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Indispensabili – Caccia al tesoro – 2) Il buco nero dell’economia mondiale

Posted by giannigirotto su 30 ottobre 2014

caccia_al_tesoroAggiungo alla mia sezione Indispensabili questo libro che si va ad aggiungere agli altri che si occupano di grande finanza: ho già pubblicato “La posta in gioco“, Dobbiamo restituire fiducia ai mercati – Falso!, I Padroni del mondo, Ho sognato una Banca, Il Risparmio Tradito,  Manuale di Finanza popolare. Il titolo fa riferimento non tanto ad un galeone dei pirati o alle segrete di ad un castello medioevale, ma molto più prosaicamente ad una spaventosa quantità di denaro che non è stata pagata al fisco. E si badi bene, non si tratta automaticamente/sempre di attività illegale, cioè “evasione fiscale”, ma molto spesso di un’attività formalmente lecita, diciamo “al limite”, che viene indicata tecnicamente come “elusione fiscale”. Come si legge dal sottotitolo stiamo parlando di cifre elevatissime, che se invece di finire su questi circuiti di finanza speculativa, rimanessero nei paesi in cui sono state generate, risolverebbero quasi automaticamente l’attuale situazione di gravissima crisi in cui ci troviamo da diversi anni. Ed in più rimane la banalissima considerazione che ogni euro evaso o eluso che sia, è un euro che deve essere pagato dal resto dei cittadini. E questo semplicemente non è giusto. Chiedete ai politici che conoscete cosa stanno facendo per non farvi pagare al posto degli altri.

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Cap 2) Il buco nero dell’economia mondiale

E’ chiaramente molto molto difficile stimare la quantità di denaro e di beni custoditi nei paradisi fiscali, ma lo studio più accurato e più recente li quota “prudenzialmente” in 32mila miliardi, escludendo yatch, cavalli da corsa, oro ecc. Per capire l’enormità della cifra, ricordiamo che il PIL italiano è di circa 1500 miliardi, cioè i paradisi fiscali detengono circa vent’anni della nostra produzione di ricchezza, stipendi, prodotti, spese pubbliche ecc. ecc. Un terzo di questa cifra arriva dalla criminalità, il resto dall’evasione e elusione fiscale. Ulteriore dato che conferma quanto concentrato sia l’oligopolio mondiale, in quanto lo 0,1% (90mila) dei soggetti coinvolti detiene il 50% di tali capitali. E questo “mercato” cresce del 16% l’anno, gestito essenzialmente dalle prime 50 banche private mondiali. Questi enormi capitali non vengono lasciati “dormire” ma all’opposto vengono utilizzati moltissimo, essenzialmente per specalare, quasi sempre in maniera molto pericolosa. Tutto questo “sistema” è gestito da migliaia di operatori, sia su strutture “legali” sia illegali. Un bell’aiuto ai movimenti di denaro sporco lo ha dato anche lo scudo fiscale italiano del 2009-2010, che ha consentito a grandi masse di capitale di simulare una collocazione estera per poi usufruire della sanatoria che garantiva l’anonimato. E poi, una volta ripulite, fingere di rientrare in Italia, anche se nemmeno un cent aveva mai veramente varcato il confine. Anche in questo caso, i paradisi fiscali hanno giocato un fondamentale ruolo di sponda, perché la complicità degli intermediari e degli istituti bancari offshore, in questa partita, è stata decisiva: stava a loro, infatti, emettere la falsa certificazione che quei capitali erano depositati effettivamente nei caveau esteri. Un servizio che le banche – e non solo quelle offshore – si sono fatte pagare a caro prezzo, si intende: ma poiché per sanare i capitali lo Stato italiano chiedeva come obolo appena il cinque per cento della somma scudata, alla fine dei conti è stato un grande affare. Soprattutto perché, secondo gli esperti, buona parte di quei capitali scudati erano talmente scottanti che nemmeno le pur disinvolte banche delle Cayman sarebbero state disposte ad accoglierli senza battere ciglio. Così ce li siamo tenuti in casa, scudati e sanati da qui all’eternità. Ovviamente i più grandi utilizzatori dei Paradisi sono le grandissime multinazionali, ed è assolutamente impossibile sapere qualsiasi ulteriore informazione su di loro. Nel 2013, i governi del G20 hanno affidato all’OCSE l’incarico di venire a capo del problema, realizzando il piano BEPS, una sorta di codice di comportamento internazionale cui le multinazionali dovrebbero attenersi sul piano fiscale e dei bilanci.

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I prossimi capitoli, tempo permettendo, seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane, mentre i precedenti li trovate qua

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