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Indispensabili – La Democrazia Energetica in Europa – 4) Esempio 3, la transizione di un ex cittadina mineraria

Posted by giannigirotto su 19 gennaio 2015

Energy-democracy-in-EuropeAggiungo alla mia sezione Indispensabili questo libro che si va ad aggiungere agli altri che si occupano di energia: infatti ho già pubblicato gli estratti di “Energia oggi e domani“, Petrolio e Politica, Rinnovabili: se non ora quandoTrivelle d’Italia oltre che tutta una lunga serie di documenti che si trovano in una cartella condivisa denominata “Energia“.

Cos’è la democrazia energetica secondo gli autori? significa che ognuno deve avere accesso garantito all’energia di cui ha bisogno; un’energia prodotta senza inquinare l’ambiente o recare danno alle persone. Ciò ha come conseguenza lasciare sotto terra le fonti fossili e che i mezzi di produzione devono essere socializzati e resi democratici attraverso la partecipazione e le decisioni della popolazione. Ma anche l’approccio verso il consumo energetico va completamente ripensato e gestito direttamente dagli stessi utenti finali, in una logica non di massimizzazione del profitto, ma di mero soddisfacimento del proprio fabbisogno.

Aspetto chiave è dunque definire chi detiene la proprietà della produzione energetica, proprio in una fase storica in cui il potere delle multinazionale dell’energia fossile e nucleare tenta i suoi colpi di coda e in cui anche molti fornitori locali di energia sono stati privatizzati spesso contro il volere della cittadinanza.

Come si vede dal titolo e dalla copertina, in realtà questo libro è in Inglese, quindi ringrazio Eleonora Albini che ha provveduto a tradurlo.

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Ungersheim: cittadina mineraria francese diventa una eco-municipalità

Ungersheim, ex città mineraria dell’Alsazia, ha realizzato con successo una strategia di transizione socio-ecologica locale. L’esito positivo di questo progetto si è basato sulla capacità della città di ideare autonomamente un proprio percorso di transizione rispetto alle linee guida del governo francese. 1 Come spiega il Sindaco, François Mensch, esistono tre diverse dimensioni di autonomia a Ungersheim. I primi due, riguardano l’autonomia energetica e l’autosufficienza alimentare; la terza dimensione riguarda la libertà di pensiero. 2 Con tale spirito, questa piccola città ha iniziato un processo permanente di miglioramento e apprendimento ecologico. Un consiglio formato da 50 cittadini si incontra regolarmente per formulare proposte e sviluppare progetti esistenti. Come sottolinea lo stesso Mensch, Ungersheim apprezza particolarmente il concetto di creatività collettiva. Anche il pensiero non convenzionale, o come dicono i francesi uscire dalla scatola – cioè sortir du carton – è considerato un principio a Ungersheim.

Tutto è nato con il fine di risparmiare e produrre energia per tagliare la spesa pubblica. Ciò ha portato a diverse azioni, tra cui la più importante, era il riscaldamento attraverso gli impianti solari destinato alla piscina della città, oltre ad una piccola rete di riscaldamento a legna. Questo percorso ha poi portato allo sviluppo di vari progetti come l’installazione di piccoli impianti fotovoltaici posizionati sui tetti di edifici pubblici oppure la creazione di un parco solare su una ex area mineraria. Oggi, il parco produce energia sufficiente al fabbisogno dei 3.000 cittadini di Ungersheim, divenuta un esempio virtuoso nell’ambito del progetto francese Energie Partagée (energia condivisa). In questo modo, la città ha risparmiato energia ed è stata in grado di tagliare la spesa. A differenza delle altre città in Francia, le utenze locali non hanno subito aumenti dal 2004.

Un secondo aspetto di questa trasformazione è la produzione agricola locale unita alla pratica culinaria. In linea con la filosofia di Rob Hopkins “città di transizione” Ungersheim ambisce a produrre il proprio cibo localmente. 3 La comunità ha acquistato otto ettari di terra per coltivare cibo biologico principalmente destinato alla mensa scolastica. Anche il tema dell’energia nucleare, data la vicinanza dell’impianto di Fessenheim4, è stato affrontato. Dall’incidente di Fukishima del 2011, un gruppo di azione politica sta portando avanti una campagna per l’uscita dal nucleare e la chiusura di questa centrale.

La cooperativa Cooperative Multicarte, fondata nel 2013 nel giorno della festività nazionale del 14 Luglio, funge da organo di coordinamento per collegare tra loro i numerosi progetti ecologici e per svilupparne di nuovi. 5 La cooperativa è stata fondata proprio affinché i cittadini di Ungersheim possano investire in progetti come il birrificio biologico, i pannelli solari e l’ecoturismo.

Gli utili finanzieranno progetti che non sono ancora remunerativi – come quello del cibo biologico per la mensa scolastica – e campagne politiche ed educative. Fino ad oggi, la città ha accolto la maggior parte dei progetti a braccia aperte, anche i più stravaganti. Come dice il Sindaco, alcuni hanno mostrato scetticismo quando, ad esempio, nel 2008 è stato introdotto il cavallo ecologico a sostituzione del bus scolastico. Tra gli alunni invece questo cavallino è molto popolare. 6

Ungersheim rappresenta un esempio virtuoso per Il processo di trasformazione socio ecologica a livello locale. Le miniere di potassio, in passato attività economica prevalente della città, sono state sostituite con successo. E’ degno di nota il concetto esteso di autonomia combinato con le questioni energetiche e l’autosufficienza alimentare, passando per un importante grado di libertà del pensiero. E’ positivo che il concetto di transizione non sia concepito come un processo chiuso ma che al contrario, gli utili vengano poi reinvestiti in nuove idee e nuovi progetti.

1 Che Ungersheim possa effettivamente essere considerata una cittadina periferica è discutibile. L’ Alsazia, che comprende Strasburgo e la sua industria di grandi servizi, ha il secondo più alto reddito pro capite in Francia secondo Eurostat: http://www.ec.europa.eu/eurostat. Inoltre, la popolazione della città è in costante aumento. Eppure, con la chiusura delle miniere di potassio avvenuta alla fine di questo secolo, la base economica della città scomparve. Ma Ungersheim si trovava abbastanza vicino alla città industriale di Mulhouse e ciò consentì alle persone che vi lavoravano di fare i pendolari e continuare a vivere a Ungersheim. Questo ha fatto sì che diverse dinamiche si sovrapponessero. Come risultato, la diminuzione della popolazione che di solito è caratteristica delle città periferiche, qui non si è verificata.

2 Intervista a François Mensch, sindaco di Ungersheim.

3 Hopkins, Rob: The Transition Handbook. From Oil Dependency to Local Resilience, Cambridge 2008.

4 Costruita negli anni ’70 nei pressi di un’area sismica, Fessenheim è considerata una centrale particolarmente a rischio. L’attuale presidente francese, François Hollande, è intenzionato a chiuderla anche a causa delle forti pressioni provenienti dai cittadini di ambo le sponde del Reno.

5 A Ungersheim esiste anche una valuta locale accettata in dodici negozi, la maggior parte, in una città di 3.000 abitanti. Si deve ancora valutare se questa valuta funzionerà o meno, certo i cittadini di Ungersheim si augurano di sì.

6 Il cavallo viene utilizzato anche per la raccolta dei rifiuti e come mezzo di trasporto pubblico.

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I prossimi capitoli, tempo permettendo, seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane, i precedenti li trovate qui

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Indispensabili – La maggioranza invisibile – Introduzione

Posted by giannigirotto su 18 gennaio 2015

La maggioranza invisibileAggiungo alla mia sezione Indispensabili questo libro che si occupa di un tema politico/sociale di enorme importanza, almeno quantitativa, ma credo anche qualitativa.

E’ un mio personale tentativo di capire l’enorme trasformazione che è avvenuta negli ultimi decenni, e che ha portato enormi problemi socioeconomici. Metto a disposizione una sintesi di quanto sono riuscito ad apprendere dal volume in oggetto.

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 Introduzione

Esiste in Italia una maggioranza silenziosa, silenziosa perchè incapace di riconoscersi nella sua condizione di svantaggio, o quantomeno di organizzarsi.

In Europa è stata realizzata un unione monetaria nel solco dell’ideologia neoliberista, senza però disegnare le necessarie politiche sociali compensative con cui redistribuire la ricchezza verso i cittadini e Stati più deboli.

Esistono sostanzialmente in Italia tre gruppi distinti di cittadini:

– i neoliberisti: che vogliono ridurre lo Stato sociale ed estendere il loro mantra della privatizzazione a quasi tutti gli aspetti della società

– i garantisti, che godono ancora di particolari vantaggi dello “status quo” esistente, ma le cui fila si stanno riducendo per la disgregazione e la crisi attuale

– la maggioranza silenziosa, cioè disoccupati, precari, pensionati “poveri”, migranti e i cosidetti “neet”, cioè giovani non occupati né in fase di formazione.

Thomas Piketty ha mostrato come la crescita della diseguaglianza sia dovuta principalmente alle scelte politiche ispirate dal neoliberismo, quali la deregolamentazione della finanza e del mercato del lavoro, e il cambiamento in senso regressivo dei sistemi di tassazione.

Il sistema attualmente è strutturato come circolo vizioso, che aumenta la ricchezza di chi è già ai vertici, e blocca la ridistribuzione della ricchezza verso le fascie sottostanti. Si deve quindi richiedere, ma non solo all’Italia, bensì all’intera Europa, un cambio di passo che ci porti dall’austerità competitiva alla redistribuzione inter e intra statale.


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I prossimi capitoli, tempo permettendo, seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane.

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Indispensabili – La Democrazia Energetica in Europa – 4) Galles: Il primo impianto eolico a proprietà collettiva

Posted by giannigirotto su 11 gennaio 2015

Energy-democracy-in-EuropeAggiungo alla mia sezione Indispensabili questo libro che si va ad aggiungere agli altri che si occupano di energia: infatti ho già pubblicato gli estratti di “Energia oggi e domani“, Petrolio e Politica, Rinnovabili: se non ora quandoTrivelle d’Italia oltre che tutta una lunga serie di documenti che si trovano in una cartella condivisa denominata “Energia“.

Cos’è la democrazia energetica secondo gli autori? significa che ognuno deve avere accesso garantito all’energia di cui ha bisogno; un’energia prodotta senza inquinare l’ambiente o recare danno alle persone. Ciò ha come conseguenza lasciare sotto terra le fonti fossili e che i mezzi di produzione devono essere socializzati e resi democratici attraverso la partecipazione e le decisioni della popolazione. Ma anche l’approccio verso il consumo energetico va completamente ripensato e gestito direttamente dagli stessi utenti finali, in una logica non di massimizzazione del profitto, ma di mero soddisfacimento del proprio fabbisogno.

Aspetto chiave è dunque definire chi detiene la proprietà della produzione energetica, proprio in una fase storica in cui il potere delle multinazionale dell’energia fossile e nucleare tenta i suoi colpi di coda e in cui anche molti fornitori locali di energia sono stati privatizzati spesso contro il volere della cittadinanza.

Come si vede dal titolo e dalla copertina, in realtà questo libro è in Inglese, quindi ringrazio Eleonora Albini che ha provveduto a tradurlo.

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Esempio 3

Machynlleth_Galles:

Il primo impianto eolico a proprietà collettiva

Nel 2003, Machynlleth, piccola cittadina gallese con 2.200 abitanti e una piccola industria turistica, ha realizzato il primo impianto eolico a proprietà collettiva della regione, dopo un lungo e difficile percorso e grazie all’ impegno di alcuni dediti volontari.

Questo ristretto gruppo di persone pose le basi per la realizzazione l’iniziativa alla fine degli anni ’90 , guidato da una donna con precedente esperienza nelle cooperativa eolica inglese Baywind e da tre suoi colleghi, membri, rispettivamente, della fondazione per lo sviluppo turistico Ecodify, dell Agenzia per l’energia del Mid Wales e del Centro per la Tecnologia Alternativa (CAT).

In un primo momento, i residenti di Machynlleth furono invitati a partecipare a una serie di conferenze nella parrocchia locale. Poco tempo dopo, il gruppo fondò l’associazione Dulas Valley Community Wind Partnership.

Ulteriori incontri furono organizzati a cadenze regolari dando la possibilità ai cittadini, ai volontari, ai proprietari delle terre e all’amministrazione locale di discutere su come poter finanziare in modo indipendente – idealmente al 100% – un impianto eolico realizzato con la volontà di tutta la comunità.

Fu scelta una turbina di seconda mano, relativamente potente (75kW), acquistata in Danimarca al costo di 80,000 Euro. Una somma non troppo alta che fu raccolta in poco tempo. Alla fine, le quote richieste erano addirittura superiori a quelle disponibili; un risultato inaspettato per il Galles, una regione considerata relativamente povera.

All’inizio, non esistendo norme statali riguardanti le tariffe dell’energia proveniente da rinnovabili, l’energia prodotta veniva fornita direttamente a CAT, associato della cooperativa. Solamente quando il Governo stabilì una legislazione in merito si poté procedere alla vendita dell’energia alla rete, rendendo tutto molto più semplice. Tuttavia, dalle prime fasi della progettazione alla costruzione vera e propria della turbina, il percorso è stato realmente epico, come lo definisce uno degli organizzatori, Andy Rowland. 1

Intanto c’erano nuovi ostacoli amministrativi e legali da superare e i cui costi dovevano essere coperti. L’intero progetto fu sul punto di fallire quando, senza nessuna spiegazione, un grande imprenditore edile revocò il permesso di costruire un condotto sul suo terreno. Fortunatamente, il proprietario di un bosco intervenne rendendo possibile la creazione di un condotto alternativo.

Oggi, un terzo degli utili provenienti dalla vendita dell’energia prodotta va a un fondo energetico comunitario. Questo fondo copre le spese per le consulenze ai residenti in efficienza energetica e coibentazione termica delle abitazioni. 

Nel 2010, è stata installata una seconda turbina, più potente (500 kW), per supportare il programma di Ecodyfi che promuove il turismo sostenibile e progetti ecologici pionieristici.

1 Intervista a Andy Rowland

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Indispensabili – La Democrazia Energetica in Europa – 3) Esempio 2, la Cooperativa Spagnola

Posted by giannigirotto su 9 gennaio 2015

Energy-democracy-in-EuropeAggiungo alla mia sezione Indispensabili questo libro che si va ad aggiungere agli altri che si occupano di energia: infatti ho già pubblicato gli estratti di “Energia oggi e domani“, Petrolio e Politica, Rinnovabili: se non ora quandoTrivelle d’Italia oltre che tutta una lunga serie di documenti che si trovano in una cartella condivisa denominata “Energia“.

Cos’è la democrazia energetica secondo gli autori? significa che ognuno deve avere accesso garantito all’energia di cui ha bisogno; un’energia prodotta senza inquinare l’ambiente o recare danno alle persone. Ciò ha come conseguenza lasciare sotto terra le fonti fossili e che i mezzi di produzione devono essere socializzati e resi democratici attraverso la partecipazione e le decisioni della popolazione. Ma anche l’approccio verso il consumo energetico va completamente ripensato e gestito direttamente dagli stessi utenti finali, in una logica non di massimizzazione del profitto, ma di mero soddisfacimento del proprio fabbisogno.

Aspetto chiave è dunque definire chi detiene la proprietà della produzione energetica, proprio in una fase storica in cui il potere delle multinazionale dell’energia fossile e nucleare tenta i suoi colpi di coda e in cui anche molti fornitori locali di energia sono stati privatizzati spesso contro il volere della cittadinanza.

Come si vede dal titolo e dalla copertina, in realtà questo libro è in Inglese, quindi ringrazio Eleonora Albini che ha provveduto a tradurlo.

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Esempio 2

Som Energia: la cooperativa spagnola che unisce gruppi locali

La liberalizzazione dei mercati evocata dalla UE ha lasciato l’oligopolio del mercato energetico spagnolo sostanzialmente immutato. Endesa e Iberdrola, da sole, detengono l’80% delle quote di mercato.1 Ad oggi, non esiste in Spagna un gestore green e sono pochi i parchi solari diffusi sul territorio.

La cooperativa Som Energia, fondata da lavoratori e studenti dell’università catalana di Girona quattro anni fa, promette di cambiare la situazione. Gli obiettivi di Som Energia sono molto simili a quelli di progetti di altri paesi – promuovere la tutela dell’ambiente e la transizione energetica in combinazione con un modello economico più sostenibile. A questo scopo, nel 2011, è nata Som Energia che oggi fornisce energia pulita già a 14.000 utenti consumatori che sono al contempo anche soci della cooperativa stessa (vedi la neonata “E’ Nostra” che sta facendo la stessa cosa in Italia, ndr). Il secondo pilastro della cooperativa è rappresentato dagli investimenti in impianti che utilizzano fonti rinnovabili. Som Energia ha finanziato fino ad oggi cinque parchi solari e sta finanziando la costruzione di un grande stabilimento a biogas, così come il primo impianto eolico di proprietà collettiva2. Per finanziare questi progetti, i soci hanno investito 3,5 milioni di Euro. Al tasso del 3,5% il rendimento è scarso se si guarda ad altri esempi presenti in Europa. Tuttavia, la quota minima che consente l’ingresso ai nuovi soci è di soli 100 Euro, quindi piuttosto bassa, oltre che rateizzabile. Questo enfatizza l’approccio fondamentalmente politico e democratico di Som Energia. Nel 2012, la cooperativa si dichiarava ancora in perdita. Di conseguenza, l’investimento rappresenta più un mezzo per raggiungere un obiettivo condiviso e per creare un grande gestore di energia pulita. Anche se istituita solamente tre anni fa, la rapida crescita della cooperativa è sorprendente; questo risultato è stato possibile studiando esempi simili in altri paesi come il Belgio, la Francia e la Germania e quello della cooperative energetica europea RE Scoop.
Fortunatamente, la crisi non ha danneggiato l’impegno di Som Energia, al contrario.
Nella primavera del 2013, la cooperativa è cresciuta a un ritmo di 100 soci a settimana. Secondo il Presidente Marc Rosello, alcuni si sono associati con il fine politico di creare un ordine economico post-fossile e sperimentare nuove forme di democrazia dal basso. Molti erano già coinvolti in altre cooperative, altri ancora semplicemente non erano soddisfatti del proprio gestore; infine, alcuni erano coinvolti in iniziative politiche e successivamente si sono interessati alla questione energetica.3
Som Energia vuole anche diventare una piattaforma comune per vari movimenti sociali, come quelli che lottano contro la pratica del fracking o l’ utilizzo del nucleare. A questo scopo, supporta organizzazioni già esistenti, creando spazi per il confronto e la discussione. In tal senso, il sito web della cooperativa è esemplare in termini di trasparenza e coinvolgimento dei gruppi di lavoro. La cooperativa è composta da sezioni e comunità locali. Ciascun gruppo ha libertà di azione ed è autonomo nell’attirare nuovi soci e organizzare campagne informative. Dato che i gruppi costituiscono la cooperativa dal basso, possono creare i propri statuti e le proprie procedure, senza obbligo di dover necessariamente seguire le regole decise centralmente. La struttura organizzativa si sviluppa dal basso verso l’alto e non il contrario. Ad esempio, mentre a Barcellona l’accento è posto sulla formazione dei soci, altri gruppi si concentrano su come ampliare la capacità energetica oppure su come creare relazioni con altre cooperative al di fuori del settore energetico.

L’ASSEMBLEA GENERALE DIGITALE

La diffusione di gruppi autonomi e decentralizzati – alcuni dei quali fisicamente fuori dalla Penisola Iberica – rendono le votazioni più complicate. Per questo, Som Energia utilizza diffusamente internet. I gruppi locali partecipano all’assemblea generale e alle elezioni tramite diretta streaming. Nel 2013, solo un piccolo gruppo di circa 40 persone hanno fisicamente partecipato alla Asamblea General ma moltissimi hanno seguito in remoto, con i rispettivi gruppi. Inizialmente, data la distanza, alcuni gruppi temevano di non poter partecipare attivamente e si era discussa l’opzione di inviare dei delegati per ciascun gruppo. Ma la rapida crescita della cooperativa avrebbe richiesto uno spazio grande quanto uno stadio per contenere tutti i membri in un’assemblea convenzionale. Alla fine, l’idea dei delegati è stata abbandonata a favore di una forma di democrazia diretta con elezioni via internet. L’uso della rete ha risolto due ordini di problemi: quello della distanza e quello dei numeri. I test fatti prima dell’Assemblea hanno assicurato che anche i più anziani e tutti coloro che non avevano familiarità con lo strumento, ne capissero il funzionamento.

UN’ALTERNATIVA IN TEMPO DI CRISI

Som Energia fa parte di un movimento più ampio in cui molti spagnoli si riconoscono nel cercare e supportare alternative pratiche alla logica capitalista dello sfruttamento delle risorse. Som Energia promuove tra l’altro l’utilizzo di un linguaggio non-discriminatorio e cosa tutt’altro che rara in Spagna. Inoltre, ove possibile, ricerca come partner banche etiche ed ecologiche. Per la cooperativa, un reddito basso non costituisce motivo per escludere un socio potenziale. Tuttavia, l’idea di introdurre una così detta “tariffa sociale” per il momento non ha avuto esito positivo a causa di una legislazione sfavorevole che privilegia i grandi colossi. 4

Per lo meno, 100 euro è una cifra abbastanza contenuta anche per i coloro che hanno un reddito basso. Inoltre, dal Novembre 2013 la cooperativa – insieme ad altre organizzazioni – si batte per far cancellare una nuova legge che obbliga tutti gli operatori che installano impianti fotovoltaici al pagamento di una sorta di “tassa del sole”.5 Con questa legge, di fatto, la politica energetica spagnola è passata dall’ignoranza alla aperta ostilità nei confronti dei piccoli produttori di energia, cioè coloro che tipicamente investono nel fotovoltaico.

1Som Energia, http://www.Som Energia.coop.

2Nel 2013, l’obiettivo di auto fornirsi al 100% di energia pulita non è stato raggiunto. Ad oggi, la cooperativa acquista quotidianamente una parte dell’energia dalla borsa elettrica OMIE. Una volta messo in funzione l’impianto eolico, almeno sulla carta, la cooperativa sarà in grado di fornire ai propri utenti energia pulita al 100% e prodotta autonomamente. Som Energia sta costruendo la prima centrale di proprietà collettiva in collaborazione con Eolpop, una organizzazione fondata da gruppi ambientalisti che finanziano democraticamente impianti eolici.

3Interview with Marc Rosello, president of Som Energia.

4Som Energia è sotto pressione a causa della legislazione spagnola e di un mercato dell’energia dominato da un oligopolio di 5 multinazionali. Fino ad oggi, non è stata in grado di offrire tariffe sociali (come fanno i grandi fornitori) perché il costo più basso offerto dalle grandi aziende ai meno abbienti è soggetto ad un sussidio statale di cui la cooperativa non usufruisce. Un altro problema, afferma Rosello, è che la persona che decide di passare a Som Energia perde diritto alla tariffa sociale. Tuttavia, una volta consolidata la situazione finanziaria, anche Som Energia sarà in grado di offrire una qualche forma di tariffa sociale, finanziata con i profitti della cooperativa, aggiunge Rosello.

5Nel 2013, il governo spagnolo ha introdotto una nuova tassa sugli impianti PV e simultaneamente ha tagliato gli incentivi. Oggi, entrambe le decisioni sono legalmente contrastate. Vedasi: Streck, Ralf: Spanischer Energiekonzern vergleicht das Land mit Bananenrepubliken, in: Telepolis, 22.2.2014.

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Indispensabili – La Democrazia Energetica in Europa – 2) Esempio 1

Posted by giannigirotto su 27 dicembre 2014

Energy-democracy-in-EuropeAggiungo alla mia sezione Indispensabili questo libro che si va ad aggiungere agli altri che si occupano di energia: infatti ho già pubblicato gli estratti di “Energia oggi e domani“, Petrolio e Politica, Rinnovabili: se non ora quandoTrivelle d’Italia oltre che tutta una lunga serie di documenti che si trovano in una cartella condivisa denominata “Energia“.

Cos’è la democrazia energetica secondo gli autori? significa che ognuno deve avere accesso garantito all’energia di cui ha bisogno; un’energia prodotta senza inquinare l’ambiente o recare danno alle persone. Ciò ha come conseguenza lasciare sotto terra le fonti fossili e che i mezzi di produzione devono essere socializzati e resi democratici attraverso la partecipazione e le decisioni della popolazione. Ma anche l’approccio verso il consumo energetico va completamente ripensato e gestito direttamente dagli stessi utenti finali, in una logica non di massimizzazione del profitto, ma di mero soddisfacimento del proprio fabbisogno.

Aspetto chiave è dunque definire chi detiene la proprietà della produzione energetica, proprio in una fase storica in cui il potere delle multinazionale dell’energia fossile e nucleare tenta i suoi colpi di coda e in cui anche molti fornitori locali di energia sono stati privatizzati spesso contro il volere della cittadinanza.

Come si vede dal titolo e dalla copertina, in realtà questo libro è in Inglese, quindi ringrazio Eleonora Albini che ha provveduto a tradurlo.

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Esempio 1

Cooperativa socio-ecologica:

il fornitore di energia di Berlino

Il nostro primo esempio è un’eccezione. Una cooperativa socio ecologica, concepita dalla campagna Berliner Energietisch che soddisfa tutti i nostri criteri di democrazia energetica eccetto uno: sfortunatamente, non è mai stato realizzato. Tuttavia, abbiamo ritenuto di includerlo qui perché avrebbe potuto realmente rappresentare molto di più che un semplice esempio di energia municipalizzata. Avrebbe unito principi sociali e ambientali in modo esemplare, garantendo ai cittadini di Berlino un alto grado di potere decisionale.

Nel 2013 c’è stato un dibattito molto acceso su come la capitale tedesca avrebbe gestito la fornitura di energia elettrica nei decenni a venire. Attraverso un referendum, una campagna autonoma di iniziative ecologiche e socio-politche, locali e trans-regionali – il così chiamato Energietisch – aveva quasi obbligato l’amministrazione di Berlino a istituire una cooperativa sociale ed ecologica per controllare e gestire la rete elettrica. Quasi, perché il 3 Novembre 2013 il referendum fallì, per pochissimo. Sarebbe stato sufficiente raggiungere il 25% degli aventi diritto per trasformare la bozza in legge ma solo 599,588 persone votarono a favore, cioè il 24,1% degli aventi diritto. Nonostante la maggior parte dei berlinesi avesse accolto positivamente l’iniziativa e nonostante l’83% di coloro che si erano recati alle urne avesse votato a favore, il referendum non raggiunse quindi il quorum necessario. L’ambizioso obiettivo di questa cooperativa si è trovato di fronte equivalente resistenza da parte degli oppositori. Primo fra tutti Vattenfall, l’azienda che detiene tutt’oggi il monopolio della rete tedesca e che ha dato vita alla sua propria campagna poco prima del referendum. Nonostante le urne mostrassero che la maggior parte dei berlinesi supportava l’iniziativa Energietisch, il governo locale non chiarì la propria posizione. Il partito conservatore CDU e il partito liberale FDP erano apertamente schierati contro. Il partito social democratico SPD inizialmente sosteneva ufficialmente il referendum ma poi sollevò le proprie resistenze su un punto chiave. CDU e SPD votarono unanimamente per far slittare la data del referendum. Se, come inizialmente previsto, avesse avuto luogo nello stesso giorno delle elezioni parlamentari, come ad Amburgo, sicuramente l’iniziativa avrebbe riscosso maggior successo e certamente ci sarebbe stata più affluenza.

E’ un vero peccato perché attraverso questa cooperativa Berlino avrebbe avuto la possibilità di diventare la prima metropoli europea a fornitura energetica eco-sociale e collettiva. A differenza di un gestore municipale convenzionale, la proposta dell’Energietisch avrebbe impedito successive privatizzazioni. Il CDA sarebbe stato composto da governo locale, consumatori e lavoratori che avrebbero deciso insieme sulle questioni fondamentali. Ciò avrebbe reso quasi impossibile future vendite ad altri gestori dato che lavoratori e consumatori tendono a mantenere la proprietà pubblica e si oppongono alle privatizzazioni. Per implementare i suoi obiettivi sociali, come ad esempio una differenziazione delle tariffe per i consumatori, 6 tra i 15 membri del Consiglio sarebbero stati rappresentanti dei consumatori stessi. Nel proprio interesse, avrebbero votato a favore di tariffe convenienti e contrastanti la povertà energetica. Tuttavia quello del diritto alla partecipazione è stato un aspetto particolarmente contrastato dall’amministrazione. I cittadini non avrebbero più delegato le decisioni e, anzi, avrebbero fatto parte del processo decisorio stesso. Un passo importante per la democrazia diretta. Poco prima del referendum, il governo della città aveva annunciato che avrebbe comunque proseguito con il progetto di fornitura municipalizzata. L’Energietisch definì questo progetto “mini gestore comunale” dato che non ritenevano avesse le dimensioni e la portata adatte a identificarlo come un reale progetto di questo tipo. Come prevedibile, mancava di una vera partecipazione democratica e la questione delle tariffe sociali non era contemplata. Tuttavia, un’opportunità resta. La nuova cooperativa energetica di Berlino, la BEB (Bürger Energie Berlin), ambisce ora a ottenere le concessioni della rete elettrica della città. E’ una iniziativa meno ambiziosa di quella dell’ Energietisch ma è sempre meglio che lasciare tutto in mano a Vattenfall. Il condizionale è d’obbligo. Berlino potrebbe veramente diventare un esempio pionieristico.

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Indispensabili – Rete padrona – 3)… (continua) La fabbrica delle idee

Posted by giannigirotto su 21 dicembre 2014

Rete PadronaProseguo la lettura di questo libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“.  Il titolo fa riferimento alla “rete delle reti”, cioè Internet, che già così tanto ha cambiato il nostro modo di vivere e probabilmente ancora di tanto la cambierà. Ci ha portato indubbi vantaggi in termini di possibilità e velocità di comunicazione e condivisione di dati (motivo per cui era sorta) ma a tutto questo c’è un grosso prezzo da pagare, sia in termini di qualità di vita (alzi la mani chi di voi riesce a stare un w.e. senza la compulsione di controllare email, messaggini, tags ecc. ecc.) e in termini di nuovi attori commerciali mondiali che ora condizionano pesantemente le nostre vite, e lottano per mantenere determinati oligopoli di fatto. Che dire poi delle registrazioni di ogni nostra attività e spostamenti, molte delle quali avvengono a nostra insaputa per essere usate a fini commerciali? Ecco quindi un veloce riassunto della situazione, come sempre conoscere un problema è il primo passo per risolverlo.

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Cap 3) La fabbrica delle idee

Per sfornare invenzioni a getto continuo bisogna riunire fisicamente persone con talenti in diversi settori, con conoscenze e mentalità diverse, teorici e “pratici”, in modo si possano contagiare positivamente a vicenda. Questo ruolo è stato svolto per decenni, negli USA, dai laboratori della Bell Technologies. Un’altra lezione dei Bell Labs riguarda il modello di capitalismo. AT&T (la casa madre, ndr) godette per molti decenni della concessione del monopolio del servizio telefonico da parte dello Stato. E poiché questo privilegio le era accordato dalla discrezionalità appunto dello Stato, era parte di un patto implicito: AT&T doveva “restituire” alla collettività dei benefici. Le invenzioni dei Bell Labs dovevano essere a disposizione di altri, le applicazioni dovevano essere aperte su licenza. I progressi scientifici dei Bell Labs erano considerati “di interesse pubblico” e così li amministrava la sua proprietaria teorica. Senza quest’idea dell’interesse pubblico l’America non avrebbe avuto un capitalismo capace di dare vita alla rivoluzione elettronica poi a quella informatica e digitale. Oggi, non solo è difficile scorgere all’orizzonte” una singola nazione in grado di replicare questa
formula con lo stesso successo degli Stati Uniti ma persino la Silicon Valley sembra aver imboccato una strada molto più “proprietaria” rispetto al vecchio e deprecato monopolista AT&T.

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Indispensabili – Caccia al tesoro – 7) Un mondo più giusto

Posted by giannigirotto su 13 dicembre 2014

caccia_al_tesoroAggiungo alla mia sezione Indispensabili questo libro che si va ad aggiungere agli altri che si occupano di grande finanza: ho già pubblicato “La posta in gioco“, Dobbiamo restituire fiducia ai mercati – Falso!, I Padroni del mondo, Ho sognato una Banca, Il Risparmio Tradito,  Manuale di Finanza popolare. Il titolo fa riferimento non tanto ad un galeone dei pirati o alle segrete di ad un castello medioevale, ma molto più prosaicamente ad una spaventosa quantità di denaro che non è stata pagata al fisco. E si badi bene, non si tratta automaticamente/sempre di attività illegale, cioè “evasione fiscale”, ma molto spesso di un’attività formalmente lecita, diciamo “al limite”, che viene indicata tecnicamente come “elusione fiscale”. Come si legge dal sottotitolo stiamo parlando di cifre elevatissime, che se invece di finire su questi circuiti di finanza speculativa, rimanessero nei paesi in cui sono state generate, risolverebbero quasi automaticamente l’attuale situazione di gravissima crisi in cui ci troviamo da diversi anni. Ed in più rimane la banalissima considerazione che ogni euro evaso o eluso che sia, è un euro che deve essere pagato dal resto dei cittadini. E questo semplicemente non è giusto. Chiedete ai politici che conoscete cosa stanno facendo per non farvi pagare al posto degli altri.

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Cap 7) Un mondo più giusto

Una delle ipotesi sull’assassinio di J.F. Kennedy si basa sul suo impegno contro l’elusione fiscale, che lo aveva portato a dichiarare più volte pubblicamente guerra ai paradisi fiscali. Ora il responsabile delle politiche fiscali dell’OCSE giura che è la volta buona: “le aziende dovranno pagare le tasse nel Paese in cui avviene la produzione!”, e recuperare quei mille miliardi/anno che l’Europa perde in elusione (l’equivalente della spesa sanitaria complessiva dell’UE).

L’Ocse sostiene che i Paesi ora vogliono effettivamente recuperare tali soldi in quanto ne hanno veramente bisogno, e che i veri grandi danneggiati saranno la criminalità e i professionisti che ora aiutano i clienti offrendo i servizi relativi ai paradisi fiscali. Ovviamente, non avendo l’Ocse poteri normativi e coercitivi, tutto è rimandato al recepimento delle loro proposte da parte di tutti i Paesi. Peccato che il recente studio del Politecnico di Zurigo (non di qualche Centro Sociale), ha ribadito che 147 multinazionali governano di fatto l’intero pianeta attraverso una fittissima rete di incroci societari che gli consente di incamerare il 94% dei ricavi mondiali. E queste 147 si stringono ancora a 50 super-super colossi, di cui 40 sono, indovinate indovinate, banche. Qualcuno dirà che queste cose si sapevano già, vero, ma lo studio del Politecnico di Zurigo ora dimostra scientificamente questa verità, e si spinge persino a parlare della “non improbabile” esistenza di una “superentità economica”.

Poi ci sono quei 630mila miliardi di “derivati” in mano a pochissime banche, poi i 70mila miliardi gestiti dal “Shadow banking – sistema bancario ombra” e i grandi hedge fund che si stanno comprando anche mezza italia, e i cui 25 migliori dirigenti si sono spartiti nel 2013 circa 21 miliardi di guadagni, quasi un miliardo a cranio.

E tutto questo viene supportato da una tecnologia semplicemente fantascientifica, in grado di realizzare potenzialmente 600miliardi di operazioni finanziarie al secondo! Un’assurdità.

Peccato che ad ogni accenno di aumento delle tassazioni, i ricchissimi minacciano di andarsene, e lo possono fare appunto facilmente, portando via anche quella parte di tasse che pagano, e quindi nessun Stato sta veramente calcando la mano.

I media naturalmente sono pesantemente condizionati dal potere dei soldi. Basti vedere com’è cambiata radicalmente la comunicazione sulla crisi; nel 2009 sotto accusa erano le banche, la finanza selvaggia, i paradisi fiscali; oggi sono i governi, colpevoli di aver imposto misure draconiane ai cittadini per risanare i conti pubblici devastati dalla crisi, che è sopratutto crisi delle entrate fiscali, massacrate dall’evasione.

Purtroppo la verità è che l’industria finanziaria, sgravata da ogni vincolo, si è conquistata un potere politico talmente grande da bloccare qualsiasi riforma delle sue operazioni, imponendo la pratica della distribuzione verso l’alto dei profitti raccolti. Ricchi sempre più ricchi quindi, alla faccia del progresso sociale.

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I prossimi capitoli, tempo permettendo, seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane, mentre i precedenti li trovate qua

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Indispensabili – Rete padrona – 4)… (continua) Come si costruisce il futuro

Posted by giannigirotto su 8 dicembre 2014

Rete PadronaProseguo la lettura di questo libro che aggiungo alla mia sezione “Indispensabili“.  Il titolo fa riferimento alla “rete delle reti”, cioè Internet, che già così tanto ha cambiato il nostro modo di vivere e probabilmente ancora di tanto la cambierà. Ci ha portato indubbi vantaggi in termini di possibilità e velocità di comunicazione e condivisione di dati (motivo per cui era sorta) ma a tutto questo c’è un grosso prezzo da pagare, sia in termini di qualità di vita (alzi la mani chi di voi riesce a stare un w.e. senza la compulsione di controllare email, messaggini, tags ecc. ecc.) e in termini di nuovi attori commerciali mondiali che ora condizionano pesantemente le nostre vite, e lottano per mantenere determinati oligopoli di fatto. Che dire poi delle registrazioni di ogni nostra attività e spostamenti, molte delle quali avvengono a nostra insaputa per essere usate a fini commerciali? Ecco quindi un veloce riassunto della situazione, come sempre conoscere un problema è il primo passo per risolverlo.

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Come si costruisce il futuro

Le c.d. “start-up”, le aziende appena nate o che sono ancora in fase di “ricerca fondi” per iniziare… Negli USA negli ultimi anni hanno creato più posti di lavoro rispetto alle aziende già esistenti… ma come agevolare questo circuito virtuoso di innovazione e sviluppo… uno dei traini è lo sviluppo della meritocrazia nelle cattedre universitarie… il caso da studiare è la “citta della Kodak”, Rochester, che nonostante la chiusura di tale colosso, ha visto la creazione, sopratutto da parte dei suoi ex-dipendenti, di molte startup (anche però grazie a quasi 2 miliardi di finanziamenti statali per la ricerca). Ma il fattore principale è stato l’atteggiamento di Kodak, che anziché offrire ai suoi dipendenti delle buonuscite verso il pensionamento anticipato, ha incoraggiato ed accompagnato la creazione degli “spin-out” cioè di “aziende-figlie”.

Insomma non è vero che la rinascita di una vocazione manifatturiera è possibile solo rincorrendo “al ribasso” il costo della manodopera, ma puntando sulla qualità dei laureati, che dovranno guidare la reindustrializzazione nei nuovi settori. Studiamo il “modello Rochester” quindi!

 

Campi-addestramento per creativi: in questi campi centinaia di ragazzi vengono selezionati e divisi in gruppi, e dotati di un piccolo capitale iniziale per portare avanti le loro idee. In cambio il finanziatore acquisce il 6% della società così creata. Questi “incubatori” stanno creando le aziende che sfrutteranno le enormi potenzialità potenzialità della Rete, il “cloud”, l’enorme potenza di calcolo e quantità di dati disponibili, e le altre tecnologie innovative, in modi che ancora non conosciamo.

 

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I prossimi capitoli, tempo permettendo, seguiranno nelle prossime settimane, orientativamente uno ogni due settimane, mentre i precedenti li trovate qua...

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Indispensabili – La Democrazia Energetica in Europa – 1) Che cosa si intende per democrazia energetica?

Posted by giannigirotto su 8 dicembre 2014

Energy-democracy-in-EuropeAggiungo alla mia sezione Indispensabili questo libro che si va ad aggiungere agli altri che si occupano di energia: infatti ho già pubblicato gli estratti di “Energia oggi e domani“, Petrolio e Politica, Rinnovabili: se non ora quandoTrivelle d’Italia oltre che tutta una lunga serie di documenti che si trovano in una cartella condivisa denominata “Energia“.

Cos’è la democrazia energetica secondo gli autori? significa che ognuno deve avere accesso garantito all’energia di cui ha bisogno; un’energia prodotta senza inquinare l’ambiente o recare danno alle persone. Ciò ha come conseguenza lasciare sotto terra le fonti fossili e che i mezzi di produzione devono essere socializzati e resi democratici attraverso la partecipazione e le decisioni della popolazione. Ma anche l’approccio verso il consumo energetico va completamente ripensato e gestito direttamente dagli stessi utenti finali, in una logica non di massimizzazione del profitto, ma di mero soddisfacimento del proprio fabbisogno.

Aspetto chiave è dunque definire chi detiene la proprietà della produzione energetica, proprio in una fase storica in cui il potere delle multinazionale dell’energia fossile e nucleare tenta i suoi colpi di coda e in cui anche molti fornitori locali di energia sono stati privatizzati spesso contro il volere della cittadinanza.

Come si vede dal titolo e dalla copertina, in realtà questo libro è in Inglese, quindi ringrazio Eleonora Albini che ha provveduto a tradurlo.

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Che cosa si intende per democrazia energetica

Originariamente, il termine “democrazia energetica” emerse dal movimento contro il cambiamento climatico. Il gruppo Gegenstrom, con sede a Berlino, descrive la democrazia energetica come un concetto capace di integrare energia e questione climatica. Fonda le sue radici nella comprensione che “le decisioni che regolano le nostre vite dovrebbero essere stabilite senza tener conto del principio del profitto.”

Il movimento Klimaallianz Osnabrück evidenzia l’importanza di forme partecipative nel processo decisorio. Chiede decentramento e indipendenza da multinazionali e corporazioni, diritti di utilizzo della rete di distribuzione e controllo sui fornitori di energia comunali, forme moderate di conciliazione di interessi e compartecipazione sindacale.

Il Climate Camp di Lausitz del 2012 ha raccolto il consenso che ha unificato questi concetti in una unica idea: “Democrazia energetica significa che tutti hanno accesso garantito a risorse energetiche sufficienti. La produzione non deve né inquinare l’ambiente né danneggiare le persone. Più concretamente, significa che le risorse fossili debbono essere abbandonate, i mezzi di produzione devono essere socializzati e democraticizzati ed è necessario ripensare nel complesso il nostro approccio nei confronti dei consumi.

Abbiamo sviluppato ed evidenziato ulteriormente questa idea per stabilire una definizione accademica più precisa senza tuttavia privarla dello spirito originale. Conformemente ai concetti menzionati abbiamo suddiviso la democrazia energetica in quattro diversi concetti: democratizzazione, proprietà, produzione di plusvalore e ecologia.

 

DEMOCRATIZZAZIONE E PARTECIPAZIONE

In molti pensano alla democrazia come qualcosa a cui aspirare e non come un traguardo già raggiunto. Le pratiche che mirano ad ampliare il campo di applicazione della democrazia abbondano, e comprendono quasi sempre la richiesta di una democratizzazione dell’economia.

Noi abbiamo ricercato le realtà che favoriscano una maggiore partecipazione nella politica energetica. Ad esempio, persone che nel proprio paese decidono sui progetti relativi all’utilizzo degli impianti eolici, consumatori che decidono la politica dei prezzi del fornitore di energia pubblico o membri di associazioni che decidono su come utilizzare i profitti della proprio cooperativa.

Nel migliore dei casi, il maggior numero di persone direttamente coinvolte in un progetto dovrebbe avere maggior potere decisorio e di iniziativa.

 

PROPRIETA’

La produzione di energia riguarda tutti noi, sia come consumatori e abitanti di una particolare regione, sia, naturalmente, come eredi e custodi dei questo pianeta.

Anche l’infrastruttura tecnica della rete di distribuzione energetica richiede strette collaborazioni.

La produzione, la distribuzione e il consumo di energia dovrebbero quindi essere gestiti in modo collettivo, politico e pubblico, praticamente il contrario di ciò che avviene oggi.

 

E come potrebbe essere questa gestione?

Non vogliamo prendere in considerazione l’apparentemente semplice soluzione di un ritorno alle convenzionali strutture gestite dallo stato. Anche molte aziende pubbliche hanno perso o compromesso la transizione energetica. Non offrono tariffe sociali e preferiscono invece investire in impianti nucleari o a carbone. A livello comunale c’è poi l’ulteriore problema della privatizzazione di molte aziende pubbliche fornitrici di energia, che spesso avviene contro la volontà dei cittadini.

Una nuova forma di pubblico e di proprietà statale dovrebbe superare queste carenze. Questo è ciò che stavamo cercando e fondamentalmente abbiamo trovato due soluzioni più frequentemente applicate: nuove tipologie di proprietà comunale o semi-statale e proprietà collettive private, spesso sotto forma di cooperative.

Mentre le cooperative energetiche sono già molto diffuse in vari paesi, il concetto di una nuova forma di proprietà pubblica è ancora in fase embrionale. Anche qui abbiamo tentato di selezionare gli esempi più promettenti ed efficienti.

 

PRODUZIONE PLUSVALORE E OCCUPAZIONE

Gli impianti eolici e i pannelli solari comunali (o quelli di proprietà di grandi gruppi di consumatori) si acquistano una sola volta. Dato che il sole e il vento sono disponibili gratuitamente, questi impianti sono in grado di produrre energia per molti anni senza ulteriori costi (di combustibile). A differenza delle strutture alimentate con risorse fossili, non è necessario l’impiego costante di capitali per importare il combustibile. Di conseguenza, quel capitale resta nel luogo di produzione e può essere utilizzato per altri scopi. In questo senso, la produzione di energie rinnovabili di proprietà pubblica e comunale rappresenta sempre un vantaggio per la produzione di plusvalore.

Inoltre, in Europa l’espansione delle rinnovabili ha creato oltre un milione di posti di di lavoro. In Germania il comparto impiega molti più lavoratori rispetto all’industria dei carburanti fossili. La creazione di impiego si sviluppa soprattutto nei centri industriali, nelle fabbriche che producono pale eoliche o pannelli solari e normalmente in aziende urbane di medie dimensioni. Le zone rurali tendono a trarre profitto più dall’investimento in diversi servizi pubblici derivante dai maggiori utili. Data la scarsa disponibilità di dati in tal senso, siamo stati in grado di toccare superficialmente questo aspetto in alcuni degli esempi descritti. Ove disponibili, le informazioni sono state riportate.

 

ECOLOGIA E AUTOSUFFICIENZA
Come sappiamo, le economie capitaliste fuggono le minacce della crisi solamente attraverso la crescita. Il prezzo da pagare tuttavia è molto alto, perchè la crescita alla lunga distrugge le basi per la sopravvivenza umana sul pianeta oltre che quelle della vita in genere. Al contrario, il concetto di post- crescita dà priorità all’essere umano e al pianeta su cui viviamo.

Questo concetto implica la necessità di consumare minori quantità di energia e guarda ai valori della autosufficienza come nuovo stile di vita.

La proprietà democratica supporta questo tipo di approccio perchè crea lo spazio per obiettivi che vanno oltre la massimizzazione del profitto. Questo accade quando i consumatori, ad esempio, organizzano e gestiscono le proprie necessità di riscaldamento in autonomia: la logica che risponde alle esigenze delle persone è completamente diversa rispetto a quella che mira alla massimizzazione del profitto. Questo potrebbe essere un modo per ridurre il consumo totale di energia e simultaneamente eliminare la povertà energetica. Inoltre, c’è un altro aspetto da tenere in considerazione: la biodiversità. Gli impianti eolici e solari, ma in particolare i campi e i boschi per la produzione di biomassa, modificano habitat naturali e paesaggi. Sfortunamente, la coltivazione di piante per la produzione di biomassa rafforza il trend globale della monocultura. Tuttavia, tecnicamente, questo non costituisce un requisito; è più una questione di politica agricola. Una transizione socio-ecologica non dovrebbe considerare la conservazione dell’ecosistema e delle specie animali o vegetali come un lusso innecessario.

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Indispensabili – Caccia al tesoro – 6) Guerre e guerriglie

Posted by giannigirotto su 30 novembre 2014

caccia_al_tesoroAggiungo alla mia sezione Indispensabili questo libro che si va ad aggiungere agli altri che si occupano di grande finanza: ho già pubblicato “La posta in gioco“, Dobbiamo restituire fiducia ai mercati – Falso!, I Padroni del mondo, Ho sognato una Banca, Il Risparmio Tradito,  Manuale di Finanza popolare. Il titolo fa riferimento non tanto ad un galeone dei pirati o alle segrete di ad un castello medioevale, ma molto più prosaicamente ad una spaventosa quantità di denaro che non è stata pagata al fisco. E si badi bene, non si tratta automaticamente/sempre di attività illegale, cioè “evasione fiscale”, ma molto spesso di un’attività formalmente lecita, diciamo “al limite”, che viene indicata tecnicamente come “elusione fiscale”. Come si legge dal sottotitolo stiamo parlando di cifre elevatissime, che se invece di finire su questi circuiti di finanza speculativa, rimanessero nei paesi in cui sono state generate, risolverebbero quasi automaticamente l’attuale situazione di gravissima crisi in cui ci troviamo da diversi anni. Ed in più rimane la banalissima considerazione che ogni euro evaso o eluso che sia, è un euro che deve essere pagato dal resto dei cittadini. E questo semplicemente non è giusto. Chiedete ai politici che conoscete cosa stanno facendo per non farvi pagare al posto degli altri.

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Cap 6) Guerre e guerriglie

La comunità internazionale ha approntato le seguenti misure per combattere i paradisi fiscali:

Entro il 2014 dovrebbe entrare in vigore il FATCA, un sistema studiato dagli USA contro l’evasione intemazionale dei cittadini statunitensi.
– Dal 2015 dovrebbe scomparire il segreto bancario in Svizzera e in altri paesi blindati, come il Lussemburgo.
– Nel 2016 è previsto il completamento del piano BEPS richiesto dal G8 all’OCSE per costringere le multinazionali a pagare le tasse.
– Infine, nel 2017 dovrebbero entrare in vigore gli accordi intemazionali per lo scambio automatico di informazioni tra le autorità fiscali di tutti i paesi. In pratica, è la data decisiva, una specie di Capodanno della legalità mondiale, al quale aderirebbero tutte le nazioni del mondo.

Ma sinora, a parte le roboanti dichiarazioni che da anni e periodicamente rilasciano i capi di Stato, non vi è stato un seguito reale. Infatti la sola arma che veramente potrebbe avere efficacia non è ancora stata realmente usata. Si chiama “scambio automatico d’informazioni” e l’ha ideata l’OCSE nel 2009. In pratica consiste nel fatto che ogni Paese è tenuto a scambiare con le autorità fiscali di tutte gli altri Stati, le informazioni sui movimenti di capitali nel proprio territorio, in modo automatico, cioè senza che serva una richiesta. Se venisse attuato, il flusso costante di dati che correrebbe tra i vari Paesi renderebbe il mondo finanziario completamente trasparente, e non vi sarebbero più zone opache in cui naascondere capitali neri.

Ma per il momento appunto, nisba. Anche il Parlamento Europeo recentemente si è pronunciato con una risoluzione che sembrerebbe un passo avanti, salvo essere vanificata da poche parole “salvo il diritto alla privacy”, che vanificano tutto. L’ultima dichiarazione è stata del 19 marzo 2014 con la quale 44 Paesi si impegnavano ad implementare lo scambio automatico di informazioni, peccato però che tra questi Paesi non vi è la Svizzera, Singapore… insomma acqua fresca…

Altri tentativi sono quelli introdotti negli USA da un provvedimento identificato con la sigla FATCA, e un altro dall’OCSE, denominato BEPS. Ma entrambi sono sostanzialmente fermi, sia perchè entrambi terribilmente complicati e richiedono un perfetto coordinamento tra Stati, e inoltre il BEPS paga lo scotto che l’OCSE non ha nessun potere impositivo, quindi…

Ma alla fine è arrivata l’arma decisiva, che sta funzionando in molti Paesi, cioè il cosidetto VD – Voluntary Disclosure. In pratica si dice all’evasore: “guarda non hai scampo, possiamo risalire e ricostruire tutti i tuoi movimenti di denaro, per cui pentiti e confessa spontaneamente, in cambio regolarizzeremo la tua posizione, facendoti pagare salato, ma evitandoti il carcere.”. La cosa ha funzionato appunto in molti Paesi, ma non in Italia, perchè proprio nell’imminenza di promulgarla, il Governo Letta, che la stava decisamente spingendo, è caduto ed è stato sostituito da Renzi, che l’ha depennata dalla sua lista delle priorità, impegnatissimo com’è a reperire miliardi a destra e a manca, e “dimenticandosi” del fatto che con la VD potrebbe portarne a casa diversi, recuperandoli appunto dall’elusione fiscale.

Che possa centrare qualcosa il fatto che i centomila ricchissimi italiani che avevano usufruito dello “Scudo fiscale” non vedono di buon occhio la VD? La quale applicazione avrebbe richiesto di mettere nero su bianco tutta una serie di reati fiscali, civili e penali che tali capitali hanno generato. Una vera arma di distruzione di massa per l’intera classe dirigente italiana, per le imprese, le banche, i politici.

Da segnalare il fatto che la VD non è uno spauracchio solo teorico, ma potrebbe effettivamente dispiegarsi grazie al contributo di due corpi di “007 finanziari” che il mondo ci invidia per competenza ed efficacia, nello specifico si chiamano UIF e UCIFI, e che potrebbero fare ancora molto di più se la legge non li costringesse a non interfacciarsi con il fisco, ma solo con la GdF, l’Antimafia e le Procure.

Altra strada che sta emergendo da alcuni anni sono i cosidetti “pentiti del fisco”, spesso ex dipendenti bancari, che fanno fuoriuscire dati teoricamente utili a combattere l’evasione. Teoricamente, perchè se si tratta di dati acquisiti in modo illegale, la legge semplicemente vieta il suo utilizzo in un qualsiasi procedimento giudiziario. Ma intanto alcuni evasori hanno “preso paura” e hanno fatto rientrare i capitali tramite la succitata VD. Molti “pentiti” lo fanno per denaro, vendono cioè database con i dati bancari degli evasori (e in questo modo Francia, Usa e Germania hanno scovato 30mila evasori), altri per altri motivi, come il caso più eclatante di un hard disk contenente 2 milioni e mezzo di documenti recapitato nel 2012 ad un consorzio internazionale di giornali investigativi.

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