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Indispensabili: Un piano per salvare il Pianeta – Cap. 5) Etica, sconto e necessità di agire

Posted by giannigirotto su 28 dicembre 2012

Continuo ad inserire un nuovo capitolo del libro in oggetto nella mia sezione di “Indispensabili“. Il titolo come potete vedere è piuttosto ambizioso, ma non l’ho scelto io, anche se lo condivido.

D’altronde l’autore, Nicholas Stern, ha spalle e competenze sufficientemente forti per prendersi tutte le responsabilità di quanto scrive, ed io sono lieto di diffondere gli estratti/riassunti di tale pubblicazione.

Inseriamo dunque oggi il riassunto di questo capitolo, e nelle prossime settimane, come sempre, cercherò di inserire i prossimi. Non credo sia necessario dilungarsi sull’anticipazione dei contenuti, è chiaro che si parlerà di energia, agricoltura, produzione industriale, effetto serra, cambiamenti climatici già in corso, Paesi in via di Sviluppo e Paesi già sviluppati, insomma di come far quadrare il cerchio di uno sviluppo sostenibile che fermi il degrado ambientale ed anzi ripristini delle condizioni che possano garantire il miglior futuro possibile per i nostri figli e nipoti.

Buona lettura, gli altri capitoli li trovate cliccando sull’immagine di copertina qui a lato.

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Cap. 5) Etica, sconto e necessità di agire

Per combattere i cambiamenti climatici, la nostra genera­zione deve prendere decisioni sulla riallocazione delle risorse de­stinate ad avere conseguenze importanti per le generazioni futu­re, per la distribuzione delle risorse fra le generazioni, compre­sa la nostra, per l’intero pianeta e per tutte le specie viventi che ospita. Se vogliamo che le nostre decisioni siano guidate da un insieme di principi, di obiettivi e di criteri razionali, questi valo­ri devono essere esplicitamente esaminati e discussi, perché sen­za la loro guida non è possibile valutare il prò e il contro delle di­verse strategie possibili.

L’autore prosegue questo capitolo con una lunga dissertazione sul metodo e sull’approccio alle questioni etiche che dovrebbero guidare le nostre scelte politiche e sociali, dopodichè prosegue affermando che…

… prima di abbandonare l’impostazione corrente che si dà al problema in economia e le sue contraddizioni logiche, vorrei sottolineare che un argomento chiave per dimostrare la neces­sità di agire contro i cambiamenti climatici non ha bisogno di un supporto etico molto complesso. Mi riferisco al fallimento in atto del meccanismo di mercato, in virtù del quale privati e im­prese non sono obbligati a pagare per i danni causati dalle loro emissioni. Oggi la cosa importante è poter migliorare le condizioni di vita della prossima generazione senza peggiorare le nostre, lasciandole in eredità un ambiente migliore e meno risorse, una combinazione sicuramente migliore dell’alternativa di un ambiente gravemente deteriorato e una più ricca (almeno per un po’) dotazione di risorse. Senza la mano correttrice della pòlitica, i mercati distorcono le nostre decisioni allontanandole da beni e servizi ecosostenibili, ma se la distorsione viene riparata come si deve tutte le generazioni ne trarranno beneficio.

È possibile trovare i valori etici nel mercato? Alcuni economisti cercano di eludere le questioni etiche di­cendo che i valori sociali, relativi per esempio alla distribuzione del reddito, vengono “rivelati” dai risultati dei mercati nel mondo reale. È caratteristico di questo modo di procedere prendere come punto di riferimento il tasso di interesse così come viene stabilito dal mercato (e non importa qui se si tratti progetti di investimento, di credito al consumo o di qualche altro tipo di prestito), sostenendo che esso ci consente di misurare quanto le persone valutino un reddito futuro rispetto ad uno attuale.

Questa impostazione consente di porre dei paletti “natura­rli ” aiprocesso decisionale in molte questioni sociali. Per esempio, se un Paese con risorse limitate decìde di costruire un pon­te più grande sul fiume di una città, la domanda fondamentale da porsi è se il ponte con i suoi pedaggi genererà un reddito mag­giore di quello che si può ottenere impiegando in un investi­mento alternativo la stessa quantità di denaro necessaria per co­struirlo. Chiedersi se al netto degli interessi il reddito generato dal ponte sarà positivo, impiegando un tasso di sconto derivato dal rendimento riscontrato in altri progetti, sostanzialmente mettendo a confronto il progetto del ponte con questi progetti di riferimento.

Quando considerano i cambiamenti climatici, spesso gli econom­isti sostengono che dai rendimenti di mercato degli inve­rventi si possono desumere i veri valori morali della presente operazione per quanto attiene ai rapporti intergenerazionali e questi siano quindi i valori da applicare alle questioni di re­tribuzione fra le generazioni. Estendere questo tipo di argomentazione dalla costruzione dei ponti all’analisi di una sfida come i cambiamenti climatici è sostanzialmente un errore. Com­porta anzi un’intera serie di errori analitici: è cattiva economia. Però, dato che è un’estrapolazione che viene proposta con note­vole frequenza, è bene capire perché è sbagliata.

Gli economisti che seguono questa impostazione spesso si riferiscono a un tasso di interesse di mercato del 6 per cento che corrisponde alla media di rendimento sul lungo periodo di in­vestimenti ad alto rischio, per esempio le azioni di Borsa. L’effètto di questa impostazione, grazie anche all’elevato valore del sag­gio di profìtto, è quello di associare un peso molto basso ai be­nefici di cui godranno e ai costi che dovranno affrontare le fu­ture generazioni. Con un tasso di sconto del 6 per cento all’an­no per costi e benefici futuri, una perdita che si verifichi per esempio fra cinquantanni viene valutata circa diciotto volte di meno di una perdita identica patita òggi; se si fa il conto su cen­to anni il “deprezzamento” è di 339 volte e, corrispondentemente, un risparmio che si verifichi fra cento anni viene valutato circa lo 0,3 per cento di uno analogo effettuato oggi, e dato che i dan­ni nel lontano futuro (l’eliminazione dei quali costituisce il be­neficio, o mancato costo, della riduzione delle emissioni) ven­gono messi a confronto con i còsti della riduzione delle emis­sioni di gas serra da sostenere oggi (e che quindi non sono scon­tati), è sicuro che con qualsiasi modello che adotti questa im­postazione “contabile” per ponderare il futuro si arriverà alla Conclusione che l’intervento per ridurre le emissioni oggi è po­co conveniente, dato che i suoi benefici cominceranno a sentir­si solo fra qualche decennio. In conclusione, scontare in modo così drastico rende irrilevante qualsiasi valutazione accurata dei possibili danni Futuri.

Ecco qualche esempio dei gravi errori a cui arriva questa im­postazióne dell’analisi economica.

Primo, e si tratta di un errore cruciale, non stiamo parlando di piccoli aggiustamenti, ma della scelta fra strategie che avran­no effetti molto diversi sull’andamento della crescita economi­ca nell’ottica del “costruiamo un nuovo ponte”, l’applicazione pura e semplice del tasso di sconto è giustificata perché si assu­me implicitamente che nel paese intorno a noi la crescita eco­nomica proseguirà, nel suo andamento indipendentemente dal fatto se il ponte venga costruito. Invece, quando si parla di dif­ferenti strategie di lotta ai cambiamenti climatici, si immagina­no percorsi di sviluppo differenti per la Terra nel suo insieme. Se si ammette che trascurando oggi il problema le generazioni a venire si troveranno a vivere in condizioni molto peggiori del­le nostre, allora un incremento del loro benessere in futuro potrà avere un valore maggiore di quello di un identico incremento oggi, del nostro. In altre parole in questo caso dóvremmo applicare un tasso di sconto negativo (a differenza del caso dove un tasso di sconto positivo è appropriato). Secondo: se supponiamo di non tenere conto di tutto questo e insistiamo a cercare nel mercato la risposta in termini di tasso d’interesse su cui basare il nostro tasso di sconto sociale ci imbattiamo subito in un altro problema. Poiché gli effetti delle decisióni sui cambiamenti climatici che prendiamo og­gi cominceranno a sentirsi solo fra due o tre decenni e varran­no per un paio di secoli, non esiste alcun mercato, né finanzia­rio né relativo a qualche bene particolare, in grado di rivelare le nostre scelte come gruppo sociale su un arco temporale di uno o due secoli. I contratti di prestito fra privati raramente su­perano i trenta-quarant’anni di durata e l’orizzonte temporale degli investimenti delle aziende non supera i cinquantanni. Più in generale, non esistono mercati in gradò di rivelare come si dovrebbe comportare una generazione dì fronte alla prospetti­va di imporre un mutamento molto significativo al modo di vivere delle generazioni future, a partire da quella dei propri figli e dei propri nipoti. I mercati si occupano del rendimento degli investimenti delle persone o delle aziende su un arco tem­porale dell’ordine della vita umana e non di decisioni collettive gravide di conseguenze per il mondo intero di oggi e di doma­mi. Le informazioni che incorporano o che possono rivelare riguardano insomma scelte individuali con un orizzonte tempo­rale limitato e non cosa dovrebbe fare la società su un arco di tempo molto maggiore.

Terzo: immaginiamo che, nonostante questi problemi meto­dologici, siamo così convinti che sia possibile una ”rivelazione etica” attraverso il mercato da insistere. Dal punto di vista sto­rico quello che troviamo (e questo è un altro problema che si in­contra imponendo un tasso di sconto del 6 percento ricavato dall’interesse di mercato) è che i tassi d’interesse di lungo pe­riodo per investimenti a basso rischio sui consumi o altri tipi di prestito (per esempio i titoli di stato) sono, in termini reali (cioè depurati dall’inflazione); molto inferiori rispetto al tasso del 5 percento per investimenti rischiosi dì lungo periodo, perché si aggirano attorno all’1,5 per cento per impegni a cinquant’anni. Ci sono molte ragioni connesse al rischio e al cattivo funzionamento dei mercati finanziari che possono portare a tassi d’interesse differenti: differenti gradi di informazione sulla struttura dei rischi, particolari condizioni in cui si trova chi investe o chi finanzia e così via. E che cosa possiamo imparare da queste differenze? Che in realtà il contenuto maggiore di informazione pertinente è veicolato, nel nostro caso, dal rendimento reale sui prestiti al consumo a basso rischio (all’1,5 per cento quindi, e non al 6 per cento, così popolare nell’analisi economica), e que­sto perché stiamo paragonando percorsi che misurano il benes­sere sociale in termini di utilità al consumo proiettata in un fu­turo indefinito. È quindi la propensione al consumo e, non il ren­dimento degli investimenti a cui ci si deve riferire quando si cer­cano di specificare valori sociali. Il riferimento ai tassi dei pre­stiti a basso rischio è più rilevante nel nostro caso anche perché dell’incertezza si tiene conto direttamente ed esplicitamente già nella costruzione del modello dei rischi climatici e non avrebbe quindi senso tenerne conto una seconda volta incorporandola in un tasso di sconto elevato. Comunque, anche se appare una scel­ta più ragionevole di altre, il valore dell’1,5 per cento individua­to con l’analisi storica dei mercati finanziari a basso rischio non risolve il problema della definizione del rapporto di scambio fra generazioni diverse.

Quarto, e anche qui si tratta di un punto cruciale, nel vasto panorama dei beni e servizi offerto dal mercato si collocano an­che quelli, numerosi, che entrano direttamente nell’azione di lotta ai cambiamenti climatici. La discussione condotta finora non ha ancora considerato che i prezzi relativi di beni differenti subiranno probabilmente forti variazioni nei prossimi decenni. Se andiamo avanti a investire in beni convenzionali senza preoc­cuparci dei cambiamenti climatici, ci troveremo con sempre meno beni “ecologicamente corretti”, il prezzo dei quali, alla fi­ne, tenderà fortemente ad aumentare rispetto a quello dei beni convenzionali. Si tratta di un passaggio che sfugge a tutti colo­ro che sostengono che anche se in futuro i cambiamenti clima­tici producessero danni gravi, la miglior strategia non è quella di investire ora nella riduzione delle emissioni, ma di impiega­re il capitale in investimenti alternativi e usare poi i profitti per aggredire i cambiamenti climatici, se e quando i suoi effetti si manifestassero. Se agissimo così e in un certo momento del fu­turo cercassimo di “rimettere a posto l’ambiente”, “acquistare beni ecologicamente corretti” e “ripianare il danno ambientale provocato”, ci troveremmo ad affrontare costi molto superiori a quelli che possono essere preventivati oggi. Si commette dun­que un errore di fondo pensando solo in termini di tasso di scon­to sui beni di consumo e trascurando la differenza fra questo tasso e quello che si deve applicare ai beni ecologicamente cor­retti. In conclusione la strategia “investiamo altrove” non solo rivela incomprensione dei fondamenti dell’economia a propo­sito della scelta fra più beni, ma anche ignoranza dei danni pro­dotti dai cambiamenti climatici, che originando dal rapporto tra flusso e accumulo di emissioni tendono a diventare irreversibili.

Una versione della strategia “investiamo altrove” vede la scel­ta di investire nella lotta ai cambiamenti climatici come alter­nativa a quella di investire nello sviluppo, sostenendo che fa­remmo meglio a utilizzare le risorse in progetti come la lotta al­la malaria o lo sviluppo delle disponibilità idriche (l’assurdità di quest’ultima contrapposizione dovrebbe essere particolarmente evidente). Si tratta ovviamente di obiettivi ambiziosi e di gran­de importanza, ma l’affermazione che dovremmo investire in es­si, invece che nella lotta ai cambiamenti climatici, dal punto di vista logico non fa che aggiungere errore a errore. Innanzitutto progetti dedicati ai cambiamenti climatici e quelli allo sviluppo sono complementari perché i cambiamenti climatici possono mettere in pericolo il processo di sviluppo. Pensare quindi di realizzarli separatamente è un errore. In secondo luogo i cambiamenti climatici rappresentano un’esternalità e un caso di fallimento del mercato, e quindi ponendo rimedio al secondo si va incontro, per l’insieme della società, a un risparmio netto e non aumento di costi. Come si può pensare che rimediando a un malfunzionamento del mercato non vi sia un ritorno econo­mico positivo? Consegnando alle future generazioni un ambiente migliore, anche se con meno risorse, le metteremo in condizio­ne di vivere meglio senza peggiorare il nostro tenore di vita. Con­trastare i cambiamenti climatici inoltre non è come fare una stra­da o un ponte, che possono essere valutati come singoli proget­ti di investimento all’interno di un piano di stanziamento per la spesa pubblica. Le risorse da impiegare sul clima verranno re­perite da tutto lo spettro dei redditi, in particolare dai consumi, quindi non possono essere considerate in un’ottica da piano di investimenti pubblici come fa chi tende a vedere nella lotta ai cambiamenti climatici solo un caso di allocazione di denaro pub­blico su determinate voci di spesa. E ancora, qui si tratta dei rischi che corre la società nel suo complesso e non di quelli re­lativi a un singolo, ristretto progetto. L’entità di questi rischi e la loro relazione con altri devono quindi entrare esplicitamente nel processo decisionale della società. Si potrebbe andare avan­ti a esplorare altre fonti di confusione, ma questi argomenti si rivelano chiaramente scorretti quando si va ad analizzarli. Riassumendo, la logica che sta dietro al tentativo di ricavare un tasso sociale di sconto per valutare l’impatto dei cambia­titi climatici a partire dai valori di mercato dei tassi di inte­se e di profitto sugli investimenti non regge da almeno quattro punti di vista, che abbiamo analizzato mettendo in luce una serie di errori significativi. Non esiste quindi alternativa ragionevole a un esame etico diretto dei fondamenti della nostra azio­ne. Le informazioni che si ottengono dai mercati e quelle che si possono evincere dalle effettive decisioni dei politici sono utili e interessanti, ma per servirsene in questo contesto occorre ap­purare con precisione la natura della decisione politica, da chi è stata presa e in quale periodo, la struttura dei mercati e le lo­ro eventuali imperfezioni, gli elementi di rischio e infine quale tipo di beni riguarda. Poi bisogna passare a considerare il rap­porto fra tutto questo, le scelte e i valori etici cui la decisione fa riferimento. E soprattutto bisogna stare molto attenti alla trap­pola nascosta in questo tipo di valutazioni, e cioè al fatto che si tratta di scegliere fra percorsi di sviluppo molto diversi) e che poiché anche i tassi di sconto verranno profondamente influenzati dalla scélta, non possono essere loro a guidarla. Trop­po spesso, invece, quando discutono di tassi di sconto, gli eco­nomisti tendono a trascurare gravemente i dettagli di questo ti­po di logica.

Quanto costa non fare nulla: Se si esamina una proposta politica per contrastare i cam­biamenti climatici, bisogna innanzitutto raffrontarne il costo con quello associato all’assenza totale di iniziativa e poi con quelli di eventuali proposte alternative con lo stesso obiettivo. Il costo (lordo) dell’intervento per ridurre le emissioni di gas serra è stato discusso nel capitolo 3, dove si è arrivati alla con­clusione che mantenere la concentrazione atmosferica di CO» sotto 550 O 500 ppm costerebbe all’incirca l’1-2 per cento del Pil mondiale per i prossimi due decenni. Ora che abbiamo intro­dotto sia l’importante ruolo che spetta all’etica nel processo de­cisionale, sia il tasso di sconto, siamo in grado di guardare l’altra faccia della medaglia, cioè di calcolare anche il costo (lordo) dell’inazione. Mentre nei primi capitoli del libro abbiamo am­piamente discusso la dimensione dei rischi e degli eventuali dan­ni connessi, ora, avendo portato avanti la discussione sugli aspet­ti etici delle scelte in relazione anche al tasso di sconto da ap­plicare, siamo in grado di chiarire nel dettaglio come vadano paragonati danni che avvengono in circostanze differenti e in diversi momenti.

Paragonare il costo dell’intervento e dell’inazione ci consen­te inoltre di paragonare anche i rispettivi costi in corrisponden­za di differenti scelte di politica economica…

Nel resto del capitolo verranno discusse quattro possibili impostazioni del raffronto fra i costi dell’intervento e dell’inazione in corrispondenza di differenti politiche delle emissioni. Queste impostazioni mettono a fuoco non solo il ruolo dell’etica e del­le scelte relative al tasso di sconto, ma anche quello del rischio e della scala dei possibili danni nella valutazione dei costi asso­ciati all’intervento e all’inazione…

… Quali sono i costi associati all’inazione da raffrontare con quel­li relativi all’intervento che abbiamo delineato nel capitolo 3? Ci riferiamo naturalmente all’intervento consistente nel mante­nere la concentrazione di gas serra nell’atmosfera sotto il tetto delle 500-550 ppm di C02 , con un costo annuale che, come si è visto, è dell’ordine dell’1-2 per cento del Pil. Nelle simulazioni del livello di benessere mediante modelli matematici effettuate per il Rapporto Sterri, si è preso come riferimento quello in as­senza di cambiamenti climatici, e lo si è raffrontato con quello che si avrebbe “lasciando le cose come stanno” e con quello che si avrebbe “ponendo un tetto” alle emissioni. La differenza fra i costi associati a queste due stime rappresenta la differenza fra il costo dell’inazione e dell’intervento che mantiene la concen­trazione al di sotto di un certo tetto. I costi associati all’opzione “lasciare le cose come stanno” sono nettamente più alti di quel­li associati all’altra opzione con un tetto maggiore o uguale alle 500-550 ppm di CQ2e. Sotto questo limite il modello matemati­co risulta troppo grossolano nella valutazione del rischio per po­ter perfezionare ulteriormente la scelta discriminando fra 450, 500 e 550 ppm.

i co­sti dell’opzione di “lasciare le cose così come stanno” valgono fra il 5 è il 20 per cento del Pil per anno. Fissando un tetto per la concentrazione a 550 ppm di CO2 non tutti, ma certo una gran parte di questi danni potrebbe essere evitata in misura tale da giustifi­care una spesa dell’1 per cento del Pil all’anno…

 

Gli altri capitoli riassunti li trovate qua…

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