisognerebbe aumenta­re la portata del sistema fognario; la metropolitana avrebbe bisogno di un nuovo sistema di condizionamento dell’aria; la «re­cente intensità delle ondate di marea nel Tamigi richiederebbe un rafforzamento della Thames Barrier e delle altre opere di protezione idraulica. Da sempre la vita sulla Terra si è dovuta addat­are ai cambiamenti climatici. La stessa teoria dell’evoluzione di Darwin si occupa degli effetti del clima e dell’ambiente almeno quanto della mutazione delle specie. La nostra attenzione sarà soprattutto puntata sul mondo in via di sviluppo, ma non man­cano esempi dai paesi ricchi. Nelle regioni costiere del Giappone le popolazioni si proteggono da secoli dai tifoni cercando di far circolare le informazioni sul tempo il più rapidamente possibile, investendo nella creazione di infrastrutture e porti protetti per le barche, e sviluppando un’azione comunitaria per ormeggiare insieme tutti i natanti legandoli l’uno all’altro. Qualcosa di simile caratterizza le dighe e i canali dell’Olanda, un quarto del cui territorio si trova sotto il livello del mare e la cui storia risale a duemila anni fa. Nell’ultimo ventennio, Philadelphia, un tempo chiamata la “capitale mondiale del caldo mortale”, ha sviluppato un sistema di supporto comunitario e di rifugi condizionali. L’adattamento può fare moltissimo per la riduzione dei danni prodotti dai cambiamenti climatici.

Dobbiamo perciò raccogliere la grande sfida della riduzione emissioni con urgenza e determinazione, perché prima ci muoviamo, meno dovremo faticare per adattarci, ma non dob­biamo mai perdere di vista l’importanza di pianificare e agire per l’adattamento adesso. L’attenzione da dedicare alla riduzione del­le emissioni non deve mai trasformarsi in una “congiura contro l’adattamento”. Ci servono tutte e due le strade, e su larga scala.

Come adattarci: Per adattarci alle conseguenze dei cambiamenti climatici ab­biamo bisogno di agire per tempo, di investire in conoscenza, mezzi e infrastrutture e di essere organizzati. In molte aree il qua­dro delle attività economiche e le abitudini di vita dovranno cam­biare radicalmente. Ci sono scelte che si dimostrano giustificate a fronte di tutti o quasi tutti i possibili risultati, sono per così di­re strategie vincenti cooperative. Un esempio importantissimo è l’approvvigionamento idrico. A livello globale l’acqua viene spes­so usata e distribuita in maniera inefficiente: in India, per esem­pio, la falda acquìfera è depauperata perché non si paga per apri­re i pozzi, in California, uno stato decisamente arido, si coltiva assurdamente il riso su vasta scala perché il prezzo dell’acqua è insignificante. In molti casi l’acqua è sprecata a causa delle per­dite nelle tubature, un problema che potrebbe essere risolto a co­sti contenuti, un tipo di spreco che diventa tanto più inammissi­bile quanto più scarsa si va facendo l’acqua in tante parti del mon­do a causa dei cambiamenti climatici.

Mentre la sfida posta dalla riduzione delle emissioni è di ca­rattere globale, l’adattamento deve essere sviluppato essenzial­mente su scala locale o regionale. Per questo le conoscenze scien­tifiche devono essere in questo caso molto più dettagliate o “ad alta risoluzione” di quelle che riguardano le emissioni. Il clima è un sistema integrato, con molte e complesse interazioni di nu­merosi fattori che dipendono dalle condizioni globali e locali e, a loro volta, le influenzano. Quindi i modelli matematici “regio­nali” devono lavorare su reticoli più fitti e tutto questo fa cresce­re considerevolmente la capacità di calcolo necessaria.

Un’adeguata raccolta di conoscenza a livello locale si può dun­que ottenere solo investendo in adeguati sistemi di calcolo e nel­la formazione e nell’utilizzo di personale scientifico esperto in climatologia. È sorprendente che i computer di maggiore capa­cità esistenti al mondo siano quelli dei militari, dedicati, fra le al­tre cose, allo sviluppo degli ordigni nucleari. Invece, il ritorno di investimenti in supercomputer dedicati allo studio dei cambia­menti climatici sarebbe immenso, in termini di sicurezza e pro­tezione delle persone*…

… A livello locale il clima è fortemente influenzato dalla presenza di piccoli rilievi, dalla distribuzione della vegetazione, dal­la presenza di aree aride, di correnti marine e così via. Di con­seguenza sono necessari lunghi periodi di osservazione per co­noscere dettagliatamente questi fenomeni. Le previsioni clima­tiche a livello locale sono quindi tecnicamente molto più complesse che non a livello globale o regionale: la necessaria conoscenza a livello regionale va infatti integrata con un’analisi dettagliata delle strutture locali e il tutto deve trovare posto in un modello globale.

Questa integrazione dell’analisi e delle conoscenze locali nei modelli continentali o globali richiede necessariamente alto livello di collaborazione internazionale, che porrebbe attuarsi in strutture dai costi estremamente contenuti se para­gonati al grande risultato in termini di conoscenza che ne deri­verebbe. Se questa maggiore conoscenza portasse solo a un au­mento del 10-15 per cento nell’efficienza del processo di adatta­mento nei paesi in via di sviluppo, il risparmio a breve termine potrebbe essere dell’ordine di dieci miliardi di dollari all’anno, un risparmio destinato a crescere rapidamente a mano a mano che la necessità di adattamento si andrà estendendo. Queste sti­me sono ancora più alte per i paesi ricchi, dato il valore più ele­vato delle infrastrutture e dette installazioni a rischio. I poten­ziali risparmi sono enormi, soprattutto se messi in relazione con quanto si spende attualmente a livello globale nella ricerca sul clima, ossia poche centinaia di milioni di dollari all’anno…

… L’adattamento infatti de­ve seguire una strategia ricalcata sui principi della gestione del rischio, fra cui, importantissimo, quello della diversificazione, che si tratti di attività industriali, di capitale umano, di tecniche produttive o di localizzazioni. Dipendere in modo preponderan­te da un solo tipo di attività, per esempio dall’agricoltura, o an­cor peggio da un solo prodotto agricolo, aumenta fortemente la vulnerabilità. Allo stesso modo gli effetti dei cambiamenti cli­matici su un’area dedita alla pesca saranno potenzialmente peg­giori quanto più elevata è la sua specializzazione.

Un’altra importante componente della gestione del rischio è la flessibilità, per la quale sanità e istruzione giocano un ruolo fondamentale, perché se la popolazione è fisicamente indebolita da malattie è più vulnerabile agli sconvolgimenti e alle malattie nuo­ve o più acute che si verificano in conseguenza dei cambiamenti climatici. Migliorare il capitale umano, specialmente attraverso la formazione, mette i lavoratori in grado di cambiare occupazione con maggior facilità e adattarsi così ai cambiamenti che dovesse­ro verificarsi nelle attività produttive… Lo sviluppo economico rappresenta anche la via più diretta per il rafforzamento della capacità di adattamento della società. In altre parole uno sviluppo economico senza adattamento è una prospettiva profondamente sbagliata e una buona politica economica, oltre che del legame fra sviluppo e riduzione delle emissioni, deve anche tener conto di quello fra sviluppo e adattamento. Anche l’impegno per ridurre la povertà non può essere efficace se non si coniuga con queste due azioni.

Parte fondamentale di ogni strategia di adattamento è la pro­gettazione di qualità degli edifici e delle infrastrutture. Così come le metropoli esposte a rischio sismico (si pensi a Tokyo o a San Francisco) hanno messo a punto una forte normativa per ‘edilizia antisismica, con un’adeguata attenzione in fase di pro­getto, le infrastrutture possono essere rese molto più resistenti agli effetti dei cambiamenti climatici. I sistemi di irrigazione devono essere ricalibrati in funzione dei cambiamenti nel regime delle precipitazioni e nella portata dei fiumi; analogamente le strade, i ponti, le gallerie, le linee elettriche e le ferrovie devono essere messi in grado di resistere a tempeste, inondazioni e pe­riodi di siccità di crescente asprezza. In molte zone si dovranno costruire sistemi di difesa dalle inondazioni, che diventeranno più gravi e frequenti, e lo stesso vale per le barriere di conteni­mento delle correnti di marea e dell’aumento di livello degli ocea­ni, mentre per gli edifici si deve prevedere una maggiore resi­stenza ai venti forti. Dovunque giriamo lo sguardo vediamo che l’adattamento degli edifici e delle infrastrutture sarà la mossa de­cisiva per evitare futuri disastri o almeno per controllarne me­glio gli effetti. Ecco alcuni esempi dì attività di adattamento già in corso in varie parti del mondo…

(seguono alcuni esempi di provvedimenti già adoddati in diverse parti del mondo… ndr)

… Una sfida importante per l’agricoltura consiste nello svilup­po di varietà e tecniche di coltura particolarmente resistenti al clima. Il successo in questo campo dipenderà, oltre che da un adeguato livello di investimenti, anche dal fatto che le organiz­zazioni internazionali di ricerca agricola e le loro stazioni speri­mentali ne facciano una priorità… Della strategia di adattamento al clima deve fare parte inte­grante un meccanismo che faciliti al massimo il recupero dopo un disastro. Il settore delle assicurazioni ha già in corso valuta­zioni della probabilità di manifestazioni meteorologiche estreme e di disastri naturali, e se la probabilità di questi eventi cresce, bisogna trovare nuovi schemi di suddivisione del rischio che ri­ducano l’esposizione delle persone più vulnerabili, che sono spes­so anche le più povere… Un altro importante tema del programma di adattamento è la gestione degli eventi calamitosì sia prima sia dopo che sono avvenuti. Il modo in cui viene organizzata la logistica dell’allar­me prima e del soccorso poi può avere una notevole influenza sulla dimensione finale del disastro… L’investimento fatto per attrezzarsi in caso di disastro e per essere in grado di gestirlo propriamente può rivelarsi molto red­ditizio. In Cina si calcola che gli investimenti per tré miuàrdi di dollari nelle infrastrutture anti-alluvione abbiano fatto rispar-iare dodici miliardi di dollari; in India i programmi contro i di­stri naturali nell’Andhra Pradesh presentano un rapporto benefici-costi maggiore di tredici; in Vietnam la piantumazione con mangrovie per la protezione delle popolazioni costiere presenta un rapporto benefici-costi maggiore di cinquanta… 

Gli altri capitoli riassunti li trovate qua…

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