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Indispensabili – Trivelle d’Italia – Cap 4) LE “GUERRE DEL PETROLIO” ITALIANE

Posted by giannigirotto su 4 febbraio 2014

Proseguiamo con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“, libro che tratta in particolare dei molti e gravi problemi legati all’estrazione di gas e petrolio in Italia. Un libro dal quale si evince che sono in pochi a guadagnare, ed in molti a perdere salute ed ambiente, con costi che vengono poi scaricati sulla fiscalità generale.

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Cap. 4) LE “GUERRE DEL PETROLIO” ITALIANE

Grazie alle basse royalties i siti di interesse delle compagnie petrolifere sono dei veri e propri “paradisi” italiani. Oltre alla mancanza di reali ricadute economiche derivanti dall’estrazione delle fonti fossili, l’ambiente e la sua tutela praticamente non gravano sulle attività delle compagnie. Lo “sviluppo sostenibile”, inteso come sintesi tra sfruttamento del territorio e integrità dello stesso, è tanto amato quanto disatteso dai grandi gruppi industriali. I percorsi attraverso i quali una comunità finisce per accettare impianti invasivi e l’eventuale nascita di conflitti rivelano dinamiche molto più complesse. Gli operatori cercano, ad esempio, di far accettare la propria presenza, come parte integrante del territorio, finanziando sagre e feste di paese, tornei di calcetto, ecc. Il “caso Basilicata” è stato un vero e proprio laboratorio in cui sono state tracciate le linee guida per la polverizzazione delle identità autoctone in nome di uno “sviluppo locale capace di riscattare dalla marginalità la terza Italia” attraverso un percorso di immersione nelle comunità, nella cultura in quanto tale, entrando “in totale empatia con essa, testimoniandone e condividendone fino in fondo le dinamiche territoriali”. Una “missione di comunità” fatta da multinazionali del petrolio, come Eni, con l’obiettivo di invertire tendenze negative, come emigrazione e disoccupazione, senza successo. Dal più piccolo Comune del Mezzogiorno fino alla Pianura padana ai margini delle grandi città si scrivono storie e racconti che sembrano rispondere ad un’altra logica, ovvero che “la rapina delle risorse del territorio è fondata sulla debolezza culturale”, come scrive Antonio Bavusi, sociologo e ambientalista lucano. Ci sono molti esempi in Italia di “occupazione” del territorio da parte delle compagnie petrolifere.

A Sannazzaro (PV) il nascente impianto è “un esempio di innovazione italiana”, un modello capace di trasformare bitumi, oli non convenzionali e greggi extra pesanti in benzina e gasolio. Il Governo italiano, il 23 febbraio 2012, ha bocciato una proposta avanzata dalla Commissione europea a favore dell’arrivo sul mercato degli Stati membri dei soli carburanti con minori emissioni di carbonio. L’obiettivo dell’Ue, a favore di una riduzione del 6% delle emissioni di carbonio di tutti i carburanti entro il 2020, è quello di bandire dall’Europa le sabbie bituminose catalogandole tra le fonti non convenzionali, causa di maggiore emissione di CO2 nelle loro fasi di estrazione e raffinazione. Su questo fronte la partita che si sta giocando è accesa. Da una parte le compagnie petrolifere interessate allo sfruttamento delle tar sands (sabbie bituminose), dall’altra gli ambientalisti. Quello della bonifica della falda freatica contaminata, all’altezza di tre grosse cisterne dell’impianto di desolforizzazione che sembrano quasi in disuso, è un problema da non sottovalutare, considerando l’espansione in atto della raffineria. Secondo il vicesindaco ed assessore all’Ambiente del Comune di Sannazzaro, primo cittadino dal 1990 al 1992 ed ex quadro dirigente Eni la bonifica sta procedendo regolarmente e non comporta nessun tipo di pericolo per le acque destinate ad usi potabili ed irrigui. Nonostante ciò la raffineria è classificata “sito industriale a rischio di incidente rilevante”. Nella notte tra martedì 4 e mercoledì 5 ottobre 2011 un’esplosione cupa, che alcuni inquilini delle palazzine più prossime alla raffineria descrivono “come un aereo vicinissimo ai tetti”, illumina tutto intorno. Una fiammata alta oltre dieci metri, coltri di fumo per oltre un’ora e mezza ed emissioni maleodoranti. Il piano di emergenza interno alla raffineria ha funzionato, nessuna traccia, al contrario, della sirena che dovrebbe suonare in tutto il paese in caso di incidente ed introvabili sono i libretti informativi pubblicati e distribuiti da Eni in merito al piano di emergenza esterno. Gli incidenti però rientrano nella quotidianità di chi vive vicino ad una raffineria: dicono che porta lavoro, anche se precario. Importa questo. Le sostanze immesse nell’aria fino al 2007, anno in cui le centraline di monitoraggio sono passate in gestione all’Arpa Lombardia, erano monitorate dall’Eni, che per decenni è stato controllore e controllato. Sono state fatte due indagini sanitarie, l’ultima risale al 2003. Entrambe sono incomplete e sono state inspiegabilmente interrotte. Fu Michele Debattista, primo cittadino dal 2000 al 2009, a volerle, interpellando alcuni esperti tra i quali Ermenegildo Zecca, titolare di Igiene ambientale all’Università di Pavia. Era previsto lo svolgimento di indagini tra di loro connesse: una di tipo igienico – ambientale e l’altra di natura epidemiologica. La prima non ottenne la dovuta autorizzazione e non fu svolta. La ricerca epidemiologica invece fu in parte delineata portando alla luce alcune patologie respiratorie. Lo studio non venne però completato: si rendeva necessario entrare in raffineria, esaminare in dettaglio le procedure tecniche, i punti di scarico degli eventuali tossici nell’ambiente, ma i ricercatori non visitarono mai l’impianto. A questo punto viene da chiedersi se i risultati epidemiologici sono realmente espressivi del rapporto tra salute dei cittadini di Sannazzaro e le attività della raffineria. Oggi, nonostante la paventata crisi della raffinazione italiana e lo spauracchio del ridimensionamento di organico la produzione non si ferma.

L’articolo 16 del Decreto sulle liberalizzazioni, approvato il 24 marzo 2012, introduce un memorandum di intesa. L’articolo reca disposizioni sullo sviluppo di risorse energetiche e minerarie nazionali strategiche. Si intende “favorire nuovi investimenti di ricerca e sviluppo di risorse energetiche nazionali strategiche di idrocarburi nel rispetto del dettato dell’articolo 117 della Costituzione, dei principi di precauzione, di sicurezza della salute dei cittadini e di tutela della qualità ambientale e paesistica, di rispetto degli equilibri naturali terrestri ed acquatici, secondo i migliori e più avanzati standard internazionali di qualità e sicurezza e con l’impiego delle migliori tecnologie disponibili, garantendo maggiori entrare erariali per lo Stato”, stabilendo al contempo “progetti infrastrutturali e occupazionali di crescita dei territori di insediamento degli impianti produttivi e dei territori limitrofi”. Aspetti che sollevano più di un dubbio. L’articolo 16 toglierà ai sindaci la gestione periferica delle compensazioni ambientali e non consentirà più controlli diretti sui ritorni economici per il territorio, dato che le royalties spariranno in cambio di infrastrutture da realizzare attorno agli impianti produttivi petroliferi. Risorse economiche sbloccate che torneranno utili alle stesse compagnie petrolifere, finanziando impianti produttivi e convertendo parte delle royalties versate dagli operatori in interventi infrastrutturali. Infrastrutture peraltro già previste dal primo accordo petrolifero firmato nel 1998 delle quali, ad oggi, non c’è traccia. In Lucania sgorga il giacimento di greggio in terraferma più esteso d’Europa; giacimento che doveva cambiare la vita dei residenti, ma che per 15 anni ha alimentato solo aspettative. L’ultimo rapporto economico della Banca d’Italia ha dichiarato come più povera regione d’Italia la Basilicata. Anche in questa regione ci si è resi conto che petrolio non è più sinonimo di sviluppo. Nel 2010, infatti, il numero di occupati è diminuito di oltre 5.400 unità. Nel biennio 2009 – 2010 il calo è stato di 10.600 unità. La flessione è stata più intensa sia rispetto a quella registrata in Italia, sia rispetto a quella riguardante il Mezzogiorno. Ad aumentare, oltre all’emigrazione giovanile, anche il numero di famiglie in cui nessun elemento lavora; un incremento più alto rispetto sia alla media del Mezzogiorno che alla media del Paese.

L’ultimo rapporto Istat inserisce la Basilicata ai primi posti in Italia per mortalità da tumori, con percentuali che superano la media nazionale. Un’incidenza tumorale, dal 1970 ad oggi, che continua a crescere, assumendo sempre più i connotati di una curva pericolosa verso l’alto. Una terra di nessuno dove il silenzio sulle cause e le responsabilità è assordante. Tumore allo stomaco, al colon, al fegato, alla laringe, ai polmoni, alla pleura, alla vescica e patologie cardio-respiratorie sono in aumento, come è possibile leggere nella relazione di attività del Registro tumori Basilicata Irccs-Crob. I casi di tumori al polmone, alla mammella, alla prostata sono in aumento in tutte le aree con delle eccezioni ancora più negative in alcune zone. Accanto a queste sedi tumorali i dati confermano anche l’insorgere di nuove patologie come la leucemia mieloide. Le indagini epidemiologiche in Basilicata, rivolte maggiormente all’effetto e non alla causa dell’incidenza tumorale, dimostrano la presenza di fattori di rischio indotti come le forti emissioni degli impianti petroliferi e la contaminazione del suolo e delle acque causata da sversamenti accidentali di greggio. Molti sono gli incidenti non denunciati. Per quelli noti sono assenti relazioni ufficiali che descrivano le cause, la tipologia dell’inquinamento, le sostanze immesse sul suolo, nell’aria, nell’acqua e nei prodotti agricoli e zootecnici esposti a tali sostanze. Gli effetti degli incidenti, così come l’esposizione durante il funzionamento delle attività di produzione, trattamento e trasporto del greggio finiscono così per rappresentare i cosiddetti “effetti collaterali”.

Non bisogna dimenticare anche il rischio sismico e idrogeologico che sussiste. Il petrolio può far svanire gli investimenti fatti negli ultimi venti anni.

A Cura di Erica Minto, che ringrazio sentitamente.
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I prossimi capitoli seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimanem mentre i precedenti li trovate quiin ogni caso valutate se acquistare l’originale che costa solo 12 euro…

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