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Indispensabili – Trivelle d’Italia – Cap 1) Yogurt e Petrolio

Posted by giannigirotto su 11 dicembre 2013

Partiamo oggi con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“, libro che tratta in particolare dei molti e gravi problemi legati all’estrazione di gas e petrolio in Italia. Un libro dal quale si evince che sono in pochi a guadagnare, ed in molti a perdere salute ed ambiente, con costi che vengono poi scaricati sulla fiscalità generale.

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Cap. 1 – ESTRARRE PETROLIO COSTA MENO DI UN VASETTO DI YOGURT

“Ci si dimentica di essere in Sicilia, si perde la vista, l’udito, l’olfatto, perché il petrolio puzza. Puzza ovunque.”

L’affermazione “estrarre petrolio costa meno di un vasetto di yogurt” non è una provocazione, ma l’amara realtà. Produrre un chilogrammo di yogurt costa circa Euro 0,90 e la vendita al consumatore finale avviene ad un prezzo medio di circa Euro 3,60 al chilogrammo. Il costo dell’estrazione di un barile di petrolio è di circa Euro 6. La vendita della benzina (circa 55 litri al barile), prodotto finito, avviene oggi ad Euro 102.

Qui si evince la netta differenza: lo yogurt fa guadagnare 4 volte quello che si è speso, la benzina 17. A questo punto è chiaro che la filiera della lavorazione di idrocarburi è vincente, non ne esce mai sconfitta, qualunque sia la richiesta del mercato. La ricerca e lo sfruttamento di nuove risorse sono incentivati dallo Stato. Le norme italiane applicate alle attività petrolifere sono tra le più permissive del mondo e, assieme alle basse royalties (compensazioni ambientali), favoriscono l’entrata di aziende straniere nel nostro Paese. Le royalties sono il corrispettivo che le compagnie petrolifere versano allo Stato come compensazione per lo sfruttamento del territorio e per il disequilibrio causato all’ambiente. Il problema è che in Italia non c’è ridistribuzione di reddito a favore della collettività. In altri Paesi ai petrolieri sono applicate speciali tasse in quanto si riconosce che la loro attività è molto lucrativa; in Italia invece le società versano allo Stato 10% per le estrazioni. “E’ anche per questo che i petrolieri, ripetutamente, raccontano ai loro investitori che trivellare in Italia è estremamente facile: parlano di regimi fiscali convenienti, di spese di ingresso irrisorie, di commercializzazione rapida.” “La tassazione sulle società in Italia è al massimo del 33% e non ci sono restrizioni al rimpatrio dei profitti.” Ciò significa che petrolieri stranieri possono venire ad estrarre in Italia per poi riportare il tutto nel loro Paese dove, magari, hanno una tassazione meno pesante.

Per contro in Italia ci sono tempi burocratici di esplorazione e sviluppo di media più alti che negli altri Paesi. Assomineraria, associazione rappresentante le compagnie italiane ed estere operanti in Italia, ha tentato di sensibilizzare i nostri governanti sostenendo che l’attività dei petrolieri in Italia produrrebbe molti posti di lavoro ed una diminuzione del costo delle bollette. Corrado Passera, ministro dello Sviluppo Economico del governo Monti, coglie subito l’invito di Assomineraria ed afferma che bisogna adeguare i tempi italiani agli standard internazionali. La lobby petrolifera ha così esercitato la sua influenza.

L’Italia è il quarto Paese produttore in Europa (al 31/12/2011 circa 40 milioni di barili). La Basilicata è la regione più sfruttata. La nostra Penisola è considerata tra le prime nazioni per potenziale minerario; da dati forniti dal ministero dello Sviluppo Economico e da Assomineraria si evince che sarebbero 800 i milioni di barili di greggio e 150 i miliardi di metri cubi di gas che si spera di produrre. Nonostante ciò le importazioni sono state circa il 93%. Se estraessimo tutti i milioni di barili di greggio ancora da produrre potremmo diminuire le importazioni. Dal 1985 al 2010 sono state 180 le società operanti in Italia e 7.110 i pozzi perforati, tra terraferma e mare, di cui solo 1.010 sono produttivi, gli altri risultano non più produttivi.

Ovviamente la malavita organizzata entra, con le sue attività, nel mercato di idrocarburi. Negli anni Ottanta, in numerosi pozzi esausti, avvenivano sversamenti illeciti di rifiuti tossici. Lo smaltimento dei fanghi di estrazione è l’altra faccia delle trivellazioni. Solo nel luglio del 2008 è entrata in vigore una normativa dedicata (Decreto legislativo n. 117) che, nel 2011, è valsa anche la messa in mora per l’Italia da parte della Commissione Europea per inadempienze con la normativa comunitaria. Il decreto stabilisce delle regole che obbligano le compagnie petrolifere a dotarsi di un piano di gestione dei rifiuti per prevenire o ridurre il più possibile eventuali effetti negativi per l’ambiente (acqua, aria, suolo, fauna, flora, paesaggio) nonché eventuali rischi per la salute umana. Ma dove sono finiti fino al 2008 tali rifiuti?

Su tutta la penisola sono vigenti 134 concessioni di “coltivazioni” ad olio e a gas naturale nei quali si trivella e si estrae o lo si è fatto in passato. Le compagnie minerarie posseggono una superficie di 9.387 chilometri quadrati. E sono state presentate altre istanze per il conferimento di concessioni di coltivazioni e di permessi di ricerca. Ciò significa che a breve potrebbero aggiungersi altre trivellazioni.

L’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico del 20 aprile 2010 ha avuto effetti anche in Italia. Il Ministro per l’Ambiente dell’ultimo governo Berlusconi, Stefania Prestigiacomo, varò il Decreto legislativo n. 128 del 28 giugno 2010 integrando il Testo Unico ambiente n. 152 del 3 aprile 2006 con l’innalzamento del limite costiero di prossimità da 5 a 12 miglia che il Ministro prontamente qualificò come il “più restrittivo che esiste in Europa e forse del mondo”. Ma così non è: nel mondo ci sono limiti di gran lunga più alti. Nonostante ciò Assomineraria ha definito il Decreto legislativo n. 128/2010 di “grave impatto” su ben 44 titoli minerari offshore e quello indiretto sull’economia del Paese in termini di approvvigionamento energetico, entrate fiscali e bolletta energetica. Cosa non vera in quanto i permessi di ricerca concessi prima del 2010 non sono stati cancellati, ma restano vigenti. In sostanza il decreto è stato un palliativo. Il Far West petrolifero continua con decine di nuove istanze.

Ogni compagnia petrolifera versa royalties “ambientali” pari al 10% per l’estrazione di idrocarburi gassosi e al 10% per il greggio; il 45% di questi introiti vanno allo Stato, il 55% alla Regione interessata ed i Comuni rimangono fuori. Le accise vengono versate allo Stato ed alle Regioni nelle quali le compagnie hanno la residenza fiscale. Da una parte vanno le entrate fiscali e dall’altra gli utili industriali.

Il problema però è che:

1) Le royalties vengono calcolate sul volume di gas/petrolio estratto, che viene autocalcolato/autocertificato dalla compagnia stessa, non c’è cioè un “contatore” sigillato dello Stato, quindi non c’è nessuna garanzia sulla correttezza degli importi.

2) Vi è un meccanismo di “franchigia” per cui sino ad un certo volume annuo di gas/petrolio estratto non si paga nulla, e molto/troppo spesso le compagnie rimangono sotto questo limite.

Quando poi di mezzo c’è Eni, di cui lo Stato detiene quote superiori al 30% per mezzo del Ministero dell’Economia e della Cassa depositi e prestiti, il guadagno è doppio. Avere invece l’ammontare reale delle royalties divise per Regioni e Comuni è pressochè impossibile sia per l’inaccessibilità di molto bilanci comunali, sia per la divisione della normativa regionale da quella nazionale in materia di estrazione. L’Abruzzo è la Regione che rischia di più sia in mare che in terraferma. Secondo l’Unep, organismo internazionale per la tutela ambientale e all’utilizzo sostenibile delle risorse naturali, il Mediterraneo è un mare in pericolo per l’enorme sversamento di idrocarburi. Nei processi di perforazione i fluidi perforanti utilizzati contengono sostanze quali benzene, toluene, mercurio, arsenico, cromo, bario, piombo, nichel, ecc.. Oltre ai fluidi causano problemi anche le forti vibrazioni ed emissioni acustiche che possono provocare, all’ordine Cetacea, disagio, stress, perdita delle sensibilità uditiva temporanea o permanente (lo spiaggiamento di sette capodogli a Peschici nel dicembre 2009 può essere ricondotto a queste vibrazioni). “Il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare” recitava Pirandello. Le multinazionali del petrolio zittiscono il mare, non lo ascoltano e ne violano la vita. La Sicilia è una delle Regioni italiane dove le compagnie petrolifere cancellarono il futuro. A rischio è la biodiversità del Canale di Sicilia. In pericolo sono flora, fauna, fondali caratterizzati da canyon, sottomarine formazioni vulcaniche, e la pesca commerciale, attività molto importante per la Regione. Eni è il maggiore investitore in Sicilia ed ha un sostegno incondizionato dalla Regione; lo “scambio” è tra occupazione e nuove autorizzazioni. In Sicilia l’estrazione in mare è regolamentata dallo Stato, mentre quella in terraferma da leggi regionali, in virtù dello statuto speciale, che stabiliscono modalità di concessione e compensazioni ambientali pari al 7% per il territorio. La partita che si gioca in Sicilia è grossa. Milioni di barili e di metri cubi che nel 2011 hanno fruttato alla Regione 19 milioni di euro senza contare il peso di tutto l’indotto della raffinazione regionale che copre il 60% dei carburanti in circolo nelle reti italiane la cui maggioranza dei profitti va altrove. “Il petrolio, da queste parti, porta soldi e lavoro in una terra che non ha un euro e che per il lavoro è disposta a vendere l’anima” parola del giornalista Peppe Croce. “…il lavoro c’è solo per chi è disposto a sporcarsi le mani nei petrolchimici.” La disoccupazione è in crescita e diversi settori sono in crisi. Per decenni, a partire dagli anni Sessanta, migliaia di famiglie hanno vissuto di questo e si sono marchiate a fuoco per sempre. In Sicilia il 35% dei decessi avviene per tumore, principalmente quello ai polmoni. Molti nascono con malformazioni congenite al cuore, agli apparati genitali e digerenti. Si è sempre pensato che le grandi industrie legate al processo di lavorazione del greggio portassero nuova linfa per il tessuto economico. Le stime di produzione e di esportazione sono in decrescita, mentre gli investimenti sono invariati. Undici delle sedici raffinerie sono situate in Siti d’interesse nazionale e sono contaminate da idrocarburi e metalli pesanti, un danno quantificato in 15 miliardi di euro (chi paga? ndr). Nei pressi di aree industriali e raffinerie si vive male. Il Ministero della salute ha finanziato un progetto denominato “Sentieri” per la sorveglianza epidemiologica nei siti contaminati. Ne è scaturita una preoccupante mappatura di molte patologie tumorali e delle loro cause. Vengono contaminati acqua e suolo con notevole rischio per la catena alimentare. Si è registrato un incremento di mortalità per tumore derivante da fattori di esposizione sia professionale sia ambientale.

A Cura di Erica Minto, che ringrazio sentitamente.
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I prossimi capitoli seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane… in ogni caso valutate se acquistare l’originale che costa solo 12 euro…

3 Risposte a “Indispensabili – Trivelle d’Italia – Cap 1) Yogurt e Petrolio”

  1. Francesca said

    Questo articolo (ed evidentemente il libro su cui si basa) è pieno di inesattezze. Vi invito a leggere questo post con tutti i suoi commenti: http://www.goccediverita.it/il-buco-nero-delle-regioni-italiane/ Non è affatto vero che la legge italiana è permissiva, anzi è tra le più severe. Gli investitori stranieri vengono in Italia per estrarre petrolio ma non ci sono solo le royalties, l’intero carico fiscale arriva al 67%. Sono milioni che vanno alle regioni e ai comuni italiani, come vengono spesi nessuno lo sa, ma bisognerebbe chiederlo ai politici. Sull’ambiente, l’industria degli idrocarburi è tra le più rispettose e controllate, perché è sotto gli occhi di tutti, molto meno l’agricoltura che invade le falde di fertilizzanti, l’industria che sversa nei fiumi i rifiuti, gli scarichi dei depuratori fasulli che finiscono in mare. Purtroppo la cattiva informazione regna sovrana.

    • giannigirotto said

      Mi scuso per il ritardo sto preparando una replica a tali affermazioni che contesto… a breve la inserisco…

  2. Gentile “Francesca”, mi scuso per il ritardo con il quale rispondo alle sue “sollecitazioni”. Le compagnie petrolifere, in quanto società che producono redditto, sono soggette al “carico fiscale” imposto dal nostro Stato. Ma a differenza di altre società godono di numerosi incentivi. Escludendo tutte le attività di estrazione idrocarburi in regime di franchigia – grazie al quale fino ad una certa quantità di gas e greggio estratti in terraferma ed in mare non pagano tasse – continuando a spulciare nella normativa italiana in materia è possibile rilevare (riassumo dal testo Trivelle d’Italia) ulteriori abbattimenti dei costi. Sconti su ogni tonnellata prodotta, contributi da parte dello Stato per quelle società che estraggono gas come incentivo ad incrementare le riserve nazionali. Il 40% di incentivo statale è prelevato dal 5% delle entrate derivanti allo Stato dal versamento delle royalties. In sostanza le compagnie pagano le royalties allo Stato, che sul 5% del ricevuto gira un 40% alle società impegnate nelle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di nuovi giacimenti. Anche quelli marginali, che ottengono sgravi fiscali in sede di ammortamento dell’investimento iniziale, in misura tale da rendere economico l’investimento stesso. Siccome le società potrebbero perderci, la legge italiana fa in modo di rendere sostenibili i loro bilanci. Per queste ed altre ragioni le compagnie straniere arrivano nel nostro Paese intenzionate ad investire in terraferma ed in mare. Qui può leggere qualcosa sugli incentivi ai giacimenti marginali: http://www.pietrodommarco.it/agevolazioni-ricerca-gas/. In quanto alle royalties, possiamo definirle tasse speciali di compensazione ambientale. Le più basse rispetto ad altri Paesi. Questo non toglie che la Basilicata ed i Comuni lucani interessati da attività petrolifere ottengano numerosi introiti che non hanno portato sviluppo, anche per responsabilità locali. La invito a fare un giro nella mia terra, dialogare con le comunità “petrolizzate”, sondare direttamente lo stato dell’ambiente e le misure adottate sui monitoraggi dell’aria, dell’acqua e del territorio. Scoprirebbe che non è stata l’agricoltura a creare devastazione territoriale e “scompensi”. In ultima analisi, l’Eni dichiara che nel distretto di Viggiano gli occupati residenti sono 201. Dopo oltre 15 anni di estrazioni. Quanti di questi 201 non sono lucani ma con residenza in Basilicata per motivi di lavoro?

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