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Indispensabili – L’Italia può farcela – 3. Vivere al di sopra dei propri mezzi

Posted by giannigirotto su 4 giugno 2015

L-italia-puo-farcelaNella mia sezione indispensabili trovate riassunti diversi libri che parlano della grande finanza internazionale e delle sue immense speculazioni.

Inizio ora a riassumere un libro che non parla direttamente della grande finanza, ma forse di uno dei suoi strumenti: l’euro.

L’autore è molto conosciuto in Italia e non ha bisogno di presentazioni. In questo libro espone come la globalizzazione finanziaria ha portato all’abbassamento dei salari, e la moneta unica ha grandemente peggiorato la situazione, proponendo quindi le soluzioni che passano per il recupero della piena sovranità eonomica degli Stati e il ritorno alle valute nazionali. Naturalmente per completare il quadro, al termine di questo libro, ne esaminerò altri che propugnano tesi opposte o comunque diverse, in modo da “sentire tutte le campane” e potersi fare un’opinione personale la più oggettiva possibile.

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3. Vivere al di sopra dei propri mezzi

A me pare che non ci sia nulla di strano nel fatto che sistema economico nel quale viviamo quello capitalistico viva una crisi profonda. Sono infatti ormai più di 30 anni che non sta funzionando come teoricamente dovrebbe. In un secolo questa è la seconda volta che succede, con le stesse dinamiche sottostanti lo stesso risultato: una crisi profonda.

A livello teorico come funziona il capitalismo? funziona che un imprenditore spingerà la produzione agendo sul fattore variabile fino al punto di massimo profitto che è quello in cui il valore della produttività marginale, cioè quello che ricava dal ultima operaio assunto, uguaglia il salario cioè il costo dell ultimo operaio assunto. E questo significa che chi contribuisce al processo produttivo viene remunerato in modo proporzionale alla sua produttività quindi come dire ognuno ha quel che si “merita”.

Una prima premessa la facciamo sugli Stati Uniti, patria del capitalismo, almeno teoricamente, dato che sicuramente non ha risolto i propri problemi. Inanzitutto ricordiamo che la crisi finanziaria l’hanno creata principalmente loro, e i dati ufficiali mostrano che da almeno 43 anni i redditi dei dipendenti stanno perdendo terreno e non c’è stata alcuna significativa inversione di tendenza in occasione dei vari cambi di amministrazione, e ugualmente l’indice di diseguaglianza dei redditi tra ricchi e poveri è in costante aumento.

In particolare dal 1971 i salari si fermano completamente, anzi declinano, e la produttività decolla. Inoltre la quota dei salari sui redditi, sempre negli Usa, diminuisce, sempre dal 1971.

Il rapporto tra produttività e salari è ben conosciuto: il decennio 1919-1929, nel quale la crescita della produttività superò quella dei salari di tre punti, si concluse con una depressione. Il quarantennio 1971-2008, in cui la differenza di crescita è stata identica al suddetto decennio, si è conclusa con un’altra depressione.

Insomma il capitalismo funziona solo se c’è abbastanza domanda aggregata, insomma se la produzione di ricchezza viene equamente distribuita alla massa di cittadini che possono così acquistare quegli stessi produtti e servizi che generano.

Invece dagli anni ’80 sino ad oggi, i lavoratori hanno perso potere d’acquisto, e quindi la domanda ha dovuto essere finanziata attreverso l’indebitamento.

Volendo essere maligni, la filosofia del fordismo, secondo cui i tuoi operai sono anche tuoi clienti, quindi ti conviene pagarli bene, è stata sostuita da un’altra, secondo la quale i tuoi operai, se li paghi male, diventano tuoi debitori, e così ci guadagni due volte.

Quindi attenzione a non insistere troppo sulla condanna delle “speculazioni finanziarie”, della finanza virtuale, i supercomputer che fanno miliardi di operazioni al secondo, perchè sono una parte del problema, che ci viene gentilmente offerto in pasto per distoglierci dal vero problema, la mancata distribuzione equa del reddito, una vera lotta di classe.

Quindi le uniche, vere, riforme, le sole che possano metterci in sicurezza, sono quelle che ci consentono di passare ad un’economia guidata dal debito a un’economia guidata dai salari, ripristinando una distribuzione del reddito equa e più conforme alla favoletta del capitalismo.

Altra cosa che si conosce poco, è che la Germania non sta presa bene: godendo in partenza di una produttività superiore, ha scelto di non farne beneficiare i lavoratori, e ha compresso i salari a vantaggio dei profitti per promuovere le proprie esportazioni. Insomma ha operato una “svalutazione interna” competitiva ed estremamente aggressiva, ammessa dal suo stesso establishment. Quindi anche in Germania si sta svolgendo una lotta di classe sociale, che per il momento vede vincitrice la parte che preferisce non comprimere i propri profitti industriali ed evitare tensioni inflazionistiche per preservare i propri crediti.

Questa manovra sta mettendo a rischio anche la Francia, a cui restano ormai margini di manovra molto risicati.

Dopo la caduta del muro di Berlino il capitalismo ha perso qualsiasi freno inibitorio, e ora si muove affinchè il dipendente diventi un debitore, anziché un cliente, e che considera lo Stato il nemico da abbattere, o quantomeno ridimensionare, sottraendogli il mercato finanziario.

Da sottolineare anche il fatto che Francia e Germania sono “violatrici seriali” dei trattati europei, e in particolare la Germania ha aumentato il proprio deficit di 120 miliardi circa perchè ha sussidiato con 90 miliardi imprese e politiche “attive” del mercato del lavoro, altri 8 miliardi per l’istruzione e altri 3 per l’edilizia popolare, praticando insomma una svalutazione “di fatto” interna.

Insomma i 7 punti di pil di aumento del debito pubblico sono in pratica un colossale sussidio all’industria, che in teoria sarebbe vietato dai trattati europei…

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Nelle prossime settimane il riassunto dei capitoli successivi, mentre i precedenti li trovate qui

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