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Indispensabili – La trappola dell’Austerity

Posted by giannigirotto su 20 settembre 2014

La trappola dell'austerityIo non sono un esperto di economia/finanza. Però da molte fonti e molto tempo ormai sento lo stesso ritornello. Lo ha detto lo stesso Fondo Monetario Internazionale in un clamoroso “mea culpa” nel quale dichiarava essersi sbagliato su tale politica, lo ripetono da anni molte Ong nazionali ed Europee, lo ribadisce la “Controfinanziaria” di Sbilanciamoci, ecc. ecc.

Ho letto pertanto interamente il libro in oggetto, che ribadisce come tale politica purtroppo non faccia altro che acuire il male, e come invece USA e Giappone abbiano agito su altri fronti, sostanzialmente dando liquidità a famiglie e imprese e permettendo un temporaneo sforamento del debito per la messa in cantieri di investimenti che dopo hanno ripagato.

Vi metto a disposizione un riassunto del libro stesso, preparato da Matteo Moschini, che ringrazio.

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La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa

Recensione

In La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa (F. Rampini, Editori Laterza, 2014, pg. 144, euro 5,90, disponibile anche in formato e-book), Rampini – corrispondente di Repubblica a New York, già docente alla Berkeley University, alla Shangai University of Finance and Economics e all’Università Bocconi – descrive la tragedia che ha devastato il tessuto economico-sociale del mondo e, in maniera particolare, dell’Europa.

Sin dalla prefazione, appare evidente che la sua principale finalità è dimostrare come le politiche del rigore imposte in ambito europeo dalla Troika – ovvero Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea, Unione europea – abbiano prolungato la crisi e impedito la ripresa:

‘‘Per alcuni investitori, questo clima di euforia ricorda il 1999. Sul finire del 2013, il Wall Street Journal traccia questo paragone storico, che per gli europei è incomprensibile. … Dall’America all’Asia, è un susseguirsi di buone notizie. Un mondo intero è in crescita, anche se gli europei fanno fatica ad accorgersene. Un mondo che ha voltato pagina rispetto alla crisi, anche perché ha adottato terapie economiche diametralmente opposte a quelle dell’eurozona. Situazioni diverse tra loro, come gli Stati Uniti e la Cina, la Corea del Sud e l’Indonesia, Taiwan e il Giappone. Unite da un tratto comune: ripresa manifatturiera, esportazioni che tirano, occupazione in aumento. E dietro questi segnali positivi c’è un armamentario di strumenti che va dagli investimenti pubblici alle politiche monetarie delle banche centrali. Casi da manuale, all’opposto di quel che sta facendo il Vecchio Continente, unico buco nero nella ripresa globale.Tutti gli ingredienti che hanno aiutato la ripresa americana, cinese, giapponese e sudcoreana sono assenti dalle politiche dell’eurozona. Gli investimenti pubblici sono bloccati dall’interpretazione rigida dei parametri di Maastricht (un vincolo che non esiste in altre parti del mondo). La politica monetaria della Bce ha prodotto finora una sopravvalutazione del cambio, deleteria per gli esportatori. Un altro aspetto della politica monetaria fa la differenza tra l’eurozona e le aree in ripresa. Gli aiuti della Bce alle banche, forniti direttamente attraverso crediti di favore, restano nelle mani degli istituti di credito e non defluiscono verso l’economia reale. La Fed, poi imitata dalla Banca del Giappone, ha scelto una tecnica diversa, quella degli acquisti sul mercato aperto, che ha avuto come conseguenza benefica la rivitalizzazione del credito alle famiglie e alle imprese. La parabola del pensiero unico liberista sta volgendo al termine e la sua fine consuma anche l’ideologia dell’austerity.

Eppure l’austerity ha cercato di accreditarsi – soprattutto nella sua versione europea – come l’antidoto agli eccessi del liberismo. Meglio ancora: una forma di catarsi, di espiazione.

E’ un aspetto importante, che spiega la pervicacia della Germania nell’applicare e imporre al resto dell’Europa ricette disastrose che hanno prolungato la recessione. (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 3-6).

Crisi che, ricorda opportunamente l’autore, deflagrò in tutta la sua virulenza negli Stati Uniti:

Cinque anni fa la patologia acuta era negli Stati Uniti. Il crac colpì prima la finanza di Wall Street, poi l’economia reale americana, infine trasmise effetti distruttivi in altre aree del mondo.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 24)

E viene quindi rilevato come, tuttavia, grazie alle politiche intraprese dall’Amministrazione Obama e dalla Banca centrale americana (Fed), gli Stati Uniti siano rapidamente tornati a crescere:

Il Presidente ottenne dal Congresso una corposa manovra di investimenti pubblici anti-recessione. Lasciò che il rapporto deficit/pil salisse quasi al 12%, il quadruplo del limite massimo consentito nell’eurozona. Quando nel 2011 la politica di bilancio di Obama venne paralizzata, perché nel frattempo la Destra aveva conquistato la Camera, ci pensò la Fed a fare da surrogato. L’esperimento eccezionale condotto da Bernanke ha avuto quegli effetti che in Europa la Bce non è riuscita ancora ad ottenere. Operando con acquisti di titoli sul mercato aperto, anziché erogare direttamente alle banche i prestiti agevolati (quest’ultima è la tecnica della Bce), la Fed ha avuto più successo nel fare affluire nuovamente il credito verso che ne ha bisogno: famiglie e imprese. Il mercato della casa è ripartito, gli investimenti produttivi pure. Infine, come effetto collaterale non dichiarato ma assai desiderabile dell’azione della Fed, il dollaro ha goduto di una svalutazione competitiva con evidente vantaggio per l’export made in Usa.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 24-25)

L’autore sottolinea quindi la cruciale importanza dell’uso estremamente aggressivo che la Fed fece della leva monetaria:

Gettati i vecchi manuali della politica monetaria, la Federal Reserve americana ha cominciato a stampare moneta in quantità enormi. Ha iniettato questa liquidità sui mercati con un metodo semplice: acquistando bond, sia titoli del Tesoro che obbligazioni legate ai mutui (85 miliardi di dollari al mese). Si è parlato, a proposito di questa prolungata azione di emergenza della Banca centrale Usa, del ‘più grande esperimento monetario di tutti i tempi’. ‘Bernanke l’elicottero’, lo hanno chiamato alcuni esperti, riciclando una vecchia immagine dello stesso banchiere centrale, il quale aveva scritto che in situazioni veramente disperate (…) le banche centrali devono mandare elicotteri a bombardare il paese con pacchi di banconote. La ricetta Bernanke ha finito per essere copiata da altre banche centrali: anzitutto da quelle del Giappone e dell’Inghilterra; in misura più limitata anche dalla Bce di Mario Draghi.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 43-44)

Particolare attenzione è riservata alla vicenda italiana cui è dedicato il terzo capitolo del testo (L’Italia nella trappola dell’Austerity), che si apre con il pensiero del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz:

L’Italia è vittima di un fallimento dell’austerity europea, state pagando un prezzo più elevato della Grande Depressione, le vostre imprese sono penalizzate a tutto vantaggio di quelle tedesche. Non accusate Beppe Grillo di populismo: i temi che solleva sono legittimi, compresa l’opzione estrema di un’uscita dall’euro. Per salvarsi, l’Italia deve tagliare i ponti con la corruzione dell’era Berlusconi.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 26)

Il saggio tratta poi della questione islandese1 (capitolo 4, Un contro-modello all’austerity: la sfida islandese), della teoria monetaria moderna2 (capitolo 5, La rivoluzione copernicana della teoria monetaria moderna), dell’incredibile vicenda di Thomas Herndon, il dottorando americano che ha confutato le conclusioni cui era giunto lo studio accademico Growth in a Time of Debt, vero e proprio fondamento delle politiche di austerity3 (capitolo 6, La cifra magica), dell’importanza – di cui si è detto sopra – della politica monetaria praticata dalla Fed per uscire dalla crisi (capitolo 7, La ricetta di Bernanke), del declino delle agenzie di rating4 (capitolo 8, La religione dei rating), delle nazioni un tempo definite emergenti ed ora definitivamente emerse5 (capitolo 9, Il centro di gravità mondiale), della necessità di aggiornare l’architettura della governance globale6 (capitolo 10, Un mondo G-zero), dell’importante negoziato tra Stati Uniti d’America ed Europa volto ad addivenire alla stipula di un accordo (Transatlantic Trade and Investment Partnership) teso ad incrementare il volume del commercio transatlantico7 (capitolo 11, Un nuovo patto transatlantico), della nuova mappa del mondo concepita dall’illustre studioso americano Joel Kotkin8 (capitolo 12, Una nuova mappa del mondo), della recente evoluzione del mercato del lavoro così come analizzata dall’economista italiano Enrico Moretti, docente all’università americana di Berkeley, nel suo La nuova geografia del lavoro9 (capitolo 13, … e una nuova mappa del lavoro), dei giganti della finanza americana10 (capitolo 14, Padroni dell’Universo o foresta pietrificata) e si conclude con alcune interessantissime ma altrettanto amare considerazioni11 (capitolo 15, Verso un ripensamento tedesco?).

Vi è poi la sezione La parola a …, che riporta il testo di cinque interviste ad altrettanti insigni economisti, segnatamente Nouriel Roubini (Serve un patto per la crescita), Jean Paul Fitoussi (L’Italia nella spirale rigore-recessione), Ulrich Beck (L’Europa, una macchina senza freni), Jean Pisani Ferry (Serve una visione d’insieme) e Pier Carlo Padoan (Basta sacrifici, si allenti il rigore).

Seguono le sezioni I dati della crisi e Cronologia del rigore.

Interessanti spunti di lettura – si segnala in particolare Fuori da questa crisi, adesso!12 (P. Krugman, Garzanti, 2012) e Non ci possiamo più permettere uno stato sociale. Falso!13 (F. Rampini, Laterza, 2012, disponibile anche in formato e-book) – sono contenuti nella bibliografia.

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La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa è un saggio illuminante, che tutti dovrebbero leggere.

Esso, per quanto qui maggiormente interessa, espone e spiega in maniera chiara e lineare i motivi per cui le politiche di austerità imposte a livello europeo dalla Troika sono profondamente sbagliate e controproducenti.

I lettori non avranno difficoltà a rendersi conto di come, a supporto di detta tesi, si pongano non solo i pensieri di numerosi insigni economisti ma anche, e soprattutto, i dati empirici.

Gli interrogativi ancora da sciogliere sono molti.

Uno su tutti, come correttamente osserva l’autore nell’epilogo del saggio, è quello concernente la responsabilità delle istituzioni internazionali e della classe politica per scelte che, per loro stessa ammissione14, si sono rivelate profondamente sbagliate e foriere di disastrose conseguenze.

Il timore è che tali soggetti saranno giudicati solo dalla storia e che a patire i danni provocati dalle loro irragionevoli decisioni e devastanti politiche sono e saranno soltanto i cittadini.

1Il modello islandese, se così lo si può definire, iniziò a distinguersi alla fine del 2008 quando il governo di Reykjavik lasciò fallire le tre maggiori banche – … – che insieme pesavano dieci volte il pil nazionale (…). Invece di salvarle a spese del contribuente, … per il crac delle banche islandesi furono i grossi creditori internazionali a rimanere con il cerino acceso in mano.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 32)

2 La ‘Modern Monetary Theory (…) ha l’ambizione di essere la vera erede del pensiero di Keynes, adattato alle sfide del ventunesimo secolo. Ha la certezza di poter trainare l’Occidente fuori da questa crisi. A patto che i governi si liberino di ideologie vetuste, inadeguate e distruttive. Il nuovo Verbo che sconvolge i dogmi degli economisti assegna un ruolo benefico al deficit e al debito pubblico. E’ un attacco frontale all’ortodossia vigente. Sfida l’ideologia imperante in Europa, che i rivoluzionari della Mmt considerano alla stregua di un vero oscurantismo. Per loro l’austerity imposta dalla Germania non è soltanto sbagliata nei tempi ma è concettualmente assurda.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 34-35)

3Le vittime di Herndon sono due tra gli economisti più stimati al mondo: Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, autori di Growth in a Time of Debt. In tale loro studio, essi affermavano che un debito pubblico nazionale pari al 90% del pil costituisce un ostacolo insuperabile alla crescita. Quella cifra magica venne adottata come un dogma, istantaneamente ripresa da organizzazioni internazionali e governi: da Angela Merkel alla Commissione europea, fino al partito repubblicano negli Stati Uniti. Lo stesso Krugman ricorda che ‘ebbe un ruolo cruciale nella svolta delle politiche economiche, con l’abbandono delle manovre antirecessive sostituite prontamente con politiche di austerity.’ All’esito dell’analisi del citato studio, Herndon rilevò come i due economisti avessero sbagliato alcuni calcoli e ciò a causa di un errato allineamento nelle colonne delle cifre da addizionare usando il software Excel. La rivelazione di Herndon ha avuto un impatto enorme. I due imputati, Reinhart e Rogoff, hanno dovuto ammettere l’errore. … E, come rivela il Wall Street Journal, all’ultima riunione del G20 è stato depennato dal comunicato finale ogni riferimento al rapporto debito/pil, per effetto di questa scoperta.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 41-42)

4Il declino dei signori del rating – un oligopolio americano, dominato da Standard & Poors con Moody’s e Fitch – in parte se lo sono procurato loro. Non solo per i ripetuti scandali che li videro protagonisti tra gli imputati della crisi del 2008 (i mutui subprime avevano avuto dei rating elevati, elargiti a pagamento, in un gigantesco conflitto d’interessi); di certo il loro ruolo fu nefasto … Dal punto di vista dei mercati l’autogol più grave si verificò quando S&P declassò il rating sovrano degli Stati Uniti. … L’Amministrazione Obama ebbe una dura reazione, imputando a S&P perfino dei grossolani errori di calcolo. Col tempo tuttavia fu la reazione dei mercati a dimostrare che quel rating era insensato.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 50-51)

5Cina, India, Brasile, insieme con Indonesia, Messico e tanti altri, messi insieme producono più di tutti i vecchi ricchi. Che siamo noi: Stati Uniti, Europa, Giappone. Per la prima volta da secoli – … – siamo diventati minoranza, non più solo in termini di popolazione (…) ma anche per il nostro peso economico sul pianeta. Incrociando i dati del Fondo monetario internazionale e quelli del McKinsey Global Institute, il Financial Times conclude senza margine di dubbio: è proprio il 2013 l’anno decisivo, quello che ci relega sotto il 50% del pil mondiale.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 53)

6Se il G8 è impotente, quale altra geometria delle relazioni internazionali può sostituirlo come cabina di regia degli affari mondiali?’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 53)

7Davvero la crescita può ripartire grazie ad un gigantesco accordo di libero scambio, che abbatta le residue barriere?(La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 61)

8Nel mondo intero – sostiene Kotkin – una rinascita di legami tribali sta creando nuove reti di alleanze globali, più complesse. Se una volta la diplomazia aveva l’ultima parola nel tracciare le frontiere, oggi sono la storia, la razza, la religione e la cultura a dividere l’umanità in nuovi gruppi in movimento.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 65)

9Tra un giovane laureato al suo primo impiego e un giovane che abbia solo il diploma di secondaria superiore, qui negli Stati Uniti il differenziale di remunerazione in media è dell’80% mentre in Italia è del 40%. E tuttavia studiare all’università ha comunque un senso. Non credo che nel prossimo decennio la creazione di posti di lavoro si concentrerà nelle mansioni meno qualificate. Semmai i giovani italiani dovrebbero informarsi meglio su quali lauree rendono di più. Abbiamo ancora troppi iscritti alle facoltà di legge e scienze politiche, troppo pochi nelle materie scientifiche.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 73)

10C’è un fondo d’investimento che si compra un’intera città della California in bancarotta. C’è quello che controlla da solo il 7% di tutta la ricchezza mondiale, 15.000 miliardi di dollari. … I giganti della finanza americana rinascono più forti che mai. Il crac sistemico del 2008, che sembrava averli spezzati, è ormai un ricordo lontano.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 74)

11La terapia inflitta dalla cancelliera Angela Merkel all’eurozona si ritorce contro i suoi artefici. Il gioco è nelle mani delle banche centrali. … La politica in alcuni casi sembra relegata in secondo piano. Un’istituzione multinazionale con sede a Washington, il Fondo monetario internazionale, ha fatto una clamorosa autocritica. In un importante studio … il Fmi ammette di aver sbagliato sistematicamente le sue previsioni durante questa crisi. E sempre in una direzione sola: ha sottovalutato la pesantezza della recessione. … Secondo l’autodiagnosi del Fmi, sono stati ‘sottostimati gli effetti moltiplicatori dell’austerity come freno alla crescita’. Questi effetti sono tanto più pesanti se l’‘austerity non è uno shock una tantum’ bensì una terapia protratta su più anni. E’ esattamente … la tesi keynesiana di Obama, Krugman, Stiglitz e tanti altri in America: ‘Non si esce dalla crisi a colpi di tagli.’ … L’errore tragico dell’austerity, se dovesse rimanere senza correttivi e ripensamenti profondi, sarà un fattore determinante nel bruciare un’intera generazione di giovani europei, le loro aspirazioni, le loro potenzialità. E’ una responsabilità enorme, di cui bisognerà chiedere conto a chi queste scelte ha fatto o non ha saputo contrastare.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 80-81)

12 Krugman, premio Nobel per l’economia, individua le origini della crisi globale ed indica la strada da percorrere per uscirne. In tal senso, l’insigne studioso si serve anche di casi concreti e tratti dalla vita reale. Di detti casi se ne riporta di seguito uno, a giudizio dello scrivente di particolare rilievo ed interesse, che veniva descritto per la prima volta in un articolo pubblicato nel 1978 sul Journal of Money, Credit and Banking ed era intitolato Monetary Theory and the Great Capitol Hill Baby-Sitting Coop Crisis (La teoria monetaria e la grande crisi della cooperativa di baby sitting al Campidoglio).

Gli autori, Joan e Richard Sweeney, avevano vissuto in prima persona l’esperienza narrata. Essi facevano parte di una cooperativa di baby-sitting: un’associazione di circa 150 giovani coppie, quasi tutte alle dipendenze del Congresso, che risparmiavano sul costo delle baby-sitter assistendo a turno l’una i bambini dell’altra. … Le coppie che si associavano alla cooperativa ricevevano 20 buoni, ognuno dei quali corrispondeva a mezz’ora di baby-sitting. Nel momento in cui desideravano uscire dalla cooperativa dovevano restituire lo stesso numero di buoni. Tutte le volte che usufruivano del servizio, i genitori dei bambini accuditi davano ai baby-sitter tanti buoni quante erano le mezz’ore coperte. Questo sistema assicurava che, con il tempo, ogni coppia fornisse – in termini di servizio – esattamente quanto riceveva perché i buoni spesi andavano restituiti. Ben presto, tuttavia, la cooperativa si trovò in grosse difficoltà. In genere, le coppie tenevano una riserva di buoni nel cassetto della scrivania, nell’eventualità di dover uscire più volte di seguito. Ma per ragioni che è inutile spiegare, ad un certo punto il numero di buoni in circolazione era nettamente inferiore alla riserva che la coppia media voleva tenere a disposizione. Cos’era successo? Le coppie, preoccupate dalla riserva di buoni che si assottigliava, riducevano le uscite con l’obiettivo di incrementarla curando i bambini di altre coppie. Ma proprio perché tante coppie rinunciavano ad uscire, le opportunità di acquisire dei buoni attraverso il baby-sitting si riducevano sensibilmente. Così, le coppie a corto di buoni diventavano ancora più restie ad uscire. Il volume complessivo dei servizi offerti dalla cooperativa si ridusse drasticamente. In poche parole, la cooperativa si era avvitata in una depressione, che durò fino al giorno in cui gli economisti del gruppo riuscirono a convincere la dirigenza ad aumentare l’offerta di buoni.’ Krugman, precisato che la cooperativa di baby-sitting era ‘una vera e propria economia monetaria, ancorchè in miniatura’, ritiene che la relativa vicenda sia adatta a far comprendere cosa fosse ‘andato storto nell’economia mondiale, un aspetto che sembra sempre più spesso sfuggire alla comprensione dei politici …’ ovvero ‘… il fatto che la tua spesa è il mio reddito e la mia spesa è il tuo reddito.’ (Fuori da questa crisi, adesso!, pg. 37-39)

13 Secondo Rampini, esisterebbero due Europe: la prima, quella di Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Svezia, Danimarca, Norvegia e Finlandia, incarna il modello sociale nella sua versione migliore, caratterizzato da alti salari, sindacati forti, tutela dell’ambiente e buona qualità della scuola pubblica. La seconda, quella di Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, è invece composta da paesi che hanno un’alta spesa pubblica che, per anni, non è stata finanziata in modo adeguato. Detti paesi hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi, con un’evasione fiscale ed un’economia sommersa a livelli altissimi: ‘non solo i politici corrotti, ma corpose e rispettabili categorie sociali si sono abituate a vivere per decenni in un mondo parallelo, dove i servizi pubblici esistono e fanno comodo, mentre le tasse sono un optional.(Non ci possiamo più permettere uno stato sociale. Falso!, p. 40).
Sarebbe auspicabile quindi, rileva l’autore, che tali nazioni imprimessero un corso diverso alla loro storia e ne invertissero il declino e ciò per evitare di doversi rassegnare alla marginalità ed all’ininfluenza sullo scacchiere mondiale.

14 Il Fondo Monetario insiste: sull’austerità ci siamo sbagliati (http://bit.ly/1m13wmC); Il fantasma di Keynes turba i sonni dell’FMI (ma non della BCE) (http://bit.ly/1uWuX6z); Dopo l’FMI, anche la Troika ammette i suoi errori in Grecia (http://bit.ly/1vQu4jX); Luciano Gallino: i debiti della Germania e l’austerità della Merkel (http://bit.ly/1pfCA76); Pier Carlo Padoan ammette il flop delle previsioni di crescita e si affida a Mario Draghi (http://huff.to/1ribdMU)

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