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Indispensabili – La Terra che vogliamo – Cap 6) AGRICOLTURA, PAESAGGIO E BIODIVERSITÀ

Posted by giannigirotto su 24 giugno 2014

la-terra-che-vogliamo-il-futuro-delle-campagne-italiane-libro-70428Continuamo con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“.  Questo libro tratta della visione che, sempre più persone, hanno dell’agricoltura e della gestione del territorio in generale. Una gestione rispettosa e di lunga durata, che non comprometta le basi di sviluppo per le generazioni future. Un’agricoltura che si stacchi dalla deleteria dipendenza dal petrolio (e dalle relative implicazioni di inquinamento ed effetto serra) e dalle monoculture industriali, e riscopra metodi più naturali e la valorizzazione delle varietà locali, e faccia ripartire un nuovo circolo virtuoso di tutta l’ampia filiera di settore collegata.

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Cap 6) Agricoltura, paesaggio e biodiversità

I PATRIARCHI DEL PAESAGGIO. I patriarchi sono piante secolari di dimensioni eccezionali che valorizzano il paesaggio e conservano la memoria passata; se ne trovano anche in Italia. Dal 1980 varie associazioni si sono attivate per la tutela degli alberi monumentali e il Corpo forestale dello stato ha catalogato diverse migliaia di patriarchi forestali meritevoli di tutela. La loro importanza è anche legata all’aspetto genetico: alcune piante possono contenere i geni della resistenza a molte avversità climatiche e parassitarie.

IL PRIMO CODICE FORESTALE. Un tempo era il senso del sacro a tutelare alberi, sorgenti, monti, decretandone in certi casi l’inviolabilità. Nel 1639 le nuove Costituzioni introducono la “Guardia Forestale”. Il codice è un modello di agricoltura o selvicoltura sostenibile. La funzione del sacro oggi è sostituita dalle politiche di tutela ambientale. Oltre un quinto del territorio italiano è coperto da aree protette o sottoposte a qualche vincolo.

L’AGRICOLTURA NELLE AREE PROTETTE E LE “ESTERNALITÀ”. Le aziende agricole operanti nei soli parchi nazionali sono circa il 9% del totale nazionale. La loro superficie agricola è per metà caratterizzata da prati e pascoli, spesso praticano l’allevamento estensivo di razze tradizionali italiane e ci offrono gli alimenti più sani. Continua, però, la tendenza all’abbandono delle pratiche colturali e di allevamento per la difficoltà di coltivare in montagna, per l’isolamento e per lo scarso reddito. È stato scoperto da tempo che i processi economici di produzione e scambio possono comportare effetti che non vengono compresi nei prezzi (esternalità). Questi effetti possono essere negativi o positivi, ma spesso vengono sottovalutati nel dibattito socio-politico. Molto raramente gli effetti positivi delle attività agricole vengono remunerati in modo adeguato, nonostante gli italiani siano convinti più degli altri europei che l’agricoltura è in grado di conservare il paesaggio, di aiutare le aree rurali e di proteggere l’ambiente.

L’IMPOVERIMENTO DEL PAESAGGIO. Paesaggio e biodiversità sono strettamente correlati. In questo l’Italia è un paese fortunato: la varietà di condizioni climatiche, abbinata a un’estrema diversità nelle caratteristiche dei suoli e ai mutevoli regimi di conduzione socio-economica, ha creato un mosaico di situazioni di dimensioni vastissime. Il problema è che questa ricchezza è fragile: l’estrema variabilità del nostro paesaggio è dovuta al lavoro dell’uomo e ai diversi sistemi agricoli che ha attivato. È scarsa l’attenzione di legislatori e amministratori a quest’argomento, il che ha generato diversi problemi: abbiamo poche informazioni per esempio. L’intensificazione delle pratiche agricole e la specializzazione produttiva hanno comportato semplificazione ed impoverimento del paesaggio agrario; aumentano anche le zone marginalizzate e abbandonate perché non più sufficientemente produttive secondo i canoni convenzionali. Inoltre, l’avanzamento del bosco su suoli antropizzati chiude pascoli e praterie e tende a favorire solo alcune specie dominanti con soprassuoli deboli. Quindi queste tendenze hanno un impatto fortemente negativo sulla struttura dei paesaggi agrari, che sono meno capaci di convogliare esternalità positive.

LA CONOSCENZA DEL PAESAGGIO EUROPEO. Lo studio IRENA è il principale lavoro degli ultimi anni in Europa per valutare le tendenze e gli impatti delle attività agricole su una larga serie di matrici ambientali, ma include solo due indicatori: i cambiamenti nella copertura del suolo e l’impatto sulla diversità paesaggistica. Per valutare indirettamente i cambiamenti e lo stato di conservazione dei paesaggi agrari, lo studio si basa su altri due indicatori: la diffusione delle misure agro-ambientali e la diffusione dell’agricoltura biologica. Si assume che questi due tipi di gestione consentano anche una protezione dei paesaggi tradizionali, ma è una tesi discutibile perché le misure agro-ambientali coprono un’ampia gamma di interventi e perché la diffusione dell’agricoltura biologica è una certificazione di qualità dei processi produttivi e non di tutela paesaggistica mirata. Quindi questo approccio permette solo parzialmente di comprendere lo stato del paesaggio rurale e la direzione in cui sta andando.

BIODIVERSITÀ E NATURA 2000: UN PATRIMONIO DI TUTTI. In Europa è presente quasi la metà della diversità domestica mondiale (46%), il 48% delle razze di mammiferi e avicoli domestici globalmente minacciate è allevato in Europa e nell’area mediterranea, dove sono presenti anche circa il 45% delle razze bovine e il 55% delle razze caprine di tutta l’Europa e del Medio Oriente. L’Italia è uno dei paesi più ricchi di biodiversità in Europa e nel mondo. Grazie alle direttive dell’Ue, è stata creata Natura 2000, una fitta rete di aree protette denominate Siti di interesse comunitario e Zone di protezione speciale. Complessivamente, quasi un quarto della superficie europea è tutelato ai fini della biodiversità e del paesaggio. Le popolazioni di uccelli degli ambienti boschivi sono diminuite, però, del 15%, il calo è più drastico per quelle degli uccelli degli ambienti agricoli, e le popolazioni di farfalle delle praterie sono diminuite del 50%. Inoltre, negli ultimi decenni è aumentata la presenza in Europa di specie vegetali e animali “esotiche”, la cui attività è spesso invasiva a scapito delle specie e degli habitat nostrani. Sarebbe sbagliato addossare la totale responsabilità dei risultati all’Ue o ai governi: spesso le misure a tutela del paesaggio ci sono, ma varie aziende non le applicano. In ogni caso la conservazione della biodiversità di una larga parte del territorio italiano ed europeo dipende dall’attuazione di pratiche agricole sostenibili.

BIOECCELLENZE. Sono stati registrate diverse esperienze eccellenti di agricoltura biologica nei parchi nazionali italiani: oltre un centinaio di aziende agricole ha recuperato colture tradizionali, promosso filiere corte, impiegato sistemi silvo-pastorali utili alla conservazione e alla riqualificazione della fertilità e della stabilità del suolo. Due esempi sono l’azienda agricola di Corte Merina e l’azienda Cassinazza di Giussago.

AGRICOLTORI CUSTODI E LIBERO SCAMBIO DEI SEMI. In questi ultimi anni molti agricoltori si sono dedicati al recupero di sementi o razze animali quasi in via di estinzione perché ormai “fuori mercato”. Così in gran parte d’Italia sono sorte reti di agricoltori a tutela della biodiversità. Questo impegno dal basso non darebbe tuttavia risultati adeguati se mancasse il sostegno normativo. Varie regioni italiane, infatti, hanno emanato leggi apposite a tutela delle varietà e razze locali.

SELVICOLTURA “INVISIBILE”. Buona parte del patrimonio di paesaggio e della biodiversità è racchiusa nei boschi. E buona parte dei nostri boschi appenninici sono boschi “cedui” invecchiati, cioè un tempo lavorati e periodicamente tagliati dall’uomo. I boschi cedui non sono naturalmente stabili e le loro piante sono in genere deboli, quindi richiedono cura ed interventi. Da decenni si sono consolidate esperienze di “selvicoltura naturalistica” o “prossima alla natura”. Selvicoltura naturalistica significa garantire la funzionalità ecologica della foresta e gestirla osservando e assecondando le sue dinamiche naturali, il suo primo obiettivo è conservare e migliorare la diversità della flora e della fauna, rilasciando una parte di piante morte in bosco. È una selvicoltura “invisibile” basata sul principio di piccoli prelievi a intervalli brevi. È un modello di gestione del bosco che punta alla qualità e non alla quantità, i cui risultati sono di notevole interesse. Un esempio è la Magnifica Comunità di Fiemme.

PESTICIDI: LA NUOVA POLITICA EUROPEA. L’uso dei pesticidi in agricoltura è una minaccia per la salute umana, per la biodiversità degli ecosistemi e la tutela delle acque. Nel 2009 l’Ue ha varato una direttiva sull’uso sostenibile dei pesticidi che riguarda i prodotti fitosanitari impiegati in campo agricolo. La direttiva si basa sulla spinta a sostenere metodi di protezione delle colture e dei prodotti di tipo “non chimico”; sull’obbligo per i paesi di redigere dei Piani d’azione nazionali che definiscano obiettivi quantitativi, misure e tempi di riduzione dei rischi derivanti dall’uso di pesticidi; sull’addestramento efficace di tutti i soggetti che maneggiano pesticidi; su ispezioni sulle attrezzature in uso nelle aziende agricole; sul divieto dell’irrorazione con mezzi aerei; sull’obbligo per gli stati membri di introdurre misure specifiche per la tutela degli ambienti acquatici e per la riduzione dell’uso di pesticidi nelle aree sensibili; e sull’introduzione generalizzata delle tecniche di difesa integrata. Se bene attuata, questa direttiva contribuirà a diminuire gli impatti derivanti dell’uso dei prodotti chimici e migliorerà le condizioni ambientali. Questo salto di qualità, però, richiede la messa in campo di servizi di assistenza e di aggiornamento professionale adeguati.

L’USO DEI PESTICIDI IN ITALIA E IN EUROPA. In Italia, tra il 2006 e il 2010, c’è stato un basso aumento nel consumo di pesticidi, ma la quantità di prodotti fitosanitari distribuita mediamente su ogni ettaro era aumentata negli anni precedenti. Nello stesso periodo, però, il consumo unitario di erbicidi/diserbanti è aumentato del 10% circa. In Europa, tra il 1992 e il 1999, il consumo di diserbanti è cresciuto del 20% e l’Italia era tra i paesi che mostravano un consumo superiore alla media.

IL FUTURO: LA MINACCIA DELL’ABBANDONO. In che direzione evolvono le principali tendenze trattate? Il fenomeno di intensificazione si è arrestato col nuovo millennio per vari motivi, tra cui la scelta di molti imprenditori di puntare sull’agricoltura biologica e sulla valorizzazione delle risorse ambientali disponibili. È probabile che altri imprenditori aderiranno a questo approccio. In una decina d’anni, l’area interessata dall’agricoltura biologica è raddoppiata; in Italia è il settore più sviluppato. Certamente l’adozione delle pratiche di agricoltura biologica comporta più varietà di specie coltivate, più tutela degli ecosistemi nell’azienda agricola e quindi più biodiversità. La specializzazione è un trend ancora attivo in Europa e ciò è dovuto in buona parte alla necessità di concentrarsi su poche colture/allevamenti per stare al passo con l’aggiornamento tecnico che richiedono. Di per sé non è un grande rischio per paesaggio/biodiversità, a patto che non si riduca alla monocoltura. La ri-forestazione è una delle principali destinazioni dei terreni abbandonati in Italia e in Europa. Potrebbe dar luogo ad un’interessante multifunzionalità forestale. L’abbandono può dare spazio al bosco nel caso in cui sia totale, può essere anche soltanto parziale. È la minaccia più forte. I sistemi agricoli ad alta valenza naturale vanno tutelati. Alla base di queste macro-tendenze vi sono motivazioni sociali ed economiche: dobbiamo attivare strumenti sociali, culturali ed economici per rendere più conveniente per gli agricoltori una gestione sostenibile delle proprie risorse naturali ed essere capaci di far apprezzare questo al grande pubblico. In sostanza viviamo in una fase critica tra abbandono e rinnovamento dell’agricoltura italiana ed europea: da un lato c’è chi continua a produrre commodities, dall’altro chi punta sui prodotti di qualità, salubrità e tipicità e sulle economie di scopo.

CHE FARE PER LA TUTELA DEL PAESAGGIO? La situazione più critica è quella del paesaggio, che non gode di nessun supporto normativo cogente a livello europeo: la Convenzione europea del paesaggio è un’ispirazione. Inoltre attualmente non esistono strumenti di monitoraggio costante e analitico dei principali paesaggi. In Italia c’è anche il problema dell’estrema frammentarietà e potenziale conflittualità delle norme che regolano le modificazioni del paesaggio. Occorre definire delle soglie limite di trasformazione/alterazione dei paesaggi rurali e serve cambiare l’approccio culturale alla gestione dei sistemi agricoli. Ci siamo illusi di poter dominare a nostro piacimento la natura, mentre si dovrebbe indirizzarne le forze a favore di un maggior benessere, riscoprendo la diversificazione dei terreni. Gli agricoltori, inoltre, dovrebbero andar fieri di fornire servizi ambientali di alto livello, che saranno sempre più richiesti. Per di più bisogna introdurre il criterio di detrazione fiscale per interventi di restauro/conservazione di elementi del paesaggio in aree di alto valore paesaggistico e rivedere le norme sulla condizionalità, cioè i criteri minimi ambientali che ogni agricoltore deve soddisfare per accedere agli aiuti della Pac.

MODELLI PER LO SVILUPPO DI SERVIZI AMBIENTALI. Assicurare la tutela della biodiversità è complesso perché i primi contributi ad essere tagliati in tempi di crisi sono quelli ai parchi. Si potrebbero fornire, sul modello della FWAG, ai proprietari agricoli consulenze su come riconvertire e gestire le aziende in senso sostenibile; oppure si potrebbero sottoscrivere accordi di gestione e di fornitura di servizi ambientali tra i soggetti gestori di aree protette e singole aziende agricole. Se si crede che l’ambiente arrechi beneficio a tutti, è il caso di contemplare l’avvio di un programma di lavori socialmente utili in zone agricole di pregio paesaggistico o naturalistico: partiamo da questi beni pubblici per creare più occupazione e benessere sociale.

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A Cura di Alessia Biral, che ringrazio sentitamente.
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I prossimi capitoli seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane… mentre i precedenti capitoli li trovate qua,  in ogni caso valutate se acquistare l’originale presso il sito dell’editore…

Una Risposta to “Indispensabili – La Terra che vogliamo – Cap 6) AGRICOLTURA, PAESAGGIO E BIODIVERSITÀ”

  1. Massimo Ballali said

    Grazie !

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