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Un “nuovo” soggetto di finanza etica?

Posted by giannigirotto su 8 agosto 2016

Da circa quindici anni seguo il settore della finanza etica, e sinora ho parlato esclusivamente di Banca Popolare Etica, unico soggetto, di livello nazionale, che si è costituito con uno statuto fondato sulla finanza etica, ed è operante di conseguenza. E su di lei rimangono tutte le mie positività e lodi.

Ritengo però opportuno oggi come oggi introdurre anche un soggetto, che pur non essendo una “banca etica”, è una banca dedicata unicamente al terzo settore e all'”economia sociale”.

 Sì, sì capisco, la parte sinistra del logo  è inconfondibile, ed è quello di Intesa San Paolo, che in generale non è proprio per nulla l’idea che abbiamo di eticità. Anzi, totalmente negativi e deprecabili sono una serie di comportamenti di Intesa, cito solamente le loro relazioni con il mercato delle armi, mentre per il resto lascio parlare direttamente una fonte autorevole e oggettiva come Altroconsumo e il suo lavoro di giudizio proprio sull’eticità delle banche.

Però credo si debba ammettere che Banca Prossima, nella costellazione di Intesa, è l’eccezione che conferma la regola. Come recita la sua introduzione, è “una banca dedicata esclusivamente al Terzo Settore laico e religioso, il cui scopo è quello di offrire prodotti e servizi specialistici…” diventando “…il Polo Specialistico per l’economia sociale del gruppo Intesa Sanpaolo.“. Ancora: “Non è un’organizzazione nonprofit, ma è partecipata da alcune fra le maggiori nonprofit italiane. Autonoma nelle regole e nella missione, offre tutte le opportunità di Intesa Sanpaolo, a partire dalla rete di filiali su tutto il territorio nazionale.“. Tra le sue principali iniziative e servizi, segnalo sopratutto  il “Programma per l’Efficienza Energetica del Terzo Settore (con Federesco, Manutencoop e Bosh). Per ridurre il costo delle spese energetiche liberando risorse da impiegare nella mission. Le organizzazioni nonprofit possono richiedere un audit energetico a E.S.C.o. convenzionate e decidere il corretto intervento da realizzare, finanziabile dalla banca tramite un prestito.”

Una delle iniziative di Banca Prossima è “Terzo Valore“, e nel sito relativo si possono vedere anche i progetti già realizzati e in corso di realizzazione, quindi valutare i fatti.

Ultima iTITLE FONDAZIONE FITSniziativa, sempre della galassia “Banca Prossima” che vi segnalo rapidamente, è la loro Fondazione, ma qui vi rimando al loro sito perchè non è semplice riassumerla in poche parole, o meglio posso solo riportare che “Non eroga contributi bensì intercetta nuove esigenze sociali, sviluppa modelli di servizio flessibili per rispondere alla domanda sociale in forte evoluzione, replica le migliori pratiche sul territorio generando efficienza, economie di scala e sensibilizza nuovi investitori sociali fra soggetti pubblici e privati.

Insomma, pur rimanendo tutte le mie preferenze a Banca Etica, e tutte le mie critiche a IntesaSanPaolo, Banca Prossima è un soggetto da valutare, e per questo spero vogliate darmi in tanti il vostro parere!

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Indispensabili – Petrolio e Politica

Posted by giannigirotto su 16 agosto 2014

PETROLIO-E-POLITICA-Continuamo a parlare di Energia, ed in particolare di Petrolio, con un altro libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“. Già vi ho inserito il libro “Trivelle d’italia” nel quale viene descritto come il nostro Belpaese sia meta agognata delle industrie del settore grazie alla bassissima tassazione applicata alle industrie del settore, nonostante i pesantissimi danni ambientali e sanitari derivanti, che pertanto ripaghiamo noi tutti tramite le fiscalità generale, le operazioni di bonifica (che in realtà devono ancora iniziare) e i tragici costi sanitari.

Con il presente libro “Petrolio e Politica“, risaliamo decisamente più a monte, alle origini di questa situazione, e cioè alle scelte dettata dalla politica degli ultimi 40 anni e più.

E’ infatti la politica, con la “p” volutamente minuscola, che ha consentito questo stato di cose, che si è accorta cioè, mezzo secolo fa, di quale afflusso finanziario si poteva ricavare dall’intrallazzo, sì ribadisco “intrallazzo”, con le società petrolifere.

Ecco allora nascere, svilupparsi e fiorire tutto un mercato di compravendita di favori, vuoi sotto forma di leggi compiacenti, di proroghe, di regimi fiscali agevolati, di “neutralizzazione” di indagini compromettenti, di riforme giudiziarie, di non voto da parte del Parlamento per portare i politici accusati davanti al tribunale, insomma di tutto ciò che poteva fornire “mazzette” di denaro da una parte per la politica, e agevolazioni per le industrie del settore dall’altra.

Il libro è molto lungo, molto dettagliato, ma la sostanza è questa che vi ho appena descritto, esposta nel riassunto che inserisco immediatamente qui di seguito. Ci vuole un’oretta per leggerlo, ma è tempo speso bene… Buona lettura.

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Petrolio e Politica

Il padre di tutti gli scandali raccontato dal magistrato che lo scoprì.

Mario Almerighi – Editori Riuniti – 2006
1- In seguito alla guerra del Kippur nel 1973 inizia un periodo di austerity petrolifera. In base ad alcune leggi del periodo fascista l’industria petrolifera e chimica possono essere sottoposte ad interventi da parte del Ministero dell’Industria: in particolare si possono sanzionare penalmente i titolari dei depositi che non mantengono scorte. A fine 1973 fioccano alcune denunce nel genovese per mancate forniture ad istituti sanitari e si scopre che il petroliere R. Garrone ha venduto una scorta di gasolio in Francia.

2- I mass-media italiani esaltano la “responsabile rassegnazione” degli italiani costretti ad affrontare l’inverno al freddo; ma l’Unità rivela invece uno scandalo sulle forniture da parte delle grandi aziende.

3- I petrolieri sostengono di non avere gasolio e il governo si prepara a disporre controlli. Da intercettazioni ambientali emergono però esportazioni di combustibile da parte delle aziende nazionali, che invece hanno i depositi pieni.

4- Si vedono petroliere nei pressi del porto di Genova. Comincia a montare lo scandalo.

5- La politica chiede ai petrolieri di rispettare gli obblighi di fornitura per i fabbisogni nazionali ma senza applicare sanzioni agli inadempienti. Emerge una lista di regali natalizi consegnati dai Garrone a personaggi influenti. Intanto i prezzi del combustibile salgono, a spese di famiglie ed imprese.

6- I petrolieri italiano continuano a vendere all’estero declinando le richieste interne. Dalle intercettazioni emergono evidenti manovre speculative che potranno dar luogo alla Procura la formulazione dell’accusa di aggiotaggio.

7- Ad inizio 1974 si attuano le prime perquisizioni presso l’azienda di Garrone. Emergono documenti che attestano ingenti trasferimenti di combustibile. Si ha la sensazione che anche i signori del petrolio possono essere accusati.

8- Garrone e soci, tramite i loro legali, cercano appoggi presso alcuni funzionari del Ministero della Giustizia e politici compiacenti. Si accampa come scusa la non competenza territoriale per cercar di togliere le indagini ad Alberighi, che riceve però anche molta solidarietà.

9- Altre intercettazioni ambientali rivelano le censure messe in atto dai redattori di testate genovesi per sminuire la portata dello scandalo, mentre altri giornali, sia italiani che stranieri, iniziano a prevedere un grande scandalo. L’opinione pubblica sembra parteggiare per Almerighi, ora che emergeva come i petrolieri trattenessero molto greggio nei depositi in attesa di rialzi dei prezzi, anziché distribuirlo ai richiedenti.

  1. a) Un docente di liceo riassume questi primi 9 capitoli ai suoi studenti, che poi fanno domande, alle quali il professore risponde. Emerge lo sdegno per l’arroganza e l’avidità dei petrolieri, convinti di poter dirigere il sistema a loro piacimento, grazie ai loro appoggi. Al tempo l’indagine è stata condotta da un pretore, figura giuridica non più esistente perché ritenuta dalla politica troppo indipendente e la cui soppressione ha provocato un forte distacco tra amministrazioni di giustizia e territorio. La disinformazione diffusa dai mass-media asserviti al potere economico non ha permesso all’opinione pubblica di poter impedire questa decisione.

10- In Pretura si percepisce la grandezza dello scandalo. Da documenti sequestrati alla ditta di Garrone emergono pagamenti ed inadempienze da parte delle imprese coinvolte nello scandalo.

11- Da altri documenti sequestrati emergono disegni di legge in favore alle attività dei petrolieri. Gli elementi emergenti fanno ipotizzare una serie di reati concatenati in modo tale da svelare un fitto intreccio di accordi nascosti fra politica e imprese. Tutto ciò inquieta il pretore Almerighi, che si fida però dei suoi colleghi, collaboratori e dell’allora Presidente della Camera, S. Pertini.

12- Servono altre prove; si lavora anche di notte per predisporre le autorizzazioni a nuove perquisizioni, stavolta a Roma; servono massima discrezione ed un appoggio logistico, che viene trovato.

13- Le perquisizioni a Roma fruttano il ritrovamento di importanti documenti, il cui valore viene taciuto alla stampa. Il procuratore a Roma sostiene l’indagine.

14- Un articolo dell’Espresso racconta come gli imprenditori del settore finanziano i politici. Lo stesso giornale descrive anche il ruolo di un personaggio chiave dell’industria petrolifera italiana, il cav. V. Cazzaniga (pres. UPI), e quello dell’ENI, di garante fra petrolieri e governo per quanto concerne i prezzi del greggio. Un altro pezzo pone l’accento sulla corruzione dilagante nelle varie sfere del potere costituito: politica, economia, burocrazia; Pertini, Presidente della Camera, si augura che lo Stato isoli al suo interno i disonesti. I partiti manifestano imbarazzo.

15- Si rafforza il personale che segue l’indagine. Almerighi però prima rischia il sequestro della documentazione oggetto d’indagine e poi viene convocato a Roma per accertamenti procedurali. Riceve anche una visita casalinga dai vigili urbani perché c’è chi teme che la sua sola presenza costituisca pericolo per gli inquilini del suo palazzo. Si rafforzano le misure di sicurezza per i documenti.

16- Emergono prove di un coinvolgimento dell’ENEL nel sistema delle tangenti.

17- Il cav. Vincenzo Cazzaniga ottine un prestito bancario col quale paga una grossa tangente all’ENEL. Buona parte della somma sarebbe sarebbe finita nelle casse dei partiti di governo, che dovevano affrontare anticipatamente una campagna elettorale. Sono coinvolti la banca Italcasse, l’AGIP e l’UPI. Le compagnie petrolifere avrebbero dovuto rimborsare quote della somma totale (1 mld. di lire) in proporzione al combustibile venduto negli ultimi 3 mesi del 1971 e nei primi 3 del 1972. Nell’operazione sono state emesse fatture false gestite da prestanomi. L’ENEL dal canto suo ottenne dai politici un rialzo del prezzo di vendita del combustibile a vantaggio dei petrolieri, ai quali sarebbe stato concesso di ingrandire o costruire altre centrali termoelettriche.

18- Le lettere dell’UPI confermano tutto: concessioni, ritocchi sui prezzi di combustibile più raffinato, campagna stampa pro centrali. Si elude, con apposita legge autorizzativa per nuovi impianti di raffinazione, la normativa anti inquinamento ad uso degli enti locali. L’opinione pubblica percepisce la situazione.

  1. b) Riprende il dibattito al liceo fra studenti ed insegnante. Qui si cambiano le norme su ambiente, salute e sicurezza pur di far realizzare nuovi impianti, mentre all’estero si verifica prima se ce n’è effettivo bisogno. Risultato: in Italia si raffina (e si inquina) anche per gli altri, usando risorse preziose che vengono sottratte all’agricoltura, in primis le falde acquifere, che non vengono tutelate. All’epoca dei fatti vigeva un sistema basato interamente sulla corruzione, incapace però di immaginare che un magistrato avrebbe potuto sconvolgerlo. Si è cercato quindi di fargli togliere il caso: ma la legge e la gran parte dei magistrati lavora nell’interesse del popolo. E’ il popolo però che deve vigilare su chi elegge, per non venirne sopraffatto.

19- Arrivano ulteriori segnali di solidarietà dall’opinione pubblica e di spirito di collaborazione dai colleghi. Si emette mandato di cattura per V. Cazzaniga, che però si rende latitante.

20- Almerighi e i suoi colleghi (Adriano Sansa e Carlo Brusco), tramite il Procuratore della Repubblica del Tribunale di Genova (Lucio Grisolia) incontrano l’on. Francesco Cattanei, presidente della commissione parlamentare inquirente, allo scopo di accertare le responsabilità dei politici apparentemente coinvolti nel sistema: le prospettive sembrano buone.

21- Cominciano le strumentalizzazioni verso il processo in corso. Si decide di chiedere un incontro col Presidente della Camera, Sandro Pertini, per legittimare istituzionalmente il lavoro del team. L’incontro si svolge in segreto. Pertini rimane molto turbato nel conoscere i fatti, ma promette pieno appoggio ai magistrati: posizione poi ribadita pubblicamente, al fine di far punire i responsabili senza per questo infangare anche i politici non coinvolti.

22- Non avendo grandi giacimenti di idrocarburi, l’Italia si è specializzata nella raffinazione, diventando la prima nazione al mondo per quantità. I petrolieri riuscivano, costruendo impianti più grandi di quanto dichiarato, a raffinare più greggio rispetto alle quantità ufficialmente palesate: con ciò si garantivano guadagni extra, a discapito di ambiente e salute pubblica.

23- Il petroliere R. Garrone, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, tenta di far ampliare i suoi impianti ma non ottiene le autorizzazioni; si offre così di pagare una tangente. Almerighi rintraccia assegni e documenti che l’aiutano a ricostruire la vicenda e ne dispone il sequestro presso la banca utilizzata per tali operazioni. I progetti di Garrone erano ostacolati anche dagli ambientalisti.

24- Emerge l’intercettazione d’un colloquio fra Garrone e personalità influenti, nella quale si combina un incontro per stabilire come superare l’avversione dell’opinione pubblica verso i nuovi impianti. Insospettito da nuove perquisizioni, Garrone abbandona parte del progetto.

25- Un’industria siciliana, la ISAB, si rende disponibile a pagare una tangente pur di realizzare una raffineria in Sicilia. Il progetto presenta vari ostacoli, per questo l’impresa si accorda col gruppo Garrone e un’altra azienda, l’IFI, al fine di versare una somma più alta ai politici locali: così la concessione arriva, disattendendo i piani regolatori locali.

26- Un gruppo di tecnici esperti però prevede un impatto ambientale devastante per la raffineria, che sarebbe sorta vicino ad altri impianti industriali inquinanti: perciò la Regione Sicilia decide di rivedere la concessione. Un assessore reg. riuscì però a far rovesciare la situazione tramite la promessa di molti posti di lavoro, poi in buona parte disattesa.

  1. c) Il professore seguita nel riassumere i capitoli del libro ai suoi studenti. Qualcuno si chiede se non vi siano preconcetti da parte dei magistrati verso i petrolieri: l’insegnante pone l’attenzione sulla propaganda disinformativa da essi divulgata. Segue un breve dibattito sulle fonti alternative alle fossili, nel quale si evidenziano i limiti dell’atomo e le potenzialità delle rinnovabili, finora poco sviluppate per tutelare proprio i petrolieri. Sembra che in queste vicende non fosse coinvolta la mafia. Non si spiegano, alcuni studenti, perché alcuni avvocati volessero screditare le indagini, ipotizzando fini persecutori. Il docente spiega che c’è chi, per propri fini, vorrebbe tornare ai tempi in cui la magistratura era soggetta alla volontà della politica. L’attuale indipendenza testimonia invece il raggiungimento di un altissimo grado di civiltà, che andrebbe esportato. La magistratura è comunque dotata di organi di controllo interni, che funzionano meglio se c’è una maggiore consapevolezza da parte delle istituzioni sull’importanza dell’autonomia di questo settore.

27- La guerra del Kippur comportò la chiusura del canale di Suez. Il governo sovvenzionò i petrolieri costretti a far circumnavigare l’Africa alle petroliere. Le aziende però, grazie alle tangenti, si fanno finanziare anche i trasporti dai paesi mediterranei e addirittura riescono a far approvare una proroga fiscale, oltre alla citata condizione d’emergenza, che la politica giustifica con l’erogazione di fondi per il terremoto del Belice del 1968. I petrolieri tardano però nel versare il pattuito: per questo il governo ritira il decreto di proroga. Ma con l’intermediazione di Cazzaniga la situazione si sblocca, a  danno dei contribuenti italiani.

28- L’UPI propose ed ottenne dai partiti di governo, nel 1968, la dilazione del pagamento delle imposte di fabbricazione e generale sulle entrate. Le proroghe furono ottenute mediante tangenti che però le aziende pagavano in ritardo: per questo i politici concessero proroghe brevi nel corso del 1971. L’intermediario Cazzaniga riuscì ad ottenere un prestito col quale pagò i partiti che corressero i tempi di dilazione dei decreti. Tali manovre fecero intascare, dal 1968 al 1972, 8 miliardi ai partiti di governo e ne fecero intascare 160 ai petrolieri.

29- Nel 1971 il governo riduce altre imposte ai petrolieri, scaricando le differenze di entrata sull’erario. Il solito cazzaniga sollecitò le aziende a versare le tangenti nei tempi stabiliti al fine di ottenere le proroghe fiscali richieste. Tra il 1971 e il 1972 si successero 3 governi, tutti concedenti proroghe a suon di tangenti. Il segretario di Cazzaniga, Carlo Cittadini, redisse nel 1972  un promemoria (poi utilizzato dai magistrati) per quantificare i vantaggi ottenuti dalle aziende in base al pagamento delle quote di tangenti, pagate in proporzione alle situazioni debitorie e ai vantaggi ottenuti dalle singole imprese. I versamenti venivano effettuati sempre tramite la banca Italcasse di Roma. Ma i dati delle prime tabelle vengono contestati dai petrolieri, così si rifanno i calcoli. Ci vogliono alcuni mesi ma alla fine si giunge ad un accordo.

30- Le pratiche, negli uffici delle aziende, riportano definizioni giustificative per le tangenti: oneri, defiscalizzazioni… Si riporta un episodio singolare sull’azienda Garrone, che nel 1972 chiede un rimborso ad un suo partner commerciale perché dai calcoli risulterebbe aver pagato per far defiscalizzare una certa quantità di prodotto che in realtà era detenuto in parte da altri.

31- I politici emanavano le leggi richieste dai petrolieri solo dietro pagamento. Era addirittura una finanziaria dell’ENI (quindi pubblica), la SOFID, ad anticipare le tangenti dei petrolieri, presso un conto della Italcasse. Il funzionamento del meccanismo è stato confermato durante gli interrogatori agli amministratori coinvolti, che spesso dichiaravano d’aver creduto che quei soldi finanziassero altro (es. pubblicità).

32- Per i partiti è più facile giustificare uscite non ufficiali rispetto alle aziende. Gli amministratori italiani della Esso hanno ritoccato spesso le scritture contabili, venendo anche richiamati qualora le spese non risultassero giustificabili; l’importante però alla fine era che i conti, in qualche modo, quadrassero.

33- Fine giugno 1972: Cazzaniga deve restituire alla SOFID il prestito per le tangenti e far prorogare la defiscalizzazione vigente. Nonostante un cambio di governo il provvedimento auspicato viene approvato, però di soli 3 mesi anziché 6. Questo per opera dello stesso Cazzaniga, che voleva così costringere i petrolieri a versare i rimborsi dovuti, poiché erano in ritardo sui tempi pattuiti. Le compagnie, in  particolare la Esso Italia, contestano i metodi di Cazzaniga, ma alla fine la proroga semestrale viene accordata. Cazzaniga viene ancora contestato dalla Esso: l’effetto è che la proroga già concordata non viene convertita in legge. La maggioranza alla fine, pur di non perdere il resto delle tangenti, riesce a superare le resistenze dell’opposizione e a far approvare l’intera proroga.

34- Si profilano 2 fazioni fra i petrolieri: una vorrebbe trattare direttamente coi ministri competenti, l’altra attraverso un’intermediazione Partitica. La disponibilità dei ministri fece prevalere la prima opzione, che portò risultati: un’ulteriore proroga di un anno sulla defiscalizzazione, più una sanatoria di un mese sulla copertura dei deficit contributivi. Le opposizioni danno battaglia ma le pressioni dei petrolieri (minacce sulle forniture) alla fine prevalgono. Cazzaniga viene destituito dal suo incarico all’UPI.

35- I petrolieri, sempre tramite Cazzaniga, si lamentano del mancato aumento dei prezzi finali e minacciano forniture insufficienti per il successivo inverno. Il ministro De Mita minaccia di nazionalizzare il settore: le industrie forniscono dati ridotti sulle effettive produzioni, così il governo, truffato, cede. Ma questo darà inizio all’indagine…

36- Le intercettazioni dimostrano le forniture al governo di dati falsi sulle reali quantità di combustibile nei depositi dell’azienda Garrrone. Cominciano a scarseggiare le forniture e i politici, ingannati, concedono gli aumenti… ma nel frattempo scattano le indagini.

37- L’autore si chiese se la stessa democrazia italiana sia legittimata. Dai documenti emerge insoddisfazione delle parti sui metodi di Cazzaniga; si studiano nuove strategie per il raggiungimento degli obiettivi. Le compagnie petrolifere stendono un programma vantaggioso per la loro posizione, senza l’intermediazione dell’UPI, come avvenuto finora, e dei partiti, rapportandosi cioè direttamente coi ministri competenti.

38- Impiegati e contabili delle aziende, nonché funzionari dei ministeri, durante gli interrogatori minimizzano i loro ruoli sulle vicende oggetto di inchiesta.

  1. d) Il prof. Rossi prosegue nel riassunto del libro ai suoi studenti. Emerge sdegno per la compravendita di leggi: purtroppo chi detiene le fonti energetiche è rivestito di troppo potere e chi vi si oppone, come E. Mattei, o S. Allende, spesso ne fa le spese. L’ENI di Mattei cercava accordi diretti coi paesi produttori, senza ricorrere alla mediazione delle multinazionali, con le quali l’Ente si alleò solo dopo la morte del finanziere. Anche queste compagnie pagavano tangenti al governo, solo non sopportavano che qualche intermediario ci facesse la cresta. Per sfuggire ai controlli della magistratura, la politica è ricorsa ad ogni mezzo possibile che le consentisse di ostacolare i magistrati: trasferimenti, modifiche alle leggi sulle procedure, riforme giudiziarie.

39- Almerighi spedisce gli atti processuali al presidente della Camera, S. Pertini, che li invierà poi all’apposita commissione d’inchiesta, e alle procure di Genova e Roma; intanto scattano gli arresti per i collaboratori di Cazzaniga. Scoppia una crisi di governo e alcuni giornalisti paventano abusi di potere da parte della magistratura.

40- L’inchiesta viene divisa in 3 settori: corruzione relativa al fisco, tangenti ENEL, aggiotaggio. Per la vicenda ENEL figurano 42 imputati e si distinguono 5 ministri. Il processo per corruzione viene affidato alla Commissione, che però la riaffida alla giustizia ordinaria dopo mesi di inattività, di fatto favorendo la prescrizione dei reati, nonostante l’emersione di elementi che fanno allargare ulteriormente le indagini. Passano 4 anni, dopo i quali cadono anche le accuse ad alcuni dei ministri coinvolti.

41- La Esso Italia usava nomi fittizzi per indicare le persone influenti con cui trattava. Il pretore si chiede quale esempio le istituzioni diano ai giovani.

42- Intanto negli U.S.A. emergono vari episodi di corruzione attuati dalle aziende statunitensi, sia in patria che in vari altri Paesi, tra cui l’Italia. I senatori che conducono l’inchiesta, preoccupati dai buoni risultati ottenuti dal PCI alle ultime elezioni, pretendono ed ottengono chiarezza da parte della Exxon (Esso) sulle elargizioni ai politici italiani.

43- La Commissione d’indagine tenta di archiviare i procedimenti verso 4 dei 6 ministri indagati, ma i membri dell’opposizione interna insorgono, chiedendo a più riprese di mantenere aperte le istruttorie. Il dibattito si trascina per un anno e mezzo, fino alle elezioni di giugno 1975. Ad autunno riprende il dibattito, con l’emersione di nuovi capi di imputazione per i ministri che la maggioranza aveva cercato di salvare. Si punta allora all’accusa contro “funzionari ignoti”, che di fatto sancisce la definitiva archiviazione, dopo altri mesi di dibattito.

44- Il ministro Valsecchi, al processo, giustifica le proroghe trimestrali del 1973 come atti prudenziali per non influire eccessivamente sui prezzi al consumo. Il ministro Ferri minimizza la portata delle concessioni produttive fatte ai petrolieri nel corso del suo mandato. Vengono archiviate anche le posizioni dei ministri Ferrari-Aggradi e G. Boschi, firmatari delle proroghe fiscali del 1969 e 1970. L. Preti fu autore dei provvedimenti inerenti la defiscalizzazione, per la quale fu corrisposta da parte dei petrolieri la tangente del 5% proporzionata ai vantaggi economici derivati; fu anche l’autore della legge che permise di promulgare le proroghe fiscali dal 1968 al 1973. Fu comunque nel 1972 che i vari ministri concessero i maggiori vantaggi alle imprese petrolifere. Coinvolto ma alla fine prescritto anche G. Andreotti.

45- Cazzaniga sostiene di aver operato nell’interesse del settore petrolifero, trascinatore dell’economia, e smentisce alcune affermazioni del suo segretario, C. Cittadini. Il successore di Cazzaniga all’UPI, D. Albonetti, parla di accordi separati ma non illegali con politici ed esibisce un’attestazione a suo favore da parte della sua azienda, la Total Italia. A. Sala, dirigente della Esso Italia, nega le tangenti: giustifica la tabella coi nomi in codice come una misura cautelativa a protezione dei dati in oggetto d’analisi.

46- C. Cittadini è uno dei pochi a finire in carcere. Non potendo negare il suo coinvolgimento, insiste nel ribadire il suo ruolo di semplice tramite tra Cazzaniga e l’on. Micheli, nonché di funzionario nell’azienda in cui lavorava. Cittadini comunque conferma e descrive le modalità di pagamento delle tangenti. A. Pileri, funzionario AGIP, nega invece ogni coinvolgimento suo e dell’azienda, anche di fronte all’evidenza.

47- R. Garrone ammette i contributi ai partiti, giustificandoli, come contributi alla democrazia. Dice di non ricordare determinati dettagli, per lui poco importanti. Garrone risponde anche sui finanziamenti ad alcuni giornali legati alla DC, concessi per rispondere ad una cattiva campagna stampa, e nega relazioni tra questa somma e la costruzione di una nuova raffineria. G. Arcidiacono, funzionario dell’azienda Garrone, accusa Cittadini di essersi inventato impegni mai stipulati di pagamento ai partiti, descritti quasi come enti benefici; alcune intercettazioni telefoniche però lo smentiscono. Nelle memorie processuali si ricorda come gli amministratori dei partiti avessero approfittato della crisi del canale di Suez per pretendere fondi dalle aziende.

48- I giudici interrogano N. M. Bain, rappresentante Shell Italia. Bain acconsentì a finanziare i partiti, concordando un’elargizione conforme a quanto versato da altri; esclude particolari favoritismi per l’azienda. Per G. Scarito, della BP Italia, era necessario pagare per sostenere il sistema politico economico della democrazia italiana. N. Pignatelli, della Gulf Italia, sostiene che le tangenti servono anche a garantire i lavoratori. Anche altri dirigenti sostengono di aver pagato nell’interesse generale del Paese (Italia). G. Svoboda, della TWF Italia, una controllata della tedesca Gesenberg, sostiene d’aver pagato per seguire la prassi italiana: va in crisi però quando gli si dimostra che era a conoscenza delle vere ragioni dei pagamenti. Nelle memorie processuali si fa cenno alla coercizione vessatoria subita dalle aziende operanti nel nostro Paese.

49- L’on. F. Micheli si difende al processo dichiarando che quanto ha fatto è stato nell’interesse dei giornali di partito, strumento di democrazia; la difesa risulta comunque abbastanza impacciata. Ai dirigenti di PSI e PSDI non importava troppo da dove arrivassero i soldi e declinavano varie responsabilità di loro competenza. U. La Malfa del PRI ammette invece le proprie responsabilità.

50- Nel gennaio 1979 la commissione inquirente redige le proprie conclusioni. E’ stato accertato come la vicenda che ha interessato il canale di Suez abbia favorito in Italia, dal 1967 al 1973, la costituzione di un sistema di accordi fra politici e petrolieri che ha notevolmente favorito i secondi sotto l’aspetto economico, grazie a provvedimenti legislativi emanati ad hoc. L’utilizzo di codici segreti per rendicontare determinate operazioni testimonia il carattere illecito di determinate azioni politiche, che hanno arbitrariamente favorito precisi interessi a discapito del bene comune. Ci si chiede quindi se gli stessi organismi politici che stanno conducendo il processo siano effettivamente legittimati a condurlo. Si chiede pertanto di archiviare le posizioni di alcuni ministri coinvolti e di ricondurre alla giustizia ordinaria i reati stabiliti in concorso coi petrolieri. La maggioranza della commissione contesta le posizioni di coinvolgimento o di esclusione di determinati ministri, dichiara che i provvedimenti legislativi sono stati varati in conformità alle norme CEE e contesta la consistenza delle prove a carico dei suddetti ministri, sostenendo l’assenza di relazioni fra vari versamenti definiti illeciti e le attività dei ministri maggiormente accusati. Il Parlamento deliberò a loro favore e il processo tornò ai giudici di Roma.

51- Cazzaniga aveva beneficiato, nonostante la latitanza, della revoca di ogni provvedimento restrittivo durante l’operato della commissione. Ma il sostituto procuratore di Roma, E. De Nicola, gli commutò l’accusa di corruzione (già insabbiata dalla commissione) in quelle di appropriazione indebita e falso in bilancio, riuscendo così a tradurlo in carcere, dove però rimase pochissimo.

52- La giustizia U.S.A. rinunciò ad avvalersi contro Cazzaniga a causa dei tempi lunghi della giustizia italiana. Uscì un lungo articolo sul Wall Street Journal, secondo il quale le compagnie petrolifere statunitensi erogarono dei versamenti in conformità alle leggi dei governi degli Stati dove operavano. In Italia in particolare la DC aveva bisogno di molti fondi per contrastare il forte PCI. Viene illustrato come la commissione abbia stabilito che dei politici locali abbiano messo in piedi un sistema di estorsione per le imprese petrolifere, e che ora la stessa politica stia operando per insabbiare lo scandalo.

53- Sulla vicenda, il giornalista Enzo Biagi scrive al neo Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, per denunciare un sistema che manda in galera i funzionari e salva dei politici corrotti e indegni di rappresentare le Istituzioni.

54- Dai documenti sequestrati emergono quietanze di pagamento ai segretari amministrativi dei partiti ma non ai ministri… il Parlamento approva quindi l’archiviazione per questi ultimi. Sempre al Parlamento spetterebbe anche concedere l’autorizzazione a procedere nei confronti degli amministratori dei partiti, dato che sono tutti parlamentari. I giudici ordinari inviano le richieste, che in qualche modo o si arenano o vengono respinte. La maggioranza parla di fumus persecutionis, mentre la minoranza sostiene che la posizione di parlamentare non solo non esula dal commettere reati ma può invece costituire un’aggravante se le accuse vengono accertate. A presiedere la votazione c’è addirittura uno dei ministri inquisiti. Vengono respinte 2 richieste ma una viene concessa.

55- Nell’estate 1979 viene sostituito il Procuratore della Repubblica a Roma. Il processo si concentra sugli imputati che non siedono in Parlamento. Alla fine sono molti i prescritti e pochi i rinvii a giudizio. Le intercettazioni furono considerate scarsamente probanti in merito alle accuse di aggiotaggio. L’aumento dei prezzi del carburante venne imputato non all’operato delle aziende ma alla scarsità di greggio sul mercato internazionale.

56- Ci furono solo un paio di condanne, poi sospese. I tempi lunghi del processo (9 anni) e 2 amnistie hanno prodotto questo risultato. Assoluzioni per falso in bilancio perché il fatto non sussiste; lo stesso per i reati di corruzione e peculato. Nel 1985, in appello, anche i 2 condannati in 1° grado vengono assolti. Nel 1986 il tribunale di Siracusa, competente per alcuni reati inerenti alla vicenda, emette alcune condanne, poi annullate ai successivi gradi di giudizio nel 1988 e nel 1990. Garrone addirittura si candidò alle elezioni del 1992, negando ogni coinvolgimento nelle tangenti. Al solito, i potenti non sono stati toccati dalla giustizia.

57- Nel 1974 venne promulgata una nuova legge sul finanziamento ai partiti, che prevedeva una maggiore trasparenza gestionale. Si rifiutò l’idea, dettata tempo prima da don L. Sturzo, di conferire personalità giuridica ai partiti (poiché avrebbe conferito loro maggiori responsabilità di fronte alla Legge) ma anche la soluzione di addebitarne le spese alle Camere (troppi oneri procedurali); in realtà essa comportò maggiori introiti ai soggetti interessati. Neppure le successive leggi del 1981 e 1982 regolarizzarono i partiti sotto il profilo giuridico; alcuni politici in seguito cambiarono posizione ma ugualmente non si fece nulla. Passi in avanti si fanno con altre leggi nel 1993 e 1995 ma ancora non basta. Nel 1996 viene ripresa un’altra proposta del 1993 che mirava a depenalizzare il reato di finanziamento illecito ai partiti, che però si blocca e nel 1999 viene bocciata. Nel frattempo (1997) si affida la verifica dei bilanci ad un’apposita commissione bicamerale. Nel 2002 un passo avanti: la nuova legge prevederebbe scritture contabili (di fatto, un riconoscimento giuridico) sottoposte però ad apposita commissione parlamentare e con sanzioni solo pecuniarie; anche questo progetto verrà abbandonato.

58- Chiuse le indagini (1974) la politica prese contromisure. Fu smantellato il nucleo genovese di polizia tributaria. Fu limitata progressivamente la facoltà operativa dei pretori, fino a farli scomparire dall’ordinamento giuridico. In seguito, l’inchiesta Mani Pulite provocherà tali danni al sistema da provocare, da parte dello stesso, reazioni massive. Si cercherà di delegittimare i giudici, anche con l’insulto, oltre a limitarne sempre più l’operatività, in particolar modo depenalizzando il falso in bilancio, misura essenziale per garantire uno status di illegalità ed impunità.

  1. e) Il prof. Rossi finisce di riassumere il libro. Gli studenti hanno l’amara impressione che le cose peggiorino, specie dopo Tangentopoli. Il docente risponde che la magistratura può solo mostrare ma non curare i mali della società: a questo dovrebbe pensare la politica, la quale riflette però la mentalità di una popolazione: ed è proprio la mentalità a dover cambiare se si vogliono migliorare le cose. La cultura è un punto di partenza, serve poi che il cittadino si attivi per esercitare il suo potere di sorveglianza sulle istituzioni, in primis col voto.

59- La vicenda rivelò il caos imperante nelle nostre istituzioni. Il PSI nel 1986 redasse un documento interno nel quale si auspicava una rigenerazione da dentro… ma ciò non avvenne. Il pericolo per la democrazia viene più che altro dalla pressione esercitata sulla stessa dal sistema economico: è lì, sulle lobbies, che bisogna vigilare.

60- Ultimo garante della legalità, Sandro Pertini. In un’intervista auspica che l’inchiesta proceda col massimo rigore anche in Parlamento; difende i magistrati e rifiuta i compromessi: predica e pratica sobrietà. I giudici possono fare ben poco se non vige la cultura della legalità.
 

Riassunto a Cura di Loris Donazzon, che ringrazio sentitamente.
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Indispensabili – Trafficanti (di morte) – Cap 6) LA VIA DEL MARE

Posted by giannigirotto su 16 aprile 2014

Proseguiamo con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“, libro che tratta in particolare dei traffici di sostanze inquinanti, con particolare riguardo chiaramente a quelli che avvengono, in entrate ed in uscita, in Italia.

E’ un libro durissimo, che definire indigesto è un eufemismo. Un libro che mette a nudo una piccolissima parte delle più sporche ma sopratutto mortali porcherie che da decenni vedono piccole e grandi imprese infrangere la legge e smaltire illecitamente rifiuti pericolosissimi semplicemente sversandoli nel territorio, interrandoli, ammassandoli l’uno sopra l’altro, caricandoli su navi che poi vengono affondate, e in mille altri modi ugualmente deleteri.

In questi estratti troverete date, nomi, luoghi, cifre, fatene l’uso che riterrete più opportuno, ma per favore, non voltatevi dall’altra parte, ne va del futuro dei nostri figli.
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Cap. 6 – La Via del mare

Cetraro, il caso è chiuso?

Cetraro è prima di tutto un ventre di pescatori, eterni allievi del mare, umili ad ogni istanza sentenziata dal profondo degli abissi. Ma purtroppo,Cetraro, è anche teatro di sfogo di clan di ‘ndrangheta, i Muto. Questo suddetto tumore, nato dall’arresto dell’istinto con le manette del paraocchi, con discrezione, ha da sempre tiranneggiato sull’economia della città, ad iniziare dalla pesca. Il suo raggio d’azione raggiunse la Campania ed i quartieri ricchi di Roma. A Cosenza la mafia è più discreta che mai: evita gli omicidi, preferisce le stanze anonime, dove si anestizza il rumore. Nonostante ciò, mantiene salda la corona di Pisistrato nella Atene della pesca, l’autentica base del consenso popolare. Ma l’infelicità a Cetraro filtrava anche per altre vie: nel 2005 si propagò la novella di navi affondate in seguito al caricamento di rifiuti radioattivi (tre navi per l’esattezza, al largo della costa nord della Calabria). Ne parlò tramite l’”Espresso” un collaboratore di giustizia, tale Francesco Fonti, che nel 1994 aiutò a ricostruire una parte della storia criminale della ‘ndrangheta, raccontando soprattutto i riti di affiliazione e il traffico di droga e armi. Esauritosi il clamore iniziale questa storia si decompose lentamente, logorata dai vermi di un mutismo consapevole. Nel 2008 la svolta; al racconto di Francesco Fonti si aggiunse la conferma arrivata da un anonimo collaboratore, tutelato ancor oggi dal segreto investigativo. Il collaboratore in causa è da rintracciarsi in un pescatore o in un gruppo di pescatori. La fonte collaborativa, non solo confermò la presenza di un relitto sconosciuto sul fondo del mare, dove le reti esasperate non trovano mai soddisfazione, ma delineò persino le coordinate esatte del relitto, segnate sul Gps dei pescatori per evitare di smarrire le reti medesime. La prima verifica in merito a quelle coordinate venne eseguita scartabellando i registri navali e con la Marina militare. Ma non si arrivò a delineare le corrispondenze di alcun relitto noto. Il mare di fronte a Cetraro è una distesa di carogne, un vero e proprio cimitero marittimo. Cimitero figlio degli scontri tra le marine europee, concepito al tramonto delle due guerre mondiale. I relitti sepolti in questa distesa marittima furono catalogati in un elenco curato dalla Marina. In tale elenco non presenziavano le coordinate espresse dalla fonte confidenziale, di conseguenza, la pista si rivelava vergine e affascinante nella sua purezza. A questo punto giganteggiava l’occorrenza di verificare se a quelle coordinate collimasse effettivamente il relitto in questione. Ma la Marina militare, data l’indisponibilità delle navi, non inviò aiuto alcuno alla procura calabrese. Inutile fu altresì, ogni contatto con il governo, con la protezione civile, e con il ministero dell’Ambiente (con a capo il ministro Stefania Prestigiacomo). Nessuno voleva o poteva andare a verificare la presenza del relitto. Il 12 dicembre del 2008 la nave Universitatis focalizzò un target preciso. Sugli schermi dei sonar apparve un’ombra in tutto e per tutto compatibile con lo scafo di un relitto, proprio nel punto indicato dai pescatori, nella profondità di circa 500 metri ad 11 miglia nautiche di distanza dalla costa, come raccontò Francesco Fonti. Ora la verifica era un imperativo assoluto. Quello che non poteva fare la Marina militare italiana, considerata una delle migliori del Mediterraneo, lo fece la regione più povera dell’Italia, con l’assessore regionale all’ambiente Silvio Greco. Il 12 settembre 2009 la nave Copernaut Franca localizzò il relitto a largo di Cetraro, riuscendo a filmare il suddetto per 40 minuti. Il 27 ottobre il governo inviò sul posto la nave oceanografica Mare Oceano. Furono sufficienti poche ore per adagiare un pesante lucchetto sul caso. Quando il robot sottomarino filmò la prua con le lettere C e T, gli ufficiali della Marina in pochi minuti arrivarono al nome del Catania, il piroscafo affondato da un U-Boot tedesco nel 1917. Uno scafo vuoto;nessun bidone;niente plutonio; nessuna nave Cunski, ossia il mercantile che Fonti sosteneva aver affondato in quelle acque. “Il caso è chiuso”, annunciò poco dopo il governo, ponendo una pietra tombale sulla storia del relitto di Cetraro. Il caso venne archiviato nonostante le prove che attestavano la presenza di quantità, seppur modeste di cesio 137, un isotopo radioattivo del metallo alcalino cesio che si forma come un sottoprodotto della fissione nucleare dell’uranio, specialmente nel reattore nucleare a fissione. Se ciò non ha destato la minima preoccupazione tra gli archivianti della pratica, invito quest’ ultimi ad utilizzare il cesio al posto del sale, magari scopriranno sapori nuovi, i quali a contatto col palato saranno fonte di orgasmi intensi. P.S. La vostra tranquillità antecedente ad ogni cosa. Non intendo, infatti, rivendicare il brevetto di eventuali ricette.

La lista dei sospetti e la nave “Rigel”

Una nave non sparisce, questo banale assioma lo conosce chiunque abbia a che fare con la marineria. Della nave, qualunque sia il suo destino, resta sempre una traccia, sintetizzata in gradi, primi e centesimi, le coordinate. Da questo dogma inconfutabile partì l’indagine di Natale De Grazia, un capitano di corvetta della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria. In ogni porto del mondo, al netto di ogni marginalità, si annotano tre dati per ogni nave: il numero di matricola (in gergo Imo), il porto di partenza e la destinazione finale. Decollando dalla ricerca di questi dati, relativi ai relitti affondati, nel 1994, De Grazia iniziò ad occuparsi delle navi a perdere. De Grazia stilò una lista di ventitrè navi, sparite nel Mediterraneo tra il 1979 e il 1994, con mare calmo, senza vittime e senza motivi apparenti. La sua indagine si arrestò, tuttavia, nei pressi dell’autostrada che da Reggio Calabria lo avrebbe portato a La Spezia, alle ore 00.50 del 13 dicembre 1995, come riporta la scheda Istat compilata per la sua morte. Aveva 38 anni, nessuna malattia conosciuta, uno stato di salute considerato perfetto dai medici della Marina che lo avevano visitato poco prima. La dottoressa che effettuò l’autopsia, Simona Del Vecchio, non ebbe dubbi: si trattava di morte naturale. C’è una terribile assonanza tra la sua fine, sotto la pioggia torrenziale al termine di una galleria dalle parti di Nocera Inferiore, e quella delle navi della sua lista. Morte naturale, semplice affondamento. Le carte ufficiali hanno chiuso il caso De Grazia per sempre. Qualche giorno prima del decesso, De Grazia confidò a Nicola Maria Pace, all’epoca pm di Matera, di essere in fase di ultimazione nella realizzazione di una relazione che avrebbe chiarito l’affondamento di una nave, denominata Rigel. Secondo De Grazia, dietro all’affondamento, avvenuto otto anni prima, davanti a Capo Spartivento, nello ionico calabrese, si celava il nome, appunto, della Rigel. De Grazia scelse di concentrarsi sulla Rigel, che apparteneva alla lista delle 23 navi, in quanto nutriva il sospetto, che in essa vi fosse nascosto un carico di scorie radioattive. A supportare la fondatezza di tale ipotesi, vi fu la testimonianza, rilasciata il 13 maggio 1995, da quel Pinocchio che speculò a lungo di Noè, dell’ingegner Luigi Baffigi della Mannesmann e di personaggi di rilievo della città del Golfo dei Poeti. Pinocchio sosteneva che la nave affondata a Capo Spartivento, di una portata di 4-6000 tonnellate, caricata con materiale radioattivo (uranio additivato), altri rifiuti e materiale vario, provenisse dalla Grecia. Oltre a quella di Francesco Fonti, questa è fino ad oggi l’unica testimonianza sulle navi a perdere.

Ma c’era di più. Anteriore di poco alla rivelazione di Pinocchio, fu una perquisizione, eseguita da De Grazia, dai carabinieri di Reggio Calabria e dal corpo Forestale dello Stato, a casa di Giorgio Comerio, l’imprenditore dell’Odm, il quale ardeva dalla brama di affondare le scorie nucleari nei fondali marini. Gli investigatori trovarono in un’agenda del 1987 un appunto importantissimo. Nella pagina del 21 settembre, data di affondamento della Rigel, vi era una postilla in inglese:”Lost the ship”, ovvero “persa la nave”. E quel giorno del 1987 solo la Rigel affondò. Il giudice istruttore di La Spezia nell’ordinanza del 20 novembre 1992 ricostruì nei dettagli l’organizzazione occultata dalla tenda fradicia di quel naufragio doloso. Al centro dell’organizzazione vi era Gennaro Fuiano, che nel 1995 fu coinvolto in un’altra truffa colossale, per un importo superiore ai mille miliardi di lire.

Il gran colpo del 21 settembre 1987, si erigeva su fondamenta basilari: si cercavano società in odore di fallimento, disposte a qualsiasi operazione pur di salvare i conti; si organizzava un carico solo fittiziamente di valore, riempendo container e stive con merce scadente, senza nessuna possibilità di trovare un mercato; si sceglieva un armatore senza scrupoli che sacrificasse alla causa un mercantile vecchio; infine, ai controlli della dogana ci avrebbe pensato Fuiano, chiudendo e talvolta,imponendo la chiusura,ad entrambi gli occhi.

Grazie ad alcune intercettazioni (in particolare a quella fra Luigi Divano e Vito Bellacosa) la magistratura arrestò quella compagnia di truffatori, broker marittimi e imprenditori in cattive acque, con l’accusa di aver truffato diverse compagnie di assicurazione, tra le quali i Lloyd’s di Londra. Finirono indagati e poi processati: l’acquirente compiacente della merce, il libanese Akef Anis Khoury, ancora oggi attivo; il già citato funzionario delle dogane Gennaro Fuiano; l’armatore della Rigel, il greco Georgios Papanicolau; un avvocato marittimista di Genova e alcuni mediatori marittimi, oltre ai caricatori, considerati dei complici. Ma c’è ancora oggi qualcosa che non torna. Alcuni investigatori raccontano un’altra storia, con un finale decisamente nuovo. Una fonte riservata chiamò dalla Grecia spiegando che un tale Jannis era in contatto con qualcuno che onorò la Rigel della sua presenza. Inoltre, tale fonte, descrisse nei dettagli il carico della nave ufficialmente affondata, ma soprattutto sostenne che la nave non fosse affondata. Jannis dietro un compenso di 20 mila dollari, rivelò il nome del porto dove la Rigel sarebbe stata ancorata, lo scalo libanese di Selaata, ad una cinquantina di chilometri a nord di Beirut. Dall’Italia,a quel punto, partì un gruppo di investigatori privati, segugi allenati a fiutare le tracce delle navi. La prima tappa fu Cipro, negli uffici a Limassol di un libanese che risultava l’acquirente della merce caricata sulla Rigel a Marina di Carrara, il già citato Akef Khoury. Le poche informazioni che uscirono dagli uffici di Limassol si dimostrarono confuse ed inconsuete. I documenti relativi al viaggio non arrivarono mai e l’unica notizia, alla quale si pervenne era legata all’affondamento. Nulla di più. E, naturalmente, nessuna notizia su quell’ipotetico sbarco della Rigel in Libano, nel porto privato di Selaata. Il racconto germogliato dal greco Jannis, in realtà, appariva più che logico. Ma vi era un’altra incredibile coincidenza, che rese la vicenda ancor più intricata. Proprio il 21 settembre, data dell’affondamento della Rigel, un’altra nave partita dall’Italia, la cecoslovacca Radhost sbarcava a Beirut, carica di oltre diecimila tonnellate di rifiuti tossici. Tali rifiuti erano rampolli di resti delle industrie chimiche lombarde, pronti ad essere adottati dai contadini di Beirut, e adibiti alla veste di fertilizzanti;mentre i fusti, svuotati e ridipinti velocemente, vennero utilizzati per conservare le olive sotto salamoia. Quei rifiuti tornarono poi nel gennaio del 1989 in Italia con il mercantile Ro-Ro Jolly Rosso, ribattezzata poco dopo “la nave dei veleni”.

Quando arrivò il rapporto dei caricatori sull’affondamento della Rigel, gli investigatori si precipitarono a setacciare gli uffici delle imprese coinvolte. Le aziende che noleggiarono la Rigel furono una ventina, tutte concentrate tra l’alta Toscana e la Liguria. La Rigel è solo un elemento della lista delle ventitré navi sospette, elencate nell’inchiesta del capitano Natale De Grazia, di vicende simili ce ne sarebbero ancora molte da affrontare. Nonostante ciò per gli organi ufficiali dello Stato italiano, le peripezie narrate dal sottoscritto appena al di sopra del vostro sguardo, furono solo delle banalissime fantasie inverosimili. Un caso chiuso, spiegò il ministro Prestigiacomo in seguito all’operazione di Cetraro. Non sia mai che si accenda un dilemma, una luce, su fatti tenuti volontariamente in latenza, sarebbe un affronto troppo meschino nei confronti di chi non ha paura di dormire al buio, semplicemente, perché è esso stesso parte integrante del buio.

Nome in codice Enrico

Enrico è un nome in codice di una fonte molto autorevole, un investigatore esperto che lavora per il governo italiano. Tale investigatore possiede una lista di 90 navi sospette, ma sa che quell’elenco non può essere divulgato, perché certi segreti devono rimanere in fondo al mare. O chiusi nel cassetto di un ministero. Anche in questo caso, il ministro Prestigiacomo, attraverso un portavoce negò l’esistenza della lista. In realtà la lista esiste eccome. Tale affermazione sarà presto argomentata. Il lavoro realizzato da Natale De Grazia e dal consulente della Procura di Reggio Calabria Anghilà è negli atti delle commissioni parlamentari. L’elenco di ventitré relitti sospetti nacque da un lavoro rigoroso sui registri navali e sui records dei Lloyd’s di Londra, i quali, da sempre, segnano con cura ogni minimo spostamento delle navi. Quel lavoro venne ripreso da un reparto quasi sconosciuto della Marina militare, il Nucleo Speciale d’Intervento(Nis). Un rapporto del 2010 estremamente dettagliato sui relitti affondati nei mari calabresi è firmato da questo reparto speciale. Partendo dai relitti noti, il Nis verificò tutte le coordinate e i rapporti sugli affondamenti, escludendo le imbarcazioni più antiche(ad esempio i mercantili affondati in età bellica) e quelle palesemente non collegate con il trasporto dei rifiuti (ad esempio le navi passeggeri). Quell’elenco di ventitré navi sospette, nella parte relativa agli affondamenti avvenuti nelle acque calabresi, trovò conferma. Gli elenchi dei mercantili sospetti non finiscono qui. L’ammiraglio Branciforte parlò di un altro elenco, composto da circa 60 nomi di navi sospette, ma non si sa su quali basi si fondi tale elenco, in quanto il verbale di quell’audizione è tutt’ora tutelato dal segreto. Dunque il racconto della fonte Enrico è quantomeno plausibile.

Alla fine di questo capitolo è doveroso tirare alcune somme: Francesco Fonti è stato dichiarato ufficialmente non attendibile dalla Direzione distrettuale di Catanzaro, che ha condotto l’inchiesta dopo il ritrovamento del relitto; sulle terre che sovrastano il mare di Amantea, città a circa 40 chilometri da Cetraro, la procura ha trovato picchi di radioattività superiori anche a dieci volte la normalità (anche in questo caso la sostanza incriminata è il cesio 137, lo stesso isotopo trovato sui fondali); inoltre, il mare del Sud Italia si dimostra la meta preferita dai trafficanti per far sparire le scorie più pericolose.

Questo capitolo si conclude attingendo dalla sua genesi, ovvero dagli eterni allievi del mare, da chi si fa cullare, in un tutt’uno con le onde, nei quali, almeno a me piace(senza pretese) pensare così, sia racchiuso il senso dell’esistenza, nell’occhio che vive dove poggia l’istinto, brillando di luce da una stella riflessa.

A cura di Giacomo Carlesso

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I prossimi capitoli seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane, mentre per leggere i precedenti potete cliccare qui

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Indispensabili – Trafficanti (di morte) – Cap 5) LA VIA AFRICANA

Posted by giannigirotto su 26 febbraio 2014

Proseguiamo con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“, libro che tratta in particolare dei traffici di sostanze inquinanti, con particolare riguardo chiaramente a quelli che avvengono, in entrate ed in uscita, in Italia.

E’ un libro durissimo, che definire indigesto è un eufemismo. Un libro che mette a nudo una piccolissima parte delle più sporche ma sopratutto mortali porcherie che da decenni vedono piccole e grandi imprese infrangere la legge e smaltire illecitamente rifiuti pericolosissimi semplicemente sversandoli nel territorio, interrandoli, ammassandoli l’uno sopra l’altro, caricandoli su navi che poi vengono affondate, e in mille altri modi ugualmente deleteri.

In questi estratti troverete date, nomi, luoghi, cifre, fatene l’uso che riterrete più opportuno, ma per favore, non voltatevi dall’altra parte, ne va del futuro dei nostri figli.
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Cap. 5 – La Via Africana

Un club esclusivo

Non ha assolutamente la parvenza di una neonata dal cordone ombelicale appena reciso, il fatto che dietro l’infinita storia del traffico di rifiuti compaia il nome dell’uomo che ha attraversato per decenni interi i segreti italiani, ossia Licio Gelli. Il venerabile riapparve nel 1989 negli accordi preliminari tra gli esponenti del Clan di Casal di Principe e gli imprenditori del Nord Italia, interessati ad usare le terre dell’agro di Caserta come sversatoio. Uno dei primi atti istruttori della Procura di Napoli, nell’inchiesta Adelphi, risalente al 1993, fu la perquisizione di Willa Wanda, la residenza di Gelli. Il capo della P2 era considerato in stretto legame con Gaetano Cerci, uno dei responsabili “ambientali” per conto dei Casalesi. Molti dei pulcini, che seguivano la chioccia Gelli nella P2, furono implicati nelle inchieste dei traffici criminali (soprattutto del traffico nei paesi africani), a testimonianza che quel modello di camera di compensazione tra l’economia, le oligarchie e lo Stato fu qualcosa di più che un effimero gruppo massonico. Il patrimonio da limare, concerne, innanzitutto, la conoscenza di quei circoli esclusivi che in Europa sono il motore occulto dell’economia. Le strutture che delineano la raccolta, il trasporto e il trattamento finale dei rifiuti industriali devono avere, come premessa, il controllo assoluto di ogni passaggio. Il manuale del buon trafficante prevede alcune fasi: avere un piccolo trasportatore di fiducia che sappia mascherare il contenuto dei fusti che si andrà a prelevare; disporre in rubrica del numero di alcuni armatori, ossia gente esperta capace di trovare navi discrete,e di cambiare rapidamente un contratto di noleggio per un mercantile quando qualcosa non funziona; ma soprattutto munirsi di nazioni fragili, con governi assetati di armi, per mantenere le decennali guerre che distruggono la loro gente e le loro terre. Inoltre, il manuale del buon trafficante consiglia vivamente di creare una struttura di copertura, come una holding, che possa conferire un’apparenza patinata ad affari che assomigliano più alle libere contrattazioni dei mercati rionali che alle borse d’affari londinesi.

Il metodo sopra stilato, venne già sperimentato da una superstar dei traffici, come Bernard Paringaux, colui che nascose i 41 fusti carichi di diossina venuti da Seveso. A conforto del lettore, al quale questo nome, magari, non dice nulla, dirò che il traffico dei rifiuti, è uno sport che non gode né di ampi riflettori, né tantomeno dell’attenzione da parte degli addetti a secernare informazione.

Il mestiere del trafficante è a dir poco estenuante, però talvolta, da esso, fioriscono delle soddisfazioni impareggiabili. Come quando si traffica materiale che gode di un alto grado di pericolosità. Infatti la pericolosità del materiale trafficato è direttamente proporzionale al ricavo monetario del servizio. Però si sa: dietro ad un grande trafficante c’è sempre una politica di merda. Quando gli anticorpi, presenti all’interno della politica, si trovano prostrati ai virus più temibili, la politica medesima, diventa l’amante con la quale il trafficante, può unirsi alla ricerca della sua idea di piacere, l’odore del denaro sporco, che inebria i polmoni incelofanati di melma, di chi da tempo ha preferito la morte nel non respiro, ad un po’ di aria sana. Con queste modalità s’impose sulla scena il gruppo di Licio Gelli.

Dalle confessioni rivolte ai magistrati, da parte di alcuni dei protagonisti della vicenda, possiamo ricostruire la storia che ha al centro quella Somalia che Ilaria Alpi voleva raccontare nel Tg della sera del 20 marzo 1994.

Il Rasputin dei rifiuti

Guido Garelli, fuori dal carcere di Ivrea, dove è ora rinchiuso, si presentava come il Colonnello della Autorità Territoriale del Sahara, carica che ereditò dal padre Ettore, anche lui membro dell’Amministrazione territoriale del Sahara (ATS). Dietro la sigla dell’Ats si nascondevano uffici commerciali, apparentemente velati di normalità, a Gibilterra, l’enclave britannica che si affaccia sull’accesso al Mediterraneo. Poteva fare di tutto: agire come mercante, banchiere, mediatore di commodities, armatore, poteva altresì importare, esportare, vendere, comprare e scambiare.

Guido Garelli era molto più di un semplice trafficante: il progetto che la società di copertura di Gibilterra aveva disegnato era immenso, il più grande deposito di rifiuti pericolosi del mondo, nel cuore del Sahara, nella terra teatro della guerriglia saharawi. Garelli aveva in dote un compito ben preciso consistente nel: studiare il mercato; creare gli agganci giusti; capire come funzionava quel business che avrebbe potuto finanziare l’indipendenza del suo paese adottivo, scacciando l’esercito marocchino che dagli anni Settanta occupava la striscia del Sahara occidentale, stretto tra la Mauritania e il Marocco.

Guido Garelli finì in carcere, per l’ennesima volta, nel 1998, con una sfilza di condanne che gli varranno almeno un decennio di galera. Il suo nome apparve, proprio nei mesi dell’arresto, in due inchieste fondamentali per capire il grande traffico di rifiuti dalle proporzioni internazionali. Il 13 gennaio il pm di Asti Luciano Tarditi, accompagnato dall’ispettore della Forestale Gianni de Podestà, incontrò Guido Garelli, che dopo l’interrogatorio venne trasferito da Rebibbia ad Ivrea. Il capo d’imputazione per il colonnello del Sahara occidentale era ancora coperto, in quanto Tarditi manifestava l’intenzione di giocare le sue carte migliori solamente dopo aver esplorato in maniera accurata la psiche di Garelli. Il racconto di Garelli si mimetizzò in un flusso di coscienza, pressoché inarrestabile. Tuttavia, il colloquio, tra Tarditi e Garelli, non godeva di parvenza alcuna di serenità. Infatti, qualcuno, dopo aver messo una microspia nella saletta riservata del carcere di Rebibbia, stava origliando la conversazione. Gli investigatori che accompagnavano il magistrato individuarono la microspia. Non si scoprirà mai chi l’ebbe messa. L’interrogatorio proseguì e Garelli, curiosamente, esplicò di aver ricevuto l’ordine dal ministero di Grazia e Giustizia di non proliferare parola ad individuo alcuno, soprattutto se codesto ricoprisse il ruolo di magistrato. Ma Tarditi non era tipo da cadere in becere intimidazioni, anzi, dopo aver assaporato per via acustica, la rivelazione di Garelli, rincalzò la dose. Molti racconti saranno poi riscontrati dagli investigatori del Corpo Forestale dello Stato, guidati dall’ispettore Gianni de Podestà, che da anni aveva imparato a destreggiarsi nei percorsi ricchi di impervie stilati dai trafficanti di armi e di rifiuti. Guido Garelli è una risposta. Una risposta in grado di collegare elementi, di apparenti affinità discrasiche, che però, attraverso una solida e testarda pala, possono essere scavati e limati al punto di essere congiunti fra loro.

Dalle tante inchieste svolte dalle Procure Italiane sui broker internzionali di armi e rifiuti emerse una sorta di finanza parallela, una via del riciclaggio di alto livello dove transitavano monete apparentemente fuori corso, titoli di Stati defunti, come la Repubblica di Weimar. Pezzi di carta in teoria senza valore, ma che componevano un tourbillon senza senso di scambi, con quotazioni segrete, decise, però, sulle piazze finanziarie più importanti d’Europa. Il racconto di Garelli parte da qui, spiegando per la prima volta come una moneta dichiarata fuori corso possa venire riesumata, acquisendo una seconda giovinezza. La sua testimonianza si rivelò davvero interessante, poiché alzò il sipario sugli aspetti meno conosciuti della prima guerra del Golfo Persico, intersecando l’organizzazione mondiale dei traffici ai nodi geopolitici più delicati. Garelli affermò che allo scoppio della guerra, la prima mira di Saddam fu quella di mettere le mani sulla Banca centrale del Kuwait, da dove prese l’oro e tutta la riserva dei dinari kuwaitiani, una moneta artificiale dal valore di 4800 lire circa. Ne portarono via 160 miliardi con dei camion, a Baghdad. Il tentativo dell’operazione era di far circolare parallelamente il dinaro del Kuwait. Non lo presero tutto, ne rimasero 60 miliardi in Kuwait. Per un totale, stando ai discorsi di Garelli, di 228 miliardi. Dopo di ciò vi fu Desert Storm, l’Iraq perse e la prima cosa che fece la banca del Kuwait fu di dichiarare fuori corso quei dinari andati a Baghdad. Ma solo apparentemente. Il problema è che non si sa dove siano finiti questi dinari. E qui si innesca il gioco delle banche. Quell’economia oscura dei trafficanti di armi e di rifiuti ha bisogno del suo sistema finanziario. Ufficialmente sono imprese che non esistono, sotterranee, pezzi di un mondo sommerso. Serve dunque un sistema finanziario parallelo, serve una moneta invisibile. La finanza dei trafficanti può, poi, scegliere tra diverse opzioni per garantire l’invisibilità degli scambi, come per esempio la creazione di depositi neri di denaro, utili a mettere in atto delle transazioni occulte. Un denaro che non esiste, per un mercato che non esiste.

Il progetto Urano

Il groviglio di identità e di storie del colonnello di uno Stato inesistente rende di fatto impossibile riuscire a capire quanto credibili fossero le sue ricostruzioni e le sue analisi geopolitiche.

Gli anni ottanta, quando Garelli sostava nell’apogeo della sua attività, sono stati il periodo d’oro per le grandi rotte dei rifiuti. C’era Pitelli, c’erano le terre della provincia di Caserta che si stavano aprendo al traffico gestito dal cartello dei Casalesi, clan di camorra che iniziava in quel periodo a rafforzarsi. Ma soprattutto c’era l’Africa. Dal 1975 l’ex Sahara spagnolo era una terra contesa. Per Garelli e la sua organizzazione quella terra costituiva una vera e proria miniera d’oro. Adottarono la denominazione di Urano, dietro la quale crearono una rete fitta di società di copertura, con contatti nell’intero bacino del Mediterraneo. È impossibile negare l’esistenza del progetto Urano. Sono centinaia i documenti, i riscontri testimoniali e gli incroci tra fonti diverse che provano il funzionamento del progetto di smaltimento di scorie pericolose prima nel Sahara occidentale e poi in Somalia. Dietro Urano si nascondeva il più grande traffico di rifiuti della storia. Ma nonostante ciò, nel 1993, il Tribunale di Roma assolse tutti i membri del gruppo. Cinque anni dopo quelle carte sono lette dalla procura di Asti e Milano, e in seguito all’interrogatorio di Garelli si spalancano le porte del mondo dei trafficanti di rifiuti su grande scala. Il quadro di riferimento delineato da Garelli era ben preciso: il produttore del rifiuto tossico nocivo è sempre stata l’industria chimica. E non esiste un’industria chimica che sia priva, al suo interno, di un presidio militare. Ecco ritornare il legame stretto tra i grandi gruppi di fabbricanti di armi e il traffico dei rifiuti pericolosi.

Il progetto Urano unisce due gruppi: da una parte il colonnello di uno stato africano mai riconosciuto, con un entourage di faccendieri, ex appartenenti alla P2, esponenti sconosciuti del sottobosco politico pugliese, uniti in una sorta di armata strampalata e improbabile; dall’altra parte Nickolas Bizzio, finanziere affermato, cittadino Usa, abituato a muoversi agevolmente tra incroci societari monegaschi e svizzeri. Due mondi che si uniscono sotto il segno di Urano, il progetto pensato e promosso da Guido Garelli per ospitare i rifiuti europei.

Dall’inchiesta del pm Maurizio Romanelli emerge che una quantità di circa 600000 tonnellate di rifiuti tossici (come riferito da Bizzio), tra i quali, solventi, morchie di vernice, siano effettivamente stati smaltiti in zona desertica in Africa. Detto ciò, non è importante la pena commisurata a Garelli & company, o meglio, essa assume minor valenza se si pensa alla pena di chi vive nei pressi delle zone africane ove furono smaltiti i rifiuti. Questa triste realtà evoca in me la trama di una vicenda tratta dal Roman de Brut di Wace, risalente al 1135, nella quale un gigante di nome Dinebuc, rapisce la figlia di un duca e, nel tentativo di violentarla, finisce per schiacciarla. Come Dinebuc questi trafficanti cercano di soddisfare i loro piaceri personali, ma, similmente al gigante, non si rendono conto delle ripercussioni, che le loro bramosie porteranno sul mezzo che garantisce loro di adempiere al bisogno medesimo di piacere, la fanciulla per il colosso di carne, l’ambiente per quelle infamie, che ahimé continuerò a fregiare del sostantivo “trafficanti”.

All’ombra di Dell’Utri

Appena dopo lo scoppio di Tangentopoli e la crisi profonda del sistema politico tradizionale, per molti gruppi economici si avvertì la necessità di riorganizzare il proprio sistema di riferimenti politici.

E non vi è la più infima meditazione nell’affermare che il gruppo Fininvest fosse la holding italiana più esposta, avendo basato il proprio successo sull’alleanza con il partito più colpito dai magistrati di Milano, il Psi di Bettino Craxi.

La meta di sbarco è da censire nelle elezioni del marzo 1994, lo snodo cruciale nella storia d’Italia, preparate con amorevole cura da Silvio Berlusconi. L’uomo chiave di quel periodo è il senatore Marcello Dell’Utri. Dopo il periodo universitario trascorso assieme, Dell’Utri iniziò a lavorare per le società di Berlusconi nel 1974, all’epoca della Edilnord. Il 1982 fu l’anno della svolta imprenditoriale di Berlusconi, quando la concessionaria pubblicitaria della Fininvest, Publitalia ’80, spiccò il volo. Coincidenza a dir poco casuale, il 1982 è l’inizio dell’era aurea di Bettino Craxi. In tutto ciò, Dell’Utri era l’uomo di fiducia di Berlusconi, il dirigente a cui affidare gli incarichi più delicati. Alla fine del 1992 il tycoon milanese si rese conto che quell’impero costruito in trent’anni di rapporti politici ed imprenditoriali non sempre chiari rischiava di essere abbattuto dai pm,i quali erano guidati da Saverio Borrelli. Tra il 1992 e il 1993 la Fininvest partì all’attacco. Dell’Utri venne incaricato di trovare una soluzione politica per evitare l’arrivo al governo degli ex comunisti e dei cattolici più legati alla dottrina sociale della chiesa e di ricostruire l’universo dei partiti di riferimento, capaci di garantire la posizione della Fininvest nel mercato dell’informazione.

Nel 1993 costituisce un gruppo di lavoro, denominato “Botticelli”. Esso era composto da pochi individui fidati, coordinati da Ezio Cartotto, politico di estrazione democristiana, che già da molti anni svolgeva la funzione di consulente per il gruppo Fininvest. Tra i componenti di quel gruppo vi era Roberto Ruppen, il nome che collega “Botticelli” agli intrecci europei ed africani dei traffici di rifiuti. Di lui, oggi, si sono perse le tracce. Rimane soltanto una sua deposizione risalente al 1992, dove, davanti alla procura di Alessandria, ammise di aver conosciuto Garelli nel 1988. In realtà, già nel 1987, Ruppen venne nominato “Ministro plenipotenziario ad interim” dell’Autorità Territoriale del Sahara. Di Ruppen si sa che ,all’epoca dei suoi vent’anni, venne arrestato per il furto di tre automobili, quando occupava la qualifica di semplice assistente chimico. Alla fine degli anni Ottanta era pienamente inserito nello strambo progetto Urano. Nell’informativa sul progetto Urano del 1998, gli ispettori della Forestale si soffermarono con particolare attenzione sulle società Tradem srl, di cui Adele Astuti(membra di “Botticelli”e segretaria di Cartotto) era la titolare. La Tradem aveva il compito strategico di “trasportare i rifiuti” nell’ambito del progetto Urano. Adele Astuti fu l’amministratrice delegata della società di trasporto Tradem fino al 22 febbraio 1993. I rapporti del consulente di Publitalia con il progetto Urano di Garelli erano dunque strettissimi. Nell’ottobre del 1991 Ruppen ottenne dall’Ats il diritto all’8% su tutti i contratti conclusi per conto dell’Autorità dell’ex Sahara spagnolo, attraverso un contratto firmato a Gibilterra nelle sedi delle società di copertura di Guido Garelli, la Euro Track System, la Compañìa Minera Rìo de Oro e la Ecos.

Nel marzo 1992 il progetto Urano, sembrò sul punto di partire. Ruppen presentò a Garelli Flavio Zaramella, responsabile dell’Associazione italo-somala di Milano. E fu in questo momento che si svilupparono gli stretti rapporti tra il gruppo del progetto Urano, alcune società legate a Ruppen e la Somalia. Rifiuti, strani traffici finanziari, ma anche armi. Il nucleo di Brescia nell’informativa del 1998 parlò di un traffico di armi e pezzi di armi pesanti che furono caricati al porto di LA SPEZIA su nave della linea Ignazio MESSINA S.P.A. Con destinazione MOGADISCIO-SOMALIA.I trasporti erano organizzati in accordo con lo Stato italiano, o almeno con i vertici delle forze armate. La Spezia è la sede dell’arsenale della Marina militare e porto che serve le principali fabbriche d’armi italiane. Ruppen, dunque, prima di essere chiamato a far parte del gruppo di lavoro da Marcello dell’Utri, che avrebbe dato vita di lì a poco a Forza Italia,era al centro di una intricatissima vicenda, fatta di improbabili colonnelli di Stati inesistenti, di partite di materiale strategico che faceva rotta verso la Somalia e di navi cariche di scorie industriali. Il nome di Ruppen apre però un altro capitolo, ancora più inquietante, mai approfondito fino ad oggi: nel pieno dell’attività del gruppo Botticelli venne consegnato,ad alcuni giornalisti,un piccolo dossier,anonimo, che legava il consulente di Publitalia ad una società romana attiva nel brokeraggio marittimo, la Fin Chart. Con un indirizzo che nel 1993 passerà alla storia, in seguito ad un attentato messo in atto da Cosa Nostra: via Fauro 43.

Via Fauro, Roma

È la notte del 14 maggio 1993. Nel quartiere liberty dei Parioli stava per iniziare l’abominevole stagione delle bombe e dei misteri seguita alla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non si trattò di un ordigno diretto al quadrilatero delle istituzioni (Camera, Senato, Quirinale, il Csm e Viminale). L’unico vero obiettivo strategico, l’ambasciata tedesca, non è molto distante, ad appena un chilometro. Il quadro del giorno dopo rasenta la drammaticità della Guernica di Picasso, il pensiero corre a Palermo, alle stragi di Capaci e di via D’Amelio, la stagione delle bombe non sembrava scorgere il traguardo. La seconda bomba colpì Firenze qualche giorno dopo, il 27 maggio. Poi toccò a Milano, nella notte tra il 27 e il 28 luglio a via Palestro. E altre autobombe esplosero ancora a Roma, nella piccola via del Velabro e in piazza San Giovanni. Bombe inspiegabili, segnali in codice incomprensibili, se non dai diretti interessati. Il dubbio sui reali mandanti, “stranamente”, rimane tutt’oggi. Sembra proprio che in Italia la verità sia una macchia laida ed immonda, da segregare nei sotterranei più inombrati del palazzo delle oscenità. E chi si azzarda a palesare, quella lurida ed ignobile entità, definita appunto verità, assaggerà la damnatio memoriae riservata qualche secolo fa a tiranni del calibro di Domiziano, Massimino il Trace, Nerone e Caligola. A distanza di vent’anni è oggi certo che la strategia “colombiana” non avesse una sola mente e, soprattutto, un unico obiettivo. La spiegazione ufficiale dell’attentato di Via Fauro, comunicata alla Camera dei deputati, dal ministro dell’Interno Nicola Mancino(di recente nello scandalo in seguito ad alcune intercettazioni telefoniche, che consiglio al lettore di ascoltare, in quanto delineano la vera carta d’identità del signor Mancino), indicava come obiettivo il giornalista Maurizio Costanzo. In via Fauro, al civico 43, c’era l’ultimo domicilio conosciuto di una importante società di brokeraggio marittimo. Si chiamava Fin Chart e ha chiuso ogni attività un mese dopo l’esplosione della bomba, con un fallimento, la cui natura, è tutt’ora un bacillo generante domande assai curiose.

Il 1993, nella storia dei traffici di rifiuti, di materiale nucleare e di armi, fu un vero anno di svolta. E di questi traffici si occupava la Fin Chart, sin dallo stadio embrionale degli anni ’80, organizzando i trasporti più delicati di scorie industriali verso i paesi africani e l’America Latina. Il curriculum della Fin Chart iniziò con Gibuti, nel febbraio 1987. La marina francese aveva bloccato davanti al porto una nave carica di rifiuti industriali partita qualche giorno prima dell’Italia. I francesi conoscevano bene questo tipo di traffico degli italiani, ricordavano il tour folle dei 41 bidoni alla diossina di Seveso di qualche anno prima, e non si fidavano del contratto presentato dalla Jelly Wax, la società che noleggiò la nave, la quale si istituì garante della destinazione finale presso alcuni impianti di smaltimento, esistenti in realtà solo sulla carta. La nave era ferma, la sola idea di iniziare a regolare lo smaltimento in Italia di quella enorme quantità di veleni, suscitava un gelido sudore nelle schiene ,poco inclini alla fatica e all’onestà, di chi organizzò il viaggio. Erano stati necessari più di 140 viaggi per riempire le stive di quella nave, la Lynx, ora ferma davanti al porto di Gibuti. Il 18 marzo del 1987, un mese dopo la partenza della Lynx da Marina di Carrara, la documentazione di viaggio cambiò: il nuovo shipbroker fu la Fin Chart, l’armatore non era più il maltese Lynx Shipping, ma la Fjord Tankers Shipping, il noleggiatore diventò direttamente la Jelly Wax di Pent, quella stessa società che aveva raccolto i rifiuti industriali nell’Italia settentrionale. Sui manifesti di carico apparve la nuova destinazione, Puerto Cabello, in Venezuela, in acque molto più tranquille e discrete, lontane dagli occhi degli ambientalisti, che dopo la partenza della Lynx avevano avvisato i francesi. Broker del neonato affare fu Luciano Miccichè, siciliano attivo a Panama, che si rivolse al governo di Caracas per trovare asilo allo scarico. La Lynx giunse infine in Venezuela, sbarcando i fusti velenosi all’aperto, adiacenti al mare. Anche quest’ennesima vicenda si prostra al lettore come ricca di nomi, di colpevoli che non pagheranno mai abbastanza i loro crimini, e di bambini che hanno pagato con la vita, un conto verso il quale rimarranno creditori in eterno. La mia penna non è sufficientemente capace a descrivere l’odio e la rabbia che provo verso questi signori, verso il basso impero che si china ad uno scenario ancora più scadente. Fatto certo è che questi bimbi, innocenti creature portatrici di una verità illibata, coloreranno ora, cieli nuovi, cieli di un mondo che li merita sicuramente più del nostro.

In viaggio verso la Somalia

Nel 1989, a Basilea, diversi Stati occidentali, asiatici, americani e africani firmarono il trattato che vieta l’esportazione di rifiuti tossici verso paesi in via di sviluppo. L’Italia, dopo Seveso e le rotte delle navi dei veleni, si era aggiudicata meritatamente e sul campo la maglia nera dei trafficanti di rifiuti. Ci vollero diversi anni, però, per ottenere la ratifica dell’accordo da parte di tutti gli Stati. L’Italia concluse la procedura di ratifica solo nel 1994. Il trattato, tuttavia non era una quercia secolare destinata a guardare il tempo con gli occhi dell’eternità, ma un piccolo fiore, che per sbocciare, aveva bisogno di un corollario di carezze, che lo accompagnassero nelle costanti provocazioni al quale veniva sottoposto dalla realtà esterna. Bastava infatti dimostrare, che un qualsiasi Stato africano fosse in grado di gestire correttamente i rifiuti pericolosi per riaprire le rotte alle navi dei veleni. Il 12 ottobre del 1991 in via Fauro a Roma si tenne una riunione importante. Il governo somalo di Siad Barre era caduto da un paio d’anni, il paese del Corno d’Africa stava scivolando nella guerra civile che dura ancora oggi. L’Italia controllava la Somalia attraverso importantissimi e lauti finanziamenti della cooperazione. Fondi gestiti , negli anni ’80, dal Partito socialista di Bettino Craxi, il quale riteneva la Somalia alla stregua di un mezzo funzionale a quel sistema di potere e corruzione, scoperto dalla Procura di Milano. Quel 12 ottobre vi fu una riunione negli uffici della Fin Chart, ove si discusse in merito alla costruzione di un impianto di trattamento di rifiuti civili e industriali in Somalia. Un vero e proprio “ polo funzionale”, attraverso il quale esportare nell’Africa orientale i peggiori residui delle nostre industrie chimiche e farmaceutiche. Un accordo che tatuava la sua legalità nell’epidermide cartacea, dietro la quale si celava un accordo tutt’altro che candido, tra signori dalla dignità pressoché inesistente. Tra il 1991 e il 1992, alla Fin Chart, si aggiunsero la svizzera Achair e la Interservice, ad alimentare la fagocitante arte del trasferimento di rifiuti. Ma pochi mesi dopo avvenne un fatto non programmato a guastare i piani dei trafficanti: la denuncia del responsabile dell’ONU per lo sviluppo Mustafà Tolba, nella quale si esplica l’esistenza di un traffico di rifiuti dall’Italia e dalla Svizzera verso la Somalia. Tolba soppesò le parole, ma al termine del suo discorso, in una sorta di tornada trobadorica, pronunziò il lemma “mafia”. Questa parola si celerebbe dietro un numero considerevole di cambiali per la cifra di 13 miliardi di lire, che sarebbero arrivate alla Fin Chart, mentre quest’ultima sostava inerme sull’orlo del fallimento. I creditori erano alla ricerca di pagamenti che rimandavano a fatture del 1988. A loro sostegno si schierò la procura di Milano, ma gli ufficiali giudiziari da essa incaricati, non riuscirono a trovare nessuno nelle due sedi conosciute della Fin Chart, via Fauro 43 e 59. Quando il Tribunale di Roma emise la sentenza di fallimento, il curatore trovò le casse e gli uffici vuoti.

Eppure la Fin Chart tra il 1992 e il 1993 sembra attivissima, soprattutto nei contatti d’affari con la Somalia. Vicenda pressoché analoga alla Fin Chart è da rilevarsi in una seconda società di via Fauro, la Finarma. Un anno dopo l’attentato di Via Fauro le bombe terminarono di mietere dolore. Tuttavia, Cosa Nostra era tornata nell’invisibilità da sempre venerata, continuando a dare alla luce tipologie di affari che da sempre la contraddistinsero, con i compagni di merende più amati.

A migliaia di chilometri dal luogo del primo attentato di quella stagione riassunta in mille inverni, una giornalista del Tg3 e il suo operatore, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, morivano in un agguato.

Quelle morti, apparentemente, non sembravano essere connesse con l’intrigo di via Fauro. Che c’entrava la Somalia dei signori della guerra con Cosa Nostra?

Maggio 1994, una fonte confidenziale contattò gli agenti della Digos di Udine e nominò, per la prima volta, due italiani strettamente legati allo scenario somalo e ai traffici riservati, Giancarlo Marocchino e Guido Garelli. L’esperto di logistica da anni presente in Somalia, disposto a lavorare con chiunque fosse in grado di pagarlo profumatamente e il colonnello dello Stato inesistente del Sahara occidentale, secondo la fonte, erano accomunati dall’agguato mortale contro Alpi e Hrovatin.

Con questa anonima confidenza si congiunse l’omicidio della giornalista del Tg3 al traffico d’armi, ma soprattutto, emerse un luogo sul quale cercare risposte: l’ormai nota Via Fauro,nella quale vi era la sede della Fin Chart e della Finarma e dove Garelli e Marocchino possedevano una società aerea di piccole dimensioni. Chi si nascondeva dietro la Fin Chart e la Finarma? C’è qualche segreto dietro via Fauro? Un signore chiamato mistero avvolse questa rete di vicende ,intersecate tra loro, nel suo mantello oblioso.

Ho paura” e Giancarlo Marocchino

Queste due sezioni del quinto capitolo riportano una serie di nomi, tra i quali: Ferdinando dall’O, Ezio Scaglione, Flavio Zaramella, Giancarlo Ricchi ed i già citati Guido Garelli e Giancarlo Marocchino. Storie di pseudouomini che nel momento in cui vengono incastrati nel vortice dei loro errori spariscono come per incanto, assieme alle loro fantomatiche società(questo è il caso di Ferdinando dall’O, molto simile nelle dinamiche a quello esaminato in precedenza, di Roberto Ruppen). Storie di titoli inesistenti, di logge massoniche, di associazioni improbabili e Camere di Commercio da usare come uffici; storie di un gruppo di imprenditori(come Ezio Scaglione, titolare di un negozio di ricambi per automobili, in provincia di Alessandria) pronti a commerciare qualsiasi cosa avesse un valore di scambio, soprattutto nei paesi africani dilaniati dalla guerra civile, dove tutto acquista valore, anche le cose più banali. Questi signori, guidati da Marocchino, volevano costruire un porto ad El-Maan, con il fine di collocare rifiuti sia nucleari che radioattivi, che sarebbero poi stati cementificati in una sorta di cilindro in piedi in metallo(per correttezza c’è da dire che l’idea del cilindro fu di Garelli). Ma anche questa incombenza venne archiviata, a causa della debolezza delle prove e della difficoltà nella configurazione dei reati ipotizzati.

Archiviata nella carta, ma non nelle menti di chi si sia inoltrato, anche solo per un istante, in questa tumultuosa vicenda. Infatti dalla testimonianza di Giancarlo Ricchi, che fu alle dipendenze di Marocchino nel 1997, emerse un quadro di quest’ultimo estremamente crudo nella sua chiarezza, che non lascia presagire ad un misero aprir bocca di un qualsiasi invasato. Inoltre, Marocchino,intervistato dalla rai, sul luogo dell’omicidio di Ilaria Alpi, stringe nelle mani un quaderno della giornalista, segnando con il dito medio un punto preciso del suddetto quaderno, che a rigor di logica, celava dietro di se un argomento di particolare interesse per il medesimo Marocchino. E molto probabilmente, conscio dell’ostinatezza e della curiosità tipiche di Ilaria Alpi, temeva che quest’ultima scoprisse il suo ruolo di mediatore all’interno della storia dei traffici. Cosa aveva letto in quel quaderno, su quella pagina che il suo dito segnava con cotanta fermezza?

La Somalia di Jupiter

20 marzo del 1994, Mogadiscio. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano appena tornati da Bosaso, nel Nord della Somalia. Il paese era nel pieno di una guerra civile che durava dal momento della caduta di Siad Barre. Ilaria aveva tra le mani un ottimo servizio per il telegiornale della sera. Ciò che accadde quel giorno è ormai noto. Un commando seguì il loro fuoristrada: un’imboscata, una fredda e abominevole esecuzione. Ilaria Alpi stava preparando da tempo un’inchiesta sui traffici che passavano per la Somalia. Piero Sebri parlò per la prima volta di ciò che avvenne in Somalia. Lui non partecipò mai direttamente o indirettamente ai traffici, ma conosceva il gruppo, che secondo il suo racconto, si celava dietro l’agguato. Lo conosceva talmente bene, da essere contattato da due personaggi chiave della faccenda somala: l’allora colonnello del Sismi Luca Rajola Pescarini e l’imprenditore italiano Giancarlo Marocchino. Oggi ipotizza addirittura un ruolo attivo delle mafie nell’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Sebri sosteneva che Ilaria Alpi, con i documenti da essa stessa raccolti, era in grado di creare grossi problemi ai governi italiani, esteri ed ai gruppi bancari. Aggiunse che la giornalista era già stata minacciata, ma la sua perseveranza era tale da far prevaricare la purezza del suo lavoro alla morte. Passiamo ora al Sismi che attribuiva l’omicidio esclusivamente a due possibili moventi: il fondamentalismo islamico o la criminalità comune. Per i servizi segreti ogni altra ipotesi era inesistente. L’operazione dei trafficanti si faceva assai delicata, ed è proprio per condurre in porto i piani prestabiliti che la palla passò in mano alla mafia, da sempre sinonimo di affidabilità. Il lavoro che non ammette errori è lavoro per la mafia. Dietro questa triste realtà, secondo Sebri vi erano anche politici italiani, i quali avevano il ruolo di coprire i traffici. Sebri fece i nomi. Nessuno li approfondì. Sebri pronunciò il nome di Giuseppe Cammisa, detto Jupiter, braccio destro di Francesco Cardella, per anni ambasciatore del Nicaragua in Arabia Saudita, con un passato burrascoso a capo della comunità terapeutica Saman, morto d’infarto il 6 agosto 2011. Il collaboratore di giustizia Rosario Spatola conobbe bene Roberto Cammisa, e nel 1995 affermò che quest’ultimo era un buon intenditore del processo di raffinazione dell’eroina, ma non ricoprì un ruolo diretto nell’omicidio del 20 marzo 1994.

Cardella e Cammisa negli anni Novanta hanno avuto diversi guai giudiziari: Cardella venne processato e condannato per truffa, per aver sottratto diversi fondi pubblici, attraverso una fitta rete di società con base a Malta;l’accusa più pesante fu quella di aver organizzato l’agguato contro Rostagno. Cardella e Cammisa vennero poi prosciolti e la loro posizione archiviata. Chissà perché l’archivio delle cause è prerogativa dei potenti, e quando ciò non avviene, la magistratura viene accusata di accanimento nei confronti del criminale. Non è mai tardi per una giustizia fatta di luce e di coscienze pulite. Se non ci credessi, rinuncerei a scriverlo. Ritornando al racconto di Piero Sebri, emerse l’associazione che quest’ultimo realizzò nel legare la presenza di Giuseppe Cammisa in Somalia nel marzo 1994 con la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Gli elementi che confermerebbero questa tesi sono i seguenti: primo, il Sismi riferisce del viaggio verso la Somalia nel febbraio 1994 della nave Garaventa, di proprietà di Cardella, il quale però smentisce;secondo, lo stesso Cardella ammise di aver inviato Cammisa in Somalia, proprio in quel periodo. Cammisa si sarebbe poi spostato a Bosaso, area che nel 1993 era definita estremamente pericolosa e destinata allo scambio di armi,allo scaricamento di rifiuti nucleari e industriali ed inoltre, era off-limits per i giornalisti, soprattutto italiani.

Ilaria Alpi, a riguardo di ciò scrisse nel suo quaderno:”Perché questo caso è particolare?”. 20 anni dopo la risposta a questa domanda potrebbe confluire in una trama terribile, che vede al centro Giuseppe Cammisa, il quale, a detta di Piero Sebri, pare abbia avuto un qualche ruolo nella fine della straordinaria e coraggiosa reporter del Tg3.

Il volo del Condor

14 marzo 1994. Questa data chiude un documento che è probabilmente la chiave per arrivare alla verità sulla morte di Ilaria Alpi. Proprio quel giorno Ilaria Alpi e Miran Hrovatin giunsero a Bosaso in cerca di risposte. Al momento del loro arrivo partì un messaggio dal comando carabinieri presso i servizi segreti della Marina militare Alto Tirreno, La Spezia, dove si parlava di “presenze anomale”, ovvero i due giornalisti, e si nominava un certo Jupiter, ovvero il soprannome di Cammisa. Successivamente vi era un secondo messaggio, con il quale si autorizzava un certo “Condor” all’intervento. Le seguenti domande sono d’obbligo:cosa nascondono questi messaggi cifrati?;chi è o cos’è Condor?;perché una giornalista viene reputata come una “presenza” anomala?;ma soprattutto, perché un individuo come Giuseppe Cammisa, considerato vicino a Cosa Nostra, e diplomato a pieni voti nella preparazione dell’eroina, lavora per l’intelligence italiana?Le inchieste degli ultimi vent’anni hanno operato in tutt’altra direzione, non prendendo in considerazione i due messaggi. A pensar male verrebbe da affermare che la verità, che si cela da troppo tempo dietro a questa tragedia sia scomoda, e di conseguenza non degna di essere svelata. Le righe da dedicare a questi fatti, ma soprattutto a queste vite, non sono mai troppe. La penna di chi fa informazione deve essere una penna responsabile, che non conosce tregua. Deve ricercare prima la verità e solo dopo la risonanza mediatica. Questo è ciò che contraddistinse, e contraddistingue tutt’oggi, Ilaria Alpi da molti fantomatici giornalisti che fanno disinformazione su commissione dei loro padroni. Per me la vita di Ilaria Alpi costituisce un esempio di piena esistenza,e mi è stata d’ispirazione per questi versi

Ai piedi fetidi di questa realtà

perisco supino, ma mai inginocchiato,

perché esser passivi alla bestialità

è forse il più grave reato,

è questo il più grande peccato”

A cura di Giacomo Carlesso

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I prossimi capitoli seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane, mentre per leggere i precedenti potete cliccare qui

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Indispensabili – Trivelle d’Italia – Cap 5) LE INFINITE VIE DEL GAS

Posted by giannigirotto su 13 febbraio 2014

Terminamo la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“, libro che tratta in particolare dei molti e gravi problemi legati all’estrazione di gas e petrolio in Italia. Un libro dal quale si evince che sono in pochi a guadagnare, ed in molti a perdere salute ed ambiente, con costi che vengono poi scaricati sulla fiscalità generale.

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Cap. 5) LE INFINITE VIE DEL GAS

A cavallo tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio 2012 in Italia è stata dichiarata l’emergenza gas, ma nessuno si è accorto di nulla, eppure problemi ce ne sono stati, soprattutto di approvvigionamento. Il 30% in meno di forniture dalla Russia ha pesato sulle riserve italiane avendo presente che il 90% del gas naturale indispensabile per usi civili ed industriali arriva dall’estero. Viceversa i numeri delle compagnie estere presenti in Italia sono in crescita, grazie alla facilità con la quale lo Stato concede nuovi permessi di ricerca, per le bassissime compensazioni ambientali pagate dalle compagnie e per l’investimento previsto in nuovi rigassificatori e centri di stoccaggio strategici.

Oggi c’è anche lo shale gas, meglio conosciuto come gas non convenzionale, che viene ricavato da rocce sedimentarie grazie ad una tecnica di estrazione chiamata fracking, che consiste nell’utilizzo di acqua mista a sostanze chimiche, sparata ad alta pressione per frammentare la roccia e ricavarne gas. Negli Stati Uniti, che detengono il più grande giacimento del mondo di gas non convenzionale, il fracking sta sollevando dubbi in merito al rischio d’inquinamento delle falde acquifere. Questa tecnica ha elevati costi ambientali ed è pronta ad arrivare anche in Italia. L’obiettivo sarà quello di produrre più gas possibile, non per limitarne le importazioni, bensì per rivenderlo ad altri Paesi quando costa di più. Un mercato parallelo e di transizione che non inciderà positivamente sulle spese correnti del cittadino le quali resteranno del tutto invariate, forse aumenteranno, per via di un problema di gestione delle reti e degli investimenti affrontati dagli operatori. Dietro agli alti prezzi del gas al consumatore finale ci sarebbe il ruolo di Eni. Perché l’Ente nazionale di idrocarburi, già multato per 20,4 milioni di euro per aver ostacolato l’ingresso di altri operatori nel mercato dell’approvvigionamento all’ingrosso fermando il potenziamento del gasdotto Ttpc che porta gas dalla Tunisia, controlla i gasdotti italiani e quelli stranieri che portano gas in Italia. L’Italia ambisce quindi a diventare un grande hub che gestisca le forniture di gas per l’Europa, data la posizione favorevole al centro del Mediterraneo e già crocevia di importanti gasdotti internazionali.

Sul versante adriatico si aggiunge un mega gasdotto. E’ il Rete adriatica della Snam Rete Gas Spa, progetto del 2004, composto da 678 chilometri di tubo da Massafra (TA) a Minerbio (BO). Un’infrastruttura modulare che si sviluppa su cinque grandi tronconi, concepita in una complessa programmazione energetica e strategica in grado di far fronte all’arrivo del gas dal Caucaso e dal Mar Caspio con il gasdotto Edison Poseidon, con il Tras Adriatic Pipeline della Elg e con il South Stream Eni – Gazprom. Il Rete adriatica dovrebbe attraversare 10 regioni dello Stivale, 3 parchi nazionali, 1 regionale e 21 aree protette dall’Unione europea. Gli oppositori sono enti locali, associazioni ambientalistiche e comitati di cittadini che, anche in sede di Commissione europea, hanno denunciato l’assenza di procedura di valutazione ambientale strategica sull’impatto complessivo dell’opera su aree a gravissimo rischio sismico e idrogeologico.

In Basilicata invece è tutto pronto per un mega stoccaggio di gas proveniente dal Mar Caspio con una portata da 1,5 miliardi di metri cubi e 400 milioni di euro di profitto pluriennale. Un hub, ubicato nella Valle del Basento (MT), che servirà a tutta l’Europa.

Al Nord il Wwf ha lanciato un preoccupante allarme: a Porto Marghera si dà il via libera al condono silenzioso su bonifica dei siti contaminati. Con il Decreto legislativo “Salva Italia”, 201/2011, è stata approvata una norma che permette di evitare la bonifica ricorrendo all’operazione definita “Messa in sicurezza operativa” (Miso). Una disposizione che sancisce come, nel caso di attività di reindustrializzazione dei Siti di interesse nazionale, i sistemi di sicurezza operativa già in atto possono continuare a essere esercitati senza necessità di procedere contestualmente alla bonifica, previa autorizzazione del progetto di riutilizzo delle aree interessate. Un accordo fondato sulla promessa che un giorno verrà fatta una bonifica o, molto più probabilmente, solo una messa in sicurezza definitiva. Una sorta di salvacondotto per lasciare la situazione così com’è. Quello di Porto Marghera è il sito più inquinato del nostro Paese con ricadute preoccupanti sulla laguna di Venezia e sulla salute dei cittadini. Gli abitanti nei pressi di Porto Marghera presentano, in entrambi i generi, una media superiore a quella nazionale per tutti i tumori e le malattie dell’apparato digerente.

A Cura di Erica Minto, che ringrazio sentitamente.
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Indispensabili – Trivelle d’Italia – Cap 2) LA LEGGE (E LE TASSE) NON SONO UGUALI PER TUTTI

Posted by giannigirotto su 6 febbraio 2014

Proseguiamo con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“, libro che tratta in particolare dei molti e gravi problemi legati all’estrazione di gas e petrolio in Italia. Un libro dal quale si evince che sono in pochi a guadagnare, ed in molti a perdere salute ed ambiente, con costi che vengono poi scaricati sulla fiscalità generale.

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Cap. 2) LA LEGGE (E LE TASSE) NON SONO UGUALI PER TUTTI

In una delle tante bozze del Decreto “Salva Italia” si è cercato di liberalizzare anche le trivelle, concedendo alle compagnie petrolifere nuovi vantaggi in materia di semplificazione delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, legati anche e soprattutto alla promozione degli investimenti offshore (in mare). L’obiettivo di queste norme, che sembrerebbero dettate dai petrolieri, era quello di individuare su tutto il territorio nazionale dei blocchi di aree assegnate, tramite gara europea, agli operatori aventi adeguate competenze tecniche, organizzative ed economiche, per l’esercizio del diritto di esclusiva delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di greggio e gas. Una sorta di nuova perimetrazione del territorio italiano destinato a possibili trivellazioni, assoggettato a strategie energetiche ed interessi economici. Secondo Standard & Poor’s, tra i parametri di solidarietà economica di un Paese, c’è anche lo sviluppo delle attività petrolifere. Uno sviluppo che in Italia non solo è già presente, ma addirittura incentivato. Basta studiare la legislazione italiana per rendersi conto che le compagnie petrolifere godono di innumerevoli vantaggi, in proporzione ben maggiori rispetto a quelli di un comune contribuente. L’art. 826 del Codice Civile inserisce le risorse minerarie nel patrimonio indisponibile dello Stato, a valenza pubblica. Il patrimonio, in quanto, tale deve essere quindi sostenuto “a norma di legge”: dalla ricerca alla prima perforazione, dalla coltivazione all’attribuzione dei diritti di proprietà. Lo Stato ha creato tutte le condizioni necessarie per rendere le nostre risorse appetibili agli occhi di operatori italiani e stranieri, tramite molti semplici Srl con esigui capitali sociali. Più basso è il capitale sociale più alta è la possibilità di non rispondere economicamente e penalmente per eventuali danni arrecati. C’è stata una deregulation in materia senza alcuna differenza tra zone tutelate e zone abitate.

L’ordinamento normativo italiano trova fondamento nel Decreto legislativo n. 625 del 25 novembre 1996, concernente l’”Attuazione della direttiva 94/22/Cee relativa alle condizioni di rilascio e di esercizio delle autorizzazioni alla prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi”. Tutto il suolo italiano, compreso il mare, nel quale sono già presenti concessioni o estrazioni, si rende disponibile “in maniera permanente” alle attività estrattive. Se ne desume che tutto il suolo pubblico italiano soggetto a indagini o perforazioni può essere considerato a tutti gli effetti proprietà privata, nella misura in cui i privilegi ottenuti non si rendano lesivi verso terzi. Le royalties sono un risarcimento per il danno provocato all’ambiente perché, quelle petrolifere, sono attività invasive non naturali, ma che sfruttano risorse naturali. Il paradosso è che l’art. 19 del sopraccitato decreto prevede che ciascun concessionario provveda “alla corretta misurazione delle produzioni, effettua autonomamente i calcoli delle royalties dovute, esegue ripartizioni tra Stato, Regioni e Comuni ed effettua i versamenti relativi” (è come dire che ognuno di voi si legga il contatore dell’enel da solo, e versi quanto pensa di dovere da solo, con in più il fatto che il contatore sia fisicamente vostro, non sigillato e di proprietà di altri…ndr). E’ poi l’Unmig (Ufficio minerario nazionale facente capo al ministero dello Sviluppo Economico) ad effettuare controlli a campione, una tantum, al fine di verificare la correttezza dei dati trasmessi dai concessionari. Le compensazioni ambientali vanno a finire nelle casse pubbliche. L’attuale ripartizione prevede che, per le estrazioni in terraferma, il 55% vada alle Regioni, il 30% allo Stato e il 15% ai Comuni, che pur essendo, di fatto, i più colpiti dall’impatto ambientale, incassano di meno. Per le estrazioni in mare, invece, la ripartizione prevede un 45% allo Stato e un 55% alle Regioni; i Comuni restano fuori. Il beneficio per lo Stato non è comunque trascurabile. Nel 2011 le casse pubbliche hanno incassato oltre 276 milioni di euro. Da questa redistribuzione emerge che il profitto generato dalle compagnie petrolifere è di quasi 6 miliardi di euro. Quello delle royalties rappresenta un tema molto caldo per gli operatori che, nonostante abbiano a che fare con un’aliquota, di gran lunga, più bassa rispetto ad altre nazioni, percepiscono questa forma di tassazione come un freno ad attività e guadagni. Una penalizzazione che però può contare su un’agevolazione chiamata franchigia. Le compagnie petrolifere, per effetto della franchigia, sono esenti da pagamento di compensazioni ambientali sulle prime 20 mila tonnellate di greggio estratto in terraferma (8 milioni di euro), sulle prime 50 mila tonnellate di greggio estratto in mare (19 milioni di euro), sui primi 25 milioni di metro cubi di gas estratti in terraferma (7 milioni di euro) e sui primi 80 milioni di metri cubi di gas estratti in mare (24 milioni di euro). Proprio per effetto del limite entro il quale la normativa vigente non prevede alcun obbligo, molte società sembrano non esistere. E’ proprio questo meccanismo che incentiva le piccole Srl a inserirsi nella corsa al greggio ed al gas italiano, incrementando il loro fatturato, e a concorrere a tutti quei giacimenti considerati marginali dal ministero dello Sviluppo Economico. Condotta imitata anche dai grossi gruppi multinazionali. Il concetto di marginalità applicata ai piccoli giacimenti non tiene conto del costo ambientale di attività estrattive soggette a esenzione. La convenienza dell’operazione è notevole. Esistono Regioni, ad esempio il Veneto, che nel 2011 non hanno visto un centesimo di royalties. Nella normativa italiana in materia di estrazioni di idrocarburi è possibile rilevare che gli abbattimenti dei costi sulle estrazioni sono anche maggiori di quelli stabiliti dall’introduzione delle franchigie. Sulle produzioni vertono ulteriori sconti. A stabilire le diverse riduzioni del valore unitario delle aliquote è, annualmente, uno specifico decreto interministeriale. Le compagnie che estraggono gas godono di un contributo da parte dello Stato come incentivo ad incrementare le riserve nazionali di gas. Il 40% di incentivo statale è prelevato dal 5% delle entrate derivanti allo Stato dal versamento delle royalties, come sancisce l’art. 4 del Decreto legislativo n. 164 del 23 maggio 2000. In sostanza le compagnie pagano le royalties allo Stato, che sul 5% del ricevuto gira un 40% alle società impegnate nelle attività di prospezione, ricerca e coltivazione id nuovi giacimenti. Siccome le società potrebbero perderci, la legge italiana fa in modo di rendere sostenibili i loro bilanci. Sembrerebbe di intuire che per le compagnie petrolifere non ci sia rischio di impresa. Un mare di finanziamenti ed incentivi pubblici, sia a livello nazionale che a livello europeo che, nonostante la palese necessità di affrontare i problemi connessi al cambiamento climatico e all’incentivazione delle fonti di energia rinnovabile, conferma quanto il sostegno alle fonti fossili sia ancora molto forte e soprattutto determinante per la messa in opera di infrastrutture considerate strategiche. Tanto da trovare favori dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), l’organismo pubblico che predispone, in diversi settori, gli indirizzi della politica economica nazionale. Anche la Bei (Banca europea investimenti) e la Cassa depositi e prestiti hanno fatto la loro parte. La favorevole legislazione italiana rende possibile alle compagnie di tutto il mondo di stabilirsi e investire in Italia con forza occupando preziosi chilometri quadrati della nostra Penisola che vengono tassati con specifici canoni. Ancora oggi sono espressi in lire e non sono soggetti ad alcun adeguamento Istat. I valori fissati sono pari a 5.000 lire a chilometro quadrato per i permessi di prospezione, 10.000 lire a chilometro quadrato per i permessi di ricerca e 80.000 mila lire a chilometro quadrato per le concessioni di coltivazione. Si tratta di un piccolo sovrapprezzo rispetto ai milioni di euro risparmiati grazie all’eliminazione delle royalties sotto una soglia minima di produzione.

A Cura di Erica Minto, che ringrazio sentitamente.
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I prossimi capitoli seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimanem mentre i precedenti li trovate quiin ogni caso valutate se acquistare l’originale che costa solo 12 euro…

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Indispensabili – Trivelle d’Italia – Cap 4) LE “GUERRE DEL PETROLIO” ITALIANE

Posted by giannigirotto su 4 febbraio 2014

Proseguiamo con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“, libro che tratta in particolare dei molti e gravi problemi legati all’estrazione di gas e petrolio in Italia. Un libro dal quale si evince che sono in pochi a guadagnare, ed in molti a perdere salute ed ambiente, con costi che vengono poi scaricati sulla fiscalità generale.

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Cap. 4) LE “GUERRE DEL PETROLIO” ITALIANE

Grazie alle basse royalties i siti di interesse delle compagnie petrolifere sono dei veri e propri “paradisi” italiani. Oltre alla mancanza di reali ricadute economiche derivanti dall’estrazione delle fonti fossili, l’ambiente e la sua tutela praticamente non gravano sulle attività delle compagnie. Lo “sviluppo sostenibile”, inteso come sintesi tra sfruttamento del territorio e integrità dello stesso, è tanto amato quanto disatteso dai grandi gruppi industriali. I percorsi attraverso i quali una comunità finisce per accettare impianti invasivi e l’eventuale nascita di conflitti rivelano dinamiche molto più complesse. Gli operatori cercano, ad esempio, di far accettare la propria presenza, come parte integrante del territorio, finanziando sagre e feste di paese, tornei di calcetto, ecc. Il “caso Basilicata” è stato un vero e proprio laboratorio in cui sono state tracciate le linee guida per la polverizzazione delle identità autoctone in nome di uno “sviluppo locale capace di riscattare dalla marginalità la terza Italia” attraverso un percorso di immersione nelle comunità, nella cultura in quanto tale, entrando “in totale empatia con essa, testimoniandone e condividendone fino in fondo le dinamiche territoriali”. Una “missione di comunità” fatta da multinazionali del petrolio, come Eni, con l’obiettivo di invertire tendenze negative, come emigrazione e disoccupazione, senza successo. Dal più piccolo Comune del Mezzogiorno fino alla Pianura padana ai margini delle grandi città si scrivono storie e racconti che sembrano rispondere ad un’altra logica, ovvero che “la rapina delle risorse del territorio è fondata sulla debolezza culturale”, come scrive Antonio Bavusi, sociologo e ambientalista lucano. Ci sono molti esempi in Italia di “occupazione” del territorio da parte delle compagnie petrolifere.

A Sannazzaro (PV) il nascente impianto è “un esempio di innovazione italiana”, un modello capace di trasformare bitumi, oli non convenzionali e greggi extra pesanti in benzina e gasolio. Il Governo italiano, il 23 febbraio 2012, ha bocciato una proposta avanzata dalla Commissione europea a favore dell’arrivo sul mercato degli Stati membri dei soli carburanti con minori emissioni di carbonio. L’obiettivo dell’Ue, a favore di una riduzione del 6% delle emissioni di carbonio di tutti i carburanti entro il 2020, è quello di bandire dall’Europa le sabbie bituminose catalogandole tra le fonti non convenzionali, causa di maggiore emissione di CO2 nelle loro fasi di estrazione e raffinazione. Su questo fronte la partita che si sta giocando è accesa. Da una parte le compagnie petrolifere interessate allo sfruttamento delle tar sands (sabbie bituminose), dall’altra gli ambientalisti. Quello della bonifica della falda freatica contaminata, all’altezza di tre grosse cisterne dell’impianto di desolforizzazione che sembrano quasi in disuso, è un problema da non sottovalutare, considerando l’espansione in atto della raffineria. Secondo il vicesindaco ed assessore all’Ambiente del Comune di Sannazzaro, primo cittadino dal 1990 al 1992 ed ex quadro dirigente Eni la bonifica sta procedendo regolarmente e non comporta nessun tipo di pericolo per le acque destinate ad usi potabili ed irrigui. Nonostante ciò la raffineria è classificata “sito industriale a rischio di incidente rilevante”. Nella notte tra martedì 4 e mercoledì 5 ottobre 2011 un’esplosione cupa, che alcuni inquilini delle palazzine più prossime alla raffineria descrivono “come un aereo vicinissimo ai tetti”, illumina tutto intorno. Una fiammata alta oltre dieci metri, coltri di fumo per oltre un’ora e mezza ed emissioni maleodoranti. Il piano di emergenza interno alla raffineria ha funzionato, nessuna traccia, al contrario, della sirena che dovrebbe suonare in tutto il paese in caso di incidente ed introvabili sono i libretti informativi pubblicati e distribuiti da Eni in merito al piano di emergenza esterno. Gli incidenti però rientrano nella quotidianità di chi vive vicino ad una raffineria: dicono che porta lavoro, anche se precario. Importa questo. Le sostanze immesse nell’aria fino al 2007, anno in cui le centraline di monitoraggio sono passate in gestione all’Arpa Lombardia, erano monitorate dall’Eni, che per decenni è stato controllore e controllato. Sono state fatte due indagini sanitarie, l’ultima risale al 2003. Entrambe sono incomplete e sono state inspiegabilmente interrotte. Fu Michele Debattista, primo cittadino dal 2000 al 2009, a volerle, interpellando alcuni esperti tra i quali Ermenegildo Zecca, titolare di Igiene ambientale all’Università di Pavia. Era previsto lo svolgimento di indagini tra di loro connesse: una di tipo igienico – ambientale e l’altra di natura epidemiologica. La prima non ottenne la dovuta autorizzazione e non fu svolta. La ricerca epidemiologica invece fu in parte delineata portando alla luce alcune patologie respiratorie. Lo studio non venne però completato: si rendeva necessario entrare in raffineria, esaminare in dettaglio le procedure tecniche, i punti di scarico degli eventuali tossici nell’ambiente, ma i ricercatori non visitarono mai l’impianto. A questo punto viene da chiedersi se i risultati epidemiologici sono realmente espressivi del rapporto tra salute dei cittadini di Sannazzaro e le attività della raffineria. Oggi, nonostante la paventata crisi della raffinazione italiana e lo spauracchio del ridimensionamento di organico la produzione non si ferma.

L’articolo 16 del Decreto sulle liberalizzazioni, approvato il 24 marzo 2012, introduce un memorandum di intesa. L’articolo reca disposizioni sullo sviluppo di risorse energetiche e minerarie nazionali strategiche. Si intende “favorire nuovi investimenti di ricerca e sviluppo di risorse energetiche nazionali strategiche di idrocarburi nel rispetto del dettato dell’articolo 117 della Costituzione, dei principi di precauzione, di sicurezza della salute dei cittadini e di tutela della qualità ambientale e paesistica, di rispetto degli equilibri naturali terrestri ed acquatici, secondo i migliori e più avanzati standard internazionali di qualità e sicurezza e con l’impiego delle migliori tecnologie disponibili, garantendo maggiori entrare erariali per lo Stato”, stabilendo al contempo “progetti infrastrutturali e occupazionali di crescita dei territori di insediamento degli impianti produttivi e dei territori limitrofi”. Aspetti che sollevano più di un dubbio. L’articolo 16 toglierà ai sindaci la gestione periferica delle compensazioni ambientali e non consentirà più controlli diretti sui ritorni economici per il territorio, dato che le royalties spariranno in cambio di infrastrutture da realizzare attorno agli impianti produttivi petroliferi. Risorse economiche sbloccate che torneranno utili alle stesse compagnie petrolifere, finanziando impianti produttivi e convertendo parte delle royalties versate dagli operatori in interventi infrastrutturali. Infrastrutture peraltro già previste dal primo accordo petrolifero firmato nel 1998 delle quali, ad oggi, non c’è traccia. In Lucania sgorga il giacimento di greggio in terraferma più esteso d’Europa; giacimento che doveva cambiare la vita dei residenti, ma che per 15 anni ha alimentato solo aspettative. L’ultimo rapporto economico della Banca d’Italia ha dichiarato come più povera regione d’Italia la Basilicata. Anche in questa regione ci si è resi conto che petrolio non è più sinonimo di sviluppo. Nel 2010, infatti, il numero di occupati è diminuito di oltre 5.400 unità. Nel biennio 2009 – 2010 il calo è stato di 10.600 unità. La flessione è stata più intensa sia rispetto a quella registrata in Italia, sia rispetto a quella riguardante il Mezzogiorno. Ad aumentare, oltre all’emigrazione giovanile, anche il numero di famiglie in cui nessun elemento lavora; un incremento più alto rispetto sia alla media del Mezzogiorno che alla media del Paese.

L’ultimo rapporto Istat inserisce la Basilicata ai primi posti in Italia per mortalità da tumori, con percentuali che superano la media nazionale. Un’incidenza tumorale, dal 1970 ad oggi, che continua a crescere, assumendo sempre più i connotati di una curva pericolosa verso l’alto. Una terra di nessuno dove il silenzio sulle cause e le responsabilità è assordante. Tumore allo stomaco, al colon, al fegato, alla laringe, ai polmoni, alla pleura, alla vescica e patologie cardio-respiratorie sono in aumento, come è possibile leggere nella relazione di attività del Registro tumori Basilicata Irccs-Crob. I casi di tumori al polmone, alla mammella, alla prostata sono in aumento in tutte le aree con delle eccezioni ancora più negative in alcune zone. Accanto a queste sedi tumorali i dati confermano anche l’insorgere di nuove patologie come la leucemia mieloide. Le indagini epidemiologiche in Basilicata, rivolte maggiormente all’effetto e non alla causa dell’incidenza tumorale, dimostrano la presenza di fattori di rischio indotti come le forti emissioni degli impianti petroliferi e la contaminazione del suolo e delle acque causata da sversamenti accidentali di greggio. Molti sono gli incidenti non denunciati. Per quelli noti sono assenti relazioni ufficiali che descrivano le cause, la tipologia dell’inquinamento, le sostanze immesse sul suolo, nell’aria, nell’acqua e nei prodotti agricoli e zootecnici esposti a tali sostanze. Gli effetti degli incidenti, così come l’esposizione durante il funzionamento delle attività di produzione, trattamento e trasporto del greggio finiscono così per rappresentare i cosiddetti “effetti collaterali”.

Non bisogna dimenticare anche il rischio sismico e idrogeologico che sussiste. Il petrolio può far svanire gli investimenti fatti negli ultimi venti anni.

A Cura di Erica Minto, che ringrazio sentitamente.
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Indispensabili – Trivelle d’Italia – Cap 3) Benzina quanto mi costi

Posted by giannigirotto su 11 gennaio 2014

Proseguiamo con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“, libro che tratta in particolare dei molti e gravi problemi legati all’estrazione di gas e petrolio in Italia. Un libro dal quale si evince che sono in pochi a guadagnare, ed in molti a perdere salute ed ambiente, con costi che vengono poi scaricati sulla fiscalità generale.

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Cap. 3)Benzina quanto mi costi

Con gli attuali prezzi medi dei carburanti un pieno costa Euro 65, Euro 26 in più rispetto al 2011. Sul prezzo della benzina e del gasolio alla pompa continuano a pesare l’Iva al 21% (presto al 23%) e le accise che sono 15. Sui carburanti paghiamo ancora 1 centesimo di Euro per la guerra in Abissinia del 1935, 10,6 centesimi per la missione in Libano del 1983, 1,1 centesimi per la missione in Bosnia del 1996, 4 centesimi per far fronte all’emergenza immigrati dovuta alla crisi libica del 2011 e un’accisa di 8,2 centesimi per effetto del decreto “Salva Italia” introdotta a dicembre 2011. Con i nostri risparmi continuiamo a pagare costi economici affrontati dall’Italia in guerre. Questi accise posizionano l’Italia al primo posto in Europa per il prezzo della benzina. Da noi i carburanti costano il 27% in più che in Spagna, quasi il 15% in più che in Francia, il 14% in più che in Germania e il 9% in più che in Olanda. Sembrerebbe che a guadagnarci sia solo lo Stato grazie ad una tassazione totale su un litro di benzina che, a scanso di oscillazioni, arriva quasi al 60%. Resta un 40% di spesa industriale da suddividere tra costi di estrazione, raffinazione, trasporto, distribuzione e dal prezzo del carburante calcolato sull’indice Platts in base alla domanda ed all’offerta di prodotti petroliferi a livello internazionale. A filiera conclusa le compagnie dichiarano di spendere 15 centesimi lordi per ogni litro di benzina, guadagnando solo un centesimo. Un dato contestato dai gestori dei distributori. Davide Tarabelli, presidente di Nomisma Energia, sostiene che “in media il greggio di buon livello ha un costo industriale di estrazione di circa 3 dollari al barile. A questi, se ne devono aggiungere altri 2 per il trasporto verso la raffineria la quale ne spenderà circa 3 nella realizzazione dei diversi derivati del barile. In totale siamo a 8 dollari al barile che, se calcolato in Platts, significa un prezzo di 3 centesimi al litro. Tenendo per buona questa stima, ogni compagnia petrolifera guadagnerebbe, per ogni litro di benzina 12 centesimi andando a giustificare anche la differenza di costo del carburante presso i distributori no-logo, le cosiddette pompe bianche, presso le quali è possibile risparmiare fino a 8, 9, 10 centesimi di euro. A incidere maggiormente sul guadagno delle multinazionali di casa nostra sono i costi di estrazione (variabili a seconda del Paese in cui si estrae) ed il trasporto del greggio verso le raffinerie. Due costi che le raffinerie potrebbero limare ulteriormente, rivoluzionando l’intera filiera accorciandola e investendo di più nelle estrazioni Made in Italy dove pagano royalties tra le più basse del mondo e dove ammortizzerebbero il trasporto del greggio per il solo mercato interno. Per il momento però ci si accontenta di aumentare il prezzo alla pompa. Una corsa al rialzo che ha spinto la Guardia di Finanza ad avviare accertamenti, nelle sedi italiane di alcune compagnie petrolifere, mirati a verificare eventuali manovre speculative.

Da dicembre 2011 a oggi Eni ha apportato aumenti pari a 25 centesimi. I prezzari internazionale e nazionale dimostrano che quando il prezzo del greggio aumenta il prezzo alla pompa aumenta, ma quando il prezzo del greggio diminuisce il prezzo alla pompa resta invariato o aumenta. Dimostrano anche che, quando una compagnia aumenta il prezzo, tutte le altre si adeguano al “cartello”. Fegica (Federazione gestori impianti carburanti e affini) chiede di diminuire i prezzi alla pompa. Un’operazione possibile come “dimostrano i 10 centesimi al litro in meno che mediamente vengono praticati dagli impianti no-logo grazie al fatto che le stesse compagnie petrolifere riforniscono le pompe bianche con un prezzo di 12/14 centesimi al litro più Iva più basso che ai gestori”. Un abbassamento di 10 centesimi al litro significherebbe un risparmio per i cittadini di oltre 4 miliardi di Euro. I gestori sono parte lesa considerando che l’aumentare dei prezzi non aumenta il loro guadagno che resta fisso più o meno al 2%. Per mettere un freno a quella che è una speculazione lo Stato, che non toccherà mai i propri proventi, giocherà, con il Decreto liberalizzazioni, la carta di un incremento della concorrenza abolendo il contratto di esclusiva che oggi lega gestori e gruppi petroliferi e favorendo l’ingresso sul mercato della distribuzione di nuovi soggetti e la possibilità di rifornirsi di carburanti al miglior prezzo. Le compagnie subiranno l’obbligo di cedere un terzo dei distributori di proprietà.

Con decreto ministeriale del 12 novembre 2010, in attuazione delle disposizioni previste dall’articolo 5 della Legge n. 99 del 23 luglio 2009, lo Stato ha deciso di istituire un Fondo riduzione prezzi carburanti per i cittadini residenti nelle regioni italiane interessate da estrazioni petrolifere. Un tesoretto recuperabile dall’aumento dal 7 al 10% delle royalties versate dalle compagnie petrolifere per le sole estrazioni di gas e greggio in terraferma. Sette le regioni destinate del fondo: Molise, Calabria, Puglia, Emilia Romagna, Piemonte, Marche e Basilicata. I patentati lucani beneficeranno di un bonus da Euro 90 all’anno, come dichiarato dal ministero dello Sviluppo economico, a fronte di un raddoppio delle estrazioni che porterebbero ad una copertura del fabbisogno nazionale pari al 13%. Un incentivo che il presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo, ha più volte definito “elemosina”. In effetti di elemosina si tratta perché in Basilicata la benzina è più cara che in Trentino Alto Adige dove non c’è attività petrolifera e dove alcuni Comuni beneficiano di uno speciale fondo riduzione della benzina perché ricadenti in un raggio di 20 chilometri dalle vicine Austria e Svizzera dove i carburanti costano meno. Più vicini si è meno si paga.

A Cura di Erica Minto, che ringrazio sentitamente.
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Indispensabili – Trafficanti (di morte) – Cap 4) Uno strano ingegnere

Posted by giannigirotto su 9 gennaio 2014

Proseguiamo con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“, libro che tratta in particolare dei traffici di sostanze inquinanti, con particolare riguardo chiaramente a quelli che avvengono, in entrate ed in uscita, in Italia.

E’ un libro durissimo, che definire indigesto è un eufemismo. Un libro che mette a nudo una piccolissima parte delle più sporche ma sopratutto mortali porcherie che da decenni vedono piccole e grandi imprese infrangere la legge e smaltire illecitamente rifiuti pericolosissimi semplicemente sversandoli nel territorio, interrandoli, ammassandoli l’uno sopra l’altro, caricandoli su navi che poi vengono affondate, e in mille altri modi ugualmente deleteri.

In questi estratti troverete date, nomi, luoghi, cifre, fatene l’uso che riterrete più opportuno, ma per favore, non voltatevi dall’altra parte, ne va del futuro dei nostri figli.
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Cap. 4 – Uno strano ingegnere

Uno strano ingegnere
Fatture relative a qualche missione ed una audio cassetta dalla spasmodica durata di 90 minuti. No, non si tratta del menù di un divorziato disperato, che dopo aver spiato l’ex moglie, si consola con la voce provocante di una cortigiana del ventesimo secolo, filtrata attraverso un recipiente, stimolante la fantasia. Concerne altresì, l’intervento dello Stato a favore della ricerca della verità, all’interno dell’inchiesta della procura di Bolzano, coordinata da Guido Rispoli.

Imputato del reato, prima di concussione, poi mutato in tentata estorsione, è Giorgio Comerio. Originario di Busto Arsizio, per anni residente in Peter Port street, Guernsey, piccolo paradiso fiscale nel Canale della Manica stretto tra la Francia e la Gran Bretagna. Comerio ha scontato 12 giorni dei 4 anni al fresco, previsti dalla procura di Bolzano e dalla Corte di Cassazione, e poi si è letteralmente librato e volatilizzato verso la Tunisia. Ma per lui, tale condanna, non fu altro che un abietto incidente di percorso, di fronte ad altre accuse ben più gravanti terminate tutte con l’archiviazione. Inoltre Comerio non sembrò minimamente temere le azioni della procura, anzi, adoperando un’affermazione di sua matrice, “lui con le procure era solito collaborare”. Come quando cooperò con Antonio di Pietro a Zibido San Giacomo, servendosi di uno strumento americano, denominato georadar, con il fine verificare l’esistenza di una discarica abusiva. Tutto procedeva sublimamente. Fino al 1996, quando Comerio commissionò ad un imprenditore un affare apparentemente irrinunciabile. Ma l’imprenditore in questione, sospettato dalla magistratura, di aver indebitamente risparmiato sui lavori e sul materiale, mettendo a rischio la sicurezza dei convogli ferroviari, con lo scopo di evitare ingenti e deleteri danni, rivelò la proposta fattagli da Comerio alla Guardia di Finanza. Microfonando il suddetto imprenditore, in un ristorante di Bolzano, la Guardia di Finanza incastrò e castrò l’attività, volta a delinquere, del reverentissimo Giorgio Comerio.

In fondo al mare

La Calabria è terra di verità sottili, capaci di sfuggire allo sguardo più solerte. Ė terra di poteri inverosimilmente possenti, radici millenarie che ti avvolgono, soffocando ogni tuo vitale fonèma. Un labirinto scarno di ogni umana sembianza, che secerna da ogni suo intrigo, un passo in più di lontananza, rispetto alla consapevolezza dell’importanza di vivere. In questa terra la verità è un mito sbiadito, defunto, sepolto, dimenticato. In questa terra, la mentalità vigente mette sul piatto un ragionamento per il quale i castelli sociali edificati dal potere valgono più della misera esistenza umana, vanificata da un abitante nativo dell’omertà, il tumore. La neoplasia (inteso come patologia che grava sul corpo) è l’edera che cresce attorno al rispetto verso tumori di malignità incommensurabile, forze arcane bandite dal limite, concernante un tipo di rispetto di gran lunga più nobile nei confronti del primo, la libertà e la dignità altrui.

E così la vicenda dei traffici dell’ingegner Comerio è il simbolo più eloquente del mondo complesso e riservato dei broker di armi e rifiuti.

In questa storia un omicidio non vi è mai un omicidio, una nave affondata è in grado di sparire per sempre e i veleni diventano impalpabili, nascosti per sempre in fondo al mare. Il mare domina, il mare è il vero centro della rete.

La luce che accecò con precisione disarmante, la carriera maleodorante del fetido Giorgio Comerio, brillò nel cielo della trasparenza nel 1994 con un esposto di Legambiente. In quegli anni molti asserivano al fatto che le grotte oscure della Calabria, oltre a fungere da rifugio utile per i sequestri, da deposito per le armi, venivano adibite a nascondiglio di rifiuti pericolosi.

Scorgere quelle caverne era un’impresa assai ardua, considerato il monopolio millimetrico, in quelle zone, esercitato dalla ‘ndrangheta. Tuttavia, accadde un fatto che differì le cornee dello spettatore, verso il mare; una nave albanese, la Korabi, vagava tra la Sicilia e la Calabria alla ricerca di un approdo, con un carico ritenuto radioattivo dalle autorità. A Reggio Calabria instradò le indagini un giovane ufficiale della Guardia Costiera, al secolo Natale De Grazia.

I migliori uomini

Milano, 1989, un ingegnere di nome Andrea Rossi viene denunziato per “smaltimento continuato di rifiuti tossici e nocivi e rifiuti speciali senza autorizzazione”. Era il titolare della Petrol Dragon e spacciava per valida un’idea immersa nella più pura insania: trasformare i rifiuti pericolosi in petrolio. Poi il petrolio, con una magia, paragonabile all’improvvisa ritirata della luce, durante un’eclissi solare, scompariva nel nulla. Di tal , misteriosa vicenda, si occupò la Guardia di Finanza, ma la parte ambientale fu condotta da un gruppo di ufficiali della Forestale di Brescia, guidato da Rino Martini. Quel nucleo di Brescia subì una subitanea estinzione. Non è chiaro il fatto che portò allo scioglimento del Corpo Forestale dello Stato di Brescia, proveniente da una decennale esperienza, che maturò ai tempi dell’ annullamento, un insistente interesse nei confronti del gruppo di imprenditori che gravitava attorno alla Petrol Dragon, il quale era la chiave per aprire nuove stanze di indagini. Il problema delle scorie industriali era più attuale che mai e l’esperienza di Seveso aveva mostrato la potenza della rete dei trafficanti. Nel 1995, le supposizioni di Martini si rivelarono fondate, quando a Chiasso venne fermato l’imprenditore Elio Ripamonti, legato alla cordicella della Petrol Dragon, con una valigia colma di risposte. Ovvero l’idea di Giorgio Comerio di riempire alcuni penetratori di scorie radioattive, al fine di inviarli, via morte, nei fondali marini. La rete di interessi e di aziende è smisurata, come abnorme è la non curanza, ed il diletto a contrapporre la lardosa ricerca della prevaricazione materiale, alla macilenta coscienza del respiro altrui.

Il paradiso svizzero

Dato il suo immane amore nei confronti dei paradisi fiscali, Comerio stabilì il suo centro operativo tra Lugano, nel Canton Ticino, e il Lussemburgo.

L’obiettivo per Martini, De Grazia &company era ricostruire l’arcipelgo delle società legate a Comerio, incrociando i dati con le rotte delle navi dei veleni che avevano solcato il Mediterraneo per almeno un decennio. Un gran contributo alla risoluzione di tale obiettivo, è da rintracciarsi nel mondo ambientalista, in particolare in Greenpeace che dopo aver esaminato i movimenti di Luciano Spada e di Comerio, riversò il suo sudore ad analizzare i traffici verso l’Africa (rotta, negli anni ottanta, prediletta per la Jelly Wax, una società italiana).

Nel 1992 l’Onu denunciò che due imprese (l’italiana Fin Chart e la svizzera Achair) avevano da poco concluso un accordo con il governo Somalo per smaltire mezzo milioni di tonnellate di rifiuti industriali. Tutto ciò dimostra quanto precario fosse il valore della Convenzione di Basilea del 1989, atto che soggiace inerme in uno stato vegetativo, in attesa che venga staccata la spina, che lo alimenta attraverso dosi di inutile formalità. A combattere la moda che spopolò negli anni ’80, concernante il lancio di scorie tossiche in mare, ci pensò l’ Ocse, organizzazione erede del piano Marshall. Ma il progettò, denominato Dodos perì nel 1986, in seguito all’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl. La cosa buffa quanto inquietante, sta nel fatto che anche Comerio partecipò al Dodos, cercando di sbolognare la riprovevole idea dei penetratori.

Tralasciamo le creature mostruose, confluenti nella persona di Comerio, per parlare di chi si è opposto al sistema delittuoso del traffico dei rifiuti, confidando in se stesso per erigere la natura ai livelli eterei che meriterebbe, in un nome, Stefan Weber, uno dei principali attivisti di Greenpeace. Weber, con la complicità di un altro militante di Greenpeace, Roberto Ferrigno, dedicò sangue e neuroni alla rappresentazione nitida della galassia dei traffici, che venne poi riportata nel dossier “The network”.

La camera di compensazione

Weber mostrò un documento agghiacciante. È datato 3 febbraio 1988 ed è una sorta di circolare inviata alle principali industrie chimiche e farmaceutiche tra la Svizzera e la Germania. L’intestatario è una delle principali società finanziarie svizzere, la Fidinam Fiduciaire di Ginevra, che si incariva di smaltire le eventuali scorie, delle industrie, in Africa.

Dietro la Fidinam si nasconde una delle principali menti delle riservate architetture finanziarie svizzere, Tito Tettamanti. L’intreccio scoperto da Greenpeace conduce dritto al cuore del potere politico italiano. Giuseppe Berlini, rappresentante della Montedison in Svizzera, arrestato da Antonio di Pietro nel 1993, dichiarò ai magistrati di Milano che la Fidinam, con la Valina Etablissement, avrebbe fatto parte della lista di compagnie utilizzate dal gruppo Ferruzzi per “organizzare e gestire in maniera occulta i propri fondi esteri”. La Valina aveva la stessa sede legale della Instrumag di Luciano Spada, a Vaduz, in Liechtenstein. Lo scenario, appena riesumato, è il medesimo dal quale Di Pietro stanò la “madre di tutte le tangenti”, il tesoro Enimont che segnò la storia di tangentopoli. Una masnada di società off-shore dedite all’intento di rendere i soldi invisibili, senza odore, privi delle tracce dei loro genitori, ovvero marchingegni, che mostrano ozianti, la loro vergogna.

All’alba del 27 settembre del 1997 un ristretto gruppo di militanti di Greenpeace si appressò agli uffici dell’Odm di Giorgio Comerio, e fotografò la documentazione rilevata. Successivamente consegnò tutta la documentazione raccolta, allegata ad una distinta denuncia, alla polizia. Morale di questa favola bagnata dalla più aspra e fervida antinomia, fu la condanna di Greenpeace per aver accostato la parola mafia alle società riconducibili alla galassia della Fidinam. A mio avviso apostrofare tali società con l’ epiteto di “avanzi di carcasse ridotte a carogna , germogliate dall’intestino saturo di un blobfish” è il più grande complimento che la mia modesta alfabetizzazione mi permetta di partorire.

Lo strano circolo di Giorgio Comerio

Via della Costa, nel piccolo borgo di Garlasco di Pavia, è un budello, che si dirama verso il bosco. . Da anni Giorgio Comerio ha abbandonato questo indirizzo, l’ultimo conosciuto in Italia. Qui arrivarono, il 12 maggio 1995, gli ufficiali del Corpo Forestale dello Stato con due sottoufficiali dei carabinieri e con il capitano Natale De Grazia, alla ricerca di prove che certificassero l’affondamento in mare di rifiuti pericolosi e radioattivi. Aprì la porta Giuliana Giunta, convivente e socia di Comerio. La perquisizione durò dieci ore e fu la sorgente dalla quale sgorgò una corrente di informazioni, tutt’altro che futili:nella villa di Garlasco, la coppia riuniva imprenditori, politici lombardi, nobili più o meno in disgrazia e avventurieri a caccia di qualche opportunità; l’Odm sicuramente era operativa; Giorgio Comerio girava vorticosamente tra veri o presunti rappresentanti di Stati africani; viaggiava nei paesi dell’ex blocco sovietico, dove le scorie radioattive pullulavano, in seguito alla caduta dei regimi. Inoltre furono raccolte decine di cartelline, dedicate interamente al progetto dei siluri dell’ Odm, i penetratori che avrebbero dovuto trasportare sotto i fondali marini le scorie radioattive. Era questo il cuore dell’attività di Giorgio Comerio, il progetto più importante, al quale lavorava dal 1992. Tra i paesi contattati per lo smaltimento dei rifiuti, ve ne sono solamente due di non africani, l’Argentina e il Brasile, da poco usciti da un frangente dittatoriale, ma da sempre terreno fertile per l’iniezione di gruppi massonici italiani. I paesi africani coinvolti sono i seguenti:Nigeria,Guinea francese, Guinea Bissau, Guinea equatoriale, Capo Verde, Congo, Mauritania, Togo, Ghana, Sudafrica, Angola, Benin, Costa d’ Avorio, Zaire, Liberia, Camerun, Gabon, Senegal, Sierra Leone e Somalia. Era dunque evidente che dietro la sigla Odm vi fosse una rete potente, in grado di aprire le frontiere dei paesi in guerra alle scorie nucleari europee. Una via africana dei rifiuti. Concludo questo capitolo menzionando nuovamente, l’esempio di Stefan Weber, affinché si comprenda che anche un solo uomo, se agisce seguendo il suo cuore, può diventare un pericolo per il pericolo, una finestra di fine amore per il mondo, e per chi lo vive, che affaccia, diretta, sull’eternità.

A cura di Giacomo Carlesso

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Indispensabili – Trafficanti (di morte) – Cap 3) LA RETE INTERNAZIONALE

Posted by giannigirotto su 26 dicembre 2013

Proseguiamoi con la pubblicazione di un estratto di un libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“, libro che tratta in particolare dei traffici di sostanze inquinanti, con particolare riguardo chiaramente a quelli che avvengono, in entrate ed in uscita, in Italia.

E’ un libro durissimo, che definire indigesto è un eufemismo. Un libro che mette a nudo una piccolissima parte delle più sporche ma sopratutto mortali porcherie che da decenni vedono piccole e grandi imprese infrangere la legge e smaltire illecitamente rifiuti pericolosissimi semplicemente sversandoli nel territorio, interrandoli, ammassandoli l’uno sopra l’altro, caricandoli su navi che poi vengono affondate, e in mille altri modi ugualmente deleteri.

In questi estratti troverete date, nomi, luoghi, cifre, fatene l’uso che riterrete più opportuno, ma per favore, non voltatevi dall’altra parte, ne va del futuro dei nostri figli.
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Cap. 3 – LA RETE INTERNAZIONALE

Un testimone speciale: La verità viaggia a passo d’uomo. Nel 1997 Piero Sebri decise di incrociare il suo cammino e la sua verità, con il timpano affamato di chiarezza della magistratura. Sebri, in quell’epoca ricopriva il ruolo di commesso nel comune di Abbiategrasso, ma in precedenza, fu un militante dell’estrema sinistra milanese, che sfociava nel Movimento Lavoratori per il Socialismo, successivamente compreso nella branca del Psi milanese. La sua verità cullava i segreti inerenti al funzionamento della rete internazionale dei rifiuti. Per fornire un’ idea di cosa fosse l’MLS, mi limito ad annotare la presenza di Sergio Cusani, l’uomo chiave nella vicenda della maxitangente Enimont, per intenderci. Quei ragazzi appartenenti al movimento studentesco, nel regime post pubertà, divennero gli uomini che condividevano la cosiddetta “water closet” con il rampantismo e l’arrivismo di una classe dirigente, a cui si accingevano ad appartenere, che incrementava sempre più l’alleanza con pezzi grossi dell’economia italiana (vedi il trafugamento di titoli della banca romana del Santo Spirito ad opera di Claudio Martelli e alcuni ragazzi ex MLS). In quegli anni, Piero Sebri scorgeva l’apertura di una via lecita, quanto eterea, con destinazione,assai grottesca: la partenza dei rifiuti. I rifiuti intraprendevano dei viaggi solo andata verso l’Europa, l’America Centrale e l’ Africa, regalando alle popolazioni che gentilmente quanto inconsapevolmente si prostravano all’accoglienza, una vasta gamma di pregiati container e bidoni. L’angelo custode, nonché mentore, nonché egregio e reverentissimo padrone del signor Sebri, fu Luciano Spada. Il fu Spada (defunto nel 1989) era più di un imprenditore, era una sorta di catalizzatore,di calamita che muove soldi e rifiuti, di carcassa umana puzzolente e putrefatta, adibita a calmare la fame di alcune mosche dallo stomaco piangente. Con la quarta elementare in testa, e nella tasca una matita rossa e blu, sedeva tra le file della falda autonomista del partito socialista, con a capo Bettino Craxi, Claudio Martelli, Margherita Boniver e Gianni De Michelis. Questa masnada di furfantelli ambiziosi, negli anni ottanta, costituiva il faro dell’economia italiana. La testimonianza di Sebri fu fondamentale, non solo per il fatto che permise di delineare la struttura cementificata attorno a Spada, ma soprattutto perché avvenne in un momento nel quale, il medesimo Sebri era tornato in costante contatto con gli interlocutori,compagni delle avventure passate, che nutrivano in lui una cieca fiducia ed una considerevole stima. Di ciò, ne approfittò la magistratura, captando trafficanti ed imprenditori.

Il “gruppo” in azione: Il disastro di Seveso cagionò una metamorfosi nei metodi utilizzati dai produttori di rifiuti e dal gotha dell’industria Usa ed europea. La soluzione stava nella creazione di una rete, le cui facoltà permettevano di celare i movimenti dei rifiuti nel più assoluto silenzio. Tale rete possedeva già l’etichetta di esistente, e risiedeva nel traffico di armi. Il sistema del traffico di armi si fondava su: accordi internazionali che vietavano di armare popolazioni in guerra, attraverso embarghi decisi dall’Onu o da altri organismi internazionali; e d’altra parte, regole del mercato, che puntavano proprio su quesi paesi. La leva del gioco è un pezzo di carta, il certificato “end user”, che stabilisce a chi sono dirette le armi. Inoltre, la rete di trafficanti di armi creò il concetto di triangolazione finalizzato a saltare i controlli, e destinare il carico nei campi di battaglia. Questo sistema concepì i più grandi traffici illegali di armi che hanno popolato la storia recente: dai Contras del Nicaragua, fino ai signori della guerra della Somalia, dopo l’embargo del 1992. Bastava un misero pezzo di carta, uno squallido obiettivo regalato all’atmosfera dalla fragilità di governi inconsistenti, inclini all’illecito compromesso, per crocifiggere il balsamo primordiale dell’esistenza, la terra.

Torniamo a Piero Sebri. All’inizio del suo operato non comprese in maniera efficiente la struttura dell’organizzazione, tuttavia percepì il potere e l’autorità contenute nella figura di Spada, sovrastante ad ogni componente del Psi, Craxi incluso. Nel 1986 arrivò la missione più importante per Sebri, basata nell’organizzare l’arrivo di un carico di rifiuti tossici dagli Stati Uniti verso la Repubblica Dominicana. La prima fase consisteva nell’individuare il paese più afflitto da precarietà nel quale smerciare i rifiuti. A questo punto entrò a far parte della vicenda un ulteriore protagonista: Nickolas Bizzio. Bizzio intratteneva rapporti con gli Stati Uniti e controllava l’apparato finanziario e logistico, mentre Sebri gestiva il ramo politico. Il governo dominicano non accettò nell’immediato la collaborazione, però convenne per quest’ultima nel momento in cui la destinazione dei rifiuti venne stabilita in Haiti. Servendosi di camion americani portarono i container sulla collina, li aprirono e li svuotarono nella vallata. Migliaia di fusti, sparsi, aperti, una devastazione, un inimmaginabile inferno fattosi realtà. Il denaro valeva più del sogno, del futuro, della speranza racchiusa in ogni uomo, valeva più dello stesso sangue umano.

C’è sempre un mafioso:  tutto iniziò con il problema dei rifiuti tossici degli Stati Uniti. Erano necessarie strutture finanziarie leggere e flessibili, società off shore che non potevano essere ricondotte agli Stati, studi legali pronti a creare e gestire dei trust dove far transitare fondi riservati. Una rete che, però, non era sufficientemente in grado ,da sola, di controllare il business più complesso e redditizio dell’era moderna. In queste peripezie urge l’intervento di un signore omertoso,malavitoso, aleggiato da un pizzico di duttile delinquenza…la descrizione baciata del mafioso modello.

Montecarlo connection: Nel 1989 la camorra aprì le vie all’agro aversano per i rifiuti industriali del nord. Ma al tavolo del potere sedevano poteri altrettanto forti, come logge massoniche e trust finanziari. Il regista di tutto ciò era un enorme problema economico, tonnellate di scorie da far sparire. Il problema in questione registrava la partecipazioni di interessanti attori tra i quali: avvocati di affari internazionali, industriali, aziende chimiche e farmaceutiche,gruppi multinazionali e politici che ambivano ad un ruolo di spessore in questa tragica commedia.

Analizzando meglio.mediante l’uso di una lente d’ingrandimento, quell’insetto velenoso, chiamato Nickolas Bizzio, si scopre che intrattenne dei legami con una specie di parassita non molto cara all’orizzonte italiano.infatti, in quell’era, fu l’essere più vicino all’erede al trono Vittorio Emanuele. Inoltre installò proficui rapporti con il principale trafficante di armi al mondo, Monser al-Kassar.

Bizzio disse che l’Africa era il luogo adatto per smaltire i rifiuti, perchè è la natura stessa che si occupa di reciclare tutto. Io in merito nutro molti dubbi, ma ho una certezza: una società sana avrebbe sicuramente smaltito rifiuti cangerogeni, maleodoranti e nauseabondi della caratura di Nickolas Bizzio. La sua residenza, Montecarlo, era una vera e propria Mecca per chi doveva trattare affari riservati. Lo sapeva bene Licio Gelli, il “venerabile maestro” della loggia massonica P2, che nel frattempo aveva creato una super loggia, la quale fruiva della capacità di influenzare gli stessi vertici massonici ufficiali italiani di Palazzo Giustiniani. La sua denominazione era Comitato Esecutivo Massonico. All’interno di questa loggia vi erano tutti i principali protagonisti dei traffici illegali. Alcuni nomi emergono grazie alla testimonianza di Attilio Baldo, membro della loggia dal 1976, che negli anni acquisì un ruolo sempre più ampio. Il racconto di Baldo è una preziosa chiave di accesso al mondo laconico e lurido della loggia di Montecarlo. Nel 1982 un rapporto del Sisde confermò la presenza di due membri della P2 alla loggia, ossia Giorgio Balestrieri ed Ezio Giunchiglia. Quest’ultimo che si era affiliato alla P2 nel 1978, divenendo un uomo di fiducia di Gelli, proveniva da un passato legato agli ambienti militari ed era in possesso di un nulla osta di segretezza al massimo livello, che gli diedero al Camen, il Centro atomico militare energia nucleare dove prestava servizio. Un’altra figura che denota una discreta rilevanza è Giorgio Comerio, il quale, secondo il servizio segreto militare italiano, fu attivo fino al 1984 nel Principato di Monaco, per poi essere espulso. Il legame tra Comerio e la loggia di Montecarlo è confermato dall’ex maresciallo dei Carabinieri Nicolò Moschitta. Quest’ultimo denunziò la delittuosa ospitalità di Comerio, che adibì la sua dimora a rifugio, affinché Gelli vi trovasse riparo. Spada, da alcune rivelazioni, rilasciate nel 1988, fa intendere il coinvolgimento suo e di Bizzio nel traffico di rifiuti. Le sue dichiarazioni, però, verranno approfondite solo nel 1997, con la testimonianza di Piero Sebri al Dda di Milano Romanelli, confermata dall’accurata analisi dell’ispettore Gianni de Podestà. De Podestà evidenziò lo scarico di 4000 tonnellate di rifiuti tossici contaminati di diossina su Haiti tra il 1987 e il 1988, provenienti da Philadelphia. Ma quel carico si rivelò essere solo una misera parte del catastrofico totale. Infatti per l’Africa, Luciano Spada preparò un disastro di dimensioni colossali. I rifiuti erano destinati al Congo, ma il caso venne denunciato in tempo e di conseguenza, stroncato sul nascere.

Il principe di Marbella: La Somalia era devastata dalla guerra civile dal 1989. Nel gennaio del 1981 cadde il dittatore Siad Barre e il paese precipitò nel caos più assoluto: comparvero sulla scena i signori della guerra, indigenti sotto il profilo di armi e munizioni. Il mercato ideale per i grandi trafficanti. Gli Ak 47 filmati dal cameraman Miran Hrovatin, potevano raccontare la storia dei traffici. Da questa storia emerse il nome del siriano Monser al-Kassar. Al-Kassar sfruttò con abilità le rotte clandestine delle armi, inviando Ak-47 e munizioni dal porto di Liepaja, Lettonia, verso le coste somale. Per beffare l’embargo firmò un accordo con Jerzy Dembrowski, il direttore della fabbrica polacca di armi Cenrex, presentando una delega del ministro della Difesa della “Repubblica popolare democratica dello Yemen”. Tanto bastava per fornire una parvenza di legalità al trasporto. Il nome che nutriva paura in chi lo pronunciava, ovvero appunto Monser al- Kasser ,noto anche come “Il principe di Marabella”, finì tra le telefonate intercettate dalla Dda di Milano. Al-Kasser era la mente che concepiva ogni cosa. Tuttavia la sua brillante carriera di trafficante s’interruppe nel giugno del 2007, quando ad ornare i suoi polsi gli furono somministrate un bel paio di manette.

Non li fermi più: Durante la lunga audizione tenutasi d’innanzi alla commissione presieduta dall’avvocato Taormina, nessuno si azzardò a porre domande a Sebri in merito al traffico di armi. Come se non bastasse, il nome di Al-Kassar non comparve in alcuna relazione finale dell’avvocato. Tuttavia, vi era un documento conservato negli atti della commissione che individuava nei massoni spezzini, i mittenti di materiale bellico, anche proveniente dall’est Europa, nell’area del Corno d’Africa, Somalia. Ci sono nomi di figure rilevanti, attinenti all’ ambito politico,e nomi di società operanti nel ramo della fabbricazione di armi. Inoltre si menzionò la provincia di Bosaso come zona interessata allo scambio di armi e allo scaricamento di rifiuti nucleari ed industriali,zona che nel ’93 era off limits per i giornalisti, soprattutto italiani. Ed era proprio a Bosaso, che la giornalista Ilaria Alpi ed il cameraman Miran Hrovatin, cercavano le risposte che avrebbero fatto vacillare, se non crollare interi governi. Ma nel marzo del ’94 Ilaria Alpi venne uccisa, e con lei morirono le speranze di cambiare un pezzo della storia d’Italia, svelando di come l’economia sommersa dei trafficanti armava le fazioni dei signori della guerra della Somalia, avvelenando le terre e il mare del Corno d’Africa. La morte di Ilaria dimostra come certe bestie, che ancora ci ostiniamo a chiamare uomini, non pongono limiti alla loro fame degenerante di lussuria, inconsapevoli che un giorno, loro, aberranti e perverse scorie tossiche, verranno inevatibilmente inceneriti, e l’inquinamento più grande di questo astruso processo consisterà nel passaggio che essi hanno amaramente intrapreso nelle fauci di questo mondo.

A cura di Giacomo Carlesso

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