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Indispensabili – L’Italia può farcela – 6 – FACCIAMO I COMPITI A CASA (seconda parte)

Posted by giannigirotto su 21 novembre 2015

L-italia-puo-farcelaNella mia sezione indispensabili trovate riassunti diversi libri che parlano della grande finanza internazionale e delle sue immense speculazioni.

Inizio ora a riassumere un libro che non parla direttamente della grande finanza, ma forse di uno dei suoi strumenti: l’euro.

L’autore è molto conosciuto in Italia e non ha bisogno di presentazioni. In questo libro espone come la globalizzazione finanziaria ha portato all’abbassamento dei salari, e la moneta unica ha grandemente peggiorato la situazione, proponendo quindi le soluzioni che passano per il recupero della piena sovranità eonomica degli Stati e il ritorno alle valute nazionali. Naturalmente per completare il quadro, al termine di questo libro, ne esaminerò altri che propugnano tesi opposte o comunque diverse, in modo da “sentire tutte le campane” e potersi fare un’opinione personale la più oggettiva possibile.

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6 – FACCIAMO I COMPITI A CASA (seconda parte)

A questo punto Bagnai fa il confronto tra il modo di uscire da una situazione di crisi nel 1992 e nel 2011. Nel 1992 il Governo agì sulla leva del cambio e della politica fiscale, conseguendo un buon risultato; nel 2011 usando la sola leva della politica fiscale, cioè distruggendo la domanda interna per ridurre l’indebitamento, il risultato è stato un ulteriore peggioramento grave della situazione.

Oggi come oggi le principali differenze tra la situazione attuale e quella sperimentata nel 1992 sono tre:

– l’attuale contesto europeo è caratterizzato da una crescita asfittica, determinata dall’austerità;

– i sei anni di crisi hanno accelerato la nostra deindustrializzazione;

– a differenza che nel 1992, ora i nostri conti sono in ordine;

Ora l’autore analizza dettagliatamente gli effetti dell’impatto sull’economia italiana di un riallineamento una tantum del tasso di cambio, ovviamente nell’ipotesi di uscita dell’Italia dall’euro. E lo fa proponendo tre possibili scenari:

svalutazione del cambio della “nuova lira” del 20% rispetto a tutti i partner commerciali;

-svalutazione del cambio della “nuova lira” del 20% rispetto al nucleo dell’eurozona e del 10% rispetto ai paesi extraeuropei, e con una rivalutazione del 10% rispetto alla periferia dell’eurozona;

– come al punto precedente, ma accompagnato da una politica fiscale espansiva mirata sull’obiettivo del pareggio della bilancia dei pagamenti. La politica espansiva sarebbe giustificata dal fatto che i conti esteri italiani sono già in ordine, e quindi questo apre uno “spazio fiscale” di interventi espansivi.

Alcune considerazioni preliminari:

– una valuta italiana troppo debole non conviene ai nostri principali partner concorrenti, perchè in caso di eccessiva svalutazione i nostri prodotti avrebbero prezzi molto convenienti all’estero, togliendo fette di mercato agli altri concorrenti internazionali.

– svalutazione delle nostra valuta verso l’estero e perdita del potere di acquisto interno sono due fattori separati, che non è affatto detto si muovano assieme. Insomma non è detto che la caduta del valore esterno di una valuta coincida con la caduta del suo valore interno, cioè il potere di acquisto del possessore di tale moneta.

– svalutazione e inflazione ugualmente non camminano assieme quantitativamente. Cioè una svalutazione del 20% porterebbe ad un’inflazione cumulata di circa 5 punti in 5 anni. Persino Confindustria ha dichiarato che una svalutazione del 10% dell’euro farebbe aumentare l’inflazione solo di un punto, e quindi per gli acquirenti esteri rimarrebbero 9 punti di convenienza in più.

I tre scenari suddetti vengono esaminati, e in tutti e tre i casi il bilancio è ampiamente positivo.

Dopodichè Bagnai esamina quelli che secondo lui sono dei meri palliativi; se l’Italia tentasse una manovra espansiva senza prima riappropriarsi di spazio fiscale attraverso un riallineamento del cambio, avrebbe come conseguenza un netto peggioramento del deficit estero, perchè l’espansione della domanda si scaricherebbe sul saldo estero attraverso l’aumento delle importazioni. E quindi sarebbe costretta a ritornare a politiche di austerità ancora peggiori.

Se si tentasse con una svalutazione dell’euro, il miglioramento dei saldi verso USA e resto del mondo sarebbe compensato da un peggioramento verso l’Eurozona e i paesi Opec.

Venendo alla problematica della distribuzione della ricchezza, giova ricordare che la sua evoluzione è evoluta negli USA con un andamento a “U”, cioè nel 1913 l’1% della popolazione guadagnava il 20% del reddito nazionale, precipitò nel dopoguerra per tornare oggi ad una situazione analoga al 1913.

In europa invece l’andamento è a “L”, nel senso che la condizione di partenza era simile a quella USA, ma è poi scesa al 10% e da lì circa è rimasta.

Premesso che non è affatto facile tassare adeguatamente i ricchissimi, dal momento che sono loro che “si fanno” le leggi, la soluzione consiste invece nel distribuire equamente la ricchezza al 99% dei “normali/poveri”, sostanzialmente indicizzando i salari all’inflazione.

Alcuni imputano delle responsabilità alle nostre difficoltà al fatto che “siamo troppo piccoli” nel senso di dimensioni fisiche della nazione Italia, ma in economia le dimensioni non contano, come dimostrano molti piccoli Stati decisamente prosperi. Più analiticamente, la nostra produttività si è arrestata all’improvviso, e quindi non vi è un nesso con le dimensioni. Inoltre le statistiche ci dicono che l’export italiano tiene soprattutto grazie alle Pmi, viceversa le grandi imprese hanno un potere di lobbying che le Pmi non hanno, e una delle poche Grandi Imprese italiane, la Fiat, se ne andata negli USA. Insomma il nostro modello produttivo ha funzionato e ci ha garantito una crescita del benessere finchè gli è stato permesso di farlo. Quindi il “frame” del “Grande è bello” andrebbe visto con occhio molto critico.

La politica pertanto deve essere orientata al pareggio della bilancia dei pagamenti con l’estero, anziché del bilancio pubblico.

L’antenato della Bce, il Fecom (Fondo europeo di cooperazione monetaria) nacque nel 1973 con questi intenti: coordinare l’uso delle riserve fra i Paesi aderenti e rifinanziarne squilibri temporanei. Tutto ciò nel contesto di un principio di coordinamento in base al quale “ogni paese membro riconosce formalmente che gli altri membri hanno un interesse legittimo alla stabilizzazione della sua economia, per quanto riguarda redditi, prezzi e costo del lavoro, e in particolare al fatto che paesi in surplus evitino la deflazione e paesi in deficit evitino l’inflazione. Il Trattato sul funzionamento dell’UE del resto, già prevede che le politiche economiche dei paesi membri siano coordinate. Questo interesse legittimo dovrebbe costituire la base su cui stabilire un effettivo, simmetrico e preventivo monitoraggio degli squilibri macroeconomici (ben diverso da quello inefficace, asimmettrico e postumo proposto nel 2011 dalla Commissione europea).

Va quindi reintrodotta la flessibilità dei cambi accompagnato da politiche di stabilizzazione interna, cioè:

1) adottare uno standard europeo di salario minimo garantito;

2) parametrare la crescita dei salari a quella della produttività;

3) programmare la spesa pubblica in modo che il deficit pubblico compensi il surplus privato.

Insomma integrazione delle economie reali, cioè dei mercati del lavoro, dei sistemi  previdenziali ed educativi, mantenendo fra le economie nazionali quei normali presidi dati dall’autonomia delle politiche fiscali, monetarie e valutarie.

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Nelle prossime settimane il riassunto dei capitoli successivi, mentre i precedenti li trovate qui

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