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Indispensabili – Rapporto Sbilanciamoci 2014 (Controfinanziaria) – Prima Parte

Posted by giannigirotto su 20 dicembre 2013

Ho già inserito nella mia sezione “Indispensabili“, sotto la sezione “Dossier”, questo rapporto che è noto comunemente con il nome di “Controfinanziaria”. E’ un lavoro che da diversi anni il mondo dell’altreconomia, della finanza alternativa, dell’commercio equosolidale ecc., insomma un raggruppamento di una cinquantina di ONG produce, come risposta a quello che ogni anno è il principale documento legislativo nazionale, cioè la cosidetta “Finanziaria”.

Si tratta di un documento preciso, puntuale, motivato, con il quale si dimostra che non solo un’altra strada è possibile, ma sopratutto è necessaria, per cominciare a riportare democrazia e equità nel nostro martoriato (dai politici) Paese.

Il rapporto è liberamente e gratuitamente scaricabile (basta cliccare sull’immagine di copertina), però è talmente importante che io mi dedicherò a farne una serie di estratti capitolo per capitolo, che pubblicherò spero con cadenza settimanale.

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Prima Parte – Rovesciare le politiche di austerità, una nuova politica fiscale e di spesa pubblica

La causa della depressione è la mancanza di una domanda capace di far ripartire l’economia… Soltanto un aumento della domanda pubblica potrebbe far uscire il paese dalla depressione, ma le politiche di austerità hanno avuto l’effetto opposto…
In Europa come in Italia la realtà della depressione viene del tutto ignorata dal
dibattito politico. Si nega il problema, si proclama la fiducia in una rapida ripresa, si
dimentica che la situazione è il risultato delle politiche di austerità imposte dalle au-
torità europee. Non si vuole vedere che la crisi sta minando le basi dell’integrazione
europea e crea un “centro” e una “periferia” con traiettorie contrapposte: la Ger-
mania e alcuni paesi intorno ad essa sono riusciti a tornare ai livelli di produzione
precedenti la crisi, concentrano tutti i benefici della ripresa, mantengono una bassa
disoccupazione al prezzo di aggravare la crisi dei paesi della periferia…
La Bce ha mantenuto una politica monetaria espansiva che ha rifinanziato le
banche – garantendo la liquidità delle banche in presenza di un mercato inter-
bancario dove è crollata la fiducia –, ma non è riuscita a riattivare il mercato del
credito. Famiglie e imprese sono rimaste escluse dall’accesso ai finanziamenti per
l’aumentato rischio della concessione di crediti in un clima di depressione…
Nel complesso, la tutela dei privilegi della finanza è rimasta la stella polare
della politica europea e pochissimo è stato fatto per ridimensionare la speculazio-
ne…“È necessario un radicale ridimensionamento della finanza, con l’introduzione
della tassa sulle transazioni finanziarie, limiti alla finanza speculativa e ai movimenti
di capitali e con un’estensione del controllo sociale, in particolare sulle banche che rice-
vono salvataggi pubblici.”
È necessario rovesciare le politiche di austerità in tutti i paesi d’Europa e rivedere i termini dei Memorandum imposti ai paesi che hanno richiesto aiuti d’emergenza dall’Unione europea, a cominciare dalla Grecia; i pericolosi vincoli del Fiscal Compact vanno eliminati in modo che i governi possano tutelare la spesa pubblica, il welfare e i salari… Le politiche europee devono inoltre portare all’armonizzazione fiscale, mettere fine alla concorrenza tra stati e spostare l’imposizione fiscale dal lavoro ai profitti e alla ricchezza.Un obiettivo prioritario è quindi quello di “legare le mani” alla finanza e porre limiti alla mobilità dei capitali… Per contrastare la finanza, le proposte sono ben note: una tassa sulle transazioni finanziarie ben più dura di quella introdotta finora che ridimensioni il settore, divieto delle attività finanziarie più rischiose e dannose per l’economia reale, limiti alle vendite allo scoperto, divisione tra banche commerciali e banche d’affari, vincoli più efficaci sull’operato delle banche, una ristrutturazione del settore bancario con un ruolo chiave di una banca d’investimento pubblica che indirizzi le operazioni verso l’economia reale anziché verso la finanza, la tassazione dei patrimoni finanziari e aliquote più alte per la tassazione delle rendite finanziarie…

E’ necessario rilanciare la politica industriale europea… Una politica industriale europea potrebbe condurre all’ascesa di nuove attività ambientalmente sostenibili, a elevata intensità di conoscenza, altamente qualificate e retribuite. Le specifiche attività che possono essere oggetto di tale politica includono le seguenti aree: a) energie rinnovabili e protezione dell’ambiente b) produzione e diffusione di conoscenze, applicazioni dell’Ict e attività relative a web; c) attività legate alla salute, all’assistenza e al benessere… una nuova politica industriale europea è necessaria per invertire il trend caratterizzato dalle grandi privatizzazioni dei decenni passati; un’economia basata su attività private e di mercato, in cui le decisioni sono lasciate in mano agli interessi di breve termine delle imprese, ha fallito nel fornire crescita e occupazione… La quinta motivazione deriva dal fatto che essa potrebbe diventare un importante strumento per affrontare l’urgente bisogno di una trasformazione ecologica europea. Trasformare l’Europa in una società e in un’economia sostenibile – riducendo l’uso di fonti energetiche e risorse non rinnovabili, proteggendo gli ecosistemi e i paesaggi, abbassando le emissioni di CO2 e degli altri agenti, riducendo i rifiuti e generalizzando il riciclo – va ben al di là della comparsa di nuove attività rispettose dell’ambiente; è una trasformazione che riguarda l’intera economia e l’intera società…

… Il modello industriale attuale dev’essere profondamente trasformato nella direzione della sostenibilità ambientale. Il paradigma tecnologico del futuro potrebbe essere basato su prodotti, processi e organizzazioni sociali ‘verdi’, che utilizzino molta meno energia, meno risorse, meno terre, andando verso fonti di energia rinnovabili, che abbiano un impatto considerevolmente minore sul clima e sugli ecosistemi, che organizzino i sistemi di trasporto andando oltre la supremazia delle automobili per mezzo dei sistemi di mobilità integrata, che si appoggino sulla manutenzione e sulla riparazione di beni ed infrastrutture esistenti, e proteggano la natura e la Terra. Tale prospettiva fa sorgere numerose opportunità per la ricerca, per l’innovazione e per le nuove attività economiche e sociali… (è necessaria una) riforma fiscale dell’Europa, una riforma che introduca tasse sulle imprese a livello europeo, eliminando efficacemente la competizione fiscale tra i paesi europei. Forse il 15% delle misure potrebbe andare a finanziare la politica industriale, gli investimenti pubblici, la generazione e la diffusione di conoscenza all’interno dell’Unione Europea; ed il resto potrebbe essere trasferito ai ministeri del Tesoro dei vari paesi membri.

Per il gruppo dei paesi all’interno dell’Eurozona si potrebbe considerare il finanziamento attraverso i meccanismi dell’Unione Economica e Monetaria (Uem). Potrebbero essere emessi eurobond per finanziare la politica industriale; una nuova Banca Europea per gli Investimenti Pubblici potrebbe prendere in prestito i fondi direttamente dalla Bce; in tal modo, proprio la Bce potrebbe fornire direttamente i fondi per la politica industriale. Inoltre, gli accordi sui finanziamenti potrebbero essere diversi a seconda dell’importanza della dimensione ‘pubblica’:

1. La priorità dei fondi pubblici dovrebbe andare agli investimento pubblici in attività non di mercato – come la fornitura di beni pubblici, di infrastrutture, di conoscenza, di istruzione e della sanità.

2. I fondi pubblici e gli investimenti privati a lungo termine dovrebbero essere abbinati nel finanziare nuove attività di mercato ‘strategiche’ , come la fornitura di capitale pubblico per nuove attività nei settori emergenti.

3. Il sostegno pubblico potrebbe stimolare i mercati finanziari nell’investire in aziende private ed organizzazioni non profit che svolgono attività di mercato “buone” che potrebbero così ripagare l’investimento più facilmente. In ogni caso, la ratio per il finanziamento della politica industriale, non può essere ridotta alla pura logica finanziaria del “ritorno sull’investimento”.

La non politica industriale in Italia: A fronte di queste priorità, la principale, se non l’unica decisione del governo in materia di politica industriale sembra quella di insistere sul percorso delle privatizzazioni e dismissioni di partecipazioni pubbliche. Una scelta che appare sbagliata per diversi motivi:

• non si rimette in alcun modo in discussione la vera e propria ideologia secondo la quale le privatizzazioni porterebbero maggiore efficienza e risultati migliori per le imprese. Dall’Ilva alla Telecom, all’Alitalia, solo per citare tre esempi tra i moltissimi possibili, un’affermazione per lo meno avventata.

• La giustificazione principale per le privatizzazioni è la necessità di fare cassa. Per l’ennesima volta le reazioni e le opinioni dei mercati e la riduzione dello spread sembrano l’unico faro che guida le nostre politiche economiche. In un momento di recessione e crisi, è soprattutto difficile pensare di incassare somme considerevoli. A fronte di una probabile svendita delle ultime partecipazioni, il rischio concreto è di lasciare tali imprese nelle mani di capitali finanziari che non hanno nessun interesse nella politica industriale italiana ma hanno come unico obiettivo la massimizzazione del dividendo e della quotazione in borsa delle azioni.

PRINCIPI E STRATEGIE PER RIORIENTARE LA SPESA PUBBLICA

… è centrale tornare a concepire forme di controllo dei movimenti di capitale, sia all’interno dell’Unione europea – data la mancata armonizzazione fiscale tra i paesi membri – sia nei confronti dei paesi terzi, anche per rendere efficaci politiche di tassazione in particolare sulle rendite e i patrimoni finanziari. Un tale controllo permetterebbe di discriminare tra movimenti speculativi e investimenti produttivi…

“Destinazione Italia” dimentica che oggi la stragrande maggioranza dei movimenti di capitale sono di breve termine e speculativi, e sono questi a destabilizzare strutturalmente l’economia italiana, così come le altre economie del pianeta… È utile sottolineare che la ricchezza privata “dei ricchi” in Italia è tornata a crescere, anche nella crisi, come evidenziato dal recente “World Wealth Report” del Credit Suisse…

Perciò è necessario rompere gli indugi e chiedere con forza che intervenga una banca pubblica di investimenti per una cura shock dell’economia del nostro paese. Ossia bisogna spostare l’attenzione dall’attuale dibattito centrato principalmente sulla fiscalità generale e la spesa corrente verso gli investimenti pubblici e di interesse pubblico di lungo termine – che in Italia sono stati pari solamente all’otto per cento della spesa nelle ultime decadi.

Impossibile? In realtà no, poiché oggi già disponiamo di una banca nazionale per gli investimenti, dal nome Cassa Depositi e Prestiti, l’istituzione finanziaria nata come pubblica e al servizio del finanziamento della pubblica amministrazione a condizioni agevolate per investimenti di lungo termine. Peccato che la trasformazione in Spa della Cdp, con l’ingresso delle fondazioni bancarie nel suo capitale come soci di minoranza, e l’imposizione del Patto di Stabilità esteso anche alla spesa per investimenti su tutte le amministrazioni pubbliche abbiano prodotto una trasformazione profonda di questa istituzione. Nonostante per circa l’80 % sia ancora in mano pubblica, in realtà la Cdp è oggi operata dal governo come una vera e propria merchant bank privata che opera secondo le leggi del mercato e mira solamente a generare profitti, prestando sempre più a banche private e sempre meno agli enti locali. Il suo controllo strategico di numerose ex partecipazioni pubbliche strategiche la rende di fatto oggi l’unico soggetto nel paese che fa politica economica, purtroppo secondo gli interessi delle fondazioni bancarie e dei mercati più in generale. Eppure quella della Cdp è una vera e propria potenza di fuoco: 235 miliardi di euro di risparmi postali privati potenzialmente da gestire nell’interesse pubblico – peccato che oggi gli ignari risparmiatori postali sanno ben poco di dove finiscano i loro soldi.

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I prossimi capitoli seguiranno nelle prossime settimane…

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