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Indispensabili – Trafficanti (di morte) – Cap 3) LA RETE INTERNAZIONALE

Posted by giannigirotto su 26 dicembre 2013

Proseguiamoi con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“, libro che tratta in particolare dei traffici di sostanze inquinanti, con particolare riguardo chiaramente a quelli che avvengono, in entrate ed in uscita, in Italia.

E’ un libro durissimo, che definire indigesto è un eufemismo. Un libro che mette a nudo una piccolissima parte delle più sporche ma sopratutto mortali porcherie che da decenni vedono piccole e grandi imprese infrangere la legge e smaltire illecitamente rifiuti pericolosissimi semplicemente sversandoli nel territorio, interrandoli, ammassandoli l’uno sopra l’altro, caricandoli su navi che poi vengono affondate, e in mille altri modi ugualmente deleteri.

In questi estratti troverete date, nomi, luoghi, cifre, fatene l’uso che riterrete più opportuno, ma per favore, non voltatevi dall’altra parte, ne va del futuro dei nostri figli.
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Cap. 3 – LA RETE INTERNAZIONALE

Un testimone speciale: La verità viaggia a passo d’uomo. Nel 1997 Piero Sebri decise di incrociare il suo cammino e la sua verità, con il timpano affamato di chiarezza della magistratura. Sebri, in quell’epoca ricopriva il ruolo di commesso nel comune di Abbiategrasso, ma in precedenza, fu un militante dell’estrema sinistra milanese, che sfociava nel Movimento Lavoratori per il Socialismo, successivamente compreso nella branca del Psi milanese. La sua verità cullava i segreti inerenti al funzionamento della rete internazionale dei rifiuti. Per fornire un’ idea di cosa fosse l’MLS, mi limito ad annotare la presenza di Sergio Cusani, l’uomo chiave nella vicenda della maxitangente Enimont, per intenderci. Quei ragazzi appartenenti al movimento studentesco, nel regime post pubertà, divennero gli uomini che condividevano la cosiddetta “water closet” con il rampantismo e l’arrivismo di una classe dirigente, a cui si accingevano ad appartenere, che incrementava sempre più l’alleanza con pezzi grossi dell’economia italiana (vedi il trafugamento di titoli della banca romana del Santo Spirito ad opera di Claudio Martelli e alcuni ragazzi ex MLS). In quegli anni, Piero Sebri scorgeva l’apertura di una via lecita, quanto eterea, con destinazione,assai grottesca: la partenza dei rifiuti. I rifiuti intraprendevano dei viaggi solo andata verso l’Europa, l’America Centrale e l’ Africa, regalando alle popolazioni che gentilmente quanto inconsapevolmente si prostravano all’accoglienza, una vasta gamma di pregiati container e bidoni. L’angelo custode, nonché mentore, nonché egregio e reverentissimo padrone del signor Sebri, fu Luciano Spada. Il fu Spada (defunto nel 1989) era più di un imprenditore, era una sorta di catalizzatore,di calamita che muove soldi e rifiuti, di carcassa umana puzzolente e putrefatta, adibita a calmare la fame di alcune mosche dallo stomaco piangente. Con la quarta elementare in testa, e nella tasca una matita rossa e blu, sedeva tra le file della falda autonomista del partito socialista, con a capo Bettino Craxi, Claudio Martelli, Margherita Boniver e Gianni De Michelis. Questa masnada di furfantelli ambiziosi, negli anni ottanta, costituiva il faro dell’economia italiana. La testimonianza di Sebri fu fondamentale, non solo per il fatto che permise di delineare la struttura cementificata attorno a Spada, ma soprattutto perché avvenne in un momento nel quale, il medesimo Sebri era tornato in costante contatto con gli interlocutori,compagni delle avventure passate, che nutrivano in lui una cieca fiducia ed una considerevole stima. Di ciò, ne approfittò la magistratura, captando trafficanti ed imprenditori.

Il “gruppo” in azione: Il disastro di Seveso cagionò una metamorfosi nei metodi utilizzati dai produttori di rifiuti e dal gotha dell’industria Usa ed europea. La soluzione stava nella creazione di una rete, le cui facoltà permettevano di celare i movimenti dei rifiuti nel più assoluto silenzio. Tale rete possedeva già l’etichetta di esistente, e risiedeva nel traffico di armi. Il sistema del traffico di armi si fondava su: accordi internazionali che vietavano di armare popolazioni in guerra, attraverso embarghi decisi dall’Onu o da altri organismi internazionali; e d’altra parte, regole del mercato, che puntavano proprio su quesi paesi. La leva del gioco è un pezzo di carta, il certificato “end user”, che stabilisce a chi sono dirette le armi. Inoltre, la rete di trafficanti di armi creò il concetto di triangolazione finalizzato a saltare i controlli, e destinare il carico nei campi di battaglia. Questo sistema concepì i più grandi traffici illegali di armi che hanno popolato la storia recente: dai Contras del Nicaragua, fino ai signori della guerra della Somalia, dopo l’embargo del 1992. Bastava un misero pezzo di carta, uno squallido obiettivo regalato all’atmosfera dalla fragilità di governi inconsistenti, inclini all’illecito compromesso, per crocifiggere il balsamo primordiale dell’esistenza, la terra.

Torniamo a Piero Sebri. All’inizio del suo operato non comprese in maniera efficiente la struttura dell’organizzazione, tuttavia percepì il potere e l’autorità contenute nella figura di Spada, sovrastante ad ogni componente del Psi, Craxi incluso. Nel 1986 arrivò la missione più importante per Sebri, basata nell’organizzare l’arrivo di un carico di rifiuti tossici dagli Stati Uniti verso la Repubblica Dominicana. La prima fase consisteva nell’individuare il paese più afflitto da precarietà nel quale smerciare i rifiuti. A questo punto entrò a far parte della vicenda un ulteriore protagonista: Nickolas Bizzio. Bizzio intratteneva rapporti con gli Stati Uniti e controllava l’apparato finanziario e logistico, mentre Sebri gestiva il ramo politico. Il governo dominicano non accettò nell’immediato la collaborazione, però convenne per quest’ultima nel momento in cui la destinazione dei rifiuti venne stabilita in Haiti. Servendosi di camion americani portarono i container sulla collina, li aprirono e li svuotarono nella vallata. Migliaia di fusti, sparsi, aperti, una devastazione, un inimmaginabile inferno fattosi realtà. Il denaro valeva più del sogno, del futuro, della speranza racchiusa in ogni uomo, valeva più dello stesso sangue umano.

C’è sempre un mafioso:  tutto iniziò con il problema dei rifiuti tossici degli Stati Uniti. Erano necessarie strutture finanziarie leggere e flessibili, società off shore che non potevano essere ricondotte agli Stati, studi legali pronti a creare e gestire dei trust dove far transitare fondi riservati. Una rete che, però, non era sufficientemente in grado ,da sola, di controllare il business più complesso e redditizio dell’era moderna. In queste peripezie urge l’intervento di un signore omertoso,malavitoso, aleggiato da un pizzico di duttile delinquenza…la descrizione baciata del mafioso modello.

Montecarlo connection: Nel 1989 la camorra aprì le vie all’agro aversano per i rifiuti industriali del nord. Ma al tavolo del potere sedevano poteri altrettanto forti, come logge massoniche e trust finanziari. Il regista di tutto ciò era un enorme problema economico, tonnellate di scorie da far sparire. Il problema in questione registrava la partecipazioni di interessanti attori tra i quali: avvocati di affari internazionali, industriali, aziende chimiche e farmaceutiche,gruppi multinazionali e politici che ambivano ad un ruolo di spessore in questa tragica commedia.

Analizzando meglio.mediante l’uso di una lente d’ingrandimento, quell’insetto velenoso, chiamato Nickolas Bizzio, si scopre che intrattenne dei legami con una specie di parassita non molto cara all’orizzonte italiano.infatti, in quell’era, fu l’essere più vicino all’erede al trono Vittorio Emanuele. Inoltre installò proficui rapporti con il principale trafficante di armi al mondo, Monser al-Kassar.

Bizzio disse che l’Africa era il luogo adatto per smaltire i rifiuti, perchè è la natura stessa che si occupa di reciclare tutto. Io in merito nutro molti dubbi, ma ho una certezza: una società sana avrebbe sicuramente smaltito rifiuti cangerogeni, maleodoranti e nauseabondi della caratura di Nickolas Bizzio. La sua residenza, Montecarlo, era una vera e propria Mecca per chi doveva trattare affari riservati. Lo sapeva bene Licio Gelli, il “venerabile maestro” della loggia massonica P2, che nel frattempo aveva creato una super loggia, la quale fruiva della capacità di influenzare gli stessi vertici massonici ufficiali italiani di Palazzo Giustiniani. La sua denominazione era Comitato Esecutivo Massonico. All’interno di questa loggia vi erano tutti i principali protagonisti dei traffici illegali. Alcuni nomi emergono grazie alla testimonianza di Attilio Baldo, membro della loggia dal 1976, che negli anni acquisì un ruolo sempre più ampio. Il racconto di Baldo è una preziosa chiave di accesso al mondo laconico e lurido della loggia di Montecarlo. Nel 1982 un rapporto del Sisde confermò la presenza di due membri della P2 alla loggia, ossia Giorgio Balestrieri ed Ezio Giunchiglia. Quest’ultimo che si era affiliato alla P2 nel 1978, divenendo un uomo di fiducia di Gelli, proveniva da un passato legato agli ambienti militari ed era in possesso di un nulla osta di segretezza al massimo livello, che gli diedero al Camen, il Centro atomico militare energia nucleare dove prestava servizio. Un’altra figura che denota una discreta rilevanza è Giorgio Comerio, il quale, secondo il servizio segreto militare italiano, fu attivo fino al 1984 nel Principato di Monaco, per poi essere espulso. Il legame tra Comerio e la loggia di Montecarlo è confermato dall’ex maresciallo dei Carabinieri Nicolò Moschitta. Quest’ultimo denunziò la delittuosa ospitalità di Comerio, che adibì la sua dimora a rifugio, affinché Gelli vi trovasse riparo. Spada, da alcune rivelazioni, rilasciate nel 1988, fa intendere il coinvolgimento suo e di Bizzio nel traffico di rifiuti. Le sue dichiarazioni, però, verranno approfondite solo nel 1997, con la testimonianza di Piero Sebri al Dda di Milano Romanelli, confermata dall’accurata analisi dell’ispettore Gianni de Podestà. De Podestà evidenziò lo scarico di 4000 tonnellate di rifiuti tossici contaminati di diossina su Haiti tra il 1987 e il 1988, provenienti da Philadelphia. Ma quel carico si rivelò essere solo una misera parte del catastrofico totale. Infatti per l’Africa, Luciano Spada preparò un disastro di dimensioni colossali. I rifiuti erano destinati al Congo, ma il caso venne denunciato in tempo e di conseguenza, stroncato sul nascere.

Il principe di Marbella: La Somalia era devastata dalla guerra civile dal 1989. Nel gennaio del 1981 cadde il dittatore Siad Barre e il paese precipitò nel caos più assoluto: comparvero sulla scena i signori della guerra, indigenti sotto il profilo di armi e munizioni. Il mercato ideale per i grandi trafficanti. Gli Ak 47 filmati dal cameraman Miran Hrovatin, potevano raccontare la storia dei traffici. Da questa storia emerse il nome del siriano Monser al-Kassar. Al-Kassar sfruttò con abilità le rotte clandestine delle armi, inviando Ak-47 e munizioni dal porto di Liepaja, Lettonia, verso le coste somale. Per beffare l’embargo firmò un accordo con Jerzy Dembrowski, il direttore della fabbrica polacca di armi Cenrex, presentando una delega del ministro della Difesa della “Repubblica popolare democratica dello Yemen”. Tanto bastava per fornire una parvenza di legalità al trasporto. Il nome che nutriva paura in chi lo pronunciava, ovvero appunto Monser al- Kasser ,noto anche come “Il principe di Marabella”, finì tra le telefonate intercettate dalla Dda di Milano. Al-Kasser era la mente che concepiva ogni cosa. Tuttavia la sua brillante carriera di trafficante s’interruppe nel giugno del 2007, quando ad ornare i suoi polsi gli furono somministrate un bel paio di manette.

Non li fermi più: Durante la lunga audizione tenutasi d’innanzi alla commissione presieduta dall’avvocato Taormina, nessuno si azzardò a porre domande a Sebri in merito al traffico di armi. Come se non bastasse, il nome di Al-Kassar non comparve in alcuna relazione finale dell’avvocato. Tuttavia, vi era un documento conservato negli atti della commissione che individuava nei massoni spezzini, i mittenti di materiale bellico, anche proveniente dall’est Europa, nell’area del Corno d’Africa, Somalia. Ci sono nomi di figure rilevanti, attinenti all’ ambito politico,e nomi di società operanti nel ramo della fabbricazione di armi. Inoltre si menzionò la provincia di Bosaso come zona interessata allo scambio di armi e allo scaricamento di rifiuti nucleari ed industriali,zona che nel ’93 era off limits per i giornalisti, soprattutto italiani. Ed era proprio a Bosaso, che la giornalista Ilaria Alpi ed il cameraman Miran Hrovatin, cercavano le risposte che avrebbero fatto vacillare, se non crollare interi governi. Ma nel marzo del ’94 Ilaria Alpi venne uccisa, e con lei morirono le speranze di cambiare un pezzo della storia d’Italia, svelando di come l’economia sommersa dei trafficanti armava le fazioni dei signori della guerra della Somalia, avvelenando le terre e il mare del Corno d’Africa. La morte di Ilaria dimostra come certe bestie, che ancora ci ostiniamo a chiamare uomini, non pongono limiti alla loro fame degenerante di lussuria, inconsapevoli che un giorno, loro, aberranti e perverse scorie tossiche, verranno inevatibilmente inceneriti, e l’inquinamento più grande di questo astruso processo consisterà nel passaggio che essi hanno amaramente intrapreso nelle fauci di questo mondo.

A cura di Giacomo Carlesso

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I prossimi capitoli seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane, mentre per leggere i precedenti potete cliccare qui

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