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Indispensabili – Trafficanti (di morte) – Cap 2) Pitelli

Posted by giannigirotto su 8 dicembre 2013

Proseguiamoi con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“, libro che tratta in particolare dei traffici di sostanze inquinanti, con particolare riguardo chiaramente a quelli che avvengono, in entrate ed in uscita, in Italia.

E’ un libro durissimo, che definire indigesto è un eufemismo. Un libro che mette a nudo una piccolissima parte delle più sporche ma sopratutto mortali porcherie che da decenni vedono piccole e grandi imprese infrangere la legge e smaltire illecitamente rifiuti pericolosissimi semplicemente sversandoli nel territorio, interrandoli, ammassandoli l’uno sopra l’altro, caricandoli su navi che poi vengono affondate, e in mille altri modi ugualmente deleteri.

In questi estratti troverete date, nomi, luoghi, cifre, fatene l’uso che riterrete più opportuno, ma per favore, non voltatevi dall’altra parte, ne va del futuro dei nostri figli.
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Cap. 2 – Tutti i veleni di Pitelli – Il sistema La Spezia

La Spezia è una città di mare, un mare dove ogni pesce affamato, dimensioni permettendo, cerca sostentamento, orientato dalle correnti del business. Le acque del mare acquisirono un aspetto torbido e plumbeo, quando nel 1869, venne inaugurato all’Arsenale, il deposito delle armi della Marina militare. L’Arsenale ha fatto da chioccia alle principali fabbriche belliche italiane, le quali, hanno visto la luce attorno al suo ventre. Tra di esse spicca l’Oto Melara, che vide la luce nel 1908, quando si aggiudicò la costruzione dei cannoni per la Regia Marina, ancora oggi la principale fabbrica di armamenti italiana. La Spezia è l’elisir, il cui obiettivo, è stringere un legame fra il sistema produttivo del Piemonte e della Lombardia con il Mediterraneo. La Spezia, inoltre, fu una prolifica meta turistica per pezzi di armamenti e rifiuti tossici italiani recuperati nel Libano in piena guerra civile. Due investigatori dell’antimafia di Genova, nel 1997 sostennero che il vestito di mittente del materiale bellico, proveniente dall’area del corno d’Africa e dalla Somalia, fu indossato dai massoni spezzini, il ciò non è garanzia di eleganza. Tali massoni si accordavano con i signori della guerra, in una città, che assumeva ormai le forme di una serpe armata, la cui bocca, pallottola ansimante di prestigio, sputava veleno. La Spezia possiede la più grande discarica d’Italia, forse d’ Europa. 4 immense vasche, costruite l’una nell’altra che tagliano la collina di Pitelli. Alcune società dove si incrociavano i maggiori gruppi italiani ed europei hanno sversato centinaia di migliaia di tonnellate di scorie pericolosissime per vent’anni. Vent’anni di silenzi, di complicità, di autorizzazioni bizzarre, di lauti compensi versati ad amministratori pubblici, militari della Marina, politici di destra e di sinistra.
La monnezza, si sa, non guarda in faccia nessuno.
Paesaggi, irrimediabilmente segnati, come la collina di Pitelli, contaminata e inacessibile, la cui bonifica è un miraggio che si allontana sempre più. E i responsabili di tutto ciò, vivono indisturbati il loro tempo, e soprattutto condizionano e vendono il nostro tempo. Il magistrato di Asti, nel 1996, aprì una delle inchieste ambientali più tortuose, che si concluse solamente nel marzo del 2011. Sin dai primi istanti una particolarità del caso Pitelli, si mostrò nella sua chiarezza, ovvero: un sistema aggrovigliato d’interessi e coperture sconfinato, solo apparentemente inestricabile. Alla fine del 1996 scattano gli arresti per i gestori della discarica, intercettati ormai da tempo, da un nucleo della
Guardia Forestale, guidato dall’ispettore Gianni De Podestà, che diventerà uno dei massimi esperti di veleni in Italia.I numeri di Franco
Quattordici anni per capire, ricostruire, esaminare come il Golfo dei Poeti di La Spezia sia stato spodestato, stuprato, sventrato, per far posto ad una vallata, destinata ad accogliere migliaia di tonnellate di scorie. Al tribunale di La Spezia il gestore della discarica,Orazio Duvia, non si mostrò in nessuna occasione, forse troppo intento a vezzeggiarsi, immerso nella sua viltà. Lui, pusillanime schiavo della smania d’avere un atomo di fittizia ricchezza, da riporre nel taschino del gilet. Al suo posto, mandò lo scudiero prediletto, Franco Bertolla. Bertolla è il prototipo di cane, del quale un padrone, con un minimo di esperienza in fatto di cani, farebbe pubblico e spasmodico vanto. Un uomo comune, addestrato a galleggiare con estrema inutilità nelle acque del vago, per non compromettere l’immagine del suo datore di lavoro. Dedicare altre righe, ad un verme, malato, affetto da una delle piaghe che da troppo tempo contraddistinguono la società, ovvero il servilismo, è ingiusto e irrispettoso nei confronti di altre vicende, e di altri vermi(intesi come animali) decisamente più rilevanti.In viaggio verso la Romania
Pitelli era la prima pietra, sulla quale si cementificò il sistema del traffico dei rifiuti. Solo un fedelissimo come Franco Bertolla poteva scorgere una via importante verso la Romania del dopo Ceauşescu, appena fucilato in un processo sommario. Il suo regime giovò per anni dal traffico discreto delle scorie europee, indubbia fonte di ricchezza. Per Sergio Angeletti la Romania era la destinazione senza nome della diossina dell’Icmesa. Il porto di Sulina, sul Mar Nero, era una delle destinazioni preferite delle navi italiane cariche di rifiuti industriali. Bertolla aveva analizzato con precisione chirurgica le rotte delle navi e dei cargo ferroviari verso il porto di Sulina. Ogni pezzo di carta che raccoglieva era il seme, da cui sbocciavano gli affari futuri.

Tra il 1986 e il 1988 il regime di Ceauşescu aveva lanciato una vera e propria opa sulle scorie dell’Occidente. I funzionari del libero porto di Sulina avevano stretto accordi con mediatori svizzeri, punti di contatto sempre attivi della rete dei rifiuti. La Metrode Ltd si era occupata dei primi carichi nel 1986, organizzando almeno un viaggio da Marina di Carrara fino a Sulina. Sui “manifesti di carico” delle navi italiane e sui formulari affissi sui vagoni merce delle Ferrovie dello Stato, in viaggio verso est, appariva il nome dell’Acna di Cengio. Un vero e proprio mostro chimico, che verso il tramonto degli anni ottanta si apprestava a chiudere la produzione lasciando in eredità migliaia di tonnellate di scorie pericolosissime, il cui smaltimento diverrà un vero incubo nazionale, ma soprattutto, un vero business. Come per Seveso, il disastro è l’oppurtunità che permette di movimentare in silenzio i fusti, container, carri merci e navi, verso destinazioni discrete. Nel frattempo Franco Bertolla analizza e scruta la situazione, ed attende il momento giusto per entrare in azione. Nel dicembre del 1990, Bertolla preparò la sua operazione in Romania, durante l’occidentalizzazione forzata del paese. Bertolla sapeva che lui e il suo gruppo potevano puntare ad un’operazione dall’apparenza cristallina, ma che in realtà avrebbe aperto le
porte alla nuova Romania: bonificare ciò che rimaneva dei rifiuti italiani con i soldi dei governi e, nello stesso tempo, avviare una discarica sul modello di Pitelli con un forno pronto a bruciare le scorie degli anni Novanta. Si partiva con i soldi pubblici, si guadagnava poi, ingoiando gli scarti delle multinazionali della chimica e della farmaceutica.  Bertolla e Orazio Duvia individuarono l’uomo giusto, per il loro piano, in Dumitru Gazetovici: un giovane ragazzo, tra i più abili del suo paese nel tiro al piattello.
Il 7 dicembre del 1990, la società chiave di Bertolla e Duvia, la Contenitori Trasporti, firmò la lettera  d’incarico per il loro uomo in Romania, che da quel giorno assumerà il nome in codice di Daniele. L’ ingrediente che avrebbe permesso il passaggio ad Est delle scorie italiane era il seguente: un governo compiacente, che intuisca l’importanza dell’operazione. Al resto avrebbe pensato il prestigio che Bertolla e Duvia si erano creati sin dal 1970 nell’ambiente. Il 12 maggio 1991, Bertolla partì per Bucarest. In quegli uffici operativi si entrò nel cuore dell’operazione. Poi nel pomeriggio del primo giorno del primo viaggio in Romania, arrivò l’appuntamento col ministero. Bertolla spiegò le sue intenzioni, consistenti nella costruzione di una discarica , di un forno inceneritore e dello stoccaggio dei rifiuti italiani con trattamento. L’incontro ebbe esito positivo. In questo modo, passava in convento l’idea che l’Italia dopo aver sporcato avrebbe ripulito. Proprio in quei mesi, i colossi dei servizi ambientali come la Monteco si stavano occupando delle tonnellate di scorie rispedite in Italia dal Libano e dal Venezuela tra il 1988 e il 1989, utilizzando quelle che vennero soprannominate:” le navi dei veleni”. A Duvia, quei fusti che tornavano da Beirut con destinazione La Spezia, non potevano altro che destare in lui un commovente, ma leggermente fetido, ricordo familiare. Duvia sapeva che quest’ operazione “umanitaria” di pulizia dei veleni italiani sparsi per il mondo possedeva una potenziale rendita elevata. Più precisamente 250 miliardi di lire, ovvero la cifra stimata qualche anno dopo, quando
l’allora primo ministro Ciampi presentò la relazione al Parlamento.

Il silenzio sulla collina
Per vent’anni nessuno ha parlato. Il rumore del silenzio è il rantolo dell’abisso, che dalla terrazza della notte aleggia sugli smemorati di mestiere, sui muti per comodo, sul filo della verità che sempre più flebile induce a spezzarsi. Poi nel 1996 il caso Pitelli, ormai stanco e provato dall’attesa ha deciso di esplodere. Dieci arresti, perquisizioni, la sala di ascolto della Forestale di Brescia che registrava centinaia di ore di telefonate. Bertolla e il suo, sempre più infimo capetto, proprio non si aspettavano quell’orientarsi degli eventi. Durante gli estenuanti quattordici anni di processo, i testimoni assuefatti dalla paura e dall’ abiezione, hanno distorto le loro versioni in precedenza conferite, ma la verità su Pitelli era ormai a portata di lenti per ciechi. Addirittura nel 2010, sedici anni dopo gli arresti, durante il programma Exit, un testimone ha parlato dei fatti senza mostrare il
suo volto. Non contesto questa scelta di colui che l’ha compiuta, ma mi indigno di fronte a questa società dove denominare un escremento con l’epiteto di “merda”, per renderlo accessibile alla maggior fetta di utenti possibili, sembra essere divenuto un motivo di vergogna e di terribile reticenza. Infatti, nel 2011, la Merda, Orazio Duvia, insieme ai suoi imprenditori, fu assolto dall’accusa di disastro ambientale doloso. La sentenza scagiona i colpevoli, e le scorie non si muovono di un millimetro, nel più delirante e tragicomico ossimoro possibile. La verità è respirata da tutti, ma gli enti competenti hanno preferito, forse per galanteria, o forse per una forma di vassallaggio verso qualcuno, non darle il nome che le compete. Con il tempo, però, qualche dettaglio sta fuoriuscendo timidamente a galla. Il pm Luciano Tarditi non ha timore nel pronunciare la parola “diossina”, aprendo una strada che riporta a Seveso, a Luigi Noè, alla Mannesmann, all’Icmesa, alle grandi multinazionali della chimica e della farmaceutica. Le prove che una parte dei resti del terribile incidente di Seveso siano finite a Pitelli non sono mai state trovate e le testimonianze sono perlopiù nascoste dietro l’anonimato. Codeste testimonianze erano
autoctone di una zona grigia compresa tra le strutture di sicurezza dello Stato, la politica e il mondo imprenditoriale che gestisce i commerci al limite del lecito.Tutti a caccia di Pinocchio
Le udienze del processo Pitelli occuparono l’intero 2010. La vera impresa titanica, equiparabile alla ricerca di un topo ragno all’interno del Sahara, consisteva nel trovare un effimero rigo al’interno dei giornali nazionali, in merito alla vicenda di Pitelli avvenuta tra la fine degli anni sessanta e il 1996.
Eppure la famelica collina che inghiottì bidoni, cisterne e terre contaminate, non è di certo ciò che di più invisibile si possa trovare nel corso di una modesta esistenza. Nel ’95 si presenta al nucleo forestale dello Stato di Brescia un testimone, il suo nome d’arte è Pinocchio. Il colonnello Rino Martini, comandante del nucleo forestale di Brescia, individuò in questa testimonianza una possibile chiave, per svelare ogni truffaldino mestiere. Con Pinocchio strinse un patto d’onore, vegliato dal codice di procedura penale. Il racconto di Pinocchio partì da Orazio Duvia, patron di Pitelli, colui che intuì quanto potevano fruttare le scorie che giravano per l’Europa. Parlò dei legami d’affari che riguardavano Duvia, della Massoneria, di Baffigi (l’organizzatore della spedizione dei 41 fusti di Seveso e il responsabile della Mannesmann italiana), grazie al quale la sua carriera criminosa sbarcò il lunario. Tra i nomi fatti da Pinocchio, uno balzò all’occhio dell’avvocato Gaetano Pecorella, un certo Noe(senza accento). Di lui, Pinocchio sosteneva che fosse un funzionario dell’Enea in La Spezia e che negli anni passati fosse attivo nel campo dell’elettronica, dell’ettromeccanica,ecc…Ma soprattutto disse di lui, che avesse la possibilità di far entrare e uscire imbarcazioni di media grossezza, le quali necessitavano di eludere il controllo. Per anni gli investigatori e le commissioni si sono interrogati su questo nome. Bastava un vero nulla per capire che si trattava di Luigi Noè, alto dirigente dell’Enea che diresse l’Ufficio speciale Seveso dal 1979 al 1986. Per svelare ogni arcano: nel 1994 Luigi Noè promosse un progetto per la messa in opera di boe di segnalazione, proprio nel mar ligure. Inutile dire che nessun magistrato non ascoltò mai la versione dell’ex senatore della Dc, che vide tramontare i suoi giorni nel 1996.
Nonostante ciò, vale la pena ricordare che grazie alla sua esperienza diretta nella gestione della bonifica di Seveso, Noè ebbe poi un ruolo di primo piano nella discussione internazionale che portò all’emanazione della Convenzione di Basilea, il trattato internazionale, ancora in vigore, che regola il traffico transfrontaliero di rifiuti. Inoltre Noè è ricordato per il duro scontro che ebbe con Greenpeace, in quanto desiderava mantenere la possibilità, per gli stati, di poter scaricare in mare le scorie tossiche e nucleari. Torniamo a Pinocchio. Dopo aver svelato la sua identità, il Parlamento possedeva la chiave di ogni risposta. Ma qualcosa non tornava. Non è chiaro il fatto, per il quale chiunque fosse citato da Pinocchio, come per esempio Umberto Fortunati e l’imprenditore Domenico Mastrapasqua, non venne chiamato a deporre. Il 26 maggio del 1995, il
nucleo della Forestale di Brescia preparò un’informativa dettagliata, inviata al procuratore della Repubblica di Napoli Agostino Cordova e ai pm di Reggio Calabria e Matera Francesco Neri e Nicola Maria Pace. Esisterebbe in Italia un traffico sotterraneo di materiale nucleare, scorie pericolosissime, gestite da diversi faccendieri, con forti legami ad un sistema finanziario parallelo, con base in Albania. Informazioni mai più approfondite. Gli interessi milionari e le indicibili ragioni di stato sembrano sopraffare la giustizia. Le domande sono molteplici, ma la più ricorrente e la più degna di nota è la seguente:chi renderà la bellezza di questi luoghi alla natura?Già, la natura…più viene tradita dall’essere umano e più lei gli regala amore; un’insegnante di pietà e di
perdono, da cui ogni uomo dovrebbe umilmente apprendere.A cura di Giacomo Carlesso
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I prossimi capitoli seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane, mentre per leggere i precedenti potete cliccare qui

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