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Indispensabili: Un piano per salvare il Pianeta – Cap. 8) La struttura del patto globale

Posted by giannigirotto su 11 giugno 2013

Continuo ad inserire un nuovo capitolo del libro in oggetto nella mia sezione di “Indispensabili“. Il titolo come potete vedere è piuttosto ambizioso, ma non l’ho scelto io, anche se lo condivido.

D’altronde l’autore, Nicholas Stern, ha spalle e competenze sufficientemente forti per prendersi tutte le responsabilità di quanto scrive, ed io sono lieto di diffondere gli estratti/riassunti di tale pubblicazione.

Inseriamo dunque oggi il riassunto di questo capitolo, e nelle prossime settimane, come sempre, cercherò di inserire i prossimi. Non credo sia necessario dilungarsi sull’anticipazione dei contenuti, è chiaro che si parlerà di energia, agricoltura, produzione industriale, effetto serra, cambiamenti climatici già in corso, Paesi in via di Sviluppo e Paesi già sviluppati, insomma di come far quadrare il cerchio di uno sviluppo sostenibile che fermi il degrado ambientale ed anzi ripristini delle condizioni che possano garantire il miglior futuro possibile per i nostri figli e nipoti.

Buona lettura, gli altri capitoli li trovate cliccando sull’immagine di copertina qui a lato.

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Cap. 8) La struttura del patto globale

Per rispondere in modo efficace alla sfida globale posta dai cambiamenti climatici, dobbiamo avviare una collaborazione in­ternazionale su una scala senza precedenti… questo capitolo è la parte internazionale di quel piano che era stato promesso nel titolo del libro…

… i principi guida sono efficacia, efficienza ed equità.

elementi chiave necessari per un patto globale: Se vogliamo che il patto soddisfi i principi essenziali di efficacia, efficienza ed equità, deve essere considerato come un patto integrato, non un menu da cui scegliere le portate o qualche assaggio…

Raggiungere nel 2050 una riduzione delle emissioni mon­diali pari almeno al 50 per cento del livello 1990;

– Accordo fra i paesi sviluppati per partire immediata­mente con l’obiettivo vincolante del 20-40 per cento en­tro il 2020 e l’impegno a una riduzione dell’80 per cen­to entro il 2050.

Impegnare i paesi in via di sviluppo, sulla base dei risulta­ti ottenuti dai paesi sviluppati, a partire con gli obiettivi en­tro il 2020.

– Approntare al più presto nei paesi in via di sviluppo piani credibili per arrivare nel 2050 a un livello di emis­sioni di 2 tonnellate all’anno prò capite, tenendo con­to di raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030; per i paesi in via di rapido sviluppo, il picco de­ve avvenire prima del 2020.

Finanziamento

Forti iniziative, con finanziamenti pubblici, e integrate nei programmi di sviluppo, per incrementare le possibilità di fermare la deforestazione, affiancate dall’inclusione delle quote dì mancata deforestazione nel mercato delle emis­sioni…

Sviluppo, dimostrazione e condivisione delle tecnologie: (1) diffusione di tecnologie già esistenti, come l’eolico, (2) svi­luppo e sperimentazione su scala reale di tecnologie vicine all’applicazione commerciale, (3) pun­tare a un significativo salto tecnologico, specialmente nel solare, nel potenziamento della fotosintesi (comprese le al­ghe), nell’immagazzinamento di carbonio atmosferico nei materiali edili, nella fusione nucleare…

II terzo eleménto, cioè l’avvio di un mercato funzionante per emissioni, riveste un’importanza cruciale sia come stimolo all’efficienza sia come fonte di flussi finanziari in uscita dai paesi ricchi di entità tale da costituire per i paesi in via di sviluppo un incentivo a impegnarsi in un accordo globale. (questo purtroppo sembra oggi smentito dall’esperienza pratica, della serie “fatta la legge trovato l’inganno”, vedi questo articolo)…

Il quarto elemento, la lotta alla deforestazione, è essenziale. Sarebbe estremamente difficile arrivare al 50 per cento, o più, di taglio alle emissioni entro il 2050 senza affrontare seriamente questo problema che da solo è responsabile del 20 per cento del­le emissioni globali. Da un arresto della deforestazione trarreb­bero grande beneficio la conservazione della biodiversità, delle risorse idriche, dell’ambiente e, più in generale, tutto il processo di sviluppo.

Il quinto elemento, il progresso tecnologico, è anch’esso di grande importanza perché, senza condividere le tecnologie di cui disponiamo e senza inventarne di nuove, il costo dell’intervento sul clima diventa di tali dimensioni da spegnere ogni determina­zione all’azione. Non condividere le tecnologie equivale a impe­dire che anche gli altri possano operare a costi inferiori: in que­sto modo viene meno l’efficienza complessiva…

Il sesto elemento, il finanziamento dell’assistenza ai paesi po­veri per affrontare gli obiettivi dello sviluppo in un ambiente più ostile, è un altro ingrediente base per un risultato equo. La reponsabilità per la maggior parte dell’aumento delle emissioni passate (e quindi del difficile punto da cui siamo costretti a par­tire) ricade sui paesi ricchi. La diffusione di un modello di svi­luppo ad alta intensità di idrocarburi che ora tutto il mondo de­ve abbandonare è infatti opera loro e oggi sono i paesi in via di sviluppo a rischiare di essere colpiti per primi e in misura mag­giore dagli effetti dei cambiamenti climatici. In assenza di que­sto forte contributo da parte dei paesi ricchi la percezione del perseverare nelle ingiustizie del passato metterebbe a rischiò la disponibilità da parte dei paesi in via di sviluppo a impegnarsi per il raggiungimento degli obiettivi…

1. OBIETTIVI GLOBALI E PER I PAESI RICCHI

Obiettivi globali

Il primo obiettivo è quello di mantenere le concentrazioni a un livello minore o uguale a 500 ppm di CO2 cosa che compor­ta, rispetto ai livelli 1990, il taglio delle emissioni globali almeno del 50 per cento entro il 2050…

il taglio del 50 per cento entro il 2050 potrà essere centrato infatti solo a patto che il picco delle emissioni globali venga rag­giunto attorno al 2020. A partire da allora devono cominciare a diminuire e a ridursi drasticamente entro il 2030. Altrimenti non possiamo farcela…

Gli obiettivi per i paesi ricchi

Attualmente 7-8 tonnellate prò capite all’anno rappresenta­no la media globale, ma gli scostamenti che si verificano nei va­ri paesi sono notevoli…

… Ci sono anzi forti ragioni di equità, dettate dalla storia, perché per i paesi ricchi la quota consentita debba essere zero (ossia che essi debbano pagare per tutte le lo­ro emissioni di gas serra) o addirittura negativa. Come si vede, dunque, sia dal punto di vista del meccanismo di mercato sia da quello storico-etico, l’idea che si debba proporre l’obiettivo di una quota prò capite di emissioni consentite uguale per tutti i paesi non appare convincente…

… Sostenere che nel 2050 il limite per le emissioni consenti­te debba essere uguale per tutti vuol dire che alla fine della festa potremmo attingere alla sorgente delle risorse con bicchieri ugua­li per tutti, un tipo di egualitarismo dell’accesso non particolarmente equo, che non tiene alcun conto di quanto ciascuno abbia già bevuto nei due secoli precedenti.

Si potrebbe osservare che questo criterio egualitario della di­stribuzione del “diritto di attingere” alle risorse sarebbe già mol­to più equo di quello in atto finora, ma si tratterebbe sempre di un’equità zoppa. Il concetto di valutare una distribuzione come equa sulla base dell’accumulo di gas serra, piuttosto che sulla ba­se del flusso di emissioni» mantiene la sua validità quale che sia il punto di partenza scelto. Per esempio possiamo spostare il pun­to di partenza a venti anni fa (quando il problema del clima co­minciò a essere ampiamente riconosciuto e venne fondato l’Ipcc), oppure al 1992 (quando fu creata l’Unfccc), o al 1997 (quando fu redatto il Protocollo di Kyoto), o al dicembre 2009 (quando ci sarà la conferenza di Copenaghen). Cambia di volta in volta il va­lore della capacità del serbatoio, ma il ragionamento rimane sem­pre valido. Quindi la proposta fatta qui di prevedere per il 2050 un limite alle effettive emissioni prò capite grosso modo simile per tutte le nazioni non si fonda su un presunto principio etico di eguaglianza nel diritto all’emissione. Poiché le emissioni sono dannose e possono addirittura causare la morte di persone, come si può rivendicare un simile diritto, sia pure in misura egua­le per tutti? Non mi sembra né ovvio né convincente. La mia pro­posta è di tipo pragmatico: se la media cui dobbiamo arrivare è 2 tonnellate prò capite e se è difficile pensare di poter scendere molto al di sotto di questo limite, bisogna che nessuno dei gran­di paesi sìa molto al di sopra…

Per poter scende­re a 2 tonnellate pro capite, nel 2050 l’Europa dovrebbe dimi­nuire di almeno cinque volte le emissioni attuali…  l’impegno da parte della Norvegia e della Nuova Zelanda a raggiungere emissioni zero nel 2050…

… In questo contesto, assegnare per un periodo molto lungo di­ritti di emissione nulli o addirittura negativi ai paesi industria­lizzati potrebbe risultare giustificato come sanatoria per i danni da loro prodotti in passato, ma andrebbe valutato, naturalmen­te, alla luce dell’eventuale azione portata avanti attraverso altri strumenti di perequazione…

 2. IL RUOLO DEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO

Obiettivi, condizioni e tabella di marcia

Gli abitanti dei paesi in via di sviluppo sono la grande mag­gioranza della popolazione della Terra: 5,7 miliardi su una po­polazione totale di 6,7 miliardi di persone. Questo ora, perché nel 2050 saranno diventati 8 miliardi su un totale di 9 miliardi. In molte parti del mondo in via di sviluppo le emissioni hanno già superato le 2 tonnellate prò capite all’anno, molti di questi paesi sono anche in rapida crescita e poiché, comprensibilmente, aspi­rano a continuare in questa direzione, sarebbe moralmente sba­gliato e politicamente impossibile proporre loro di sacrificare ogni ambizione di crescita e di sviluppo.

Nel fissare gli obiettivi e nell’elaborare le relative politiche, il mondo dovrebbe riconoscere ai paesi poveri che le loro emissio­ni possano continuare a crescere per un po’ di tempo, anche se, dovendo raggiungere il taglio globale del 50 per cento entro il 2050, i più ricchi fra loro dovranno cominciare a diminuirle fra una decina di anni circa e quelli un po’ meno ricchi entro il 2030. In ogni caso non sarà rallentando la crescita economica che i pae­si in via di sviluppo centreranno i loro obiettivi di riduzione, ma passando a un processo di crescita a basso carbonio…

Ma i paesi in via di sviluppo devono cominciare adesso a ela­borare piani d’azione in questa prospettiva che risultino credibi­li sia agli abitanti sia agli altri partner del patto globale. Gli obiet­tivi finali dovranno tutti convergere nell’intorno delle 2 tonnel­late prò capite all’anno entro il 2050, ma i percorsi da qui a tale data potranno essere diversi paese per paese, per esempio quan­to a livelli di emissioni e velocità di riduzione delle stesse per unità di prodotto.

Le strategie dovranno essere costruite con il duplice scopo della mitigazione e dell’adattamento ai cambiamenti climatici. In linea di principiò, nel quadro dell’accordo globale da stipula­re a Copenaghen, potrebbero essere assegnati obiettivi di ridu­zione alla maggior parte dei paesi, compresi i maggiori “inquinatori” emergenti, come Brasile, Cina, India e Indonesia: il pro­blema sta però nella praticabilità politica di accordi di questo ti­po a causa della divaricazione esistente frai loro obiettivi e quan­to, in questa fase, è accettabile all’interno di quegli stessi paesi. Con l’attuale tecnologia gli obiettivi che questi paesi possono con­siderare compatibili con i loro bisogni e i loro piani di sviluppo sono molto probabilmente al di sopra delle 2 tonnellate prò ca­pite all’anno. In Cina, per esempio, la riduzione dalle attuali 5 a 2 tonnellate entro il 2050 dovrebbe avvenire in un periodo ca­ratterizzato dà una crescita del reddito nazionale di 10-15 volte. Si può proporre un obiettivo di 3 tonnellate prò capite per le emissioni effettive solò se si dimostra la sua compatibilità con gli obiet­tivi di sviluppo, ossia sólo portando robuste evidenze non solo che la crescita a basso carbonio è possibile, ma anche che lungo il cammino non mancherà un’assistenza tecnologica e finanzia­ria importante da parte dei paesi ricchi.

Bisogna che queste evidenze diventino disponibili al più pre­sto e crearle è un compito che spetta ai paesi ricchi, assieme al taglio “almeno” dell’80 per cento delle emissioni per il 2050 avvalorato da credibili obiettivi intermedi. È comprensibile che i paesi in via di sviluppo, prima di assumersi la responsabilità di ridurre le proprie emissioni, pongano a quelli ricchi altre condi­zioni oltre alla richiesta di dimostrare che la crescita a basso carbonio è non solo possibile, ma anche conveniente. Per esempio, una convincente dimostrazione che i flussi finanziari verso i pae­si con opportunità più economiche di abbattimento dei gas ser­ra saranno di considerevole entità e che le tecnologie per l’energià a basso-carbonio saranno disponibili e verranno condivise, consentendo così alle nazioni più povere di innovare, di svilup­pare e alla fine anche esportare propria tecnologia.

Tuttavia un piano d’azione da approvare all’interno di un ac­cordo nel 2009 che risulti credibile per i paesi a medio reddito do­vrebbe proporre anche “soglie condizionali” destinate a diventa­re operative, per molti di essi, entro il 2020. Queste soglie condi­zionali non possono essere definite subito, andranno “aggiustate” in base all’esperienza dei prossimi dieci annie saranno diverse a seconda delle particolari condizioni locali e delle ”comuni ma dìversificate” responsabilità dei singoli paesi, come peresempio del contributo storico di ciascun paese all’attuale accumulo. Questi paesi, non appena raggiunto un certo “punteggio” relativamente alla loro condizione, dovrebbero adottare limiti alle emissioni del tipo già in atto nei paesi industrializzati, così nel mercato dei per­messi di emissione comincerebbero anche gli scambi bilaterali. La condizionalità di queste soglie dovrà essere in rapporto all’andamento delle riduzioni effettivamente realizzate nei paesi ricchi, all’ammontare dei flussi finanziari dal mercato dei permessi di emissione e all’affidabilità ed effettiva disponibilità dì tecnologie a basso carbonio. In altre parole, questi paesi in via di sviluppo “si impegneranno a impegnarsi” in base al punteggio raggiunto dalla loro particolare condizione e solo a patto che i paesi ricchi risultino in linea coni propri programmi…

… Siamo stati abituati a vedere i paesi ricchi e le istituzioni finanziarie internazionali imporre al mondo in via di sviluppo le condizioni da rispettare per accedere ai finanziamenti necessari alla sua crescita. Un’indicazione che questo rapporto sta cam­biando è fornita dal fatto che ora sono i paesi in via di sviluppo ad aspettarsi una condotta sostenibile da parte dei paesi ricchi in cambio dell’adozione di limiti di emissioni e dell’uscita da Un mercato unilaterale dei permessi…

… Gli obiettivi dovrebbero anche prendere in considerazione la differenza fra le effettive emissioni rilasciate in un dato paese e le emissioni imputabili ai consumi e agli investimenti: il punto è che molti paesi “importano” una grande quantità di emissioni at­traverso gli scambi commerciali. Se un paese vende per esempio servizi finanziari e importa automobili, potrà essere considera­to, a ragione, almeno in parte responsabile delle emissioni asso­ciate alla produzione delle auto importate. Dato che la divisione internazionale del lavoro sta spostando gran parte dell’attività manifatturiera nei paesi in via di sviluppo, si capisce come quel­lo delle importazioni sia diventato un nodo importante nella de­terminazione di una corretta distribuzione dei permessi di emis­sione: la loro allocazione dovrà tenere conto, per ogni paese, sia della struttura della produzione sia di quella dei consumi…

Nell’affrontare la questione degli impegni alla riduzione del­le emissioni, non bisogna pensare che si tratti di un gioco a som­ma zero di suddivisione di un onere, come per esempio quando si taglia a fette una torta. Troppo spesso, questa è la mia espe­rienza, i negoziati internazionali procedono proprio in questo modo. Quelli che arriveranno per primi alle tecnologie per la cre­scita a carbonio zero ricaveranno numerosi vantaggi per il loro sviluppo interno insieme all’apertura di un mercato globale per le loro innovazioni. I paesi in via di sviluppo si trovano davanti a tantissime opportunità per rendere più pulito e più energeti­camente efficiente il loro processo di sviluppo, funzionali al loro stesso interesse e a quello dei loro programmi di crescita…

3, IL MERCATO INTERNAZIONALE DELLE EMISSIONI

(omissis… come già ricordato in una nota sopra, questa soluzione sembra oggi smentita dall’esperienza pratica, della serie “fatta la legge trovato l’inganno”, vedi questo articolo).

4. LA DEFORESTAZIONE

Se una nazione previene la deforestazione, ferma il degrado delle aree forestali e pianta alberi, tutto il mondo ne guadagna. Il cambiamento di destinazione del suolo, in gran parte praticato mediante la deforestazione, l’incendio delle torbiere e così via, og­gi è responsabile quasi del 20 per cento del totale delle emissioni, un quantitativo grosso modo pari a quello emesso dagli Usa. Una recente stima della Banca mondiale calcola in 1,6 miliardi il nu­mero delle persone che oggi “dipendono in varia misura dalle foreste per una parte del loro sostentamento”. Tocca dunque ai Paesi in cui vivono queste persone e che conoscono a fondo il problema definire, fra le proprie strategie di sviluppo, anche il modo di governare il rapporto fra sviluppo e foreste. Ma c’è molto che la comunità internazionale può fare per aiutarli, condividendo esperienze e idee in modo che quale che sia il piano scelto, possa essere elaborato sulla base del massimo possibile di informazio­ne sulle opportunità e sui rischi. Sarà fondamentale finanziare in tutto il mondo progetti pilota mirati a scoprire come si possa ef­ficacemente ridurre la deforestazióne e aumentare l’area delle foreste con azioni che si inseriscano in modo armonico nel proces­so di sviluppo. E qui sono istituzioni internazionali come l’Onu e la Banca mondiale a dover svolgere un ruolo importante.

Riuscire a combinare questo processo di accumulo delle conoscenze con un rapido intervento a livello internazionale rappresenta un compito certo difficile, ma di grande importanza. Attualmente stiamo distruggendo ogni anno 130.000 chilometri qua­drati di foresta tropicale, un’area grande metà dell’Inghilterra. E se non si agisce a livello globale, qualsiasi intervento limitato a una singola area, per quanto efficace, non farà che spostare semplicemente la deforestazione in qualche altro posto (sono quelle che in gergo vengono chiamate “dispersioni”). Il costo da affrontare per dimezzare la deforestazione viene stimato fra i 3 e i 33 miliardi di dollari all’anno e quanto più l’azione in questa direzione sarà glo­bale, tanto minori saranno le dispersioni…

Dimezzare la deforestazio­ne vorrebbe dire ridurre le emissioni globali di circa 3 Gt di CO2e all’anno e quindi l’operazione può essere vista come l’acquisto di emissioni di C02 da parte della comunità internazionale al prez­zo di 5 dollari la tonnellata. Si tratterebbe di un buon affare, se paragonato ai prezzi previsti attualmente dall’Euets che si aggi­rano attorno a 30 dollari la tonnellata, dovrebbe essere una prio­rità nella lotta ai cambiamenti climatici e porterebbe con sé mol­te ricadute positive in termini di biodiversità, di controllo delle acque e di qualità dello sviluppo.

La politica da adottare nelle varie regioni del mondo dipen­de in gran parte da quale è, fra le molte possibili, la causa di defo­restazione che prevale a livello locale. Se si tratta dell’adozione di pratiche agricole che utilizzano grandi estensioni di terreno, tipo “abbatti e brucia”, la riduzione può ottenersi incoraggiando la diffusione di tecniche ad alta produttività e ad alta manodopera per ettaro; se si tratta invece dell’approvvigionamento di le­gna da ardere e di carbone di legna, bisogna puntare sulla di­stribuzione di combustibili alternativi. In certi casi alla base del­la deforestazione c’è la domanda internazionale di materie pri­me come l’olio di palma o i fagioli di soia. In questo caso biso­gna valutare la possibilità di sviluppare produzioni alternative che richiedano meno terreno e meno acqua e possiamo atten­derci grandi vantaggi da un rapido passaggio all’impiego di bio­combustibili di seconda generazione. La diffusione dei biocar­buranti di prima generazione a base di alcol etilico ricavato dai cereali o dalla canna da zucchero e di olio di palma comporta infatti effetti collaterali particolarmente dannosi: fa aumentare di­rettamente o indirettamente i prezzi dei generi alimentari perchè sottrae terreno alle produzioni alimentari o perché, come nel caso dell’olio di palma, produce deforestazione. Inoltre alcuni di questi biocarburanti, come l’alcol etilico da cereali, potrebbero anche avere l’effetto netto di aumentare le emissioni.

… mi pare che il percorso da seguire sia ben delineato e che l’obiettivo sia fra i più urgenti… mantenimento delle foreste tropicali… I paesi proprietari di foreste sono ansiosi di raccogliere la sfida di tenere insieme sviluppo economi­co e salvaguardia della natura: lo dimostra l’offerta da parte del presidente della Guyana di affidare le foreste del paese a una ge­stione internazionale nel quadro di un accordo internazionale per lo sviluppo…

… devono esserci pe­nalizzazioni per chi cerca di aggirare gli sforzi di conservazione…

Con il tempo dovrebbe essere possibile far confluire assieme a questi anche i finanziamenti dal settore privato. Anzi, questa è un’opportunità che andrebbe sfruttata fin dall’inizio. Che i flus­si siano pubblici o privati, dovranno comunque essere legati ai risultati. In altre parole il governo di un paese che possiede fore­ste (centrale, regionale o locale che sia) firma un contratto im­pegnandosi a certi risultati e i flussi di finanziamento che riceve dipendono dal loro raggiungimento. Esistono già accordi inter­nazionali che, opportunamente modificati, potrebbero mettere in grado anche i flussi di investimento del settore privato di in­centivare la riduzione delle emissioni in questo modo.

Nel capitolo 6 abbiamo discusso tre differenti tipi di inter­vento, tra loro correlati e ciascuno con un suo orizzonte tempo­rale. Il primo consiste nella diffusione delle tecnologie a basso carbonio già esistenti, il secondo nella sperimentazione su scala industriale di tecnologie sperimentali e il terzo nella scoperta di tecnologie innovative. Gli aspetti globali di questi tre tipi di in­tervento e delle rispettive scale temporali sono diversi e richie­dono il ricorso a specifici strumenti internazionali.

Il primo strumento consiste nell’introduzione di normative concertate a livello globale e nell’apertura dei mercati delle emis­sioni per incoraggiare il rapido sviluppo delle tecnologie che già ci sono. In particolare questo ci consentirebbe di sfruttare al massimo le tecnologie di miglioramento dell’efficienza energe­tica di cui già disponiamo. I settori interessati sono le apparec­chiature elettriche, i trasporti e l’edilizia e la modalità è quella di puntare a un aumento della concorrenza e alla realizzazione di economie di scala.

Un altro esempio di grande importanza è costituito dai bio­carburanti: Anche se è probabile che nello spazio di qualche de­cennio diventi predominante l’impiego di veicoli elettrici o a idro­geno per il trasporto su strada, fino a quel momento i biocarbu­ranti potranno essere una risorsa fondamentale alternativa agli idrocarburi. Se ci saranno progressi significativi nello sviluppo di quelli di seconda generazione, che richiedono poca acqua e terre marginali, allora i biocarburanti potrebbero restare com­petitivi rispetto all’idrogeno e all’elettricità anche sui lungo pe­riodo, A decidere saranno in larga misura i mercati/ ma tutta la materia dovrà essere mantenuta sotto stretto controllo interna­zionale per eliminare le potenziali ripercussioni sulla produzio­ne e sui prezzi dei prodotti agricoli.

6. l’adattamento

… La maggior parte dei finanziamenti destinati ad alimentare lo sviluppo devono essere generati dallo sviluppo stesso. Altret­tanto vale per quelli destinati a coprire i costi extra prodotti da un clima sempre più ostile. Dovranno essere il coltivatore, l’azienda e la comunità locale ad adeguare le tecniche agricole, le sementi, l’irrigazione, gli edifici, i trasporti, le difese idriche, in­somma ogni tipo di infrastruttura. Questi costi extra, però, ri­guardano anche un mondo che dovrebbe riconoscere un qualche grado di responsabilità collettiva sia per gli obiettivi dello svi­luppo internazionale sia per le difficoltà derivanti dai cambia­menti climatici…

Come si deve organizzare il finanziamento internazionale al­l’adattamento in modo da integrarlo, senza deflagrazioni, con i programmi per lo sviluppo? E come si possono generare, nella scala richiesta, i necessari flussi di finanziamenti esterni?

Un primo esempio di come procedere potrebbe essere l’apertura di un nuovo “sportello di finanziamento per l’adatta­mento” presso la Banca mondiale, che lavori fianco a fianco con lo sportello di credito agevolato della sua International Develop­ment Association (Ida). Lo sportello Ida concede finanziamenti che sono in realtà sussidi al 70-80 per cento. Infatti; in generale, prevedono dieci anni di abbuono a cui segue l’applicazione di un tasso di interesse molto basso, mentre la restituzione delle quo­te comincia solo dopo un lungo periodo di tempo. I finanziamenti vengono concessi a tutti i paesi che soddisfano due condizioni: basso reddito prò capite (oppure alto tasso di povertà) ed esi­stenza di un ambiente produttivo in grado di utilizzare le risorse, valutata sulla base delle politiche in atto e dell’efficienza dei governo. La Ida ha una sua struttura di governance all’interno della Banca mondiale, con rappresentanti di vari paesi. Il nuovo sportello potrebbe essere organizzato in modo simile, dovrebbe erogare preferibilmente sussidi piuttosto che crediti agevolati e di entità simile a quelli dell’Ida. Suggerirei di cominciare con die­ci miliardi di dollari l’anno, che sono chiaramente poca cosa ri­spetto alle necessità, ma potrebbero aprirsi altri sportelli inter­nazionali, per esempip all’Qnu attraverso le sue organizzazioni Envirownent Programme e Population Fund. Ognuna di queste istituzioni ha un suo schema di priorità e una sua competenza specifica…

… Ovviamente ci sono molte altre possibilità, ma le due qui con­siderate illustrano bene come si possa introdurre supporto fi­nanziario esterno e contemporaneamente tener conto a livello or­ganizzativo dell’importanza del fatto che a decidere la politica d’integrazione dei nuovi fondi con gli obiettivi dello sviluppo e la loro entità sia il paese destinatario, Fra le altre possibili strade ci sono le banche di sviluppo regionale, come l’African Development Bank, TAsian Development Bank e European Bank f or Recostruction and Development. Ognuna di queste strutture ha i suoi punti di forza e fra istituzioni, accanto alla necessaria collabo­razione, un po’ di competizione non guasterebbe. È bene che non ci siano un unico sportello o una sola istituzione finanziaria, per­ché tutte devono prendere molto sul serio il problema del clima. Il coordinamento è un aspetto molto importante, come si legge nella Paris Declaration on Aid Effectiveness,9 sottoscritta nel 2005, che contiene utilissime linee guida per garantire che quando l’assistenza proviene da più direzioni possa essere fornita in mo­do efficace ed efficiente…

Da quest’analisi del nesso tra i finanziamenti allo sviluppo e le responsabilità storiche dei vari paesi esce quindi rafforzata l’indicazione di includere anche i processi di adattamento nella pianificazione dei fondi per lo sviluppo…

… Se si comincia a dare al clima l’importanza che oggi ci sembra necessaria, la prima conseguenza è che dobbiamo riprendere in esame le passate stime dei finanziamenti richiesti dai Mdgs. Se si fa questo, si arriva a prevedere per il 2015 una cifra di 50-100 miliardi di dollari l’anno in più di quanto inizialmente previsto. Se le cose stanno più o meno così come dovremmo muoverci? A mio pa­rere innanzitutto i paesi ricchi dovrebbero onorare gli impegni pre­si a Monterrey e Gleneagles, un terreno su cui sono invece tutti in ritardo. Se a livello mondiale, come nelle promesse dell’Europa, venisse destinato agli aiuti per il 2015 lo 0,7 per cento del Pil dei paesi ricchi, si tratterebbe di un flusso di 300 miliardi di dollari l’anno rispetto ai 100 miliardi attuali (che sono poi tali solo grazie a una contabilità accomodante che attribuisce un peso eccessivo alla riduzione del debito). Queste risorse aggiuntive per 200 miliardi di dollari l’anno o più sarebbero un contributo fondamenta­le per affrontare la sfida aggiuntiva dell’adattamento nei prossimi cinque o dieci anni. Quindi bisogna che i paesi ricchi comincino a onorare sul serio gli impegni presi.

Le fonti di finanziamento

I primi tre elementi della nostra bozza di accordo globale riguardano gli obiettivi e la commercializzazione delle emissioni, li altri tre (deforestazione, tecnologia e adattamento) richiedono tutti adeguati finanziamenti. Per quanto riguarda il finanziamento pubblico a livello internazionale da parte dei paesi ricchi, hosuggerito, per il prossimo quinquennio, la seguente base di artenza:

15 miliardi di dollari all’anno per dimezzare la deforestazione^

Passaggio della spesa pubblica in ricerca e sviluppo sull’e­nergia dagli attuali 10 a circa 50 miliardi di dollari l’anno (cioè un incremento di 40 miliardi di dollari all’anno). Que­sto sforzo sarà in parte internazionale e in parte nazionale, ma per completezza lo includo totalmente nel quadro del­l’accordo globale.

75 miliardi di dollari l’anno circa per l’adattamento (corri­spondono al valore mediano dell’intervallo stimato di 50-100 miliardi di dollari per questa voce).

Considerando questi tre elementi insieme, compréso il tota­le della ricerca e sviluppo, si arriva, per l’impegno pubblico in­ternazionale, a un totale di 130 miliardi di dollari l’anno, corri­spondenti circa allo 0,3 per cento del Pil dei paesi ricchi. A fron­te degli enormi benefici che ne deriverebbero per tutti i paesi del mondo, si tratterebbe di una cifra relativamente modesta. Il flus­so dal settore privato ai paesi poveri nel mercato delle emissioni attorno al 2020 dovrebbe aggirarsi attorno a 100 miliardi di dol­lari all’anno. Come in ogni seria discussione politica, bisogna aver ben chiaro che questo è il “conto” che i paesi ricchi devono pa­gare per la parte internazionale dell’accordo,

A questo si aggiungono i costi cui andranno incontro per rag­giungere gli obiettivi che si sono posti sul piano nazionale e che potrebbero essere dell’ordine del 21 per cento del Pil, gran parte dei quali provenienti dai consumi e dagli investimenti privati in­vece che dal bilancio statale. Quindi la componente internazio­nale, considerando insieme finanziamenti pubblici e mercato del­le emissioni, rappresenterebbe circa un quarto del costo totale, in gran parte comprèso nel 2 per cento.

Per l’accordo globale, a quali potenziali fonti pubbliche di fi­nanziamento bisogna pensare? La risposta sul piano generale, non può che essere: l’insieme delle entrate dello stato, e special­mente quelle fiscali. Può darsi che questo non piaccia molto ai ministri del Tesoro dei paesi ricchi, ma stiamo parlando di spen­dere denaro pubblico su voci estremamente appropriate, e dire che non possiamo permettercelo non avrebbe senso. Le entrate fiscali rappresentano di solito il 30-40 per cento del Pil dei paesi riechi, e lo 0,3 per cento di questo 30-40 per cento corrisponde a circa l’1 per cento del totale della spesa pubblica, una cifra che può considerarsi ben spesa se porta a un accordo globale. A mio parere i benefici, in termini di protezione da possibili disastri cli­matici, superano bene il confronto con quelli derivanti dalle spe­se iscritte a bilancio perla difesa, che di solito nei paesi svilup­pati assorbono il 10 per cento della spesa totale, cioè dieci volte di più.20 Spendere per difenderci da una minaccia globale come i cambiamenti climatici un decimo di quanto spendiamo per di­fenderci da possibili minacce esterne provenienti da altri paesi non mi pare eccessivo. Dire “non possiamo permettercelo” è più omeno come dire “dato che il clima non ci dà ancora troppi fa­stidi non è il caso che ce ne preoccupiamo seriamente”; sempli­cemente da incoscienti.

Quanto alle nuove fonti di entrata connesse con i cambia­menti climatici, come la tassazione delle emissioni 0 i proventi delle aste sui permessi di emissione bisogna stare attenti a che, essendo parte del bilancio complessivo dello stato/non vengano usati, come capita a tante altre voci di entrata, per finanziare genericamente l’aumento della spesa pubblica (istruzione o sa­nità, per esempio), per abbassare il costo del denaro o per ri­durre le tasse. Da questo punto di vista garantire la tracciabi­lità di alcune voci di entrata destinate all’azione internaziona­le sul clima potrebbe rendere politicamente più accettabili sia l’impianto del trattato globale sia la messa all’asta dei permes­si di emissione. Supponiamo per esempio che l’ammontare glo­bale di emissioni consentite nel 2030 sia di 30 Gt di CO?e, e che metà di queste venga messa all’asta. Se il prezzo fosse di 50 dol­lari per tonnellata, il ricavato totale sarebbe di 750 miliardi di dollari all’anno. La quota aggiudicata ai paesi ricchi potrebbe essere meno del 50 per cento del totale, diciamo 300 miliardi di dollari all’anno. Si tratterebbe di una cifra sufficiente almeno a coprire il livello precedentemente indicato per la spesa interna­zionale, anche se si deve tener presente che ci sarà anche una quota importante di spesa pubblica da destinare ai temi am­bientali su scala nazionale^ e la tassazione delle emissioni o la loro commercializzazione non sono un pozzo senza fondo. Tut­tavia gli ordini di grandezza sembrano più che sufficienti al fi­nanziamento dell’attività contemplata dall’accòrdo globale e a costituire almeno uno degli elementi a cui ricorrere per finan­ziare l’adattamento…

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Gli altri capitoli riassunti li trovate qua…

Ricordo che trovate tra gli indispensabili anche il libro per passare alla pratica di quanto su esposto, cioè “Blue Economy“, che parla appunto di come modificare tutto il nostro sistema di produrre, coltivare e consumare, in maniera ecosostenibile, su scala industriale beninteso e non a livello di sperimentazione bensì produzione in serie.

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