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Indispensabili – Trafficanti (di morte) – Cap 6) LA VIA DEL MARE

Posted by giannigirotto su 16 aprile 2014

Proseguiamo con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“, libro che tratta in particolare dei traffici di sostanze inquinanti, con particolare riguardo chiaramente a quelli che avvengono, in entrate ed in uscita, in Italia.

E’ un libro durissimo, che definire indigesto è un eufemismo. Un libro che mette a nudo una piccolissima parte delle più sporche ma sopratutto mortali porcherie che da decenni vedono piccole e grandi imprese infrangere la legge e smaltire illecitamente rifiuti pericolosissimi semplicemente sversandoli nel territorio, interrandoli, ammassandoli l’uno sopra l’altro, caricandoli su navi che poi vengono affondate, e in mille altri modi ugualmente deleteri.

In questi estratti troverete date, nomi, luoghi, cifre, fatene l’uso che riterrete più opportuno, ma per favore, non voltatevi dall’altra parte, ne va del futuro dei nostri figli.
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Cap. 6 – La Via del mare

Cetraro, il caso è chiuso?

Cetraro è prima di tutto un ventre di pescatori, eterni allievi del mare, umili ad ogni istanza sentenziata dal profondo degli abissi. Ma purtroppo,Cetraro, è anche teatro di sfogo di clan di ‘ndrangheta, i Muto. Questo suddetto tumore, nato dall’arresto dell’istinto con le manette del paraocchi, con discrezione, ha da sempre tiranneggiato sull’economia della città, ad iniziare dalla pesca. Il suo raggio d’azione raggiunse la Campania ed i quartieri ricchi di Roma. A Cosenza la mafia è più discreta che mai: evita gli omicidi, preferisce le stanze anonime, dove si anestizza il rumore. Nonostante ciò, mantiene salda la corona di Pisistrato nella Atene della pesca, l’autentica base del consenso popolare. Ma l’infelicità a Cetraro filtrava anche per altre vie: nel 2005 si propagò la novella di navi affondate in seguito al caricamento di rifiuti radioattivi (tre navi per l’esattezza, al largo della costa nord della Calabria). Ne parlò tramite l’”Espresso” un collaboratore di giustizia, tale Francesco Fonti, che nel 1994 aiutò a ricostruire una parte della storia criminale della ‘ndrangheta, raccontando soprattutto i riti di affiliazione e il traffico di droga e armi. Esauritosi il clamore iniziale questa storia si decompose lentamente, logorata dai vermi di un mutismo consapevole. Nel 2008 la svolta; al racconto di Francesco Fonti si aggiunse la conferma arrivata da un anonimo collaboratore, tutelato ancor oggi dal segreto investigativo. Il collaboratore in causa è da rintracciarsi in un pescatore o in un gruppo di pescatori. La fonte collaborativa, non solo confermò la presenza di un relitto sconosciuto sul fondo del mare, dove le reti esasperate non trovano mai soddisfazione, ma delineò persino le coordinate esatte del relitto, segnate sul Gps dei pescatori per evitare di smarrire le reti medesime. La prima verifica in merito a quelle coordinate venne eseguita scartabellando i registri navali e con la Marina militare. Ma non si arrivò a delineare le corrispondenze di alcun relitto noto. Il mare di fronte a Cetraro è una distesa di carogne, un vero e proprio cimitero marittimo. Cimitero figlio degli scontri tra le marine europee, concepito al tramonto delle due guerre mondiale. I relitti sepolti in questa distesa marittima furono catalogati in un elenco curato dalla Marina. In tale elenco non presenziavano le coordinate espresse dalla fonte confidenziale, di conseguenza, la pista si rivelava vergine e affascinante nella sua purezza. A questo punto giganteggiava l’occorrenza di verificare se a quelle coordinate collimasse effettivamente il relitto in questione. Ma la Marina militare, data l’indisponibilità delle navi, non inviò aiuto alcuno alla procura calabrese. Inutile fu altresì, ogni contatto con il governo, con la protezione civile, e con il ministero dell’Ambiente (con a capo il ministro Stefania Prestigiacomo). Nessuno voleva o poteva andare a verificare la presenza del relitto. Il 12 dicembre del 2008 la nave Universitatis focalizzò un target preciso. Sugli schermi dei sonar apparve un’ombra in tutto e per tutto compatibile con lo scafo di un relitto, proprio nel punto indicato dai pescatori, nella profondità di circa 500 metri ad 11 miglia nautiche di distanza dalla costa, come raccontò Francesco Fonti. Ora la verifica era un imperativo assoluto. Quello che non poteva fare la Marina militare italiana, considerata una delle migliori del Mediterraneo, lo fece la regione più povera dell’Italia, con l’assessore regionale all’ambiente Silvio Greco. Il 12 settembre 2009 la nave Copernaut Franca localizzò il relitto a largo di Cetraro, riuscendo a filmare il suddetto per 40 minuti. Il 27 ottobre il governo inviò sul posto la nave oceanografica Mare Oceano. Furono sufficienti poche ore per adagiare un pesante lucchetto sul caso. Quando il robot sottomarino filmò la prua con le lettere C e T, gli ufficiali della Marina in pochi minuti arrivarono al nome del Catania, il piroscafo affondato da un U-Boot tedesco nel 1917. Uno scafo vuoto;nessun bidone;niente plutonio; nessuna nave Cunski, ossia il mercantile che Fonti sosteneva aver affondato in quelle acque. “Il caso è chiuso”, annunciò poco dopo il governo, ponendo una pietra tombale sulla storia del relitto di Cetraro. Il caso venne archiviato nonostante le prove che attestavano la presenza di quantità, seppur modeste di cesio 137, un isotopo radioattivo del metallo alcalino cesio che si forma come un sottoprodotto della fissione nucleare dell’uranio, specialmente nel reattore nucleare a fissione. Se ciò non ha destato la minima preoccupazione tra gli archivianti della pratica, invito quest’ ultimi ad utilizzare il cesio al posto del sale, magari scopriranno sapori nuovi, i quali a contatto col palato saranno fonte di orgasmi intensi. P.S. La vostra tranquillità antecedente ad ogni cosa. Non intendo, infatti, rivendicare il brevetto di eventuali ricette.

La lista dei sospetti e la nave “Rigel”

Una nave non sparisce, questo banale assioma lo conosce chiunque abbia a che fare con la marineria. Della nave, qualunque sia il suo destino, resta sempre una traccia, sintetizzata in gradi, primi e centesimi, le coordinate. Da questo dogma inconfutabile partì l’indagine di Natale De Grazia, un capitano di corvetta della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria. In ogni porto del mondo, al netto di ogni marginalità, si annotano tre dati per ogni nave: il numero di matricola (in gergo Imo), il porto di partenza e la destinazione finale. Decollando dalla ricerca di questi dati, relativi ai relitti affondati, nel 1994, De Grazia iniziò ad occuparsi delle navi a perdere. De Grazia stilò una lista di ventitrè navi, sparite nel Mediterraneo tra il 1979 e il 1994, con mare calmo, senza vittime e senza motivi apparenti. La sua indagine si arrestò, tuttavia, nei pressi dell’autostrada che da Reggio Calabria lo avrebbe portato a La Spezia, alle ore 00.50 del 13 dicembre 1995, come riporta la scheda Istat compilata per la sua morte. Aveva 38 anni, nessuna malattia conosciuta, uno stato di salute considerato perfetto dai medici della Marina che lo avevano visitato poco prima. La dottoressa che effettuò l’autopsia, Simona Del Vecchio, non ebbe dubbi: si trattava di morte naturale. C’è una terribile assonanza tra la sua fine, sotto la pioggia torrenziale al termine di una galleria dalle parti di Nocera Inferiore, e quella delle navi della sua lista. Morte naturale, semplice affondamento. Le carte ufficiali hanno chiuso il caso De Grazia per sempre. Qualche giorno prima del decesso, De Grazia confidò a Nicola Maria Pace, all’epoca pm di Matera, di essere in fase di ultimazione nella realizzazione di una relazione che avrebbe chiarito l’affondamento di una nave, denominata Rigel. Secondo De Grazia, dietro all’affondamento, avvenuto otto anni prima, davanti a Capo Spartivento, nello ionico calabrese, si celava il nome, appunto, della Rigel. De Grazia scelse di concentrarsi sulla Rigel, che apparteneva alla lista delle 23 navi, in quanto nutriva il sospetto, che in essa vi fosse nascosto un carico di scorie radioattive. A supportare la fondatezza di tale ipotesi, vi fu la testimonianza, rilasciata il 13 maggio 1995, da quel Pinocchio che speculò a lungo di Noè, dell’ingegner Luigi Baffigi della Mannesmann e di personaggi di rilievo della città del Golfo dei Poeti. Pinocchio sosteneva che la nave affondata a Capo Spartivento, di una portata di 4-6000 tonnellate, caricata con materiale radioattivo (uranio additivato), altri rifiuti e materiale vario, provenisse dalla Grecia. Oltre a quella di Francesco Fonti, questa è fino ad oggi l’unica testimonianza sulle navi a perdere.

Ma c’era di più. Anteriore di poco alla rivelazione di Pinocchio, fu una perquisizione, eseguita da De Grazia, dai carabinieri di Reggio Calabria e dal corpo Forestale dello Stato, a casa di Giorgio Comerio, l’imprenditore dell’Odm, il quale ardeva dalla brama di affondare le scorie nucleari nei fondali marini. Gli investigatori trovarono in un’agenda del 1987 un appunto importantissimo. Nella pagina del 21 settembre, data di affondamento della Rigel, vi era una postilla in inglese:”Lost the ship”, ovvero “persa la nave”. E quel giorno del 1987 solo la Rigel affondò. Il giudice istruttore di La Spezia nell’ordinanza del 20 novembre 1992 ricostruì nei dettagli l’organizzazione occultata dalla tenda fradicia di quel naufragio doloso. Al centro dell’organizzazione vi era Gennaro Fuiano, che nel 1995 fu coinvolto in un’altra truffa colossale, per un importo superiore ai mille miliardi di lire.

Il gran colpo del 21 settembre 1987, si erigeva su fondamenta basilari: si cercavano società in odore di fallimento, disposte a qualsiasi operazione pur di salvare i conti; si organizzava un carico solo fittiziamente di valore, riempendo container e stive con merce scadente, senza nessuna possibilità di trovare un mercato; si sceglieva un armatore senza scrupoli che sacrificasse alla causa un mercantile vecchio; infine, ai controlli della dogana ci avrebbe pensato Fuiano, chiudendo e talvolta,imponendo la chiusura,ad entrambi gli occhi.

Grazie ad alcune intercettazioni (in particolare a quella fra Luigi Divano e Vito Bellacosa) la magistratura arrestò quella compagnia di truffatori, broker marittimi e imprenditori in cattive acque, con l’accusa di aver truffato diverse compagnie di assicurazione, tra le quali i Lloyd’s di Londra. Finirono indagati e poi processati: l’acquirente compiacente della merce, il libanese Akef Anis Khoury, ancora oggi attivo; il già citato funzionario delle dogane Gennaro Fuiano; l’armatore della Rigel, il greco Georgios Papanicolau; un avvocato marittimista di Genova e alcuni mediatori marittimi, oltre ai caricatori, considerati dei complici. Ma c’è ancora oggi qualcosa che non torna. Alcuni investigatori raccontano un’altra storia, con un finale decisamente nuovo. Una fonte riservata chiamò dalla Grecia spiegando che un tale Jannis era in contatto con qualcuno che onorò la Rigel della sua presenza. Inoltre, tale fonte, descrisse nei dettagli il carico della nave ufficialmente affondata, ma soprattutto sostenne che la nave non fosse affondata. Jannis dietro un compenso di 20 mila dollari, rivelò il nome del porto dove la Rigel sarebbe stata ancorata, lo scalo libanese di Selaata, ad una cinquantina di chilometri a nord di Beirut. Dall’Italia,a quel punto, partì un gruppo di investigatori privati, segugi allenati a fiutare le tracce delle navi. La prima tappa fu Cipro, negli uffici a Limassol di un libanese che risultava l’acquirente della merce caricata sulla Rigel a Marina di Carrara, il già citato Akef Khoury. Le poche informazioni che uscirono dagli uffici di Limassol si dimostrarono confuse ed inconsuete. I documenti relativi al viaggio non arrivarono mai e l’unica notizia, alla quale si pervenne era legata all’affondamento. Nulla di più. E, naturalmente, nessuna notizia su quell’ipotetico sbarco della Rigel in Libano, nel porto privato di Selaata. Il racconto germogliato dal greco Jannis, in realtà, appariva più che logico. Ma vi era un’altra incredibile coincidenza, che rese la vicenda ancor più intricata. Proprio il 21 settembre, data dell’affondamento della Rigel, un’altra nave partita dall’Italia, la cecoslovacca Radhost sbarcava a Beirut, carica di oltre diecimila tonnellate di rifiuti tossici. Tali rifiuti erano rampolli di resti delle industrie chimiche lombarde, pronti ad essere adottati dai contadini di Beirut, e adibiti alla veste di fertilizzanti;mentre i fusti, svuotati e ridipinti velocemente, vennero utilizzati per conservare le olive sotto salamoia. Quei rifiuti tornarono poi nel gennaio del 1989 in Italia con il mercantile Ro-Ro Jolly Rosso, ribattezzata poco dopo “la nave dei veleni”.

Quando arrivò il rapporto dei caricatori sull’affondamento della Rigel, gli investigatori si precipitarono a setacciare gli uffici delle imprese coinvolte. Le aziende che noleggiarono la Rigel furono una ventina, tutte concentrate tra l’alta Toscana e la Liguria. La Rigel è solo un elemento della lista delle ventitré navi sospette, elencate nell’inchiesta del capitano Natale De Grazia, di vicende simili ce ne sarebbero ancora molte da affrontare. Nonostante ciò per gli organi ufficiali dello Stato italiano, le peripezie narrate dal sottoscritto appena al di sopra del vostro sguardo, furono solo delle banalissime fantasie inverosimili. Un caso chiuso, spiegò il ministro Prestigiacomo in seguito all’operazione di Cetraro. Non sia mai che si accenda un dilemma, una luce, su fatti tenuti volontariamente in latenza, sarebbe un affronto troppo meschino nei confronti di chi non ha paura di dormire al buio, semplicemente, perché è esso stesso parte integrante del buio.

Nome in codice Enrico

Enrico è un nome in codice di una fonte molto autorevole, un investigatore esperto che lavora per il governo italiano. Tale investigatore possiede una lista di 90 navi sospette, ma sa che quell’elenco non può essere divulgato, perché certi segreti devono rimanere in fondo al mare. O chiusi nel cassetto di un ministero. Anche in questo caso, il ministro Prestigiacomo, attraverso un portavoce negò l’esistenza della lista. In realtà la lista esiste eccome. Tale affermazione sarà presto argomentata. Il lavoro realizzato da Natale De Grazia e dal consulente della Procura di Reggio Calabria Anghilà è negli atti delle commissioni parlamentari. L’elenco di ventitré relitti sospetti nacque da un lavoro rigoroso sui registri navali e sui records dei Lloyd’s di Londra, i quali, da sempre, segnano con cura ogni minimo spostamento delle navi. Quel lavoro venne ripreso da un reparto quasi sconosciuto della Marina militare, il Nucleo Speciale d’Intervento(Nis). Un rapporto del 2010 estremamente dettagliato sui relitti affondati nei mari calabresi è firmato da questo reparto speciale. Partendo dai relitti noti, il Nis verificò tutte le coordinate e i rapporti sugli affondamenti, escludendo le imbarcazioni più antiche(ad esempio i mercantili affondati in età bellica) e quelle palesemente non collegate con il trasporto dei rifiuti (ad esempio le navi passeggeri). Quell’elenco di ventitré navi sospette, nella parte relativa agli affondamenti avvenuti nelle acque calabresi, trovò conferma. Gli elenchi dei mercantili sospetti non finiscono qui. L’ammiraglio Branciforte parlò di un altro elenco, composto da circa 60 nomi di navi sospette, ma non si sa su quali basi si fondi tale elenco, in quanto il verbale di quell’audizione è tutt’ora tutelato dal segreto. Dunque il racconto della fonte Enrico è quantomeno plausibile.

Alla fine di questo capitolo è doveroso tirare alcune somme: Francesco Fonti è stato dichiarato ufficialmente non attendibile dalla Direzione distrettuale di Catanzaro, che ha condotto l’inchiesta dopo il ritrovamento del relitto; sulle terre che sovrastano il mare di Amantea, città a circa 40 chilometri da Cetraro, la procura ha trovato picchi di radioattività superiori anche a dieci volte la normalità (anche in questo caso la sostanza incriminata è il cesio 137, lo stesso isotopo trovato sui fondali); inoltre, il mare del Sud Italia si dimostra la meta preferita dai trafficanti per far sparire le scorie più pericolose.

Questo capitolo si conclude attingendo dalla sua genesi, ovvero dagli eterni allievi del mare, da chi si fa cullare, in un tutt’uno con le onde, nei quali, almeno a me piace(senza pretese) pensare così, sia racchiuso il senso dell’esistenza, nell’occhio che vive dove poggia l’istinto, brillando di luce da una stella riflessa.

A cura di Giacomo Carlesso

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I prossimi capitoli seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane, mentre per leggere i precedenti potete cliccare qui

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