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Indispensabili – La Terra che vogliamo – Cap 2) Produrre Cibo

Posted by giannigirotto su 12 marzo 2014

la-terra-che-vogliamo-il-futuro-delle-campagne-italiane-libro-70428continuiamo oggi con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“.  Questo libro tratta della visione che, sempre più persone, hanno dell’agricoltura e della gestione del territorio in generale. Una gestione rispettosa e di lunga durata, che non comprometta le basi di sviluppo per le generazioni future. Un’agricoltura che si stacchi dalla deleteria dipendenza dal petrolio (e dalle relative implicazioni di inquinamento ed effetto serra) e dalle monoculture industriali, e riscopra metodi più naturali e la valorizzazione delle varietà locali, e faccia ripartire un nuovo circolo virtuoso di tutta l’ampia filiera di settore collegata.

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Cap 2) Produrre Cibo

LO SPETTRO DEI 9 MILIARDI. CE N’È PER TUTTI? Si prevede che nel 2050 ci saranno 9,2 miliardi di persone sulla Terra e questo dato viene usato per screditare chi propone produzioni meno intensive. Sicuramente non si riusciranno a sfamare tutti col “business as usual”, cioè col modo prevalente di fare agricoltura e filiere di trasformazione e distribuzione del cibo. Oggi (2009) la produzione globale di cibo garantirebbe un apporto nutritivo pro capite di 2831 kcal al giorno: sarebbe soddisfacente se fosse ripartito equamente nel mondo e se un terzo di tutto il cibo prodotto non andasse sprecato. Sono 925 milioni le persone che soffrono la fame (2010). Anche con una distribuzione più equa, senza un cambiamento, non ce la si farebbe, perché la popolazione aumenta, la superficie agricola si riduce costantemente e cambiano le abitudini alimentari dei grandi paesi emergenti, richiedendo più energia e suolo per produrre cibo.

LA DIPENDENZA ALIMENTARE DI ITALIANI ED EUROPEI. In Europa si perdono progressivamente superfici agricole e sovranità alimentare. La superficie agraria italiana è stata ridotta a causa dell’urbanizzazione ed è raddoppiata la pressione sulla terra restante per far fronte all’aumento della popolazione. L’aumento di produttività non bilancia questa pressione e siamo costretti ad aumentare le importazioni. Oggi (2012) la produzione nazionale è sufficiente a coprire i consumi di tre italiani su quattro, in particolare grano e latte a stento arrivano a coprire metà della quantità richiesta per il consumo interno. La potenziale capacità di produzione agricola si è ridotta anche nel resto dell’Europa, portando ad un impiego di suolo molto più ampio altrove.

TRE LEVE DI AZIONE PER IL FUTURO. Una parte dell’agrobusiness e della tecnocrazia europea ritiene che per garantire cibo per tutti si dovrebbe aumentare la produttività tramite l’innovazione tecnologica, ma non è una soluzione immaginabile, sebbene sia innegabile che la produttività media dell’agricoltura mondiale è troppo bassa. La nostra risposta, invece, è articolata su tre linee d’azione principali, possibili e salutari: cosa mangiamo, cosa sprechiamo (sia cibo che terra) e come produciamo (il nostro rapporto col suolo e le risorse naturali). Alcune modifiche sulla dieta e sullo spreco possono incidere sullo squilibrio tra domanda e offerta in modo sostanziale e senza degrado di altre risorse naturali, per arrivare al risparmio di cibo ed aree verdi.

QUALE PRODUTTIVITÀ AUMENTARE? DUE CRITERI A CONFRONTO. La tesi tecnocratica sostiene che ci si dovrebbe appoggiare all’ingegneria genetica e alle tecniche di ricombinazione delle sequenze del genoma che consentono di ottenere gli Ogm. Uno degli aspetti più pericolosi della proposta Ogm, oltre al rischio di contaminazione tra colture, è l’ulteriore drastica riduzione di varietà che comporterebbe. Una critica a questa proposta, invece, sostiene che a livello mondiale, mentre le rese colturali sono cresciute troppo poco per sperare di raddoppiare la produzione per il 2050, permane un enorme divario di produttività tra i diversi paesi. Anziché puntare ad aumentare le rese dei paesi più produttivi, si dovrebbe cercare di colmare il divario di rese esistente tra questi e quelli con una produttività più scarsa, così da aumentare la produzione mondiale di cibo del 50 o 60% senza particolari danni all’ambiente né ulteriore occupazione di terra. Inoltre, si aumenterebbe la produttività proprio nei paesi dove sono più concentrate fame e malnutrizione, riducendo la dipendenza dalle filiere lunghe dell’agrobusiness mondiale. Si suggerisce, inoltre, di non aumentare la superficie agricola a scapito di foreste tropicali e savane, di usare le risorse naturali in modo più efficiente, ridurre lo spreco del cibo e diminuire il consumo di carne o addirittura eliminarlo. Un’altra soluzione è possibile con un maggior rispetto per la biodiversità naturale e culturale.

ALLA CHURRASCARIA BUFALO, OVVERO IL PIACERE DELLA CARNE. L’Amazzonia è uno dei grandi centri nevralgici del futuro pianeta: qui si decide giorno dopo giorno cosa ne sarà del patrimonio genetico della Terra. Il Centro di Biotecnologia locale permette di studiare e manipolare il patrimonio genetico della foresta amazzonica, enorme giacimento di vita e di guadagni ancora inesplorati. Si inizia a rendersi conto che non vale la pena di abbandonare questo patrimonio agli allevatori di bestiame, ai coltivatori di canna per etanolo o peggio ancora ai circuiti criminali. Il paese, però, è troppo attratto dalla crescita per ipotizzare il rifiuto della carne, basti pensare alla churrascaria Bufalo, dove i camerieri offrono continuamente diversi tipi di carne.

ALLEVAMENTI BOVINI E CONSUMO DI SUOLO. Oggi sul pianeta vivono oltre un miliardo e 400 milioni di bovini, quasi un miliardo di maiali e 21 miliardi di polli. Negli ultimi vent’anni, i consumi di carne di Italia e Stati Uniti sono diminuiti (pur risultando ancora elevati), al contrario il Brasile è indirizzato verso una dieta che predilige la carne rossa di manzo come fonte di proteine nobili. Come hanno ormai dimostrato molti studi, però, la dieta impostata sulla carne rossa di manzo non è sostenibile sia per i danni alla salute che per gli eccessi di consumo di acqua, di emissioni di metano e di cereali che comportano gli allevamenti bovini. Oggi in Italia oltre il 90% di tutto il mais prodotto e importato è destinato alla zootecnica: se nel mondo prevalesse questo tipo di dieta per i bovini, non basterebbero tutte le terre attualmente coltivate a cereali. Il mais, in realtà, non è la dieta necessaria e naturale del bovino, per cui sono più adatte erbe di prato o di pascolo permanente, che offrono ottimi risultati di qualità e inferiori consumi di acqua.

IMPRONTA ECOLOGICA E CONSUMO DI RISORSE NATURALI: TORNIAMO AL PASCOLO. Nella produzione di cibo hanno un peso rilevante il suolo, i consumi di acqua ed energia, le emissioni di gas serra in atmosfera. Restando ai bovini alimentati col mais presi a modello di inefficienza di conversione proteica, la produzione di un chilogrammo di carne bovina provoca un elevato consumo di suolo, richiede in media 15.000 litri di acqua ed emette grandi quantità di metano in atmosfera. L’impronta ecologica è ben diversa se i bovini sono allevati al pascolo anziché in stalla, le emissioni di gas serra e di ammoniaca si riducono notevolmente. Inoltre, con la conversione dei campi da coltivazioni foraggere a prateria, il livello di carbonio sequestrato nel terreno balza da zero a quasi quattro tonnellate per ettaro ogni anno. Anche l’inquinamento idrico migliora decisamente passando alla prateria. In definitiva una mandria ben tenuta, all’aperto tutto l’anno, ha un’impronta ecologica del 6% più bassa. È vero che la produzione di latte delle vacche al pascolo si dimezza rispetto a quella in stalla, ma l’ammontare totale di grassi e proteine è lo stesso. Gli allevamenti al pascolo sono preferibili anche perché le erbe di pascolo sono una ricca fonte di acidi grassi polinsaturi, molto importanti per la salute umana (omega3 e omega6) e precursori di un altro grasso (CLA) a cui si attribuiscono proprietà antiossidanti e anticancerogene favorevoli alla prevenzione e al trattamento di diverse patologie, anche gravi. Inoltre, un pecorino di animale allevato al pascolo non è una fonte di aumento di colesterolo. Il pascolo è ricco anche di carotenoidi e fonte di aromi.

TRE CRITERI DI VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE. Il primo criterio di valutazione di impatto ambientale di un prodotto è in termini di emissioni di anidride carbonica equivalente calcolate lungo il suo intero ciclo di vita. Il secondo misura l’utilizzo di acqua dolce lungo l’intero ciclo di vita di un prodotto in termini di volume di acqua evaporata o inquinata e permette di misurare i consumi e l’impatto inquinante di un processo. Il terzo misura l’estensione di terra occorrente per produrre le risorse biologiche consumate nel ciclo di vita di un singolo prodotto o nell’economia di una popolazione. L’impronta ecologica viene confrontata con la biocapacità di un territorio.

ALTRE FONTI DI PROTEINE NOBILI: CARNI BIANCHE, LATTE E DERIVATI. Per ricavare proteine nobili è possibile sostituire la carne bovina. La Cina ha puntato su una dieta a base di maiale e pollo, animali tradizionali nell’economia locale. L’India propone una dieta alternativa, con consumi di carne sempre molto bassi, ma con un aumento notevole del latte di mucca. Sempre di bovini si tratta, ma il consumo di suolo e di acqua è più basso grazie al fatto di fornire proteine nobili lungo tutto l’arco di vita dell’animale.

IL PRIMATO DELLA DIETA MEDITERRANEA. I meriti salutistici della dieta mediterranea sono noti da tempo: riduce il rischio di malattie cardiovascolari, l’apporto di colesterolo nel sangue è minimo e le malattie coronariche sono rare. La dieta consiste nel consumo quotidiano di olio d’oliva, pane e pasta, aglio, cipolla rossa, erbe aromatiche, verdura, poca carne, un po’ di pesce, formaggio e vino. Su questa dieta si basa la piramide alimentare. L’Italia presenta l’aspettativa di vita più alta se messa a confronto con gli Stati Uniti e l’India, ma purtroppo al giorno d’oggi la dieta mediterranea si trova a competere con i modelli alimentari globali, primo tra tutti il fast food.

PREFERITE ESSERE UN SUV O UNA PRIUS? Passare da una dieta basata sulla carne rossa a una incentrata sui vegetali taglia le emissioni dei gas serra tanto quanto il passaggio da un SUV a una Prius: i cibi più salutari sono anche quelli che nel loro ciclo produttivo presentano minori emissioni di gas serra, minori consumi di acqua e minori consumi di suolo. Con “dieta di tipo mediterraneo” intendiamo una dieta basata su un ampio consumo giornaliero di frutta e verdura, una buona dose di cereali e un moderato consumo settimanale di carne, formaggio e pesce. La dieta comprende anche carne, latte e formaggi bovini, ma allevati al pascolo in modo da ridurre il consumo di terre e di acqua. Una dieta di questo genere che fornisca 2100 kcal al giorno permetterebbe di limitare l’occupazione delle terre coltivabili a 2/3 e dei pascolo disponibili a meno di 1/3.

IPERCALORIE E SPRECHI. Oggi il consumo mondiale di calorie pro capite è ben oltre le 2100 kcal: siamo a 2800. Da una parte un miliardo di persone soffrono fame e malnutrizione, dall’altra parte la popolazione si sta ingozzando più di quanto raccomandato, infatti, un bambino italiano su tre risulta obeso. Per far fronte a questi comportamenti negativi e costosi, si incentiva l’attività fisica, si tassano le bevande con zuccheri, si tenta di vietare la vendita di porzioni extra-large di bevande gassate. Infatti le cattive abitudini alimentari provocano il 44% dei casi di diabete, il 23% delle ischemie cardiache e più del 40% di alcuni tipi di cancro. La fame pregressa predispone all’obesità nei paesi in via di sviluppo, dove la scarsa qualità dell’acqua potabile disponibile spinge al consumo di bibite gassate. In ogni caso, il dato di 2800 kcal/giorno è ingannevole, oltre ad essere una media, perché è assai più alto di quanto effettivamente finisce nello stomaco dell’individuo: è misurato sulla base della produzione agricola e ignora che molto del cibo prodotto finisce in discarica. Ogni anno nel mondo si perdono 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, cioè circa un terzo del cibo prodotto; solo nell’Europa a 27 si sprecano in media 180 chilogrammi all’anno per individuo, inoltre spesso si arriva all’abbandono in campo a causa di costi di raccolta troppo alti. Basterebbe recuperare anche solo un quarto di questo cibo buttato per sfamare i 900 milioni di persone che soffrono la fame. I principali responsabili (80%) della perdita di cibo sono le industrie alimentari e noi cittadini consumatori.

RECUPERARE IL VALORE DEL CIBO. In questo spreco c’è una forma di disprezzo verso la terra e verso chi la lavora. Malgrado la crisi, continuiamo a vivere inebriati dal consumismo, che ci ha fatto dimenticare l’origine e il valore delle cose, al massimo ci irritiamo per le bollette. Il primo obiettivo dell’educazione ambientale e alimentare nelle scuole dovrebbe essere insegnare il valore del cibo: valore economico, affettivo, relazionale. I modi per ridurre lo spreco sono molti: basterebbe recuperare le ricette della cucina povera italiana. Inoltre Caritas e il gruppo Last Minute Market sono battistrada per il valore del cibo definito “scaduto” dalla Grande distribuzione e dalle norme igieniche europee, che in realtà spesso è ancora di ottima qualità e quindi distribuibile nelle mense. Si possono diminuire gli sprechi anche con forme di imballaggio idonee alle esigenze soggettive o con distributori di prodotti sfusi. Nel caso della carne, un’altra forma di spreco è il consumo selettivo di alcune parti soltanto: il resto finisce, nel migliore dei casi, su mercati meno esigenti, con effetti negativi. Grazie ai Gruppi di acquisto solidali e alle vendite dirette nell’azienda zootecnica, molti cittadini acquistano anche le altre parti dell’animale. Vale la pena di riflettere con attenzione sulle regole del 1917 date dalla Maine Historical Society: comprare il cibo con attenzione, cucinare con cura, utilizzare poco grasso e carne, comprare prodotti locali, servire solo il necessario, riutilizzare ciò che rimane.

A Cura di Alessia Biral, che ringrazio sentitamente.
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I prossimi capitoli seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane… mentre i precedenti capitoli li trovate qua,  in ogni caso valutate se acquistare l’originale presso il sito dell’editore…

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