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Indispensabili – La Terra che vogliamo – Cap 1) Agrimondo

Posted by giannigirotto su 3 marzo 2014

la-terra-che-vogliamo-il-futuro-delle-campagne-italiane-libro-70428iniziamo oggi con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“.  Questo libro tratta della visione che, sempre più persone, hanno dell’agricoltura e della gestione del territorio in generale. Una gestione rispettosa e di lunga durata, che non comprometta le basi di sviluppo per le generazioni future. Un’agricoltura che si stacchi dalla deleteria dipendenza dal petrolio (e dalle relative implicazioni di inquinamento ed effetto serra) e dalle monoculture industriali, e riscopra metodi più naturali e la valorizzazione delle varietà locali, e faccia ripartire un nuovo circolo virtuoso di tutta l’ampia filiera di settore collegata.

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Cap 1) Agrimondo

L’immagine sconfortante del modello agricolo che si è colta per più di cinquant’anni deve essere il punto di partenza per capire dove stiamo finendo. Il problema più grave è costituito dai cambiamenti climatici, che dipendono anche dalle nostre azioni.

MAREMMA AMARA. Il 18 agosto 2012 un incendio doloso appiccato sulla Maremma distrugge cinquanta ettari della storica pineta litoranea e aggrava la situazione dannosa creatasi a causa dell’estrema siccità e del vento caldo delle ultime settimane. Tre mesi dopo, in trentasei ore, sulla Maremma cadono dai 350 ai 400 millimetri d’acqua. Tra la popolazione si contano cinque morti, mentre tra gli animali di allevamento se ne contano centinaia; sono incalcolabili i danni a una delle migliori agricolture italiane che, attraverso piccole e medie aziende spesso biologiche, offriva prodotti eccellenti. Alcune di queste aziende stanno pensando di trasferirsi dove il rischio è minore. Per quanto fosse improbabile che una catastrofe simile si presentasse, è accaduta e le statistiche degli ultimi anni che descrivono la rarità di alcuni fenomeni, in realtà, andrebbero riviste.

IL GRANDE CALDO. Quella che viene chiamata Cella di Hadley è come un’enorme bolla atmosferica di aria calda generata dalla temperatura della superficie del mare all’equatore per effetto dell’irradiazione solare. L’aria calda sale, si sposta verso nord-est e poi scende nuovamente verso l’equatore. Questa è la causa del grande calore che investe oggi l’Africa settentrionale. Da undici anni la cella di Hadley si sposta sul Mediterraneo, modificando le caratteristiche dell’estate e portando 40°C anche nel nord della Russia. L’anticiclone della Libia comporta i lunghi periodi di siccità estiva e le piogge torrenziali in autunno e primavera a cui siamo abituati. La ragione di questo cambiamento climatico è l’eccesso di gas a effetto serra emesso dall’uomo. Negli strati di ghiaccio ai poli si possono rintracciare informazioni su migliaia di anni di storia del clima ed emerge che le concentrazioni dei tre gas principalmente responsabili dell’effetto serra (in ordine anidride carbonica, metano e protossido di azoto) sono aumentate dopo la Rivoluzione industriale nel Settecento. I principali responsabili sono i combustibili fossili consumati per diverse attività (agricoltura, produzione di energia, industria), le quali costituiscono il 90% delle emissioni serra di origine antropica sul pianeta.

IL CONTRIBUTO DELL’AGRICOLTURA: VITTIMA E COMPLICE. I campi di mais, usati come immagine durante il grande caldo del 2012, oltre che vittime, sono anche corresponsabili del cambio di clima. Infatti, per ottenere il massimo di resa da queste piante, chi le coltiva ha abusato di pompe d’irrigazione, arature profonde, macchinari pesanti che compattano il terreno, fertilizzanti, disinfestanti e fitofarmaci sistematici. Questo modello di agricoltura intensiva ha prevalso per cinquant’anni nelle grandi colture mondiali di cereali, oleaginose e piante proteiche, contribuendo sensibilmente all’aumento delle emissioni serra. In particolare, l’agricoltura è la principale fonte di metano e protossido d’azoto. C’è anche il contributo delle grandi risaie d’oriente sommerse d’acqua: il letame utilizzato come concime, per la mancanza d’ossigeno, si trasforma in metano, che viene rilasciato nell’atmosfera. Inoltre, i principali responsabili dell’aumento del protossido d’azoto nell’aria sono i fertilizzanti chimici azotati usati in agricoltura, che da soli contribuiscono al 38% di tutte le emissioni agricole.

DEFORESTAZIONE: L’ASSALTO AI GIACIMENTI DI CARBONIO E BIODIVERSITÀ. L’agricoltura risulta essere responsabile per l’80% della distruzione delle foreste a livello mondiale. Da almeno vent’anni il fattore prevalente della deforestazione è diventato l’agrobusiness con gli investimenti in allevamenti bovini, campi di soia (transgenica) e piantagioni di palma da olio, soprattutto nella regione amazzonica e nel Sud Est asiatico, dove ha contribuito per 2/3 alla distruzione delle foreste. Per di più la deforestazione implica un notevole aumento del rischio di catastrofi ambientali dal momento che le foreste tropicali sono uno dei principali regolatori dello scambio di anidride carbonica e uno dei principali giacimenti di carbonio nel suolo e di biodiversità.

I CONFINI DELLA VITA SUL PIANETA. L’agrochimica ha contribuito anche al superamento dei limiti di soglia del ciclo dell’azoto e la biodiversità, due condizioni fondamentali per la vita umana sulla Terra. Negli ultimi diecimila anni, la vita ha potuto svilupparsi grazie a un equilibrio relativamente stabile tra i sistemi naturali. Ma, con l’ingresso in un nuovo periodo geologico caratterizzato dalla capacità umana di stravolgere la natura, si sono aperti nuovi problemi che rischiano di sbilanciare l’equilibrio necessario alla nostra esistenza. Il ciclo dell’azoto reattivo (cioè in grado di combinarsi in molecole complesse) ha un pesante impatto sull’atmosfera e sul clima come sulla qualità delle acque e sugli ecosistemi marini. L’eccesso di azoto nelle acque provoca la crescita spropositata di piante microscopiche che, decomponendosi, sottraggono l’ossigeno necessario alle altre forme di vita acquatiche, comportando vere e proprie zone morte. Tra le cause principali dell’accumulo di azoto reattivo c’è la produzione di fertilizzanti. Lo stesso vale per il fosforo, che si accumula lentamente nelle rocce per processi geologici. Ogni anno circa 20 milioni di tonnellate di fosfati vengono estratte per essere trasformati e, dopo l’uso, quasi la metà finisce negli oceani provocando ulteriore anossia.

EROSIONE GENETICA: A CHE SERVONO 3.000 VARIETÀ DI PATATE? La biodiversità è fondamentale per la nostra sopravvivenza. Nonostante le specie si siano estinte da sempre senza tante storie, oggi il tasso di estinzione risulta da 100 a 1.000 volte superiore rispetto al tasso naturale. Ciò dipende anche dai cambiamenti climatici e dall’eccesso di azoto reattivo e di fosforo nei mari, per questo oltre il 30% di tutte le specie è minacciato di estinzione. L’esperto Gilles Clément afferma, infatti, che “Confrontata coi fenomeni naturali, l’antropizzazione planetaria induce una diminuzione del numero analoga alla catastrofe”. La causa principale di perdita della biodiversità è la conversione di ecosistemi naturali in terreni agricoli o in aree urbane. L’agricoltura ha concorso alla distruzione di biodiversità anche selezionando e riducendo varietà colturali e di razze. Fino alla Rivoluzione verde degli anni Sessanta, le comunità rurali sperimentavano in autonomia, incrociando e selezionando le specie selvatiche per aumentare l’adattamento all’ambiente e la produttività fino a creare migliaia di varietà nuove. La biodiversità ha lo stesso ruolo degli anticorpi nel nostro organismo: garantisce la capacità di reagire ad ogni grave problema naturale (per esempio un virus) in modo da ripristinare l’equilibrio. Tutelare le diverse razze, quindi, è una garanzia di salute e qualità del cibo, oltre a rappresentare una parte della nostra storia e cultura.

DESERT STORM: IL CONSUMO DI SUOLO FERTILE. Il suolo fertile si riduce di anno in anno di circa 10-12 ettari. Da queste terre degradate dipende la vita di oltre un miliardo e mezzo di persone. In Italia e in Europa lo stato del suolo è in condizioni precarie a causa del compattamento e del consumo del suolo per altri usi; della perdita di qualità a causa di erosione, salinizzazione e acidificazione, desertificazione e riduzione del contenuto organico; e dell’inquinamento da sostanze chimiche. L’erosione di vento e acqua porta via humus e sostanza organica ed è accelerata da tecniche agricole inappropriate (mancanza di rotazione delle colture, l’abuso di prodotti chimici, lavorazioni pesanti) e dai cambi d’uso del suolo. Negli ultimi anni l’erosione dei suoli è stata aggravata dai cambiamenti climatici: estati sempre più siccitose e piogge sempre più concentrate. Nell’area Mediterranea la sostanza organica si è ridotta a meno dell’1%: queste terre si stanno desertificando. In Italia è a serio rischio il 4,3% del territorio, un altro 12,7% è definito vulnerabile, il 70% è a rischio di frane. In diversi casi l’erosione ha raggiunto uno stadio di irreversibilità. In generale il 45% dei suoli europei presenta tenori di sostanza organica bassi o molto bassi.

In Italia, in quarant’anni sono stati abbandonati cinque milioni di ettari di suolo agricolo, di cui 1,5 milioni cementificati o impermeabilizzati. Fino a vent’anni fa, il consumo di suolo procedeva proporzionalmente alla crescita demografica e industriale; a metà degli anni Novanta la crescita demografica si è arrestata e lo sviluppo economico ha iniziato ad incepparsi, eppure l’occupazione dei suoli agrari accelera. È necessario indicare uno sviluppo economico appiattito dalla speculazione edilizia, dove i valori del suolo agricolo non contano. Sebbene si punti al ridimensionamento dei tassi di consumo, non è detto che per il 2050 l’Europa raggiunga l’obiettivo del Consumo zero di suolo.

RINNOVABILE MA SEMPRE PiÙ SCARSA. A tutti gli effetti, l’acqua è una risorsa rinnovabile e abbondante, ma l’acqua utile alla nostra sopravvivenza è meno dell’1% di tutte le acque della Terra. È poca, mal distribuita e la sua riproducibilità si concilia sempre meno coi prelievi umani. Suolo e acqua sono legati: dove manca l’uno, manca o scarseggia l’altra. L’acqua è fondamentale per la produzione agricola, non a caso l’agricoltura è responsabile del 70% degli utilizzi idrici mondiali, che resteranno difficili da diminuire finché non saranno trovati altri sistemi per produrre cibo. Se viene gestita correttamente, buona parte dell’acqua utilizzata per l’agricoltura non va persa, bensì ritorna nel ciclo di scambi; i problemi nascono quando per irrigare si attinge più acqua di quella assicurata dai flussi idrici naturali. La soglia minima di acqua per soddisfare tutte le esigenze di un paese è fissata per convenzione a 1.700 metri cubi pro capite per anno. Sotto i 1.000 si parla di carenza. I paesi che preoccupano di più al momento sono la Cina, che rischia di perdere la sua ultima riserva idrica; e l’India, la cui acqua è in mano ai grandi proprietari terrieri che hanno finanziato pozzi profondi. Nonostante l’Italia abbia disponibilità idriche in abbondanza, siamo ai limiti di sfruttamento della risorsa.

LAND GRABBING: FAME DI TERRA O APPETITI FINANZIARI? Per far fronte alla riduzione della superficie coltivabile, i paesi più ricchi cercano di acquistare o affittare a lunga scadenza terre arabili e possibilmente irrigue con regolari contratti (anche se in genere sono poco trasparenti) coi paesi più poveri. Gli accordi spesso riguardano estensioni di terreno che arrivano a milioni di ettari. I paesi target sono l’Africa sub sahariana, i Caraibi, l’America Latina, il Sud Est asiatico e l’Asia centrale ex sovietica. Le popolazioni dei paesi più poveri, però, sono arrivate alla ribellione contro i coltivatori, nonostante offrano lavoro ai locali. Buona parte del land grabbing ha poco a che fare con la scarsità di risorse naturali, infatti, il fenomeno si è accelerato dopo la fiammata dei prezzi agricoli mondiali del 2007-2008 e il 50% delle terre acquistate risulta inutilizzato. Il fenomeno, definito preoccupante, sembra orientato, infatti, alla speculazione finanziaria: si acquista la terra coltivabile per poi rivenderla al momento buono con ottimi differenziali di prezzo. Non è il caso, però, di generalizzare: la Cina, ad esempio, è un solido partner commerciale e tecnologico per i paesi africani, dove investe in infrastrutture e progetti di sviluppo agricolo ed energetico.

DALLA VECCHIA ALLA NUOVA AGRICOLTURA. Molti ecosistemi legati alle pratiche agricole sono arrivati ad un punto di degrado quasi irreversibile e i rischi di non ritorno sono alti. L’agricoltura presenta un felice paradosso: dopo aver dato un notevole contributo al dissesto del pianeta, ha tutte le potenzialità per diventare il motore virtuoso di una nuova economia che sia in grado di migliorare la qualità della vita degli esseri viventi, basti pensare all’agricoltura sostenibile.

A Cura di Alessia Biral, che ringrazio sentitamente.
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I prossimi capitoli seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane… in ogni caso valutate se acquistare l’originale presso il sito dell’editore…

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