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Indispensabili – La Terra che vogliamo – Cap 4) CIBO, ENERGIA E CHIMICA VERDE

Posted by giannigirotto su 11 giugno 2014

la-terra-che-vogliamo-il-futuro-delle-campagne-italiane-libro-70428Continuamo con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“.  Questo libro tratta della visione che, sempre più persone, hanno dell’agricoltura e della gestione del territorio in generale. Una gestione rispettosa e di lunga durata, che non comprometta le basi di sviluppo per le generazioni future. Un’agricoltura che si stacchi dalla deleteria dipendenza dal petrolio (e dalle relative implicazioni di inquinamento ed effetto serra) e dalle monoculture industriali, e riscopra metodi più naturali e la valorizzazione delle varietà locali, e faccia ripartire un nuovo circolo virtuoso di tutta l’ampia filiera di settore collegata.

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Cap 4) Cibo, energia e chimica verde

NON SOLO CIBO: PIANTE PER SCALDARSI. Fino alla fine del XVIII secolo, la materia prima fondamentale per produrre il fuoco è stata il legno, in quanto facile da reperire: si trova dovunque cresca una pianta. Un altro ottimo combustibile è lo sterco animale secco. Per l’illuminazione si ricorreva ai grassi animali o vegetali. Quindi, per tutta la storia dell’uomo, la combustione della biomassa è stata la principale tecnologia per la produzione di luce, calore e manufatti.

PIANTE PER CURARSI. Il suolo, oltre ad essere fonte di cibo ed energia, fornisce rimedi per la salute, basti pensare ai vecchi erbari medievali. La fitoterapia non è mai stata abbandonata, anzi ha avuto una ripresa nel corso del Novecento. Nessuna cultura tecnica, nemmeno la farmacologia, può rinunciare alla ricchezza dei principi attivi contenuti nelle piante.

INFUSO DI FOGLIE O FARMACO COPERTO DA BREVETTI? Una storia esemplare è quella dell’Artemisia, efficace contro la malaria. Icei da qualche anno ne promuove la coltivazione in Africa e in Brasile – basta un infuso di poche foglie in acqua bollente per ottenere un rimedio potente con cui curarsi da sé.

PIANTE PER VESTIRSI. A inizio 2013 si è diffusa la storia di una famiglia che, dagli anni Trenta e per quasi mezzo secolo, era vissuta completamente isolata in un angolo di taiga siberiana, coltivando solamente patate, segale e canapa. La canapa e la corteccia di betulla venivano usate per ripararsi dal freddo. Fino al secondo dopoguerra, ogni popolazione ha sfruttato la resistenza delle fibre di piante come la canapa, l’ortica, la ginestra, il lino. Nonostante la versatilità di impieghi, nel nostro paese le loro coltivazioni sono scomparse perché la raccolta e la trasformazione di queste piante richiedevano molto lavoro e molta manodopera, mentre il boom economico portava nel mondo il cotone a basso costo e le nuove fibre sintetiche, come il nylon. A sfavore della canapa, si diffuse il proibizionismo contro il THC (il principio attivo della marijuana contenuto nelle sue infiorescenze) fino a vietarne la coltivazione (negli USA nel 1937, in Italia nel 1975 con la legge Cossiga): viene buttato un sistema di conoscenze e tecniche per cui l’Italia primeggiava nel mondo.

PIANTE PER COLORARE. In Italia, fin dal Medioevo, vengono coltivate piante da cui ricavare i tre colori primari per colorare il tessuto; tra queste si ricordano Isatis tinctoria, Rubia tinctorium e Reseda lutea. Da millenni, per tingere si utilizzano molte altre specie vegetali, come lo zafferano e l’ortica, e anche animali (il mollusco della porpora, la cocciniglia messicana). Tutto ciò finisce con l’avvento della chimica di sintesi: dalla linea produttiva catrame-benzene-nitrobenzene-anilina, si potevano ottenere i coloranti azoici, molto più stabili, brillanti ed economici delle tinture vegetali. Dopo un secolo e mezzo si scoprì che i coloranti azoici erano sospetti cancerogeni, dai primi anni del Duemila si mettono al bando alcune di queste sostanze, e si riscopre che le tinture vegetali hanno una tossicità molto più bassa per l’uomo e per l’ambiente. E anche la moda si ricrede, come dimostra l’EcoGeco di Verona con i suoi jeans all’indaco naturale in cotone biologico coltivato in Europa. L’agriturismo La Campana di Montefiore dell’Aso si è specializzata nella coltivazione e nella lavorazione del guado e ha sviluppato l’intera filiera artigianale.

SOLVENTI, LEGANTI, MALTE: UN RESTAURO SOSTENIBILE PER IL PATRIMONIO ARTISTICO. Nell’ultimo decennio è ripresa l’attenzione anche per le componenti delle vernici che spesso sono le sostanze più dannose per l’ambiente e per la salute degli operatori. Con la campagna Salvalarte, Legambiente sta lavorando a fianco di esperti per sensibilizzare e proporre alternative al mondo del restauro. La chimica verde già offre ai restauratori alternative con proprietà igroscopiche e traspiranti.

PIANTE PER PULIRSI. Da millenni, il sapone si prepara facendo reagire un grasso vegetale o animale e una sostanza alcalina, abbondante nelle ceneri delle piante. Dal secondo dopoguerra si utilizzano detergenti di sintesi a base di alchilbenzeni: ottimi tensioattivi con un’abbondante produzione di schiuma, ma non biodegradabili. Per decenni, quindi, si sono accumulati nelle acque e nei terreni, creando gravi danni agli ecosistemi. Un buon sapone si può produrre in casa, un’azienda agricola può produrre detergenti specializzati per diversi usi (per esempio le Erbe di Brillor di Cascina Meira).

LA BREVE PARENTESI DELL’ERA DEL PETROLIO. La risposta alla ricerca di illuminazione a buon mercato è l’industria petrolifera, che dai primi del Novecento ha il primato sull’economia mondiale, grazie al petrolio raffinato usato come carburante per autoveicoli. La supremazia del petrolio è dovuta al suo essere una sostanza fossile che ha concentrato nei millenni il potenziale energetico e la duttilità di impieghi degli idrocarburi. Carbonio e idrogeno, reagendo con l’ossigeno, sprigionano molto più calore di quanto ne serva per innescare la reazione. L’estrazione delle energie fossili è sempre più costosa (senza contare i costi di inquinamento), mentre il consumo di energia mondiale cresce in maniera esponenziale.

VERSO LA BIOECONOMIA. L’unica fonte naturale alternativa al petrolio è la materia vivente. Lo sviluppo della bioeconomia è l’elemento chiave per consentire una crescita intelligente, impiegando risorse biologiche per ottenere alimenti, mangimi, bioprodotti, intermedi chimici e bioenergie per liberarci dalla dipendenza dalle fonti fossili e per rinnovare le industrie.

CIBO CONTRO ENERGIA: LA POLEMICA SUI BIOCARBURANTI. Sembra difficile produrre più cibo per la popolazione mondiale in continua crescita se si usa il poco suolo disponibile anche per produrre energia, soprattutto se i paesi in via di sviluppo dovessero iniziare a seguire la dieta in voga nei paesi industrializzati: se la dieta non cambia, se tutti cercheranno una razione quotidiana di hamburger e bistecche, non potremo permetterci neppure un metro quadrato di colture energetiche (in quel caso, la terra potrebbe non bastare neppure per produrre cibo).

CIBO “CON” ENERGIA: UN ROVESCIAMENTO DI PROSPETTIVA. La biomassa non dev’essere concepita come la risposta ai fabbisogni energetici delle nostre società. La strategia più intelligente è puntare su un ampio paniere di diverse fonti rinnovabili: sole, vento, acqua, geotermia. La biomassa mantiene un ruolo importante perché è ubiquitaria, è una fonte di energia non intermittente, è l’unica fonte da cui si possono ottenere tre forme di energia (elettricità, calore e carburanti per trazione), è una tecnologia consolidata. Un uso del tutto secondario della biomassa sarebbe inaccettabile se entrasse in conflitto con la produzione di cibo perché la biomassa è una fonte energetica indissolubilmente legata alla gestione del suolo e quindi all’agricoltura. Un impianto a biomassa va continuamente alimentato con materie prime che devono essere prodotte su un suolo, raccolte e trasportate all’impianto. La strategia di impiego delle biomasse va rovesciata: non va pianificata in base ai fabbisogni energetici ma in base alle materie prime disponibili come supporto alla produzione di cibo o alla manutenzione del territorio.

ESEMPI DI BUONE PRATICHE. La Fattoria della Piana è un grande caseificio cooperativo che trasforma 20.000 litri al giorno di latte con un allevamento di 900 capi bovini e con terreni a seminativi e agrumeti. L’impianto a biogas permette di trasformare gli scarti in risorsa energetica per produrre elettricità e calore. L’azienda Masseria del Duca ospita 40.000 ulivi secolari, 250 bovini, un frantoio oleario e un caseificio; qui è stato realizzato uno dei primi impianti di biogas della Puglia, alimentato al 100% dai sottoprodotti aziendali. Inoltre, l’azienda Buonamici produce un olio extravergine biologico e un piccolo impianto a biomasse le consente di utilizzare i residui del suo fondo per fornire calore. D’altro canto, la Cantina Salcheto di Montepulciano è stata completamente rinnovata secondo logica “off grid” (massima autonomia energetica e minimi consumi). Queste sono tutte aziende che producono alimenti di eccellenza. Fanno un uso intelligente delle bioenergie per potenziare le loro produzioni.

LA QUESTIONE DELLE COLTURE “DEDICATE”. Anche le colture dedicate o “non food” possono svolgere un ruolo positivo, tutto dipende da come e dove si fanno. È da evitare la monosuccessione perché impoverisce il suolo e indebolisce la pianta, il che obbliga ad incrementare l’uso di concimi, erbicidi e antiparassitari. La conveniente pratica del secondo raccolto, che migliorava il suolo, è andata in disuso perché non dà reddito. Oggi, coltivare un triticale o un loietto in autunno per usi energetici consente di ottenere benefici di reddito e di suolo senza consumare altra terra. L’abbandono dell’agricoltura di montagna e di collina, che prosegue da decenni, oltre ad aver permesso l’aumento della copertura forestale, ha, però, anche comportato l’abbandono di opere che garantivano la stabilità dei versanti. Gli stessi boschi, oggi, sono consociazioni di piante deboli, che spesso crollano. Questo è da sommare alle opere di urbanizzazione assurda. La possibilità di integrare il reddito con altre colture che potrebbero beneficiare degli incentivi energetici può frenare l’abbandono dell’agricoltura: molte colture poliennali darebbero stabilità ai versanti e carbonio al terreno, e aumenterebbero la biodiversità. Un altro male dell’Italia è la contaminazione da insediamenti industriali e dallo scarico di rifiuti tossici: in questi terreni non sarà più possibile la produzione alimentare, solo alcune colture non food potrebbero essere usate per energia o per impieghi di chimica verde.

BIOMETANO, UNA GRANDE OPPORTUNITÀ PER L’ITALIA. Tra le energie derivabili del mondo agricolo, un posto particolare spetta al biogas. Infatti può utilizzare una vasta gamma di materie prime agricole e agroindustriali, consentendo filiere locali, e può valorizzare residui agricoli e zootecnici. In secondo luogo, il residuo della produzione di biogas conserva i materiali ligno-cellulosici e l’azoto presenti nelle biomasse trattate; contiene anche altri elementi, quindi è utilizzabile sia come ammendante (apportatore di sostanza organica) che come fertilizzante. Inoltre, il biogas è comparabile al gas naturale: produce elettricità e calore, può essere trasformato in metano rinnovabile ed essere immesso nella rete del gas o utilizzato come carburante alternativo nei trasporti. Di conseguenza, il biometano è una grande opportunità per diminuire la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. In Italia si potrebbe arrivare a produrre otto miliardi di metri cubi di biometano, che consentirebbero un risparmio di circa cinque miliardi di euro all’anno in termini di importazione di gas naturale.

CHIMICA VERDE E SOSTENIBILITÀ DEI BIOPRODOTTI: IL CASO DEGLI SHOPPER. La chimica verde è la sfida più stimolante per la bioeconomia: si punta alla sostituzione di materie prime di origine fossile con materie prime rinnovabili, biodegradabili e a bassa tossicità. Fortunatamente i volumi in gioco nella chimica sono minori di quelli per l’energia, infatti, se si volessero sostituire i 100 miliardi di shoppers che si consumano annualmente in Europa con bioshoppers derivati da amido di mais e olio di girasole, basterebbe l’1% della superficie agricola europea. Un altro principio fondamentale della bioeconomia è modificare i nostri stili di vita, a partire da quelli che comportano sprechi inutili di materia ed energia. Inoltre, ciò che rende sostenibile un prodotto è il suo intero ciclo di vita: dev’essere di origine rinnovabile, innocuo per gli uomini e l’ambiente, e biodegradabile. Perciò, nel caso di utilizzare colture per la chimica verde, è essenziale che siano compatibili con la produzione di cibo e con rotazioni poliennali, così da apportare benefici, aumentando la biodiversità.

BIORAFFINERIE E TERRITORIO. La storia ci insegna che ogni pianta offre una molteplicità di impieghi, mentre la nostra ignoranza ci fa coltivare una pianta per un solo scopo. Ogni pianta contiene moltissime molecole, che si possono trasformare in innumerevoli prodotti. La bioraffineria è un sistema più o meno complesso in grado di ricavare dalla lavorazione di una biomassa molti co-prodotti invece che un prodotto e molti scarti, inoltre è connessa alla specificità del territorio e quindi difficilmente de-localizzabile.

DUE ESPERIENZE DI AVANGUARDIA. La bioraffineria rappresenta ancora un obiettivo. Ora stiamo passando dalle prime megacentrali a biomasse di inizio millennio che trattano un unico prodotto generico a tecnologia più sofisticate in grado di ottenere diversi prodotti. In questo l’Italia è molto all’avanguardia. Attualmente sono molti i progetti mondiali per produrre la seconda generazione, ma finora è stato realizzato solo un impianto in grado di operare su scala industriale, a Crescentino, da Mossi&Ghisolfi. Novamont ha già un impianto a Terni per la produzione di Mater-bi e ha creato un joint-venture con Eni per la conversione del vecchio polo chimico di Porto Torres in una bioraffineria. Dopo un’oscura decadenza, la chimica italiana potrebbe risorgere su nuove basi ecologiche.

IL RILANCIO DELLA CANAPA IN ITALIA. Ciò che ancora manca in Italia è una rete di bioraffinerie della canapa, una pianta versatile e profondamente legata alla tradizione rurale, che non ha particolari esigenze di acqua né di trattamenti fitosanitari né di concimi e che migliora i terreni. La fibra della canapa ha proprietà naturali di isolamento termico e acustico, traspirabilità, resistenza meccanica e agli insetti e alle muffe, perciò è impiegabile in diversi campi. Il canapulo ha un grande potere di assorbimento ed è richiesto per diversi usi. Il seme e i derivati hanno un elevato valore nutritivo, mentre dalle infiorescenze si ricavano oli essenziali con proprietà salutistiche e terapeutiche. La coltivazione della canapa è ripresa, infatti, in vari paesi del mondo; in Europa l’interesse per le colture di fibra è stimolato dall’Unione europea, che favorisce l’impiego di materiali rinnovabili e biodegradabili nei diversi oggetti destinati a diventare rifiuti ingombranti a fine ciclo di vita (auto, elettrodomestici, …). Di grande interesse sono anche le proprietà farmacologiche e l’efficacia nella terapia del dolore dei 60 cannabinoidi contenuti nelle infiorescenze della canapa. In Italia, dopo vent’anni di abbandono, l’interesse per la canapa è ripreso a fine anni Novanta, ed è nata anche l’associazione nazionale AssoCanapa.

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A Cura di Alessia Biral, che ringrazio sentitamente.
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I prossimi capitoli seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane… mentre i precedenti capitoli li trovate qua,  in ogni caso valutate se acquistare l’originale presso il sito dell’editore…

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