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Indispensabili – Trafficanti (di morte) – Cap 1) SEVESO

Posted by giannigirotto su 26 novembre 2013

Partiamo oggi con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“, libro che tratta in particolare dei traffici di sostanze inquinanti, con particolare riguardo chiaramente a quelli che avvengono, in entrate ed in uscita, in Italia.

E’ un libro durissimo, che definire indigesto è un eufemismo. Un libro che mette a nudo una piccolissima parte delle più sporche ma sopratutto mortali porcherie che da decenni vedono piccole e grandi imprese infrangere la legge e smaltire illecitamente rifiuti pericolosissimi semplicemente sversandoli nel territorio, interrandoli, ammassandoli l’uno sopra l’altro, caricandoli su navi che poi vengono affondate, e in mille altri modi ugualmente deleteri.

In questi estratti troverete date, nomi, luoghi, cifre, fatene l’uso che riterrete più opportuno, ma per favore, non voltatevi dall’altra parte, ne va del futuro dei nostri figli.
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Cap. 1 – La fine del sogno: SEVESO

10 luglio 1976Era il 10 luglio del ’76, Milano, veniva abbracciata da un clima rovente, talvolta, afoso, sinonimo di immobilità; tra Seveso e Meda, in piena Brianza, si attendeva con trepidazione l’arrivo di agosto. Ma quel sabato entrò dalla porta del tempo senza farne più uscita. Il fotografo che immortalò quella data nei libri di storia è da rintracciarsi in una nube,una nube di colore roseo, che avvolse il cielo e tinse gli sguardi che la incontrarono di stupore. La nube venne concepita in una fabbrica, l’Icmesa, aperta dagli svizzeri nel 1947, nel comune di Meda. Da qualche anno era passata sotto il controllo della multinazionale Hoffmann-La Roche, gigante della farmaceutica. La nuvola rosa svelava metodicamente le sue intenzioni e la sua reale natura attraverso la morte, tanto improvvisa, quanto inarrestabile, di flora e fauna. Nonostante questo, nessuno ammetteva e ratificava ciò che stava accadendo. Seveso e Meda furono evacuate. L’Italia scoprì, a suo discapito, i costi ambientali e umani dello sviluppo. La diossina a Seveso assunse le sembianze di una valanga, che crudele e spietata, seppellì ogni forma di vita, e stravolse le esistenze future di chi, in quei giorni, era ancora estraneo alla luce. Per eliminare le scorie e i rifiuti tossici, che costringevano Seveso ad una dittatura fondata sul terrore, si pensò di costruire un enorme inceneritore sulle terre contaminate per bruciare tutto. Ma nella popolazione di Seveso e Meda qualcosa era cambiato, non si respirava più quell’aria di indifferenza che portò gli sguardi altrove e le orecchie a tapparsi, come sulla cima di una montagna; quell’indifferenza che si risolse in un silenzio funebre, quando nel 1947 correvano voci in merito all’interramento dei rifiuti e all’avvelenamento del fiume, da parte dell’Icmesa. L’unico fiore dogmatico, germogliato dalla catastrofe del 10 luglio era la salvaguardia dell’ambiente da ogni becera forma di distruzione. Il 2 giugno 1977, il consiglio regionale della Lombardia approvò l’istituzione dell’Ufficio speciale di Seveso. L’azione fu divisa in cinque progetti: accertare il tipo di inquinamento dei terreni; organizzare l’aiuto sanitario della popolazione; fornire assistenza scolastica e abitativa; ricostruire le case e le infrastrutture; e, infine, sostenere le imprese.120 miliardi di lire (60 milioni di euro, ndr) furono stanziati dal governo Andreotti, del quale, il ministro degli interni era Francesco Cossiga . Nel resto dell’Italia l’atmosfera era inasprita dalle continue manifestazioni e dalle risoluzioni strategiche delle Brigate Rosse.Gestire l’informazione Il calvario di Seveso e della sua popolazione assunse le sembianze di una sorgente, dalla quale fuoriuscivano correnti ecologiste avverse ad ogni tentativo di devastazione del territorio. Tra i cadaveri della gioia e della spensieratezza ballavano l’incertezza e la paura. Il problema, ora, riguardava lo smaltimento delle scorie. Che destino spettava alla quantità di diossina liberata dall’Icmesa? Luigi Noè, senatore e presidente dell’ufficio speciale Seveso, capì la portata del “problema informazione”. L’incarico di amministrare e controllare l’informazione venne dato a Sergio Angeletti, responsabile della comunicazione dell’ufficio speciale Seveso. Il governo non scelse la via della trasparenza, ma optò per quella dell’oscurantismo, in quanto era necessario nascondere un accordo segreto, firmato dal responsabile dell’Ufficio speciale, che avrebbe dovuto garantire la massima riservatezza sull’operazione di bonifica e trasferimento delle scorie contaminate dalla diossina. L’area che evidenziava la maggior presenza di diossina venne denominata “zona A”, essa consisteva in: 2200 metri di lunghezza; estensione di 108 ettari; profondità di 46 cm. Da quella zona vennero allontanate 736 persone, per un totale di 204 famiglie. La diossina non si sarebbe sciolta con le piogge, impregnava e vegliava sul terreno, uccideva qualsiasi animale che sfiorava. L’essenza del disastro era contenuta in 41 fusti blindati, che dovevano immediatamente lasciare Seveso.L’anno zero dei trafficiDal ’79 a dirigere l’ufficio speciale di Seveso arrivò l’ex senatore della dc, Luigi Noè, legato al gruppo degli andreottiani. Era un ingegnere specializzato in dighe, ma che da diversi anni si stava occupando di energia nucleare, prima del Cnen e poi come direttore dell’Enea. Era abituato a trattare affari riservati, a maneggiare dossier che non potevano uscire dalle stanze dei colossi energetici nazionali. Il suo è un nome chiave nella storia dei traffici di rifiuti e degli intrecci con la più incredibile rete d’interessi che, ancora oggi, governano una parte importante della storia italiana. Sarà lui l’uomo chiave nella gestione del carico dei 41 fusti. Noè, infatti, preparò con cura il viaggio utile a disperdere nel nulla dell’anonimato, ciò che restava di Seveso, senza clamore, stringendo accordi con chi garantisse la segretezza. Sergio Angeletti, biologo giornalista, curava la mediazione, tra il senatore Noè e il mondo dell’informazione. I patti erano chiari: la destinazione finale non doveva essere divulgata, pena la decadenza degli accordi sottoscritti. I 41 fusti dovevano uscire silenziosamente da Seveso. Per evitare sommosse degli abitanti, pervasi ed invasi dall’angoscia e dal panico, e con il fine di raggirare ogni qualsiasi tipo di informazione, Angeletti fa pertanto passare una falsa indiscrezione relativa alla partenza dei fusti.Il marsigliese e i 41 fusti di SevesoIl 14 ottobre 1982 il presidente della giunta lombarda Giuseppe Guzzetti annunciò la soppressione della diossina da Seveso. La quantità di materiale altamente contaminato era però spaventosa :200-300 grammi di veleni sparsi sulle terre di Seveso e Meda, una quantità che, all’apertura dell’archivio dell’Ufficio speciale Seveso, qualche anno dopo, salì a 12 kg. La domanda che ora vegliava le menti di chi possedeva un’infima cognizione di causa, riguardava inevitabilmente il luogo di destinazione della diossina. La risposta stava in un documento firmato da Givaudan e dalla Hoffmann-La Roche e voluto da Noè. Quest’ultimo accompagnò, come un padre fa con la figlia all’altare, il camion rosso e azzurro con il carico partito dall’Icmesa fino a Ventimiglia. Lo smaltimento dei rifiuti venne affidato ad una società tedesca, la Mannesmann, tristemente nota per aver utilizzato dei prigionieri come forza lavoro in condizioni di schiavitù, durante la direzione del filonazista Zangen. Il core business era la produzione metallurgica, e nel dopoguerra, le telecomunicazioni. La filiale italiana si occupava dello smaltimento di rifiuti tossici, con un vero e proprio settore “ecologico”. Gli uomini chiave dell’intera faccenda furono i seguenti: il già citato Noè; Luigi Baffigi, che si occupò di organizzare il sottaciuto viaggio dei fusti; Bernard Paringaux, un baffuto ex ufficiale dei paracadutisti francesi, sostenitore dell’idea di supremazia alla De Gaulle, ma soprattutto, l’uomo chiave dei 41 fusti, il custode finale del trasporto segreto. I fusti di diossina uscirono dall’Italia ed assieme a loro, la paura e lo sgomento. Ma sei mesi dopo, il 25 marzo del 1983,”Science et Vie” ruppe il patto di silenzio e svelò che i rifiuti di Seveso si trovavano in Francia. Bernard Paringaux venne fermato dalla polizia, con l’accusa di aver trasportato illegalmente i rifiuti e, soprattutto di averli nascosti. Paringaux era proprietario della Spedilec, società di Marsiglia che trattava i rifiuti di mezza Europa. Era da tempo l’uomo di fiducia della Hoffmann-La Roche ed intratteneva rapporti, assai stretti, con la stessa Mannesmann. Durante l’interrogatorio difese la sua posizione attraverso l’arma che riteneva dotata di maggior efficienza, il silenzio. Dalla vicenda emerse alla superficie, anche dello sguardo meno acuto, l’accordo che univa, rispettivamente governo francese e governo italiano. La Francia scoprì la sua vulnerabilità al traffico dei rifiuti e si attrezzò per far fronte a tutto ciò, a differenza dell’Italia. Infatti: Luigi Noè fu indagato per pochissimi mesi e successivamente prosciolto con le scuse pubbliche della procura di Monza; inoltre, nessuno verificò l’operato della Mannesmann Italia e di Luigi Baffigi che avevano affidato l’incarico all’ex paracadutista francese. Tutto, in maniera al quanto sotterranea, si era dileguato nel nulla.

Un fantasma aleggia sull’Europa

Il 19 maggio del 1983 la polizia francese trovò il camion che trasportò i rifiuti nascosto in una macelleria di Anguilcourt-le-Sart, in Piccardia. Dopo qualche ora, il camion con i fusti finì in un campo militare, sotto la tutela dell’esercito francese. Ma ci si interrogava ancora sulla destinazione finale dei fusti. Si ipotizzava che dovessero finire negli inceneritori svizzeri della Ciba-Geigy. Dopo 2 anni di studi, di prove e di analisi di laboratorio arrivò il responso finale: i 41 bidoni, più un ultimo fusto arrivato da Seveso con gli ultimi residui, furono regolarmente inceneriti.

Ma nel 1993, in un’ intervista al “Corriere della Sera”, Sergio Angeletti rivelò che i fusti trovati in Francia non erano quelli di Seveso. Tuttavia, anni dopo smentì le affermazioni rilasciate in precedenza. Il folle tour dei bidoni di Seveso è oggi caduto nel dimenticatoio e l’archivio dell’Ufficio speciale diretto da Noè è sparito in seguito ad un incendio, causato da un aereo turistico che colpì la sede della giunta regionale lombarda, il Pirellone. Come, troppo spesso accade, un dolore mai sopito, cagionato dalla fame, mai sazia di potere, profusasi negli stomaci di un ristretto numero di persone, è stato ricoperto dalla polvere apatica di una nazione. Ma quel dolore, immune alle leggi del tempo, non si eclissa nei cieli dell’omissione.

A cura di Giacomo Carlesso

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I prossimi capitoli seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane…

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