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Indispensabili: Un piano per salvare il Pianeta – Cap. 8) La struttura del patto globale (continua…)

Posted by giannigirotto su 29 luglio 2013

Approfitto della pausa estiva, per finire finalmente di inserire l’ultimo capitolo del libro in oggetto nella mia sezione di “Indispensabili“. Il titolo come potete vedere è piuttosto ambizioso, ma non l’ho scelto io, anche se lo condivido.

D’altronde l’autore, Nicholas Stern, ha spalle e competenze sufficientemente forti per prendersi tutte le responsabilità di quanto scrive, ed io sono lieto di diffondere gli estratti/riassunti di tale pubblicazione.

Non credo sia necessario dilungarsi sull’anticipazione dei contenuti, è chiaro che si parlerà di energia, agricoltura, produzione industriale, effetto serra, cambiamenti climatici già in corso, Paesi in via di Sviluppo e Paesi già sviluppati, insomma di come far quadrare il cerchio di uno sviluppo sostenibile che fermi il degrado ambientale ed anzi ripristini delle condizioni che possano garantire il miglior futuro possibile per i nostri figli e nipoti.

Buona lettura, gli altri capitoli li trovate cliccando sull’immagine di copertina qui a lato.

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Cap. 8) La struttura del patto globale

Come costruire un’azione duratura: Progettare un accordo globale richiede un occhio attento non solo alla costruzione di una larga base di consenso, ma anche al suo mantenimento nel tempo e in entrambe queste fasi efficien­za, efficacia ed equità sono principi informatori estremamente importanti: se uno solo di questi aspetti viene meno in modo si­stematico, il consenso sarà difficile da creare e da mantenere. Ma per fare l’accordo non basta un buon progetto, c’è molto di più da costruire.

La promozione del consenso fra paesi diversi è un proces­so politico di alto profilo in cui l’astio, l’interesse di parte e l’incomprensione possono giocare un potente ruolo negativo. Bisogna saper ribattere alle argomentazioni fuorviami con ca­pacità analitica, ma anche affrontare gli interventi che com­portano conseguenze gravi, come la perdita di posti di lavoro, con preoccupazione sincera e capacità di comunicazione. Si­mili attitudini sono necessarie anche per sostenere l’accordo nel tempo, pilotandolo attraverso gli alti e bassi dell’andamento eco­nomico globale, gli avvicendamenti dei leader, i cambiamenti delle maggioranze politiche e del sentire delle persone. Nella comunità internazionale dovrà nascere uno spirito di collabo­razione di ampiezza e profondità senza paragoni con quanto vi­sto sinora, e questo sia all’interno dei confini nazionali sia at­traverso le frontiere.

Fra le politiche che verranno adottate dai vari paesi potrà es­serci una varietà paragonabile, per esempio, a quella delle mille formule e coalizioni politiche con cui si reggono all’interno. Ma sarà in ogni caso cruciale, e qui conta la capacità di analisi, riu­scire a mostrare con chiarezza quali possano essere le conse­guenze future di quelle politiche e alcuni temi…

… Perché un’iniziativa di respiro mondiale si mantenga vitale servono gran parte della capacità di leadership e delle compe­tenze necessarie per costruirla. Di particolare e centrale impor­tanza sarà il fatto che la collaborazione internazionale si mostri tangibilmente all’opera. Nel passato, con la formazione dell’U­nione europea, un grande fattore di integrazione e difesa della pace nel panorama dell’Europa postbellica, si sono potuti cogliere successi significativi nella cooperazione, negli aggiustamenti e nei compromessi e da questo stesso spirito di cooperazione na­scono oggi gli impegni di avanguardia assunti dall’Europa nella lotta ai cambiamenti climatici e la sua netta posizione a favore di un accordo globale.

Per spingere in direzione della cooperazione servono anche forti movimenti dal basso a sostegno di prospettive e valori a lungo termine…

Mirare alto e comprendere come si arriva alla collaborazione: Per dare vita a un’azione di respiro globale occorre una lar­ga condivisione di tre concetti: primo, che le maggiori sfide del Ventunesimo secolo saranno i cambiamenti climatici e la povertà globale, secondo, che se sapremo collaborare potremo risponde­re con forza ed efficacia a entrambe le sfide e, terzo, che si può vincere solo affrontandole contemporaneamente…

Per poter collaborare con gli altri è necessario comprenderle quello che stanno facendo. Spesso nell’opinione pubblica di un paese si insinua il sospetto che, mentre lì ci si sta dando da fare, dalle altre parti non si combina niente, in questi casi, l’informazione è tutto. Negli Usa mi sono trovato Spesso a dover spiegare quanto la Cina si stia impegnando per fermare la deforestazione e piantare più alberi, per promuovere l’efficienza ener­getica, per limitare le esportazioni di prodotti ad alto contenuto di energia ricorrendo alla leva fiscale e per imporre limiti severi falle emissioni da parte delle automobili; e a sottolineare, però, come in quel paese l’attuale tendenza a costruire una o due centrali elettriche a carbone alla settimana non possa che contribuire al vertiginoso aumento delle emissioni. D’altra parte, quando mi sono trovato a parlare in Cina, ho sempre richiamato l’attenzione sul grande sforzo in atto negli Usa per sviluppare le tecnologie di | rilevanza ambientale e sul forte impegno con cui molti stati, amm­inistrazioni cittadine e aziende stanno cercando di ridurre le emissioni. Senza tacere però che il governo Usa non ha sottoscritto il Protocollo di Kyoto, che negli Usa sono diffusissime autovetture ad alto consumo di carburante e che fra i paesi svilup­pati gli Usa hanno il più alto valore di emissioni prò capite. Ma questa opera di condivisione delle informazioni non è cosa che è possa essere affidata all’iniziativa personale e l’esempio della mia esperienza vuole essere solo indicativo. È molto importante invece individuare autorevoli istituzioni internazionali ai cui imparziale giudizio si possa affidare il compito di valutare gli sfor­zi in corso in ciascun paese e di farli conoscere a tutti.

I Esempi concreti di politiche sulle emissioni: Dal punto di vista della popolazione e delle emissioni, i pae­si – o regioni mondiali – più importanti sono la Cina, gli Usa, l’Europa e l’India. Questo elenco ha bisogno di due precisazioni: ho considerato l’Europa come una singola unità politica perché potrebbe realisticamente muoversi come tale nella direzione del­l’accordo globale e ho messo l’India al quarto posto, perché ha un’immensa popolazione e le sue emissioni stanno crescendo a un ritmo molto elevato, anche se come valore assoluto sono an­cora inferiori a quelle del Brasile, dell’Indonesia e della Russia. Non ci potrà essere accordo globale senza che Cina e Usa, i due principali responsabili delle emissioni a livello globale, trovino un terreno di comprensione reale e reciproca. Il mondo si aspet­ta che siano gli Usa a prendere l’iniziativa e il posto di guida, e questo per la loro ricchezza, la loro capacità tecnologica, la loro responsabilità storica quanto alle emissioni del passato e per il loro attuale livello prò capite che è doppio di quello dell’Europa, quattro volte quello della Cina e dieci volte quello dell’India. La Cina, poi, per quanto essenziale possa essere il ruolo che le spet­terebbe in caso di accordo, prima di aderire, comprensibilmen­te, non solo vorrà vedere che gli Usa si assumono degli impegni, ma anche che dimostrino di volerli onorare.

Negli Stati Uniti quali sono le prospettive per un intervento e quali gli ostacoli principali? Innanzitutto gli Usa non costitui­scono una realtà monolitica. Al loro interno molti sono gli stati impegnati a fondo per la riduzione delle emissioni: ventotto han­no già in opera piani di azione contro i cambiamenti climatici mentre altri nove hanno individuato obiettivi di riduzione. I sin­daci di molte città, come Las Vegas e New Orleans, si sono im­pegnati a individuare o ridurre le emissioni. Molte aziende sono avanti nell’efficienza energetica e nello sviluppo di tecnologie per la produzione di energia a basso uso di carbonio.

È anche vero, però, che l’amministrazione Bush ha agito da fattore di rallentamento nel cammino verso l’accordo globale che ha reso esitanti anche i maggiori paesi in via di sviluppo. Al sum­mit del G8 in Giappone, nel luglio 2008, i paesi membri del G5 (Cina, India, Brasile, Messico e Sudafrica), che ora partecipano regolarmente alle discussioni, hanno rifiutato di impegnarsi a di­mezzare le emissioni entro il 2050 finché non ci saranno precisi impegni sugli obiettivi e sui piani d’azione immediati da parte dei paesi ricchi, la cui grave indecisione su questi punti è dovu­ta soprattutto alla posizione “negazionista” del governo Usa. Al­la conferenza dell’Unfccc di Bali, nel dicembre 2007, si è temuto fino all’ultimo che gli Usa potessero bloccare l’avvio dei negoziati per l’accordo destinato a sostituire il Protocollo di Kyoto, e l’impegno a definirlo nell’incontro di Copenaghen in programma per il dicembre 2009. È rimasta negli annali l’esortazione rivolta in quell’occasione alla delegazione Usa da Kevin Conrad, il ple­nipotenziario della Papua Nuova Guinea per i cambiamenti cli­matici: “Se non volete prendere voi la guida, allora toglietevi di mezzo e lasciate fare a noi”.

Nel corso del 2007, tuttavia, la situazione è mutata e gli Usa hanno lanciato il Major Economics Meeting on Energy Security and Climate Change, allo scopo di avviare una discussione fra i principali paesi emettitori. Sempre l’amministrazione Bush ha promosso, assieme all’Australia, l’iniziativa della Asia-Pacific Partnership on Clean Development and Climate.

È singolare come un’amministrazione che si era così a lungo mostrata insensibile al problema del clima abbia dato negli ulti­mi due anni questi segni concreti, anche se tardivi, di interesse.

Secondo me ciò è dipeso da una combinazione di diversi fattori.

Innanzitutto c’è la massa di inequivocabili evidenze sulle cause e i possibili rischi dei cambiamenti climatici che si sono andate via via accumulando. In secondo luogo la crescita della pressio­ne da parte dell’opinione pubblica Usa che ha reso politicamen­te svantaggioso per l’amministrazione continuare a negare l’evidenza o seguire una politica ostruzionistica. Poi c’è stata la presa di coscienza della volatilità e dei rischi connaturati al mer­cato del petrolio e una attenzione sempre maggiore per la sicu­rezza degli approvvigionamenti energetici. Infine ha giocato la pressione da parte di buona parte dell’industria Usa per l’adozione di politiche favorevoli alle nuove opportunità di investimento nel­le tecnologie a basso carbonio, per le quali negli Usa ci si impe­gna con creatività ed energia. Da questo insieme di fattori ha co­minciato a germogliare una vena di ottimismo per le possibilità di un futuro progresso. Un’altra considerazione è che probabil­mente l’amministrazione si è resa conto che la posizione assun­ta sulle questioni ambientali non faceva che deteriorare ulte­riormente la reputazione degli Usa all’interno della comunità in­ternazionale, già messa a dura prova da altre vicende.

Sul fronte interno, quale che sia il suo colore politico, un’am­ministrazione Usa troverà sicuramente difficile sia battere il dif­fuso pregiudizio che l’intervento sui cambiamenti climatici dan­neggerebbe l’economia, sia essere convincente a proposito dell’a­dozione di provvedimenti entro i confini nazionali senza ricorre­re contestualmente a misure protezionistiche. Ma le preoccupa­zioni sulla competitività in realtà riguardano solo pochi settori dell’economia a cui la politica offre una cassa di risonanza esa­gerata, mentre stenta a sentirsi la voce di altri settori del privato che nell’azione per contenere gli effetti climatici potrebbero tro­vare interessanti opportunità…

Davanti agli occhi di tutto il mondo gli Usa non hanno rati­ficatoli Protocollo di Kyoto, nonostante la loro delegazione avesun ritmo molto elevato» anche se come valore assoluto sono an­cora inferiori a quelle del Brasile, dell’Indonesia e della Russia. Non ci potrà essere accordo globale senza che Cina e Usa, i due principali responsabili delle emissioni a livello globale, trovino un terreno di comprensione reale e reciproca. Il mondo si aspett ta che siano gli Usa a prendere l’iniziativa e il posto di guida, e questo per la loro ricchezza, la loro capacità tecnologica, la loro responsabilità storica quanto alle emissioni del passato e per il loro attuale livello prò capite che è doppio di quello dell’Europa, quattro volte quello della Cina e dieci volte quello dell’India. La Cina, poi, per quanto essenziale possa essere il ruolo che le spet­terebbe in caso di accordo, prima di aderire, comprensibilmen­te, non solo vorrà vedere che gli Usa si assumono degli impegni, ma anche che dimostrino di volerli onorare.

Negli Stati Uniti quali sono le prospettive per un intervento e quali gli ostacoli principali? Innanzitutto gli Usa non costitui­scono una realtà monolitica. Al loro interno molti sono gli stati impegnati a fondo per la riduzione delle emissioni: ventotto han­no già in opera piani di azione contro i cambiamenti climatici mentre altri nove hanno individuato obiettivi di riduzione. I sin­daci di molte città, come Las Vegas e New Orleans, si sono im­pegnati a individuare o ridurre le emissioni. Molte aziende sono avanti nell’efficienza energetica e nello sviluppo di tecnologie per la produzione di energia a basso uso di carbonio.

È anche vero, però, che l’amministrazione Bush ha agito da fattore di rallentamento nel cammino verso l’accordo globale che ha reso esitanti anche i maggiori paesi in via di sviluppo. Al sum­mit del G8 in Giappone, nel luglio 2008, i paesi membri del G5 (Cina, India, Brasile, Messico e Sudafrica), che ora partecipano regolarmente alle discussioni, hanno rifiutato di impegnarsi a di­mezzare le emissioni entro il 2050 finché non ci saranno precisi impegni sugli obiettivi e sui piani d’azione immediati da parte dei paesi ricchi, la cui grave indecisione su questi punti è dovu­ta soprattutto alla posizione “negazionista” del governo Usa. Al­la conferenza dell’Unfccc di Bali, nel dicembre 2007, si è temuto fino all’ultimo che gli Usa potessero bloccare l’avvio dei negoziati per l’accordo destinato a sostituire il Protocollo di Kyoto, e l’impegno a definirlo nell’incontro di Copenaghen in programma per il dicembre 2009. È rimasta negli annali l’esortazione rivolta in quell’occasione alla delegazione Usa da Kevin Conrad, il ple­nipotenziario della Papua Nuova Guinea per i cambiamenti cli­matici: “Se non volete prendere voi la guida, allora toglietevi di mezzo e lasciate fare a noi”.

E la Cina? Dalla metà degli anni novanta, con la presidenza di Zhu Rongji, la classe dirigente si è resa conto del grave proble­ma rappresentato dall’inquinamento. ‘ In questi anni di grande svi­luppo economico, la Cina ha dovuto subire una diffusa erosione dei suolo nell’area dell’Altopiano del Loess,* un pesante inquina­mento dell’aria delle città, la contaminazione dei fiumi e crescenti difficoltà nella raccolta e nella distribuzione dell’acqua. Questa delle risorse idriche è una difficoltà ricorrente nella storia della Cina e si è aggravata Con le alterazioni nel regime delle precipita­zioni e dei corsi d’acqua; la Cina è vulnerabile alla siccità come alle alluvioni e all’innalzamento del livello del mare e non c’è dub­bio che oggi sia perfettamente conscia dei rischi che corre.

In Cina il rimboschimento prevale sulla deforestazione, nel­l’undicesimo piano quinquennale (2006-2010) è stato pósto un obiettivo di riduzione dei consumi energetici del 20 per cento, e sono allo studio percorsi di crescita a basso carbonio nel quadro del futuro dodicesimo piano quinquennale. La Cina ha introdot­to inoltre una tassa sulle esportazioni di beni ad alto contenuto energetico equivalente a una tassa sulle emissioni di circa 40 dol­lari per tonnellata di C02.2

La Cina è consapevole che senza un suo ruolo primario non potrà mai esserci un accordo globale e che ha quindi il potere di decisione nelle sue mani. Ma sa anche che se non si arriva a un accordo, la sua vulnerabilità agli effetti climatici potrebbe di­ventare insostenibile» e che quindi la decisione va presa con là massima attenzione. Questa consapevolezza della Cina è oggi condivisa anche dagli altri attori principali, Usa, Europa e India.

Tuttavia rimane il problema molto concreto della forte do­manda di energia da parte di un sistema economico come quel­lo cinese che si va al contempo industrializzando ed espanden­do con grande rapidità, per cui i costi della riduzione delle emis­sioni in termini di frazione del Pil sono potenzialmente maggiori per la Cina che per molti altri paesi. Fra oggi e la metà del seco­lo l’economia cinese crescerà probabilmente di almeno dieci vol­te (con una crescita del 7 per cento all’anno – negli ultimi trent’anni la crescita cinese è stata superiore al 7 per cento – si ha qua­si un raddoppio ogni dieci anni: quindi quattro decenni con un raddoppio ogni decennio darebbero un fattore di sedici volte…

… È importante notare che mentre in mol­ti paesi i politici provengono dal ramo forense o dal mondo de­gli affari, in Cina del gruppo dirigente fanno parte molti inge­gneri, per professione portati a dare particolare importanza alle tecnologie. Dato che gli Usa sono la nazione tecnologicamente più progredita al mondo e che molte aziende americane opera­no proprio nello sviluppo di nuove tecnologie, la cooperazione in questo settore potrebbe assumere un ruolo determinante per la reciproca comprensione fra le due maggiori potenze, che è il pri­mo gradino per arrivare all’accordo globale.

L’Unione europea e molti dei paesi che la compongono sono stati all’avanguardia nello spingere per un intervento sui cam­biamenti climatici. Nel marzo del 2007 la riunione dei capi di go­verno ha preso un impegno fondamentale, quello di raggiungere entro il 2020 una riduzione del 20 per cento rispetto al livello del 1990 e del 30 per cento nel quadro di analoghi impegni da parte di altri paesi, ossia sostanzialmente di un patto globale…

… La consapevolezza della vulnerabilità del paese agli effetti del clima si è fatta strada anche in India. I principali fiumi del Nord del paese, e quindi anche quelli della Cina, del Bangladesh e del Pakistan, nascono da un’area di poche centinaia di chilometri quadrati dell’Himalaya, una zona in cui i ghiacciai si stanno ri­tirando rapidamente (del 15 per cento negli ultimi quarant’anni). Il primo ministro indiano Manmohan Singh si è riferito a quest’area chiamandola il “serbatoio d’acqua dell’Asia”, e se la sua capacità continuerà a diminuire, l’India e i suoi vicini si tro­veranno ad affrontare torrenti incontenibili nella stagione delle piogge che si trasformeranno in greti aridi nel resto dell’anno…

Le emissioni totali dell’India sono solo un terzo di quelle del­la Cina, ma le dimensioni del paese e le sue ambizioni di crescita sono tali da farne un altro componente critico del patto globale, dotato quindi di un certo potenziale d’interdizione sullo stesso. In India stanno analizzando con attenzione questo aspetto e il pri­mo ministro ha istituito nel maggio del 2007 un Climate Change Committee, mentre nel giugno del 2008 è stato redatto un piano d’azione in cui il governo si impegna a dedicare maggior atten­zione alle energie rinnovabili, alla gestione delle acque e alla sal­vaguardia delle risorse naturali…

Le politiche sul clima sono in rapido sviluppo anche in mol­ti altri importanti paesi. Il Brasile ha varato, nel giugno 2008, un piano nazionale per arrestare la deforestazione e ha chiesto la collaborazione internazionale. Anche il Messico ha assunto una posizione di avanguardia in America latina varando uno studio nazionale dettagliato per l’azione contro i cambiamenti climati­ci. La Guyana sta cercando l’aiuto internazionale per la gestione delle sue foreste e il Costa Rica si è impegnato a ridurre del 100 per cento le sue emissioni entro il 2050…

La discussione e l’analisi: L’opinione pubblica e la classe dirigente di ogni paese vanno convinte che la crescita a basso carbonio è possibile e conveniente e che ci si può arrivare con una transizione controllabile a parti­re dall’attuale assetto dell’economia…

… Un’altra è quella che agita periodicamente lo spauracchio del­la competitività per sostenere che se una nazione si muove adot­tando misure prima delle altre le sue aziende si troveranno in po­sizione di svantaggio a causa della concorrenza estera. Di solito queste posizioni sono solo propaganda senza dati numerici a sup­porto e, spesso, esagerano in modo evidente i pericoli: se si esa­minano i dati nella realtà si vede come i costi aggiuntivi per la maggior parte dei settori produttivi sarebbero, da oggi al 2050, dell’ordine dell’1-2 per cento del Pil all’anno. L’effetto sarebbe ana­logo a quello di un incremento una tantum di analoga entità nei costi di produzione, cioè di una variazione dei parametri economici che può essere tranquillamente riassorbita. Infatti le oscillazioni anche prolungate nelle ragioni di scambio in cui le aziende si imbattono normalmente hanno spesso effetti maggiori sui co­sti di produzione. Si consideri infine che si tratterebbe di un aumento dei costi di produzione piccolo se raffrontato, per esempio, con l’attuale differenza fra i costi di produzione in Europa e in Cina, che varia a seconda dei settori da cinque a dieci volte.

C’è tuttavia un numero limitato di settori industriali, come il cemento, la siderurgia e l’alluminio per i quali i costi sarebbero probabilmente maggiori e che richiedono quindi un regime tran­sitorio da studiare con cura. Le opzioni sono numerose, per esem­pio i paesi ricchi potrebbero proporre un accordo internaziona­le particolare per questi settori più esposti basato su tre punti: procrastinazione della data di entrata a regime del sistema Cap-and-trade nei paesi in cui i settori sono presenti; collaborazione internazionale con le aziende di questo tipo nei paesi in via di svi­luppo per introdurre nuove tecnologie; eventuale introduzione futura, per esempio nel 2020, di tariffe protezionistiche nei pae­si ricchi qualora l’azione di riduzione delle emissioni nei paesi in via di sviluppo non dovesse andare avanti. Questo pacchetto di misure darebbe alle aziende il tempo necessario per riconvertir­si installando nuovi macchinari a basse emissioni e in questo pe­riodo di transizione la redditività potrebbe mantenersi accetta­bile grazie allo sconto sul costo delle emissioni, insomma si trat­ta del tipico processo di trasformazione cui devono tendere le po­litiche sul clima. Però, aziende particolarmente a corto di liqui­dità e con il capitale interamente investito in impianti tradizio­nali potrebbero avere difficoltà a passare alle nuove tecnologie, per cui in alternativa si potrebbero accordare facilitazioni finan­ziarie alle aziende del settore in tutto il mondo chiedendo loro in cambio di elaborare ciascuna un proprio piano di riduzione delle emissioni adeguato alle reali possibilità. In conclusione la questione della competitività può essere affrontata, nei pochi casi realmente necessari, con politiche specifiche di settore e di du­rata limitata nel tempo. Non si può pretendere che il cammino verso un accordo globale, che rappresenterebbe un progresso per tutto il mondo, venga bloccato perché nella transizione un nu­mero limitato di settori industriali ad alta intensità energetica sa­rebbe penalizzato da costi maggiori.

Alcuni commentatori sostengono che a questi interventi le aziende reagirebbero con massicce delocalizzazioni verso i pae­si con politiche sul elima più deboli In realtà le decisioni delle aziende sulla localizzazione degli impianti dipendono dà una mol­teplicità di fattori (tasso di interesse e burocrazia sugli investi­menti infrastrutture finanziarie, amministrative e legali, costi di trasporto, facilità di accesso ai mercati,; alle materie prime, a for­za lavoro qualificata e così via) e il còsto delle emissioni e della relativa normativa non e che una fra le tante voci. Inoltre l’evidenza empirica raccolta mediante accurate indagini su questo tipo di mobilità indica che si tratta di un effetto marginale.8

Altri analisti si dichiarano invece scettici sostenendo che non si può contare troppo sullo sviluppo del mercato delle emissioni perché l’allocazione dei permessi potrebbe essere facilmente con­trollata con la corruzione e quindi le riduzioni sarebbero fasulle. In qualche caso si sente anche dire che il mercato delle emissio­ni non sarebbe altro ohe un “lasciapassare gratuito per uscire dal­la gabbia delle riduzioni” a beneficio esclusivo dei paesi ricchi, oppure che gli operatori sul mercato delle emissioni “rapinereb­bero” i paesi poveri imponendo bassi prezzi per le riduzioni e lu­crando sulla differenza con gli alti prezzi dei permessi comprati dai paesi ricchi. Anche qui, come nel caso della competitività, la risposta consiste nell’affrontare tutte le obiezioni avanzate, nel confutare le finte argomentazioni e nel perseverare nell’imposta­zione di mercato, perché solo con la sua adozione si possono ri­durre in misura significativa i costi dell’intervento sul clima.

La regolamentazione del mercato delle emissioni si rivelerà un problema complesso, (sì purtroppo si è rilevata un fallimento, ndr) proprio come lo sono quelle del mer­cato assicurativo o dei mercati finanziari. L’altra leva a nostra disposizione per controllare i prezzi è il regime fiscale sulle emis­sioni, che sicuramente ha un ruolo da svolgere, ma che pure pre­senta i suoi problemi: non è mai facile arrivare al coordinamento internazionale in tema di tasse; le tasse di per sé non garanti­scono l’entità delle riduzioni; i governi non sono il massimo in termini di continuità nel tempo, dato che la politica nazionale può facilmente trasformarsi in una partita di rugby politico; e infine le tasse non garantiscono un flusso finanziario dai paesi ricchi verso i paesi poveri. Il nostro concetto deve essere di trovare, per le emissioni, la miscela ottimale di misure fiscali e di ricorso al mercato, e poi, ovviamente di garantirci che entram­be le “leve” siano azionate con competenza e trasparenza…

Come vanno pensate le politiche in un’economia mondiale turbolenta: Ci Vogliono politiche sul clima che valgano per l’oggi e anche per il medio e lungo termine. Per prendere le decisioni in modo razionale investitori e consumatori devono poter contare su un sistema di riferimento chiaro, quindi è necessario che per i pros­simi decenni l’indirizzo generale sia inequivocabile e le politi­che sul clima siano stabili. Ma intorno a noi vediamo aprirsi un periodo di perdita di fiducia nell’economia mondiale e di re­cessione per molte aree del mondo, mentre i prezzi degli idro­carburi promettono di restare probabilmente alti sul medio e lungo termine: che effetto hanno tutti questi condizionamenti sul tipo di ristrutturazione necessaria è sul modo di pensare e applicare le politiche sul clima? In un periodo così, dover pen­sare politiche di lungo termine è certo molto difficile ma apre anche delle opportunità.

Innanzitutto dalla crisi finanziaria in atto ci sono due lezio­ni da trarre. La prima è che essa era in gestazione da una venti­na d’anni e la morale è che ignorando deliberatamente i rischi o ritardando gli interventi necessari non si fa altro che accumula­re guai per il futuro. Se non facciamo nulla per tenerlo sotto con­trollo, il mutamento del clima produrrà effetti tangibili fra mol­to più di vent’anni, ma saranno le decisioni operative che pren­deremo in questi pochi anni a decidere se gli effetti più gravi si potranno evitare, e stiamo parlando di effetti ben peggiori ed este­si di quelli dell’odierna crisi finanziaria.

La seconda è che a un certo punto dovremo uscire da una re­cessione che si preannuncia non breve: si tratterà cioè di anni e non di mesi. Quando sarà il momento avremo bisogno di un ac­celeratore di crescita che sia effettivamente produttivo di valore e capace di innescare un futuro periodo di espansione. E cosa po­trebbe funzionare meglio di una crescita a carbonio zero? Si trat­terebbe di uno scenario completamente diverso dalla bolla di In­ternet della fine degli anni novanta alimentata dalla vendita a prez­zi gonfiati di siti web mal confezionati o da quello della bolla im­mobiliare gonfiata pochissimi anni fa dalla vendita di strumenti finanziari che ben pochi (e forse nessuno) erano in grado di ca­pire e valutare. Se i governi adotteranno le giuste politiche, quel­le descritte in questo libro per intenderci, davanti al settore pri­vato si spalancherà un’ondata di promettenti investimenti e nuo­ve tecnologie. Non si dovrà però mai abbassare la guardia sul­l’importanza di buone, ragionate e coerenti politiche sul clima e accettare che vengano mutilate “arruolandone” qualche tema in un convenzionale pacchetto per la ripresa economica: errori co­me i sussidi alla produzione Usa di alcol etilico dai cereali o le mi­sure protezionistiche sui biocarburantì d’importazione, per esem­pio, non dovranno mai più essere ripetuti o sostenuti.

D’altra parte ci sono altri aspetti del sistema incentivante che si fanno invece più difficili. Con i prezzi del petrolio in salita co­mincia a diventare conveniente lo sfruttamento di risorse come le sabbie oleose e gli scisti oleosi che richiedono molta energia in fase di estrazione e che durante la trasformazione in benzina o ga­solio emettono dal 20 al 200 per cento in più di gas serra rispetto alla raffinazione del petrolio. Anche le variazioni relative di prez­zo fra i vari composti del carbonio possono originare problemi: nel 2007-2008 i prezzi del carbone sono saliti anch’essi, ma in mi­sura inferiore al petrolio e al gas naturale, e questo ha incentivato per la produzione di energia elettrica il passaggio al carbone, che in termini di emissioni di gas serra inquina circa il doppio del gas naturale. Si rende così ancora più urgente lo sviluppo in tem­pi molto rapidi della tecnologia ma anche degli aspetti logistici e normativi del Ccs per il carbone, nonché di incentivi per l’impiego di questa tecnologia basati sul prezzo delle emissioni.

La crisi finanziaria scoppiata più o meno un anno fa e la pro­babilità che il prezzo del petrolio si mantenga alto sul medio pe­riodo dovrebbero spingerci a impegnarci sempre di più in que­sta transizione dagli idrocarburi alla crescita a basso carbonio…

Le politiche di sostegno all’accordo globale: La cosa fondamentale» e anche la più urgente, è costruire un accordo globale. Dopo però bisogna anche farlo funzionare. Il se­greto di un accordo che funziona sta in parte nell’accordo stesso e nella sua struttura incentivante; giocheranno a favore del suo funzionamento anche iltimore chela defezione di un paese pos­sa comportare in seguito sofferenze su scala globale, la pressio­ne politica dell’opinione pubblica e le sue strutture istituzionali.

In virtù della reputazione guadagnata con un comportamen­to responsabile le singole nazioni associate nel patto globale po­trebbero godere di vantaggi tangibili, per esempio nei negoziati su altri temi a livello internazionale. O viceversa se un paese non collabora, o non raggiunge i risultati per i quali si era impegna­to, potrebbe essere penalizzato e vedersi accreditata minore fi­ducia nelle discussioni internazionali sulle transazioni finanzia­rie, gli investimenti o il commercio internazionale. Sarebbe probabilmente sbagliato voler formalizzare questa perdita di credi­to perché ne potrebbero derivare altre complicazioni, sia nel cam­po dei cambiamenti climatici sia in altrL Per esempio, esistono già meccanismi collaudati per risolvere le questioni di diritto in­ternazionale o le controversie commerciali e appesantirli con una casistica di violazioni formali agli impegni sul clima renderebbe tutto complicato in misura inaccettabile. In effetti, il processo di collaborazione internazionale e l’azione diplomatica presentano da sempre, in modo informale, questa componente di ampi e im­pliciti scambi e riconoscimenti. Per esempio nell’Unione europea il processo decisionale va avanti proprio in questo modo, per cui come diventa di comune dominio la cattiva volontà dimostrata da un paese nell’arrivare a una posizione condivisa in un certo ambito, subito si hanno ritorsioni della stessa natura in un altro…

Un pianeta in pericolo

… ai fini della possibilità di costruire un accordo globale le nazioni decisive rimangono gli Usa e la Cina, cioè i principa­li responsabili delle emissioni mondiali. L’elezione di Barack Oba­ma, come dimostrato chiaramente da tutta la sua campagna e dal discorso per la vittoria, segnerà una svolta nella posizione Usa sul clima, ma anche nel modo in cui questa posizione è per­cepita dal resto del mondo. Ora gli altri paesi possono nutrire fi­ducia che il governo americano mostrerà consapevolezza della natura e dell’urgenza della sfida, del ruolo cruciale della propria capacità di guida e dell’importanza dell’azione internazionale. In Cina i responsabili delle decisioni politiche, compresi quelli che si occupano di clima e di ambiente, con i quali ho continui e intensi rapporti, sono fortemente sensibilizzati sui possibili ef­fetti dei cambiamenti climatici per il loro paese e sul ruolo cen­trale che spetta loro in un possibile accordo globale. La Cina ten­de a decidere in un modo altamente concreto, basato sul lavoro di analisi. Del suo gruppo dirigente fanno parte molti ingegneri che stanno valutando accuratamente come tagliare le emissioni, a quali costi, con quali tecnologie e quale aiuto da parte della co­munità internazionale…

… Campeggia, fra questi ostacoli, la tesi che oggi la priorità spet­terebbe al superamento della crisi economica che stiamo attra­versando e che quindi l’intervento sul clima può essere riman­dato: una tesi che spesso viene sostenuta da chi non è d’accordo sull’intervento concreto e usa la crisi come una buona scusa. Si tratta però di un’argomentazione sbagliata, che va respinta. Non c’è dubbio sulla serietà della crisi e sul fatto che essa richieda un’azione forte e coordinata sia nei singoli stati sia a livello in­ternazionale; l’errore consiste nel pensare che l’impegno sulla cri­si economica e quello sui cambiamenti climatici si escludano a vicenda. Essi non sono in conflitto e qualcuno può riuscire a fa­re della crisi un ostacolo sulla, via verso un urgente intervento sul clima solo se glielo permettiamo e se rinunciamo a rispondere adeguatamente e a discutere con chiarezza la questione.

Due cose dobbiamo tenere presente sul rapporto fra la crisi del pianeta e la crisi economica. Le origini della crisi economica e finanziaria che il mondo si trova a fronteggiare oggi risalgono a venti anni fa. Prima attraverso la deregulation sono stati allentati e indeboliti i controlli sui mercati finanziari; poi, approfit­tando di un’espansione anomala del mercato dei mutui per le abi­tazioni, una vera e propria bolla, sono stati emessi prodotti fi­nanziari, detti “derivati”, di difficile comprensione e dall’incerta copertura… La morale è senza dubbio che quanto più a lungo un rischio reale viene sottovalutato e ignorato, tanto maggiori sa­ranno le conseguenze al momento del crollo. Non bisogna ripe­tere questo stesso errore con i cambiamenti climatici.

Il secondo aspetto è che per venire fuori dalla crisi dobbiamo trovare un motore della crescita economica che ci consenta un’u­scita sostenibile. Sarà necessario il ricorso al prelievo fiscale, in misura significativa ma per breve durata e coordinato in tutto il mondo, ma questo non sarà sufficiente ad avviare questo nuovo percorso di crescita. I principali motori della crescita sostenibi­le nei prossimi decenni saranno le nuove tecnologie e le oppor­tunità per gli investimenti offerte dallo sviluppo a basso carbo­nio. Il ruolo di questi investimenti sarà paragonabile a quello avu­to dalle ferrovie, dall’elettricità, dall’automobile e dalle tecnolo­gie dell’informazione nei precedenti cicli della storia economica. Dobbiamo organizzare l’uscita dalla crisi investendo in progetti a breve termine, come l’efficienza energetica, che generano rapi­damente domanda e occupazione, e portando avanti al contem­po alcune infrastrutture per i trasporti e la produzione di ener­gia, che saranno alla base dello sviluppo a medio e lungo termi­ne. Non c’è dubbio che per fronteggiare nell’immediato la crisi e l’inevitabile calo della domanda sarà necessario stimolare a bre­ve termine un forte incremento dei consumi, ma non dobbiamo perdere di vista quegli investimenti che saranno in grado di so­stenere un vero e prolungato processo di crescita in futuro.

… Un ritardo anche di soli cinque o dieci anni non fa­rebbe che aumentare pericolosamente i rischi e farebbe levitare vertiginosamente i costi dopo, quando cioè saremo comunque costretti a intervenire; ma in ritardo e quindi in mòdo precipito­so e poco ponderato.

Certo si tratta di saper trascinare gli altri, ma si tratta anche di restare con i piedi per terra: anzi, quello descritto in questo li­bro è l’unico modo per restare con i piedi per terra. Ci rimane una ristretta finestra di tempo per trasformare questo progetto in realtà, e se questo è il momento da cui deve emergere la guida politica, è anche quello in cui tutti, professori di università come me, o analisti politici o investitori in nuove tecnologie, o sempli­cemente persone disposte a migliorare il proprio modo di con­sumare, siamo chiamati a dare il nostro contributo. Sappiamo cosa dobbiamo fare. La posta in gioco è enorme: spetta ai citta­dini e ai politici di tutto il mondo, comunità per comunità, pae­se per paese, decidere di creare e sviluppare l’impegno, la colla­borazione e la prospettiva internazionali con cui si può cogliere questa speciale opportunità di rispondere alla sfida di salvare un pianeta in pericolo.

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Gli altri capitoli riassunti li trovate qua…

Ricordo che trovate tra gli indispensabili anche il libro per passare alla pratica di quanto su esposto, cioè “Blue Economy“, che parla appunto di come modificare tutto il nostro sistema di produrre, coltivare e consumare, in maniera ecosostenibile, su scala industriale beninteso e non a livello di sperimentazione bensì produzione in serie.

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