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Indispensabili – Trivelle d’Italia – Cap 2) LA LEGGE (E LE TASSE) NON SONO UGUALI PER TUTTI

Posted by giannigirotto su 6 febbraio 2014

Proseguiamo con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“, libro che tratta in particolare dei molti e gravi problemi legati all’estrazione di gas e petrolio in Italia. Un libro dal quale si evince che sono in pochi a guadagnare, ed in molti a perdere salute ed ambiente, con costi che vengono poi scaricati sulla fiscalità generale.

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Cap. 2) LA LEGGE (E LE TASSE) NON SONO UGUALI PER TUTTI

In una delle tante bozze del Decreto “Salva Italia” si è cercato di liberalizzare anche le trivelle, concedendo alle compagnie petrolifere nuovi vantaggi in materia di semplificazione delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, legati anche e soprattutto alla promozione degli investimenti offshore (in mare). L’obiettivo di queste norme, che sembrerebbero dettate dai petrolieri, era quello di individuare su tutto il territorio nazionale dei blocchi di aree assegnate, tramite gara europea, agli operatori aventi adeguate competenze tecniche, organizzative ed economiche, per l’esercizio del diritto di esclusiva delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di greggio e gas. Una sorta di nuova perimetrazione del territorio italiano destinato a possibili trivellazioni, assoggettato a strategie energetiche ed interessi economici. Secondo Standard & Poor’s, tra i parametri di solidarietà economica di un Paese, c’è anche lo sviluppo delle attività petrolifere. Uno sviluppo che in Italia non solo è già presente, ma addirittura incentivato. Basta studiare la legislazione italiana per rendersi conto che le compagnie petrolifere godono di innumerevoli vantaggi, in proporzione ben maggiori rispetto a quelli di un comune contribuente. L’art. 826 del Codice Civile inserisce le risorse minerarie nel patrimonio indisponibile dello Stato, a valenza pubblica. Il patrimonio, in quanto, tale deve essere quindi sostenuto “a norma di legge”: dalla ricerca alla prima perforazione, dalla coltivazione all’attribuzione dei diritti di proprietà. Lo Stato ha creato tutte le condizioni necessarie per rendere le nostre risorse appetibili agli occhi di operatori italiani e stranieri, tramite molti semplici Srl con esigui capitali sociali. Più basso è il capitale sociale più alta è la possibilità di non rispondere economicamente e penalmente per eventuali danni arrecati. C’è stata una deregulation in materia senza alcuna differenza tra zone tutelate e zone abitate.

L’ordinamento normativo italiano trova fondamento nel Decreto legislativo n. 625 del 25 novembre 1996, concernente l’”Attuazione della direttiva 94/22/Cee relativa alle condizioni di rilascio e di esercizio delle autorizzazioni alla prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi”. Tutto il suolo italiano, compreso il mare, nel quale sono già presenti concessioni o estrazioni, si rende disponibile “in maniera permanente” alle attività estrattive. Se ne desume che tutto il suolo pubblico italiano soggetto a indagini o perforazioni può essere considerato a tutti gli effetti proprietà privata, nella misura in cui i privilegi ottenuti non si rendano lesivi verso terzi. Le royalties sono un risarcimento per il danno provocato all’ambiente perché, quelle petrolifere, sono attività invasive non naturali, ma che sfruttano risorse naturali. Il paradosso è che l’art. 19 del sopraccitato decreto prevede che ciascun concessionario provveda “alla corretta misurazione delle produzioni, effettua autonomamente i calcoli delle royalties dovute, esegue ripartizioni tra Stato, Regioni e Comuni ed effettua i versamenti relativi” (è come dire che ognuno di voi si legga il contatore dell’enel da solo, e versi quanto pensa di dovere da solo, con in più il fatto che il contatore sia fisicamente vostro, non sigillato e di proprietà di altri…ndr). E’ poi l’Unmig (Ufficio minerario nazionale facente capo al ministero dello Sviluppo Economico) ad effettuare controlli a campione, una tantum, al fine di verificare la correttezza dei dati trasmessi dai concessionari. Le compensazioni ambientali vanno a finire nelle casse pubbliche. L’attuale ripartizione prevede che, per le estrazioni in terraferma, il 55% vada alle Regioni, il 30% allo Stato e il 15% ai Comuni, che pur essendo, di fatto, i più colpiti dall’impatto ambientale, incassano di meno. Per le estrazioni in mare, invece, la ripartizione prevede un 45% allo Stato e un 55% alle Regioni; i Comuni restano fuori. Il beneficio per lo Stato non è comunque trascurabile. Nel 2011 le casse pubbliche hanno incassato oltre 276 milioni di euro. Da questa redistribuzione emerge che il profitto generato dalle compagnie petrolifere è di quasi 6 miliardi di euro. Quello delle royalties rappresenta un tema molto caldo per gli operatori che, nonostante abbiano a che fare con un’aliquota, di gran lunga, più bassa rispetto ad altre nazioni, percepiscono questa forma di tassazione come un freno ad attività e guadagni. Una penalizzazione che però può contare su un’agevolazione chiamata franchigia. Le compagnie petrolifere, per effetto della franchigia, sono esenti da pagamento di compensazioni ambientali sulle prime 20 mila tonnellate di greggio estratto in terraferma (8 milioni di euro), sulle prime 50 mila tonnellate di greggio estratto in mare (19 milioni di euro), sui primi 25 milioni di metro cubi di gas estratti in terraferma (7 milioni di euro) e sui primi 80 milioni di metri cubi di gas estratti in mare (24 milioni di euro). Proprio per effetto del limite entro il quale la normativa vigente non prevede alcun obbligo, molte società sembrano non esistere. E’ proprio questo meccanismo che incentiva le piccole Srl a inserirsi nella corsa al greggio ed al gas italiano, incrementando il loro fatturato, e a concorrere a tutti quei giacimenti considerati marginali dal ministero dello Sviluppo Economico. Condotta imitata anche dai grossi gruppi multinazionali. Il concetto di marginalità applicata ai piccoli giacimenti non tiene conto del costo ambientale di attività estrattive soggette a esenzione. La convenienza dell’operazione è notevole. Esistono Regioni, ad esempio il Veneto, che nel 2011 non hanno visto un centesimo di royalties. Nella normativa italiana in materia di estrazioni di idrocarburi è possibile rilevare che gli abbattimenti dei costi sulle estrazioni sono anche maggiori di quelli stabiliti dall’introduzione delle franchigie. Sulle produzioni vertono ulteriori sconti. A stabilire le diverse riduzioni del valore unitario delle aliquote è, annualmente, uno specifico decreto interministeriale. Le compagnie che estraggono gas godono di un contributo da parte dello Stato come incentivo ad incrementare le riserve nazionali di gas. Il 40% di incentivo statale è prelevato dal 5% delle entrate derivanti allo Stato dal versamento delle royalties, come sancisce l’art. 4 del Decreto legislativo n. 164 del 23 maggio 2000. In sostanza le compagnie pagano le royalties allo Stato, che sul 5% del ricevuto gira un 40% alle società impegnate nelle attività di prospezione, ricerca e coltivazione id nuovi giacimenti. Siccome le società potrebbero perderci, la legge italiana fa in modo di rendere sostenibili i loro bilanci. Sembrerebbe di intuire che per le compagnie petrolifere non ci sia rischio di impresa. Un mare di finanziamenti ed incentivi pubblici, sia a livello nazionale che a livello europeo che, nonostante la palese necessità di affrontare i problemi connessi al cambiamento climatico e all’incentivazione delle fonti di energia rinnovabile, conferma quanto il sostegno alle fonti fossili sia ancora molto forte e soprattutto determinante per la messa in opera di infrastrutture considerate strategiche. Tanto da trovare favori dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), l’organismo pubblico che predispone, in diversi settori, gli indirizzi della politica economica nazionale. Anche la Bei (Banca europea investimenti) e la Cassa depositi e prestiti hanno fatto la loro parte. La favorevole legislazione italiana rende possibile alle compagnie di tutto il mondo di stabilirsi e investire in Italia con forza occupando preziosi chilometri quadrati della nostra Penisola che vengono tassati con specifici canoni. Ancora oggi sono espressi in lire e non sono soggetti ad alcun adeguamento Istat. I valori fissati sono pari a 5.000 lire a chilometro quadrato per i permessi di prospezione, 10.000 lire a chilometro quadrato per i permessi di ricerca e 80.000 mila lire a chilometro quadrato per le concessioni di coltivazione. Si tratta di un piccolo sovrapprezzo rispetto ai milioni di euro risparmiati grazie all’eliminazione delle royalties sotto una soglia minima di produzione.

A Cura di Erica Minto, che ringrazio sentitamente.
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I prossimi capitoli seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimanem mentre i precedenti li trovate quiin ogni caso valutate se acquistare l’originale che costa solo 12 euro…

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