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Indispensabili – il prezzo del Petrolio

Posted by giannigirotto su 25 gennaio 2015

petrolioIn queste settimane si parla molto dell’enorme calo del prezzo del petrolio. Nel tentativo di comprendere cosa sta realmente succedendo, vi sottopongo questo articolo, per la cui traduzione dall’inglese ringrazio Eleonora Albini.

Ricordo altresì che, per quanto riguarda l’Italia, chi volesse approfondire le sue nozioni, può leggere gratuitamente un corposo riassunto del libro “Petrolio e Politica” che spiega chiaramente cosa è successo negli ultimi 60 anni in Italia.

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Le vere ragioni del calo del prezzo del petrolio. Intervista a Arthur Berman

Di James Stafford, 04 Gennaio 2015, oilprice.com

Considerando le teorie cospiratorie intorno alla decisione dell’OPEC di novembre di non tagliare la produzione, si può parlare di una pura questione economica? Il boom del petrolio di scisto (shale oil o tight oil) statunitense ha suscitato grande clamore ma i numeri parlano chiaro e un tale entusiasmo potrebbe essere stato di fatto ingiustificato. Quando si tratta di discutere seriamente sui temi energetici, non c’è settore che ha più bisogno di un confronto con la realtà di quello delle energie rinnovabili.

Nella terza intervista esclusiva a cura di James Stafford di Oilprice.com, l’esperto di energia Arthur Berman affronta vari temi:

• Come nasce la questione del costo del petrolio e cosa c’è dietro la decisione dell’OPEC?
• Cosa riserva veramente il futuro per lo scisto USA?
• Perché il dibattito sulle esportazioni di petrolio USA per molti versi non ha senso?
• Quale insegnamento possiamo trarre dal boom dello scisto statunitense ?
• Perché in realtà la tecnologia non influisce tanto quanto si crede sul costo del petrolio?
• Come cambieranno gli equilibri del mix energetico globale (e probabilmente non nel modo in cui molti speravano)?

OP: La situazione del petrolio oggi – Quali sono le sue valutazioni?

Arthur BermanLa situazione attuale è davvero molto semplice. La domanda è in calo perché il costo del petrolio è rimasto alto per troppo tempo. D’altro canto, l’offerta è in aumento a causa dello shale oil statunitense e per la ripresa della produzione da parte della Libia. In sostanza, calo della domanda e aumento dell’offerta. Quindi, diminuzione del prezzo.

Per quanto riguarda l’Arabia Saudita e le sue motivazioni, anche questo è piuttosto semplice da capire. I sauditi sono bravi con la matematica e con il denaro. Di fronte alla penosa scelta tra perdere soldi mantenendo la produzione attuale a 60$ al barile oppure perdere ancora più soldi diminuendo la produzione di 2 milioni di barili al giorno, la decisione è semplice: è la meno dolorosa. Che ci siano motivi secondari, come il tentativo di osteggiare i produttori di petrolio di scisto USA oppure di danneggiare Iran o Russia ok, ma in realtà si tratta puramente di soldi.

Del resto, l’Arabia ha incontrato la Russia prima della riunione dell’OPEC proponendo che se avesse fatto tagli alla produzione anche loro avrebbero tagliato inducendo almeno Kuwait ed Emirati a fare lo stesso. Ma la Russia ha detto “NO” e così i sauditi hanno risposto “ok, forse tra sei mesi avrai cambiato idea”. Io credo che la Russia, così come l’Iran, il Venezuela, la Nigeria e l’Angola, avranno cambiato idea da qui alla prossima riunione dell’OPEC che si terrà a giugno.

Abbiamo assistito a diversi annunci da parte delle aziende statunitensi circa l’intenzione di diminuire gli investimenti per le perforazioni nei giacimenti di scisto di Bakken o Eagle Ford e in quello di Permian durante il 2015. In realtà, occorrerà del tempo prima di assistere ad una riduzione della produzione. Invece, è più probabile che la produzione aumenti prima di diminuire. Perché, di fatto, ci vuole tempo per portare a termine le trivellazioni iniziate, diminuirle nel corso del 2015 e arrivare poi a un calo della produzione. Alla fine però la produzione di scisto da parte degli USA diminuirà. A quel punto, probabilmente intorno agli ultimi mesi del 2015, il prezzo mondiale del petrolio si riprenderà un po’ di conseguenza ai tagli di OPEC e Russia dopo giugno e per un aumento della domanda derivante dal prezzo basso. Poi, le compagnie americane aumenteranno le perforazioni nel 2016.

OP: Come vede il futuro dello shale Americano dato il crollo del prezzo del petrolio?

Arthur BermanAbbiamo letto molti articoli sciocchi da quando il prezzo del petrolio ha iniziato a scendere su come i giacimenti di shale oil siano in grado di andare in pareggio a prescindere dal costo più basso del petrolio. Ma a nessuno viene in mente che le banche che investono hanno tutto l’interesse a far credere alla gente che le aziende nelle quali hanno investito miliardi di dollari non andranno in bancarotta a causa del crollo dei prezzi? Questa è totale propaganda.

Abbiamo lavorato sodo per stabilire l’EUR, (la quantità stimata estraibile) di tutti i pozzi nel cuore del giacimento di Bakken ad esempio. E’ di circa 450.000 barili di petrolio per pozzo incluso il gas. Se si considerano i costi e si prendono i dati dei prezzi del petrolio e del gas che le aziende coinvolte forniscono alla Securities and Exchange Commission – Commissione per i Titoli e gli Scambi- si ottiene un prezzo di pareggio WTI di 80/85$ al barile. I conti di Bakken sono altrettanto buoni, se non migliori, di quelli dei giacimenti di Eagle Ford e Permian, quindi in questo senso il dato sul prezzo piuttosto rappresentativo.

Ma le persone intelligenti non investono in cose che vanno in pareggio. Voglio dire, perché rischiare di non fare soldi con un’azienda energetica quando si può investire in variable annuity o REIT (Real Estate Investment Trusts)  a basso rischio e con margini di guadagno più alti?

Il prezzo del petrolio deve stare intorno ai 90$ al barile per attrarre investimenti. Quindi, alla domanda “le aziende produttrici sono soddisfatte dell’attuale prezzo del petrolio?” La risposta è certo che no! A quei prezzi stanno morendo. E’ questa la realtà dei fatti, basata su dati concreti. Quello che leggiamo sulle aziende a cui sta bene il prezzo di 60$ al barile è falso. Arrivano a quel prezzo, escludendo voci di costo importanti escluse quelle di perforazione e completamento. Ma perché la gente crede a queste cose?

Se qualcuno non crede o non si intende di EUR e di dichiarazioni 10-Qs, andate su Google Finance a guardare i dati relativi al terzo trimestre di queste aziende.

Continental Resources è il player più importante del sito di Bakken. Il loro cash flow operativo – utile derivante dalle attività meno le spese per investimenti, era di -1.1 miliardi di $ nel terzo trimestre del 2014. Ciò significa che hanno speso più di quanto hanno guadagnato. Il loro debito era del 120% rispetto al proprio valore. Quindi, anche se avessero venduto tutto ciò che possedevano, non sarebbero stati in grado di ripagare quel debito. Questo accadeva quando il costo del petrolio al barile era di 93$.

E dicono che il costo a 60$ al barile va bene lo stesso ? Ma scherziamo ? La gente si deve svegliare e deve verificare su Google Finance per vedere se ho ragione. Il costo degli investimenti, tra l’altro, non riflette nemmeno lontanamente le spese relative ai costi generali, interessi sul debito, tasse e spese di esercizio, pertanto la situazione reale è addirittura peggiore.

Quindi, come vedo il futuro dello scisto negli USA dato l’odierno crollo del costo del petrolio ? Era già piuttosto nero prima di questo crollo, può solo peggiorare. La vera domanda è “quand’è che smetteranno di finanziare queste compagnie?” Quando le perforazioni rallenteranno e la produzione diminuirà, cosa che non accadrà fino almeno alla metà del 2016, allora vedremo il vero ruolo dello scisto americano. Funziona solamente con costi alti del petrolio. Punto.

OP: Quali saranno, se ci saranno, gli effetti del basso costo del petrolio sul dibattito che riguarda le esportazioni USA ?

Arthur Berman: Questo dibattito è sciocco. Produciamo circa 8.5 milioni di barili di greggio al giorno. Ne importiamo circa 6.5 milioni al giorno, anche se questo numero è andato calando di anno in anno. Secondo la EIA, Agenzia statunitense di Informazione Energetica,  questo comincerà a cambiare nel 2015 e dopo il 2018 le nostre importazioni torneranno a crescere. La stessa cosa vale per la produzione interna. Per il 2014, si registrerà il tasso annuale più alto di aumento della produzione. Sempre secondo la EIA, nel 2015 il tasso di crescita inizierà a rallentare e dopo il 2019 la produzione scenderà ancora. Perché dovremmo esportare petrolio quando probabilmente non arriveremo mai a importare meno del 37/38 % (equivalente a circa 5,8 milioni di barili al giorno) del nostro consumo ? Per denaro, è ovvio!

Ricordate, tutta la questione sulle esportazioni è iniziata quando il costo del petrolio era alto. Il WTI era a circa 100$ al barile da febbraio di quest’anno e fino alla metà di agosto. Il Brent era più alto di 6/7$. Il WTI era più basso perché gli operatori dello scisto avevano sovraprodotto petrolio, come avevano fatto prima con il gas, e avevano abbassato il prezzo interno.

Le raffinerie statunitensi non sono in grado di gestire lo shale oil e il condensato dei giacimenti di scisto quindi il petrolio deve essere miscelato con greggio più pesante di importazione ed esportato come prodotto raffinato. I produttori nazionali potrebbero guadagnare di più e più rapidamente se potessero semplicemente esportare il petrolio leggero senza doversi occupare di miscelarlo e raffinarlo.

Questo, comunque, è il cuore del dibattito che circonda l’oleodotto di Keystone XL. Non pensiamo di utilizzare quel petrolio per uso interno ma di miscelarlo con il condensato derivante dai giacimenti di scisto, raffinarlo ed esportare poi prodotti petroliferi. Quindi, la questione di Keystone riguarda le materie prime.

Sarebbe positivo per il paese esportare petrolio leggero e condensato? Certo, potrebbero esserci dei benefici economici, ma non sembra una buona idea consumare il più velocemente possibile la nostra produzione interna solo per permettere ad alcuni produttori di petrolio di guadagnare più soldi.

OP: In termini generali, cosa pensa che possano imparare dal boom dello shale statunitense i nuovi paesi produttori?

Arthur Bermanla lezione più significativa è che i prezzi devono essere alti e restare alti. Un altro messaggio importante è che una volta iniziata la perforazione, non la si può interrompere perché i tassi di declino sono ingenti. Infine, a prescindere da quanto è grande il giacimento, solamente il 10/15% – il punto migliore, il core, – potrà divenire commercialmente utilizzabile. Se non si è capaci di individuare questo centro in tempi brevi, è anche possibile che l’intero giacimento fallisca.

Non tutti i giacimenti funzionano. Solamente le rocce madri di origine marina sembrano funzionare secondo le prove empiriche dei giacimenti statunitensi. La qualità delle rocce e la loro maturità sono il filtro successivo. Ad esempio, il carbone organico totale (TOC) deve essere almeno il 2% in peso. La riflettenza della vitrinite (Ro) deve essere pari o superiore a 1.1. Se il giacimento non soddisfa questi criteri, probabilmente non renderà dal punto di vista commerciale.

OP: Tenuto conto dei progressi tecnologici che aumentano grandemente la capacità produttiva, quante probabilità ci sono che il prezzo del petrolio si mantenga al di sotto di 80$ per i prossimi anni?

Arthur Berman: Prima di tutto non sono certo che si parta da una giusta premessa. Chi dice che la tecnologia aumenti la produzione? Il prezzi più alti hanno portato più trivellazioni. E’ questo che ha aumentato la produzione. E’ vero che in molti giacimenti si utilizza una tecnologia avanzata, come per le trivellazioni orizzontali e il fracking idraulico, ma queste tecnologie costano. E d’altro canto, hanno forse portato una riduzione del prezzo al barile negli ultimi anni? No, anzi. E’ per questo che il prezzo del petrolio adesso è diventata una questione così importante.

Il prezzo interno del petrolio era di 30$ al barile fino al 2004 e le compagnie energetiche guadagnavano abbastanza per stare sul mercato. Il WTI è rimasto intorno ai 97 $ al barile dal 2011 fino ad agosto del 2014. Ed è qui che è iniziato il boom dello shale oil. Io direi piuttosto che la tecnologia ha seguito il prezzo. Ora che i prezzi sono bassi, tutta la tecnologia del mondo non fermerà il calo della produzione.

In molti credono che la ripresa della produzione petrolifera statunitense dimostri che le teorie sul Peak Oil (picco di produzione del petrolio) fossero errate. Ma Peak Oil non significa che stiamo finendo le riserve di petrolio. Significa semplicemente che quella che consideriamo la produzione convenzionale inizia a diminuire e che le riserve future dovranno provenire da risorse più difficilmente accessibili e che saranno quindi più costose, o di qualità inferiore, o entrambe le cose. Il costo della tecnologia implica necessariamente un alto costo del petrolio.

Le aziende coinvolte in questi giacimenti proclamano incessantemente, almeno dal 2007, la loro crescente efficienza grazie ai benefici della tecnologia ma i miglioramenti di cui parlano non si riflettono nei loro bilanci.

Non metto in dubbio che imparino e migliorino le attività come quella estrattiva ma è evidente che crescano altri costi per giustificare il cash flow negativo e l’ indebitamento delle compagnie energetiche.

Il prezzo del petrolio tornerà a salire. Chi dice che resterà basso per lungo tempo non tiene in considerazione il fatto che tutti i produttori hanno bisogno di un prezzo di 100$ al barile. Le grandi nazioni esportatrici ne hanno bisogno per far tornare i loro bilanci. I produttori che estraggono da giacimenti non convenzionali (shale, siti marini a grandi profondità) ne hanno bisogno per fare almeno dei piccoli profitti, considerati gli alti costi di estrazione. Se il prezzo si mantiene intorno agli 80$, o anche di meno, solamente i produttori convenzionali potranno restare sul mercato ignorando il costo sociale da pagare per mantenere i loro business. Se questo accadrà, la produzione globale calerà e il prezzo aumenterà al di sopra degli 80$ al barile. Solo un collasso economico globale consentirebbe quindi di mantenere i prezzi bassi per molto tempo.

OP: Come si prefigura il mix energetico globale nei prossimi anni? Le energie rinnovabili possono di fatto competere con i combustibili fossili oppure la strada è ancora lunga?

Arthur Berman: Il mix energetico si sposterà sempre di più verso il gas naturale e più lentamente verso le rinnovabili. La produzione di petrolio convenzionale mondiale ha raggiunto il suo picco tra il 2005 e il 2008. La produzione di shale gas statunitense lo raggiungerà nei prossimi 5, 7 anni ma Russia, Iran, Qatar e Turkmenistan hanno riserve di gas convenzionale sufficienti per rifornire l’Europa e l’Asia per molte decadi. Mentre enormi giacimenti sono stati scoperti nell’oceano Indiano al largo di Madagascar, India, nordovest dell’Australia e Papa Nuova Guinea. Questi forniranno riserve di gas naturale per molti anni. Altri siti sono stati scoperti nel Mediterraneo orientale.

Ci saranno molte sfide da affrontare nel passaggio dall’era del petrolio a quella del gas e la più seria riguarderà il trasporto dove siamo oggi totalmente dipendenti dai combustibili come benzina e diesel. Parte della transizione riguarderà il trasporto elettrico attraverso l’uso del gas naturale per produrre energia.

Il gas naturale sarà sempre più strategico specialmente nelle regioni che non dispongono di risorse di gas interne o quei paesi la cui fornitura si esaurirà nel breve termine e non dispongono di gasdotti alternativi, come il Nord America.

Ovviamente, il gas naturale e le rinnovabili vanno di pari passo. Dato che la disponibilità di energia proveniente dalle rinnovabili – principalmente solare e eolico – è discontinua, è necessario un supporto o una base di gas naturale. Credo che il punto di vista sulle energie rinnovabili debba essere più moderato. Da una parte infatti, i sostenitori di queste fonti sono poco realistici su quanto velocemente e facilmente il mondo possa davvero abbandonare l’utilizzo dei combustibili fossili. Dall’altra, si ignora il fatto che il governo stia già operando dalla parte delle rinnovabili e che, nonostante le questioni economiche, andrà avanti da questo punto di vista anche a costi considerevoli.

Raramente il fattore tempo viene considerato in modo adeguato. Le rinnovabili rappresentano poco più del 2% del consumo energetico totale statunitense. A prescindere da quante persone saranno disponibili a passare alle rinnovabili dunque, sarà impossibile passare dal 2% al 20% o 30% in meno di una decina di anni, anche se dovessimo supportare queste risorse nel modo più incisivo possibile rispetto ai combustibili fossili o addirittura imporre il loro utilizzo. Per arrivare al 50% o più di utilizzo delle rinnovabili passeranno decenni.

Io apprezzo l’urgenza di chi è preoccupato per il cambiamento climatico. Tuttavia, credo che chi auspica un immediato abbandono dei combustibili fossili non si renda conto di quanto una transizione così rapida possa effettivamente impattare la qualità della vita delle persone e l’economia globale. Uno degli argomenti chiave del dibattito sul cambiamento climatico si concentra su chi siano i responsabili di questa situazione. Mentre poca attenzione è rivolta ad un aspetto fondamentale e cioè cosa faremo dopo e come poter attuare questa transizione senza un forte impatto economico e sociale.

Non sono uno scienziato del clima e quindi non entro nel dibattito tecnico. Però posso suggerire a chi auspica un cambiamento in tempi brevi di considerare seriamente come il gas naturale e il nucleare possano di fatto rendere questa transizione più semplice.

La grande opportunità delle rinnovabili risiede nella tecnologia per lo stoccaggio dell’energia. Attualmente, siamo ancora bloccati con la discontinuità delle risorse e sono pochi i progressi fatti su come poter immagazzinare l’energia prodotta da sole e vento a condizioni ideali. Se investiremo in capacità di stoccaggio, allora sì le cose potranno davvero cambiare.

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