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Il mio tentativo per ricevere e dare informazioni utili.

Archive for the ‘psicologia’ Category

essere Cittadini: non è un gioco!

Posted by giannigirotto su 8 gennaio 2014

Parlare di un gioco da tavolo può sembrare un argomento superficiale o comunque “leggero”, ma sappiamo bene quanto il gioco sia uno strumento educativo importante in generale per tutti ma in particolare per gli adolescenti. E questo gioco sembra fatto apposta per loro, che si stanno aprendo al mondo e formando una coscienza personale e una collettiva.

Ecco allora un gioco che in realtà gioco non è, nel senso che costringe il partecipante a scegliere ogni volta tra un comportamento egoistico che danneggia la società e alla lunga sé stessi, ed un comportamento etico che viceversa favorisce immediatamente la collettività e a medio termine anche se stessi.

In questo gioco infatti il giocatore deve decidere se parcheggiare sbrigativamente ostruendo una rampa di accesso per le carrozzelle, guadagnando quindi tempo ma ostacolando altri, oppure rischiare di arrivare tardi al lavoro per cercare un posteggio regolare, oppure idem come sopra decidere tra “saltare la fila” al pronto soccorso andando per “conoscenze” o rispettare il suo turno, oppure intrufolarsi al Cinema gratis approfittando della calca oppure rinunciare ad entrare perchè non ha i soldi, oppure acquistare merce contraffatta e senza emissione di scontrino, o rivolgersi a negozianti “regolari”, oppure ospitare temporaneamente un immigrato “clandestino” cosa contraria alla legge dello Stato italiano ma favorevole alla legge della propria coscienza e così via, ad ogni turno di gioco.

Interessante e intelligente sopratutto il fatto che ogni “giocata” vada ad influenzare non solo la posizione del singolo partecipante, cioè quanto si avvicini o si allontani dal proprio personale “traguardo”, ma anche abbia influenza su una dimensione “collettiva”, cioè sul fatto che tutte le future “giocate” saranno in regime di “bonus” o “malus” dei puntatti guadagnabili. Infatti la partita si svolge sempre con un indicatore del “Livello di legalità” che influenza ogni giocata in senso positivo, neutrale o negativo, a seconda appunto del livello in cui ci si trova in tale giocata, ed il livello naturalmente si sposta ad ogni giocata a seconda che la risposta del giocatore sia etica o meno.

E’ quindi un gioco da diffondere e proporre, sopratutto presso le scuole e qualsiasi altro punto di aggregazione in cui siano presenti persone disponibili a mettersi “in gioco” su questo, ovviamente i giovani in particolare che saranno i capifamiglia di domani.

Il gioco è stato ideato dalla Cooperativa sociale “Dignità del lavoro“, e lo trovate disponibile nelle botteghe del Commercio Equo e Solidale.

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Circonvenzione d’incapace (3): cui prodest?

Posted by giannigirotto su 2 gennaio 2014

slotAvevo già scritto due articoli sul gioco d’azzardo, un primo in cui sottolineavo che si tratta in pratica di “Circonvenzione d’incapace” compiuta dallo Stato nei confronti di circa un milione di italiani giocatori patologici, ed un secondo in cui fornivo una serie di dati impressionanti su quanto spendiamo ogni anno e quante poche sono le possibilità di vincere, calcolate dalla nota rivista “Wired”.

Ora vorrei aggiornarvi su questi dati, e fare un paio di considerazioni: I dati aggiornati (fonte: Controfinanziari 2014 – Sbilanciamoci) sono:

88,57 miliardi di euro giocati nel 2012 dai 47,5 milioni di italiani maggiorenni

lo Stato, in termini percentuali, guadagna sempre meno: se nel 2004 gli italiani spendevano 24,8 miliardi e il 29% di questi andava all’erario, nel 2008 vennero spesi 47,5 miliardi di cui solo il 16,3% andò allo Stato e nel 2012 furono spesi 88,5 miliardi e all’erario spettò solo il 9%;

– Si stimano in 6 miliardi di euro i costi sociali relativi alla patologia dell’azzardo in Italia.

Allora riassumiamo, lo Stato incassa 8 miliardi di euro all’anno ma ne perde 6 in costi sociali, quindo per avere un guadagno di 2 miliardi “permette” ed in certo senso costringe, sicuramente incentiva tramite la pubblicita, gli italiani di spenderne quasi 90 di miliardi. Cui prodest, a chi giova quindi? sicuramente ai concessionari e ai vari “fornitori” della filiera.

Ora è un caso tra questa filiera risultano pesantemente inseriti anche molti nomi noti della politica? ed è un caso quindi che tutti i giorni la RAI, che un servizio pubblico, pagato coi nostri soldi, ci sobilli con immagini di vincite e felicità grazie al gioco d’azzardo?

Governo, se ami veramente gli italiani, riduci le possibilità di gioco e tassa maggiormente i concessionari e la filiera, tutto il resto è ipocrisia!

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Indispensabili: I numero del cancro in Italia 2011

Posted by giannigirotto su 7 febbraio 2012

Un argomento di cui nessuno vorrebbe parlare, ma purtroppo un argomento che ci riguarda o può riguardare tutti. Per cui ecco il link per scaricare questo libro scritto dall’ “Associazione Italiana Registro Tumori“.

Quello però che mi preme sottolineare è che la copertura geografica e statistica è ancora insufficiente, vi sono vastissime zone dell’Italia, sopratutto del Sud, che non hanno registri attivi. Qualcuno potrebbe pensare maliziosamente che non ci sono perchè altrimenti sarebbe facile evidenziare come le discariche a cielo aperto, gli inceneritori, le linee ad altissima tensione ed altre fonti elettromagnetiche (leggasi antenne delle “celle” dei cellulari”)  siano “casualmente” al centro di zone in cui la popolazione ha una percentuale di tumori più elevata della media…

Ricordo infine che nella mia sezione “Indispensabili” è leggibile gratuitamente anche il libro “La Casta Bianca“, che analizza a fondo i mille problemi della Sanità Pubblica italiana, proponendo anche alcune soluzioni…

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Indispensabili: Nati per comprare – Cap. 8) Come la cultura del consumo insidia il benessere dei bambini

Posted by giannigirotto su 30 novembre 2011

Innanzitutto il ringraziamento a Maria Antonietta, dalla Sardegna, che ha messo a disposizione di noi tutti il suo tempo per preparare questo lavoro, e che mi ha permesso gentilmente di inserire nella mia sezione Indispensabili gli estratti di questo libro di Juliet B. Schor, che tratta di uno dei grandissimi problemi dei nostri tempi: la pubblicità, ed in questa caso la sua sezione più subdola, quella rivolta ai bambini, che ovviamente non possono avere sviluppato dei sistemi di difesa che gli adulti hanno (o dovrebbero avere…)

Se una volta si poteva infatti dire che “La pubblicità è l’anima del commercio”, ora credo sia più corretto dire che “La pubblicità è la ruffiana del commercio”. Ecco quindi che occorre come sempre prendere coscienza, analizzare bene la situazione e AGIRE per cambiare le cose in meglio.

Il libro di Juliet B. Schor, economista e docente di sociologia statunitense, analizza le forme più o meno palesi della pubblicità rivolta ai bambini e ragazzi, diventati oggi attori e strumenti del consumismo: sono i nuovi consumatori, coloro che creano gli acquisti. Ma non si tratta di scelte consapevoli bensì indotte, spesso in modo subdolo o non immediatamente percepibile. La trasformazione dei bambini in consumatori ovviamente comporta una serie di problematiche.

L’autrice ha svolto colloqui e interviste con chi lavora nella pubblicità e nel marketing (incontrando spesso ovvie resistenze) e con genitori e bambini nell’arco di 3 anni, dal 2001 al 2003. Anche se in apparenza datata, la ricerca mostra chiaramente un fenomeno allora agli inizi negli USA e arrivato poi anche da noi e diventato globale, quotidiano, spesso non considerato nella sua reale portata.

Il libro permette di vederlo sotto un’altra luce e si conclude con alcune indicazioni utili per genitori e insegnanti per contrastarne gli effetti.

Capitolo 8. Come la cultura del consumo insidia il benessere dei bambini

La cultura nella quale crescono oggi bambini e ragazzi si rivela molto dannosa, molto più di quanto immaginano gli adulti, poiché agisce in modo diretto e indiretto su bambini e ragazzi:

1. Un profondo coinvolgimento nel consumo porta a un peggioramento del rapporto con i genitori.

2. Quando i rapporti con i genitori peggiorano, il benessere decade ulteriormente, con casi di depressione, ansia, scarsa autostima, disturbi psicosomatici.

Numerosi genitori incontrati dall’autrice hanno raccontato di conflitti continui e ricorrenti con i figli dovuti alle richieste di acquisto di prodotti e hanno descritto i problemi dei figli: disturbi caratteriali, scarsa attenzione a scuola, sovrappeso, poca osservazione delle regole familiari sull’uso e il tempo per TV e videogiochi.

Molti genitori non affrontavano il problema, altri invece attuavano una serie di misure: controllo e regolamentazione dell’utilizzo e del contenuto dei media e di Internet, analisi delle informazioni sui prodotti usati o desiderati dai figli, confronto con altri genitori, amministrazione del denaro a disposizione dei figli. L’autrice ha notato delle differenze nei bambini sottoposti a tale “regime”: pochi problemi scolastici o sociali, pochi contrasti e opposizione alle regole imposte dai genitori. I casi di bambini sani, equilibrati dimostrano che l’impegno dei genitori per contrastare il sistema del consumismo porta dei risultati.

Spesso i ragazzi più coinvolti nel consumo hanno problemi con i genitori soprattutto se questi impongono regole e restrizioni. Se il rapporto con i genitori è buono, fa da scudo protettivo per i bambini contro la rappresentazione negativa di adulti e genitori da parte di pubblicità e TV.

La televisione spinge al consumo, al possesso e al denaro, spinge ad essere scontenti della propria situazione. È quindi parte in causa nel declino del benessere psicologico. Inoltre, si è notato un legame fra esposizione prolungata alla TV e minor capacità di apprendimento, minore sviluppo cerebrale, basso rendimento scolastico.

Il coinvolgimento nel consumo scredita altre attività e comportamenti positivi: la televisione insidia la lettura, le attività sociali, l’attività fisica e riduce l’autostima sociale dei ragazzi.

Tale legame però implica una causalità? Forse chi sente un disagio adotta il materialismo come sistema di valori: gli adolescenti economicamente svantaggiati o di famiglie con basso livello di istruzione mostrerebbero livelli più alti di materialismo.

Quando i bisogni non vengono soddisfatti si diventa più materialisti. E in questa fase si è meno propensi ad adottare comportamenti che producono un vero benessere. Si crea perciò un effetto circolare (circolo vizioso): materialismo ed equilibrio fragile si alimentano a vicenda.

Va anche osservato che il coinvolgimento nel consumo è definibile solo apparentemente: un bambino che ha molte cose potrebbe essere materialista e attaccato al consumo oppure ciò dipende soltanto dall’appartenere a una famiglia benestante. Un ragazzo può desiderare una particolare marca di jeans ma accontentarsi di averne 1-2 paia mentre un altro accumula tanti capi economici. Quindi, chi è più consumista?

L’autrice ha voluto perciò indagare sulla relazione consumismo–malessere per capire la causalità, cioè se è il coinvolgimento nel consumo a provocare ansia, depressione ecc. o il contrario, cioè se i bambini cercano gli oggetti per colmare un vuoto emotivo; se è l’esposizione prolungata alla TV a provocare la depressione o se invece i bambini depressi guardano la TV per dimenticare la sofferenza o perché troppo prostrati per dedicarsi ad altre attività; se un rapporto difficile con i genitori influisce sul benessere psicologico o se i bambini che non si sentono bene diventano più negativi verso i genitori.

A differenza delle numerose ricerche sul tema che affrontano singoli aspetti, l’autrice ha voluto fornire uno studio a tutto campo sull’influenza del consumismo sul benessere dei bambini. I risultati non sono incoraggianti. Sono stati intervistati 300 bambini fra i 10 e i 13 anni (i “tween” tanto ambiti dal marketing) di Boston e dintorni, di diversa estrazione sociale, etnica, economica e con esperienze differenti sul versante TV e consumismo, ai quali è stato sottoposto un questionario con varie domande sul rapporto con i genitori, l’uso dei media, il coinvolgimento nella cultura del consumo, il benessere fisico e psicologico.

L’analisi, che ha utilizzato particolari tecniche statistiche per valutare le relazioni di causa, ha contribuito a stabilire che il profondo coinvolgimento nel consumo è una causa dei disturbi dei bambini. Un minor coinvolgimento rende i bambini più sani, una maggiore esposizione al consumo contribuisce a deteriorare il benessere psicologico. Viceversa, i bambini con problemi migliorerebbero se si liberassero dalle costruzioni create tutto intorno a loro dalle aziende. Il risultato (un rapporto di causalità significativo) è riscontrato in tutti i gruppi di soggetti analizzati sulla base di 4 variabili: utilizzo dei media, grado di coinvolgimento nel consumo, di disponibilità familiare, livello di benessere o ansia, depressione, autostima. Viceversa, non si è riscontrato un risultato simile in direzione opposta, ossia disturbi che inducono al consumo o a un maggiore uso di TV e altri media: i ragazzi e bambini con problemi psicologici non hanno più probabilità di essere attratti dal consumismo rispetto agli altri.

Il coinvolgimento nel consumo influisce sul benessere psicologico e appare legato all’insoddisfazione e al senso del raffronto sociale.

È noto che le persone che si preoccupano di sé, che desiderano guadagnare, possedere, che danno più importanza al successo finanziario, che invidiano gli altri sono più portate alla depressione a all’ansia. Desiderare di meno sembra la chiave per la soddisfazione e il benessere.

Numerosi testi di psicologia analizzano i risvolti psicologici del coinvolgimento nel consumo studiando vasti campioni di uomini e donne, adulti e adolescenti, di diverse fasce di reddito, anche in vari paesi del mondo. Ne risulta che chi ha alte aspirazioni economiche ha bassa vitalità e bassi livelli di senso di appartenenza alla comunità, sente difficoltà di adattamento alla vita ed è più portato a provare emozioni negative (rabbia e infelicità) rispetto a quelle positive. Più si aderisce ai valori materiali, peggiore è la qualità della vita.

Il materialismo appare collegato anche ad alcuni disturbi fisici: mal di testa, mal di stomaco, dolori muscolari, mal di schiena, mal di gola.

Ci sono però dei dati positivi: i ragazzi delle zone con scuole attive e attente guardano per meno ore la televisione, perché impegnati nei compiti e in varie attività. E se gran parte dei ragazzi intervistati desidera diventare ricco, più o meno le stesse percentuali dichiarano che quando vogliono diventare amici di qualcuno non considerano quali e quante cose possiede.

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Come sempre vi ricordo  alcuni strumenti che possono migliorare la situazione, strumenti a disposizione di tutti:

1) Esistono molti siti specializzati per aiutare i genitori a crescere ed educare al meglio i propri figli, ad esempio “Officina Genitori“… ve ne saranno sicuramente molti altri, il problema è sempre quello di verificare che dietro non vi siano soggetti imprenditoriali o che comunque hanno interessi  economici che gli fanno perdere l’imparzialità e la neutralità necessarie…

2) Nel mio piccolo ho già messo a disposizione nella sezione “Indispensabilidue libri molto famosi ed con ottima critica sull’educazione dei bambini, e con i quali naturalmente mi trovo estremamente in sintonia:  “Genitori efficaci” e “Il segreto dei bambini felici“, che vi invito senz’altro a leggere, vedrete che ne vale la pena…   🙂

3) Esistono diversi Associazioni a tutela dei consumatori, di queste io conosco piuttosto bene “Altroconsumo” essendone socio, e una delle attività che viene svolta è la denuncia delle pubblicità ingannevoli e/o fuorvianti. Spesso tali pubblicità sono appunto rivolte ai bambini. Potete associarvi oppure semplicemente segnalare delle pubblicità che ritenete inadatte.

4) Di fronte a tutte queste pressioni per consumare, spendere, crescere sempre di più, consiglio la lettura anche de “La Decrescita felice“, che apre uno squarcio di luce su questa spirale perversa, e ci fa capire come si possa coniugare lo sviluppo, la felicità con l’autoproduzione e il recupero del saper fare personale…

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Indispensabili: Nati per comprare – Cap. 7) Le cattive abitudini

Posted by giannigirotto su 15 novembre 2011

Innanzitutto il ringraziamento a Maria Antonietta, dalla Sardegna, che ha messo a disposizione di noi tutti il suo tempo per preparare questo lavoro, e che mi ha permesso gentilmente di inserire nella mia sezione Indispensabili gli estratti di questo libro di Juliet B. Schor, che tratta di uno dei grandissimi problemi dei nostri tempi: la pubblicità, ed in questa caso la sua sezione più subdola, quella rivolta ai bambini, che ovviamente non possono avere sviluppato dei sistemi di difesa che gli adulti hanno (o dovrebbero avere…)

Se una volta si poteva infatti dire che “La pubblicità è l’anima del commercio”, ora credo sia più corretto dire che “La pubblicità è la ruffiana del commercio”. Ecco quindi che occorre come sempre prendere coscienza, analizzare bene la situazione e AGIRE per cambiare le cose in meglio.

Il libro di Juliet B. Schor, economista e docente di sociologia statunitense, analizza le forme più o meno palesi della pubblicità rivolta ai bambini e ragazzi, diventati oggi attori e strumenti del consumismo: sono i nuovi consumatori, coloro che creano gli acquisti. Ma non si tratta di scelte consapevoli bensì indotte, spesso in modo subdolo o non immediatamente percepibile. La trasformazione dei bambini in consumatori ovviamente comporta una serie di problematiche.

L’autrice ha svolto colloqui e interviste con chi lavora nella pubblicità e nel marketing (incontrando spesso ovvie resistenze) e con genitori e bambini nell’arco di 3 anni, dal 2001 al 2003. Anche se in apparenza datata, la ricerca mostra chiaramente un fenomeno allora agli inizi negli USA e arrivato poi anche da noi e diventato globale, quotidiano, spesso non considerato nella sua reale portata.

Il libro permette di vederlo sotto un’altra luce e si conclude con alcune indicazioni utili per genitori e insegnanti per contrastarne gli effetti.

 

Capitolo 7. Le cattive abitudini

Il mutamento delle abitudini alimentari è prodotto dalla pubblicità. La quantità di calorie assunte fuori casa è aumentata; lo “spuntino” è diventato una prassi, gli snack oggi apportano il 30% in più di calorie rispetto a prima. Oltre il 60% dei messaggi pubblicitari presenti nei programmi per bambini riguarda prodotti alimentari ma mancano totalmente inviti all’acquisto di frutta e verdura. La dieta pubblicizzata, ricca di grassi, zuccheri, carboidrati, è l’opposto della dieta consigliata e della piramide alimentare.

Gli investimenti dell’industria alimentare per la pubblicità ammontano a più di 30 miliardi di dollari l’anno; per McDonald’s sono circa 500 milioni di dollari, per il 40% destinati al target dei bambini, con l’obiettivo di ottenere 20 visite al mese per cliente. I prodotti alimentari sono pubblicizzati non solo in tv, ma anche nelle riviste, nei film (con il “placement”), su Internet (banner, advergame) e nei programmi didattici sponsorizzati.

I bambini, in quanto gruppo al di fuori della società adulta, cercano un sistema alternativo di significati con cui affermarsi e l’alimentazione è un ambito importante: i bambini amano cibi che disgustano gli adulti (caramelle a forma di vermi, dai colori assurdi, che colorano la lingua, fanno la schiuma ecc.) proprio perché li differenziano da loro.

Il marketing perciò lavora spesso sull’innovazione dei prodotti: nel caso del cibo, un nuovo gusto o ingrediente, modifiche nelle dimensioni o quantità ma anche colori, per attirare i bambini. Ma l’innovazione continua, la ricerca del “gusto estremo” rivela una mancanza di immaginazione.

In moltissimi casi di prodotti destinati ai bambini “innovazione del prodotto” equivale ad aggiungere zucchero!

Oggi lo zucchero è considerato un alimento più o meno innocuo, ma non è stato sempre così. Nell’Irlanda del 18° secolo le donne che acquistavano lo zucchero per il tè erano criticate apertamente, specie se madri, accusate di sottrarre denaro alle famiglie e di trascurare i figli per colpa di un vizio, di una dipendenza da una sostanza potente e pericolosa.

Ci sono diversi studi sugli effetti dello zucchero e sulla dipendenza da esso. Una ricerca  dell’Università di Princeton ha rilevato che le cavie nutrite con zucchero producono un’eccessiva quantità di oppioidi endogeni (sostanze chimiche del cervello che danno piacere, stimolate dall’uso di droghe) e quando non ricevono lo zucchero mostrano sintomi di astinenza. Anche la combinazione di grassi e carboidrati, tipica di tanti cibi confezionati, sembra stimolare la creazione di oppioidi che riducono la sensazione di sazietà, provocando quindi il desiderio di mangiare di più.

Le bibite zuccherate apportano oltre la metà della calorie assunte giornalmente dai bambini americani e il loro consumo è aumentato nel tempo. Sono largamente responsabili dell’aumento dell’obesità: i 45 grammi circa di zuccheri aggiunti a ogni bibita corrispondono al totale di zuccheri aggiunti consigliato per il consumo quotidiano, a cui però si sommano ogni giorno dolci vari, snack, cereali ecc., e chi le beve non provvede ad eliminare altri zuccheri dalla propria dieta. Nell’immaginario dei ragazzi e nelle proposte del mercato le alternative non ci sono: acqua e latte non vengono in mente, la scelta è solo fra gusti diversi o fra bibite gasate e non gasate.

Le convinzioni e associazioni inconsce legate al cibo sono studiate a scopo commerciale: la ricerca etnografica intrusiva ha fornito una nuova arma alle aziende e ai pubblicitari per incidere sulle decisioni dei genitori. Molte madri preparano dolci in casa nella convinzione che siano salutari. Tale dato ha prodotto due risultati: le aziende produttrici di merendine ampliano la propria offerta vendendo torte, preparati per torte o zucchero. Inoltre, il desiderio dei genitori di dare cibi sani ai propri figli viene sfruttato per vendere loro prodotti non proprio salutari: le pubblicità e le etichette dei prodotti sono piene di aggettivi come “sano, buono, genuino” o evidenziano ingredienti considerati sani come fermenti, vitamine, calcio, in realtà una piccola parte in prodotti ricchi invece di zuccheri e grassi.

Sfruttare il lato emotivo, le contraddizioni inconsce (il dolce fatto in casa è buono e genuino ma anch’esso è ricco di grassi e zucchero) ha portato a un diffuso allentamento delle regole e convinzioni dei genitori sui cibi: una barretta ai cereali è ritenuta salutare perché contiene frutta e cereali, lo jogurt pubblicizzato verrà acquistato più facilmente perché “contiene i fermenti”, ma sono entrambi ricchi di zuccheri.

Molti genitori, attaccati su troppi fronti (abbigliamento, abitudini nocive, giochi violenti, tempo libero…) riconoscono di abbassare le resistenze nel campo del cibo: “non si può affrontare tutto”, quella del cibo è una battaglia fra le altre, ritenute più urgenti.

Negli USA, dal 2000 “Big Food”, cioè l’insieme delle corporation del settore alimentare, è nell’occhio del ciclone a causa della crescente obesità anche fra i bambini. Sotto accusa sono le porzioni giganti, l’eccesso di calorie (ben 1550 in un prodotto McDonald’s, 3 volte quelle di un pasto negli anni ’50), l’assenza di etichette chiare, l’alto contenuto di grassi, zucchero, sodio, il marketing menzognero. Le amministrazioni di vari stati hanno iniziato a studiare leggi restrittive sulla vendita di cibo spazzatura nelle scuole. I libri sull’alimentazione, come “Fast food nation”, sono dei bestseller.

Le aziende alimentari sono attaccate alla stregua delle multinazionali del tabacco; molte di esse, come Kraft, sono di proprietà di multinazionali del tabacco e quindi adottano lo stesso  marketing aggressivo e la stessa strategia per ribattere alle critiche: un’alterazione fittizia del prodotto (nel caso del tabacco, ad esempio, la diminuzione del catrame), donazioni a enti no-profit, finanziamenti politici (per poter influire sull’azione legislativa), smentite delle affermazioni scientifiche, il richiamo alla responsabilità dei consumatori, annunci di cambiamenti poi smentiti dai fatti.

Si pone tanta foga per difendersi e si dimostra invece poco interesse a produrre cibi salutari.

Le modifiche per ridurre il contenuto di grassi o zuccheri non hanno portato miglioramenti, anzi: si sostituiscono i grassi aggiungendo zuccheri, si riducono gli zuccheri usando prodotti chimici non proprio innocui*. L’idea di sperimentare per “aggiustare” i prodotti è assurda: anziché migliorare il prodotto, si toglie qualcosa aggiungendo qualcos’altro altrettanto nocivo.

Il passaggio successivo è deviare l’attenzione dai prodotti e dall’influenza della pubblicità. Perciò si afferma che la relazione fra grassi, calorie, carboidrati e obesità è complessa e dipende da fattori individuali oppure che l’inattività e la mancanza di esercizio causino l’obesità più del cibo… e così Pepsi e Coca Cola hanno sponsorizzato dei programmi di allenamento.

“Big Food” cerca di ridimensionare e censurare le notizie dannose, come nel caso di vari rapporti dell’OMS sull’obesità. Il “Center for Consumer Freedom” è un gruppo politico di destra fondato dalle catene di ristoranti e aziende di bibite che realizza campagne su stampa e radio per contrastare l’attività di informazione sulle abitudini alimentari salutari curata da vari enti e sostenuta da esperti.  L’amministrazione Bush si è distinta per il sostegno alle corporation del settore alimentare (finanziatrici di partiti e candidati, non solo repubblicani), espresso con campagne contro l’obesità che puntavano il dito sulla sedentarietà e i finanziamenti (quasi 3 milioni di dollari nel primo anno di presidenza) a Channel One che inonda i ragazzi di pubblicità di cibi e bevande poco salutari .

Secondo le aziende alimentari, i consumatori sono responsabili della propria alimentazione e l’obesità sarebbe legata alla mancata attenzione dei genitori sulle abitudini alimentari dei bambini, lasciati soli a lungo a casa, senza ovviamente ammettere il proprio ruolo nella presenza del cibo spazzatura ipercalorico a scuola, in palestra ecc.

Considerati l’attività, l’onnipresenza e gli investimenti pubblicitari delle aziende, le loro pressioni sull’informazione, la scuola, la politica, è evidente che addossare tutta la responsabilità ai genitori è una manovra subdola. Le aziende infatti osteggiano i sistemi come le etichette chiare che possono aiutare a scegliere e le iniziative governative per informare i cittadini.

Si nota una sottile e pericolosa associazione dei prodotti ricchi di zucchero con le droghe. Per molti bambini e ragazzi, i dolci e le bibite danno la carica, servono per avere l’energia per la giornata, per essere cool quando si fa sport o si sta con gli amici: le bibite zuccherate sono collegate all’energia, al “cool e nelle pubblicità sono costantemente associate agli sport estremi. Il marketing sottolinea questo fatto usando gli stessi mezzi della pubblicità per alcolici, tabacco, caffeina, integratori. Per di più, molte pubblicità evidenziano in modo ironico gli effetti di tali cibi: “Vi farà impazzire”, “può avere effetti…”. Si fa perciò plausibile l’assimilazione del cibo (o di certi cibi) a una droga.

Il confine che separa adulti e bambini si fa più labile e purtroppo soprattutto nei campi più pericolosi. Una tendenza attuale del marketing mira a trasformare i bambini in consumatori a vita, sollecitando anche una domanda precoce dei prodotti. Le abitudini acquisite nell’infanzia o in età giovanile si portano nella vita adulta: a livello cerebrale si produrrebbero dei cambiamenti che rendono la dipendenza difficile da superare.

Le aziende produttrici di alcool e tabacco fanno pressioni sui giovani, con l’obiettivo di trasformarli nei clienti di domani. I canali sportivi sono zeppi di pubblicità di tabacco e alcolici e bambini e ragazzi le guardano. Gli stadi ospitano tantissime pubblicità di tali prodotti, presenti anche su riviste amate dai ragazzi come Rolling Stones o Sport Illustrated. Film, programmi tv e video musicali sono mezzi più subdoli per via della pubblicità occulta.

Numerosi studi mostrano che un bambino o adolescente esposto a pubblicità, programmi e video musicali che mostrano alcol, tabacco e droghe sarà più propenso a usarli. Alcune pubblicità sembrano strizzare l’occhio ai bambini: la birra Budweiser utilizza vari animali o personaggi animati in pubblicità accattivanti e molto amate. Molte pubblicità di birra e alcolici usano temi insidiosi: feste scatenate, ragazze in abiti succinti e pose sexy, ragazzi muscolosi a torso nudo… che suggeriscono divertimento senza freni né controlli o divieti. Contro tali messaggi le comunicazioni governative contro l’alcool e le droghe non hanno molte possibilità di incidere. In particolare, aumenta l’uso di alcolici da parte di ragazze.

Le aziende stanno violando le direttive che impongono di non trasmettere pubblicità se gli spettatori minorenni sono la maggioranza attesa. Dal 1998 è illegale fare pubblicità occulta al tabacco nei film ma le pubblicità delle aziende produttrici di tabacco si fanno più invasive, nelle riviste ma anche sulle copertine di libri di testo realizzate da Philip Morris, azienda che si è mossa anche nelle campagne antifumo, attività che sembra rivolta a sviluppare il riconoscimento del proprio marchio e a creare una propria immagine positiva.

Nei programmi in prima serata bambini e ragazzi sono esposti alla visione non solo di alcool e tabacco ma anche delle droghe. Le droghe, anche quelle più pericolose, sono note, così come i meccanismi di utilizzo, il gergo associato, gli ambiti sociali e i personaggi associati ad esse. I messaggi che incoraggiano l’uso di droghe contribuiscono alla loro accettazione culturale: le droghe oggi sono considerate un elemento “scontato” della quotidianità. Secondo i ricercatori autori dello studio sulle droghe, se si vuole intaccare il consumo di droghe da parte dei più giovani si deve contrastare la compiacenza e l’attuale cultura della droga che pervade la società.

Anche le pubblicità di farmaci, oggi parte della vita di molti ragazzi, influenzano il consumo. Il fenomeno è recente, i suoi effetti non sono ancora valutabili.

Un altro aspetto riguarda gli integratori e stimolatori di prestazioni come gli steroidi, entrati nelle abitudini sportive dei ragazzi, un nuovo possibile mercato per le aziende.

I prodotti violenti sono strettamente connessi ai comportamenti violenti, è provato. Il gusto per la violenza dei giovani passa e si alimenta attraverso video musicali che contengono immagini di violenza, in gran parte verso le donne, e giochi “violenti” (non solo videogiochi ma anche giocattoli di vario tipo).

I videogiochi di genere violento sono diffusi e desiderati da adolescenti e preadolescenti malgrado il parere dei genitori. Nonostante i codici di regolamentazione, molti giochi arrivano liberamente a ragazzi di età inferiore rispetto a quella prevista. Se da un lato è vero che il contenuto violento serve a esorcizzare le paure (come per le fiabe) o come sfogo emotivo usato in modo costruttivo, oggi troppi esempi dimostrano che tale esposizione è in gran parte gratuita. E purtroppo i media non aiutano a far luce sul problema.

Alcune ricerche hanno dimostrato che più tempo si passa con i videogiochi violenti più si manifestano comportamenti e sentimenti aggressivi e la diminuzione della socialità, in tutte le fasce di età. Uno studio della Indiana University School of Medicine ha evidenziato che i videogiochi violenti attivano risposte cerebrali diverse rispetto a quelli non violenti. L’incidenza a livello psicologico su alcuni ragazzi è evidente. Inoltre, il progresso tecnologico ha aumentato il realismo dei videogiochi. Secondo Dave Grossman, esperto di tematiche sulla violenza, i videogiochi violenti viaggiano sulle stesse piattaforme di simulazione utilizzate dall’esercito per desensibilizzare i soldati.

* come l’aspartame, fa male. (Nota mia)

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Come sempre vi ricordo  alcuni strumenti che possono migliorare la situazione, strumenti a disposizione di tutti:

1) Esistono molti siti specializzati per aiutare i genitori a crescere ed educare al meglio i propri figli, ad esempio “Officina Genitori“… ve ne saranno sicuramente molti altri, il problema è sempre quello di verificare che dietro non vi siano soggetti imprenditoriali o che comunque hanno interessi  economici che gli fanno perdere l’imparzialità e la neutralità necessarie…

2) Nel mio piccolo ho già messo a disposizione nella sezione “Indispensabilidue libri molto famosi ed con ottima critica sull’educazione dei bambini, e con i quali naturalmente mi trovo estremamente in sintonia:  “Genitori efficaci” e “Il segreto dei bambini felici“, che vi invito senz’altro a leggere, vedrete che ne vale la pena…   🙂

3) Esistono diversi Associazioni a tutela dei consumatori, di queste io conosco piuttosto bene “Altroconsumo” essendone socio, e una delle attività che viene svolta è la denuncia delle pubblicità ingannevoli e/o fuorvianti. Spesso tali pubblicità sono appunto rivolte ai bambini. Potete associarvi oppure semplicemente segnalare delle pubblicità che ritenete inadatte.

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Gianni G

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Indispensabili: Nati per comprare – Cap. 6) Anatomia del bambino consumatore

Posted by giannigirotto su 4 luglio 2011

Innanzitutto il ringraziamento a Maria Antonietta, dalla Sardegna, che ha messo a disposizione di noi tutti il suo tempo per preparare questo lavoro, e che mi ha permesso gentilmente di inserire nella mia sezione Indispensabili gli estratti di questo libro di Juliet B. Schor, che tratta di uno dei grandissimi problemi dei nostri tempi: la pubblicità, ed in questa caso la sua sezione più subdola, quella rivolta ai bambini, che ovviamente non possono avere sviluppato dei sistemi di difesa che gli adulti hanno (o dovrebbero avere…)

Se una volta si poteva infatti dire che “La pubblicità è l’anima del commercio”, ora credo sia più corretto dire che “La pubblicità è la ruffiana del commercio”. Ecco quindi che occorre come sempre prendere coscienza, analizzare bene la situazione e AGIRE per cambiare le cose in meglio.

Il libro di Juliet B. Schor, economista e docente di sociologia statunitense, analizza le forme più o meno palesi della pubblicità rivolta ai bambini e ragazzi, diventati oggi attori e strumenti del consumismo: sono i nuovi consumatori, coloro che creano gli acquisti. Ma non si tratta di scelte consapevoli bensì indotte, spesso in modo subdolo o non immediatamente percepibile. La trasformazione dei bambini in consumatori ovviamente comporta una serie di problematiche.

L’autrice ha svolto colloqui e interviste con chi lavora nella pubblicità e nel marketing (incontrando spesso ovvie resistenze) e con genitori e bambini nell’arco di 3 anni, dal 2001 al 2003. Anche se in apparenza datata, la ricerca mostra chiaramente un fenomeno allora agli inizi negli USA e arrivato poi anche da noi e diventato globale, quotidiano, spesso non considerato nella sua reale portata.

Il libro permette di vederlo sotto un’altra luce e si conclude con alcune indicazioni utili per genitori e insegnanti per contrastarne gli effetti.

Capitolo 6) Anatomia del bambino consumatore

Il marketing osserva i bambini anche dentro casa: una nuova forma di ricerca di mercato, ritenuta molto efficace, si svolge proprio nelle case. Le società incaricate contattano i genitori (spesso già partecipanti a ricerche di mercato) chiedendo di poter incontrare i figli. In questo modo, oltre che con le domande, spesso poste senza la presenza del genitore nella stanza, si ottengono informazioni preziose per le aziende osservando la casa, i giochi del bambino, le sue abitudini, a volte anche tramite videocamera e i filmati vengono poi mostrati al cliente che ha commissionato la ricerca.

È la cosiddetta “ricerca antropologica” che si avvale del contributo di esperti e antropologi e risale alla fine degli anni ’80: la Levi Strauss inviava ricercatori nelle case per scoprire quali jeans piacessero ai consumatori. In media servono almeno tre visite per poter acquisire dati veritieri, grazie alla confidenza che si instaura con il genitore e il bambino intervistato che si sente più a suo agio, meno propenso a recitare o mettersi in mostra.

Essere presenti nei luoghi dove vivono i bambini permette di cogliere informazioni e particolari che non verrebbero fuori nelle interviste normali. Tali ricerche entrano davvero nella vita privata: per studiare come i bambini usano il dentifricio (anche nell’ottica di “giocattolo”) si segue e si riprende il bambino mentre si lava i denti.

Se da un lato offre il vantaggio dell’acquisizione di informazioni più dirette, dall’altro tale ricerca consente alle aziende di risparmiare: mentre le indagini di mercato tradizionali coinvolgono migliaia di intervistati, la raccolta etnografica permetterebbe di ottenere risultati utili tramite ricerche intensive su poche persone.

Una delle maggiori aziende specializzate, Envirosell, produce ogni anno 20.000 ore di registrazioni nei negozi che forniscono informazioni importanti sulle abitudini di acquisto: infatti, hanno permesso di ridisegnare la disposizione dei negozi e delle merci.

C’è chi si è spinto oltre: una ricerca del 2002 prevedeva registrazioni con telecamere nascoste affidate ai bambini reclutati (di 6-9 anni), inviati nei negozi per osservare i loro comportamenti e desideri d’acquisto. In questo modo non è necessario chiedere il permesso di riprendere ai direttori dei negozi e si lavora direttamente con i bambini, inconsapevoli dello scopo della ricerca.

Le ricerche di questo tipo mirate invece agli adolescenti si svolgono durante le feste (a volte organizzate dalle stesse aziende interessate a scoprire le opinioni dei ragazzi riguardo a un prodotto), registrando le immagini e conversazioni anche senza dirlo.

La ricerca antropologica si è rivelata utile nel caso delle pubblicità governative contro la droga. Per individuare elementi utili per costruire tali messaggi, una società specializzata ha orientato la ricerca non sugli aspetti psicologici (chi assume droghe ha spesso problemi di autostima, mancanza d’affetto o soffre di depressione…) ma su quelli naturalistici: come vivono gli adolescenti. Vennero individuati diversi studenti delle medie, abitanti in periferia e in grandi città, con una propensione all’uso di droghe. Furono intervistati, come i loro genitori e amici, dietro un piccolo compenso. Le interviste, videoregistrate, riguardavano la vita quotidiana, la famiglia, le amicizie, le abitudini. In questo modo i ricercatori scoprirono che i messaggi tradizionali non funzionavano perché i ragazzi non li ritengono credibili né “cool”, ma anzi ridicoli. I ragazzi considerano l’uso di droghe come parte comune del mondo adulto perciò ritengono ipocriti i messaggi contro le droghe creati e proposti dagli adulti. Le droghe sono considerate parte del processo di passaggio al mondo adulto, per cui se gli adulti consigliano ai ragazzi di “dire di no” per i ragazzi equivarrebbe a “non diventate adulti”. L’effetto è quindi contrario alle aspettative iniziali.

I pericoli associati, il fattore “segreto” e “tabù” sono altri richiami per i ragazzi propensi o incuriositi dalle droghe.

I ricercatori perciò suggerirono al governo USA di modificare i messaggi, chiedendo anche di includere tabacco e alcool perché per molti ragazzi equivalgono a droghe e la loro assenza è ritenuta falsa. All’epoca però era al governo l’amministrazione Bush, finanziata dai produttori di alcool e tabacco e dalle industrie farmaceutiche, che rifiutò l’invito.

“Nuovo lavoro infantile”: dietro un compenso in denaro (alcune decine di dollari a incarico), molte grandi aziende ingaggiano bambini e ragazzi, intervistati durante le indagini di mercato oppure segnalati o individuati tramite i genitori, come loro consulenti perché indichino cosa gli piace, cosa vorrebbero, accompagnando i propri analisti nei negozi e nelle varie fasi del design e della produzione. I prodotti per cui si svolge questo tipo di lavoro sono bibite, merendine, capi di abbigliamento, ma anche ristoranti e fast food.

Le agenzie affermano che per i bambini sarà divertente, servirà per crescere e migliorare l’autostima perché potranno esprimere opinioni che saranno ascoltate, in realtà si tratta di un vero lavoro che alle aziende costa pochissimo. Scuole e genitori hanno spesso poche obiezioni e non si accertano del tipo di prodotti che verranno sottoposti ai bambini (potrebbero essere giochi violenti o immagini di pubblicità inadatte all’età dei bambini).

Il programma “Kid’s Council” di Microsoft chiede ai bambini di fornire idee dietro un piccolo compenso e qualche omaggio ma un contratto impone la rinuncia a ogni diritto sui prodotti che nascono dalle loro idee. In altri casi (e le aziende che usano queste forme di “lavoro” sono tante: MTV, Nickelodeon, Levi’s…) le aziende non pagano nulla: una forma di strumentalizzazione della creatività dei bambini.

Oggi l’irruzione del marketing nella vita privata è accettata e ritenuta normale. Non tutti sono disposti a condividere le propria vita con degli estranei o con le corporation, ma tanti accettano volentieri e il motivo comune è il denaro, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza.

Nel caso dei bambini la molla più importante è l’idea di essere ascoltati e considerati importanti, soprattutto se nel mondo degli adulti che conoscono l’ascolto e l’attenzione nei loro confronti mancano.

Per creare messaggi più efficaci e convincenti il marketing si serve delle ultime scoperte scientifiche sul cervello: il “neuromarketing” utilizza risonanze magnetiche ecc. nella prospettiva di arrivare nella mente dei consumatori. Anni e anni di ricerche e strumenti sempre più avanzati hanno permesso di arrivare a risultati notevoli, e a costi ridotti rispetto a prima. Grazie alla tecnologia, ogni singolo movimento dei soggetti osservati (i bambini mentre giocano o guardano in tv la pubblicità di un prodotto) è analizzato per ricavare informazioni utili per studiare nuovi prodotti e messaggi pubblicitari più diretti, irresistibili.

Le grandi aziende (Nike, Nickelodeon, Disney, Coca-Cola, Nestlè, Mattel, Microsoft…) fanno grande ricorso a tali studi.

Robert Reiher, psicologo dei media che ha seguito alcune di queste ricerche, intervistato dall’autrice, parla di “cervello trino”, cioè composto dall’elemento razionale, emotivo e istintivo. La pubblicità può manipolare il meccanismo di attenzione per attivare i centri istintivi. In questo modo l’attività cerebrale viene ridotta, rendendo impossibile il ragionamento e il pensiero critico mentre si guarda la pubblicità. Secondo Reiher, nei bambini tale fenomeno può avere effetti negativi sullo sviluppo cerebrale. Pur continuando a credere nel potenziale positivo dell’intrattenimento, Reiher è preoccupato perché sperava di indirizzare il marketing rivolto ai bambini verso un atteggiamento più etico e attento ma si è accorto che ciò non interessava. Reiher teme che le nuove scoperte tecnologiche possano essere sfruttate al fine di arrivare a ridurre le resistenze razionali.

Ma la ricerca di mercato di tipo tradizionale non viene abbandonata. In questo campo domina Nickelodeon: conduce circa 20 ricerche in contemporanea, continue interviste telefoniche, in presenza, in casa, nei negozi, via Internet…, contattando migliaia di bambini ogni anno, tutto per accertarsi che ogni suo prodotto televisivo si riveli un successo.

Le ricerche di mercato svolte a scuola sono quelle più amate dagli addetti ai lavori perché permettono di raggiungere tantissimi bambini, di diversa estrazione sociale, quindi più efficaci di quelle effettuate via Internet, meno rappresentative perché Internet non è diffusa in tutte le case. Poiché le scuole non permettono di svolgere ricerche di mercato al loro interno, le agenzie pagano parecchio per invogliarle ad accettare oppure presentano le loro ricerche come finalizzate a qualche buona causa o mirate a temi non commerciali, come il benessere dei bambini. In questo modo possono svolgere ricerche per due soggetti in contemporanea, un’azienda non-profit e una for-profit (che da sola non riuscirebbe a entrare nelle scuole): una ricerca che doveva studiare gli effetti dell’11 settembre sui bambini ha permesso alla società che la conduceva di raccogliere dati utili a fini commerciali. I ricercatori sanno che spesso i rappresentanti scolastici non approfondiscono il soggetto della ricerca e non si accorgono del tipo di domande che verranno poste.

Tali ricerche pongono un altro problema: in quanto “per una buona causa”, vengono svolte durante l’orario scolastico, sottraendo tempo alla formazione dei ragazzi e finanziando con i soldi pubblici gli interessi privati e commerciali delle aziende.

L’irruzione del marketing nella vita dei bambini pone varie questioni etiche.  (vi ricordo in proposito la mia pagina Facebook “Etica? si grazie!” dedicata all’argomento “Etica”…ndr)

L’autorizzazione dei genitori è necessaria ma non tutte le aziende seguono le linee guida. Spesso per le interviste in casa non si fanno firmare autorizzazioni. Nel caso delle ricerche che coinvolgono un bambino e i suoi amici, per il bambino intervistato si chiede l’autorizzazione ai genitori, ma per gli amici no e spesso né loro né i loro genitori sanno che sono anch’essi oggetto di una ricerca di mercato. A scuola vige per lo più il consenso passivo, ossia i genitori devono avvisare la scuola se non vogliono che i figli partecipino a ricerche di mercato, se no il consenso è dato per scontato.

Per le osservazioni e le riprese negli spazi pubblici non sono richieste autorizzazioni. Per le registrazioni all’interno dei negozi si chiede raramente l’autorizzazione dei direttori e si ignora la privacy degli altri clienti che potrebbero essere ripresi a loro insaputa.

Manca poi un controllo sull’uso delle registrazioni, spesso usate in convegni e presentazioni nonostante la liberatoria (quando c’è) non preveda l’utilizzo al di fuori della ricerca. Tanti intervistati firmano la liberatoria senza chiedersi cosa succeda dopo alle registrazioni che li riguardano, purtroppo anche perché ricevono un compenso e questo basta.

Se le riprese servono per ricerche universitarie (come nel caso della ricerca sulla droga), l’uso al di fuori della ricerca è vietato, soprattutto se le registrazioni mostrano scene che potrebbero rendere il soggetto vulnerabile perché strumentalizzabili, e se si devono usare alcune immagini nell’ambito dell’attività accademica si chiedono ulteriori autorizzazioni agli intervistati. Tale linea di condotta è però un’eccezione; la maggior parte degli addetti lavora senza porsi troppi problemi etici.

Pure le ricerche che si svolgono nei luoghi pubblici come le palestre generano problemi: l’istruttore viene “arruolato” dall’agenzia che gli fornisce scarpe o altri prodotti perché li sfoggi con i ragazzi, ma non si chiede il parere dei genitori che si ritrovano a fronteggiare una nuova e inattesa domanda d’acquisto da parte dei figli.

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Come sempre vi ricordo  alcuni strumenti che possono migliorare la situazione, strumenti a disposizione di tutti:

1) Esistono molti siti specializzati per aiutare i genitori a crescere ed educare al meglio i propri figli, ad esempio “Officina Genitori“… ve ne saranno sicuramente molti altri, il problema è sempre quello di verificare che dietro non vi siano soggetti imprenditoriali o che comunque hanno interessi  economici che gli fanno perdere l’imparzialità e la neutralità necessarie…

2) Nel mio piccolo ho già messo a disposizione nella sezione “Indispensabilidue libri molto famosi ed con ottima critica sull’educazione dei bambini, e con i quali naturalmente mi trovo estremamente in sintonia:  “Genitori efficaci” e “Il segreto dei bambini felici“, che vi invito senz’altro a leggere, vedrete che ne vale la pena…   🙂

3) Esistono diversi Associazioni a tutela dei consumatori, di queste io conosco piuttosto bene “Altroconsumo” essendone socio, e una delle attività che viene svolta è la denuncia delle pubblicità ingannevoli e/o fuorvianti. Spesso tali pubblicità sono appunto rivolte ai bambini. Potete associarvi oppure semplicemente segnalare delle pubblicità che ritenete inadatte.

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Indispensabili: Nati per comprare – Cap. 5) Non per libera scelta. La commercializzazione delle scuole pubbliche

Posted by giannigirotto su 29 giugno 2011

Innanzitutto il ringraziamento a Maria Antonietta, dalla Sardegna, che ha messo a disposizione di noi tutti il suo tempo per preparare questo lavoro, e che mi ha permesso gentilmente di inserire nella mia sezione Indispensabili gli estratti di questo libro di Juliet B. Schor, che tratta di uno dei grandissimi problemi dei nostri tempi: la pubblicità, ed in questa caso la sua sezione più subdola, quella rivolta ai bambini, che ovviamente non possono avere sviluppato dei sistemi di difesa che gli adulti hanno (o dovrebbero avere…)

Se una volta si poteva infatti dire che “La pubblicità è l’anima del commercio”, ora credo sia più corretto dire che “La pubblicità è la ruffiana del commercio”. Ecco quindi che occorre come sempre prendere coscienza, analizzare bene la situazione e AGIRE per cambiare le cose in meglio.

Il libro di Juliet B. Schor, economista e docente di sociologia statunitense, analizza le forme più o meno palesi della pubblicità rivolta ai bambini e ragazzi, diventati oggi attori e strumenti del consumismo: sono i nuovi consumatori, coloro che creano gli acquisti. Ma non si tratta di scelte consapevoli bensì indotte, spesso in modo subdolo o non immediatamente percepibile. La trasformazione dei bambini in consumatori ovviamente comporta una serie di problematiche.

L’autrice ha svolto colloqui e interviste con chi lavora nella pubblicità e nel marketing (incontrando spesso ovvie resistenze) e con genitori e bambini nell’arco di 3 anni, dal 2001 al 2003. Anche se in apparenza datata, la ricerca mostra chiaramente un fenomeno allora agli inizi negli USA e arrivato poi anche da noi e diventato globale, quotidiano, spesso non considerato nella sua reale portata.

Il libro permette di vederlo sotto un’altra luce e si conclude con alcune indicazioni utili per genitori e insegnanti per contrastarne gli effetti.

Capitolo 5) Non per libera scelta. La commercializzazione delle scuole pubbliche

Dagli anni ’90, l’80% della pubblicità destinata ai bambini (fino ad allora di tipo televisivo) è fatto di marketing diretto, promozioni e sponsorizzazioni: si passa così dal soggiorno di casa a tutti gli altri spazi dove vivono i bambini (esclusi solo i luoghi di culto). Le multinazionali sponsorizzano luoghi pubblici come zoo e ospedali. L’invasione culmina nelle scuole pubbliche: rimaste fino ad allora al riparo dalla pubblicità (salvo alcune campagne sull’educazione alimentare e sanitaria finanziate dalle aziende), le scuole diventano un bersaglio molto allettante: gli insegnanti e i dirigenti godono di autorità e fiducia quindi i prodotti “approvati” da loro hanno maggiore visibilità.

Inoltre, gli studenti rappresentano un pubblico “forzato”, un’occasione eccezionale per i pubblicitari, alla base della nascita, nel 1989, di “Channel One”, programma quotidiano di 10 minuti trasmesso nelle scuole (12.000 su 50.000 scuole medie e superiori degli USA, circa 8 milioni di studenti, il 40% degli adolescenti americani), in cambio di materiale video e apparecchiature. Il programma offre servizi su personaggi famosi, notizie curiose, poca informazione e tanta pubblicità, che è l’aspetto più criticato da genitori, insegnanti e organizzazioni religiose anche perché, a differenza di quanto accade a casa, lo studente non può allontanarsi dallo schermo perché il programma si guarda in classe, per di più a un volume prestabilito, non regolabile.

Altro motivo di critica è il suo costo, a carico dei contribuenti.

Channel One vende agli inserzionisti (produttori di bibite, alimentari, videogiochi, programmi TV, ma anche enti per il reclutamento militare e multinazionali del tabacco) un impatto garantito sul pubblico: secondo molti suoi giovani spettatori “una bella macchina è più importante della scuola”, “le persone benestanti sono più felici di quelle povere”, “le marche fanno la differenza”. I bambini delle aree più povere rischiano di più di frequentare scuole associate a Channel One (la scelta di scuole situate in quartieri periferici è una strategia precisa dell’emittente) e quindi di perdere ore scolastiche per guardare pubblicità.

L’opposizione a Channel One è cresciuta: associazioni degli insegnanti, congregazioni religiose come la chiesa battista, pubblicitari contrari all’uso della pubblicità in televisione a scuola (perché preferiscono le sponsorizzazioni o gli omaggi). Lo Stato di New York ha bloccato la trasmissione.

L’emittente ha reagito chiamando esperti a giustificare la sua validità, pagando anche tangenti, offrendo sponsorizzazioni alle scuole e $ 500 agli insegnanti perché facessero sottoscrivere alle proprie scuole il contratto con Channel One.

Per Internet invece esisteva il programma “Zap me!”: in cambio di computer alle scuole, gli studenti dovevano sorbirsi parecchia pubblicità e durante la navigazione venivano raccolte informazioni, vendute poi alle aziende. Le critiche per la violazione della privacy portarono alla sua chiusura.

Le aziende sono entrate nelle scuole sponsorizzando palestre, forniture, attrezzature, concorsi musicali e artistici, anche gli scuolabus. Gli istituti vendono spazi alla pubblicità. Molte aziende regalano prodotti di cancelleria, diari, copertine per i libri, tutto con il proprio marchio. Si è arrivati all’inserimento di marchi noti come Nike, Gatorade, Disney nei libri di testo, ad esempio all’interno di problemi di matematica, nella convinzione che i ragazzi gradirebbero di più le attività.

Una pratica diffusissima e controversa è la vendita, con contratti esclusivi, di bibite nelle scuole. Nonostante il legame dimostrato fra bibite zuccherate e carie e obesità, i distributori monomarca sono presenti in tantissime scuole, che guadagnano una percentuale; si è arrivati a creare attività didattiche e ricreative a tema Pepsi o Coca Cola!

Anche il modulo di prenotazione dei libri di testo si è rivelato utile per le aziende (le case editrici di testi scolastici, spesso società dal fatturato miliardario, sono molto attive nel settore commerciale e della promozione) perché possono inserirvi pubblicità (pure a film e programmi TV, come nel caso della Disney) e vendere anche prodotti extra-scolastici come giocattoli e figurine.

Esistono inoltre dei programmi di incentivazione: sconti e omaggi per gli studenti che raccolgono punti o acquistano in determinati negozi (per lo più fast food). Anche in questo caso le scuole ottengono del denaro.

L’accettazione delle sponsorizzazioni è dovuta alla carenza di fondi. Tutto inizia negli anni ’80 durante la presidenza Reagan, con un progetto che mirava a mettere in relazione le scuole con le aziende, aprendole alla pubblicità e alla vendita, secondo il tentativo costante dei conservatori, rappresentanti politici delle corporation, di privatizzare l’istruzione pubblica, con la distribuzione diversificata delle risorse, la “meritocrazia”, le attività anti-sindacali ecc.. Una parte del piano consiste nel pagare con fondi pubblici società private per gestire la valutazione e la formazione. Il coinvolgimento delle aziende si è esteso così alla formazione, alla programmazione, alla promozione di nuove tecnologie ecc., spianando la strada alla privatizzazione del sistema scolastico con la scusa degli insuccessi e della necessità di migliorare l’istruzione. Intanto, le società finanziate, collegate all’amministrazione Bush, come Channel One, hanno fatto grandi guadagni grazie ai fondi pubblici.

Le corporation sono entrate anche nei programmi scolastici. Il fenomeno ha origine con Roberta Nusim, insegnante di New York insoddisfatta dei testi scolastici datati, che pensò di usare materiali didattici più attraenti. Iniziò portando a scuola scatole di cereali da analizzare e chiedendo ai bambini di guardare la TV per poi discuterne a lezione. Il passo successivo (senza coinvolgere l’amministrazione scolastica per il timore dei tempi burocratici) fu contattare le aziende per proporre la creazione e sponsorizzazione di materiali nuovi, intuendo che l’avrebbero ascoltata proprio per i possibili vantaggi economici e d’immagine. Il primo progetto risale al 1978 con la casa cinematografica Columbia Pictures, il cui film “Kramer contro Kramer” diede lo spunto per un programma didattico sui rapporti familiari: i bambini venivano incoraggiati (non potevano infatti essere obbligati) a vedere il film per poi analizzarne le tematiche in classe. La Nusim venne contattata da molte aziende con cui sviluppò vari programmi secondo gli avvenimenti e le problematiche del momento: la crisi energetica, l’alimentazione, la salute. Infine fondò la Youth Marketing International, società che ha prodotto oltre 1500 programmi scolastici e centinaia di materiali educativi sponsorizzati, chiamati SEM (Sponsored Educational Materials), ogni anno per i bambini di ogni classe fino al diploma. E oggi ha anche parecchia concorrenza. Tali società hanno decine di esperti di marketing che lavorano nelle scuole e tessono rapporti con gli insegnanti a cui offrono omaggi.

Milioni di studenti americani si formano su materiali “didattici sponsorizzati”, ma in realtà sono materiali sulle aziende e i loro prodotti presentati in una veste “scolastica”. Le aziende hanno colto l’opportunità offerta dai SEM perché permettono di fare pubblicità in modo dissimulato e perciò più efficace. Alcuni esempi: il programma dell’azienda cosmetica Revlon spiegava quali sono i giorni giusti per curare i capelli e quali sono i prodotti “indispensabili”. Un programma per l’avvio alla lettura prevede che si inizi riconoscendo il logo di importanti aziende. Il programma di scienze della famosa zuppa Campbell spiegava la densità dei condimenti, quello di un’azienda produttrice di bibite è basato sulla produzione della sua aranciata. Il programma della Kellogg’s metteva in guardia dall’eccesso di grassi ma non degli zuccheri, presenti nei suoi cereali; quello McDonald’s partiva dal disegnare il ristorante McDonald’s per arrivare a spiegare come candidarsi per lavorarci.

La maggior parte di questi prodotti fa un uso selettivo delle informazioni.

Uno studio avviato da un’associazione di consumatori ha rilevato che l’80% dei SEM era pieno di imprecisioni, falsità, informazioni tendenziose e dall’impronta fortemente commerciale. Si evidenziava un enorme lavoro (testimonianza di notevoli investimenti economici) di mascheramento dei dati riguardanti i problemi ambientali perché le aziende sono preoccupate per l’interesse ambientalista dei giovani statunitensi. Secondo il programma della Exxon i combustibili fossili avrebbero un basso impatto sull’ambiente e le energie alternative sarebbero costose e difficili da produrre. Il SEM di una società produttrice di carbone sosteneva che l’aumento di CO2 non danneggerebbe l’ambiente. La Procter & Gamble ha ritirato il suo programma dopo la richiesta di chiarimenti sulle sue affermazioni sull’ambiente. Un video sulla plastica in cui vari esperti affermavano che non fosse dannosa era presentato in modo da dare l’idea che fosse di matrice ambientalista. Gli studenti non notavano il minuscolo logo Mobil, una delle maggiori aziende produttrici di plastica degli USA.

Inoltre, anche i governi di altri paesi, come Israele e Arabia Saudita, hanno collaborato con le aziende per produrre materiali didattici che li presentassero in una luce positiva.

I tagli ai finanziamenti sono la causa dell’avvento dei SEM fra gli insegnanti. I sussidi didattici costano diverse centinaia di dollari l’anno. I SEM, invece, sono economici e possono essere duplicati.

Ai programmi si associano i viaggi “d’istruzione”. Centinaia di migliaia di studenti statunitensi si sono ritrovati a visitare “a scopo didattico” le sedi di aziende produttrici di giocattoli, abbigliamento, prodotti alimentari.

Le aziende sono riuscite ad arrivare ai bambini grazie alla capacità di presentarsi come aziende virtuose. Le aziende che invece non godono di tale fama si alleano con quelle che ce l’hanno o ad enti no-profit, contando sul fatto che pochi consumatori vanno a vedere oltre la facciata.  (a tal proposito, se volete colmare tale lacuna, metto a disposizione una serie di articoli dell’Associazione di Consumatori “Altroconsumo” che per l’appunto va a verificare cosa c’è “dietro la facciata” delle più importanti aziende produttrici in svariati settori…)

Negli ultimi anni sono cresciute le reazioni contro la commercializzazione della scuola. Diverse scuole, per le proteste dei genitori a causa della crescente obesità infantile e delle spese per le famiglie, non hanno rinnovato i contratti per la vendita di bibite. Altre campagne hanno portato alla messa al bando di Channel One in varie scuole. Il governo USA ha approvato un provvedimento sulla privacy che impone alle scuole di ottenere il permesso dei genitori prima di consentire indagini di mercato e richieste di informazioni personali agli studenti.

Sono diversi segnali di riscossa ma il potere delle corporation è grande, tanto da aver ostacolato in molti sedi il tentativo di vietare la vendita di bibite nelle scuole.

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Come sempre vi ricordo  alcuni strumenti che possono migliorare la situazione, strumenti a disposizione di tutti:

1) Esistono molti siti specializzati per aiutare i genitori a crescere ed educare al meglio i propri figli, ad esempio “Officina Genitori“… ve ne saranno sicuramente molti altri, il problema è sempre quello di verificare che dietro non vi siano soggetti imprenditoriali o che comunque hanno interessi  economici che gli fanno perdere l’imparzialità e la neutralità necessarie…

2) Nel mio piccolo ho già messo a disposizione nella sezione “Indispensabilidue libri molto famosi ed con ottima critica sull’educazione dei bambini, e con i quali naturalmente mi trovo estremamente in sintonia:  “Genitori efficaci” e “Il segreto dei bambini felici“, che vi invito senz’altro a leggere, vedrete che ne vale la pena…   🙂

3) Esistono diversi Associazioni a tutela dei consumatori, di queste io conosco piuttosto bene “Altroconsumo” essendone socio, e una delle attività che viene svolta è la denuncia delle pubblicità ingannevoli e/o fuorvianti. Spesso tali pubblicità sono appunto rivolte ai bambini. Potete associarvi oppure semplicemente segnalare delle pubblicità che ritenete inadatte.

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Indispensabili: Nati per comprare – Cap. 4) La diffusione del virus. Quando la pubblicità pervade la vita quotidiana

Posted by giannigirotto su 22 giugno 2011

Innanzitutto il ringraziamento a Maria Antonietta, dalla Sardegna, che ha messo a disposizione di noi tutti il suo tempo per preparare questo lavoro, e che mi ha permesso gentilmente di inserire nella mia sezione Indispensabili gli estratti di questo libro di Juliet B. Schor, che tratta di uno dei grandissimi problemi dei nostri tempi: la pubblicità, ed in questa caso la sua sezione più subdola, quella rivolta ai bambini, che ovviamente non possono avere sviluppato dei sistemi di difesa che gli adulti hanno (o dovrebbero avere…)

Se una volta si poteva infatti dire che “La pubblicità è l’anima del commercio”, ora credo sia più corretto dire che “La pubblicità è la ruffiana del commercio”. Ecco quindi che occorre come sempre prendere coscienza, analizzare bene la situazione e AGIRE per cambiare le cose in meglio.

Il libro di Juliet B. Schor, economista e docente di sociologia statunitense, analizza le forme più o meno palesi della pubblicità rivolta ai bambini e ragazzi, diventati oggi attori e strumenti del consumismo: sono i nuovi consumatori, coloro che creano gli acquisti. Ma non si tratta di scelte consapevoli bensì indotte, spesso in modo subdolo o non immediatamente percepibile. La trasformazione dei bambini in consumatori ovviamente comporta una serie di problematiche.

L’autrice ha svolto colloqui e interviste con chi lavora nella pubblicità e nel marketing (incontrando spesso ovvie resistenze) e con genitori e bambini nell’arco di 3 anni, dal 2001 al 2003. Anche se in apparenza datata, la ricerca mostra chiaramente un fenomeno allora agli inizi negli USA e arrivato poi anche da noi e diventato globale, quotidiano, spesso non considerato nella sua reale portata.

Il libro permette di vederlo sotto un’altra luce e si conclude con alcune indicazioni utili per genitori e insegnanti per contrastarne gli effetti.

Capitolo 4. La diffusione del virus. Quando la pubblicità pervade la vita quotidiana

La pubblicità ha un ruolo essenziale nell’aumento dei consumi dei bambini, anche se non è fondamentale per il successo dei prodotti che per funzionare devono essere validi comunque.

Oggi i prodotti nascono da sessioni di ascolto di bambini. Una volta creato, il prodotto viene proposto ai bambini per valutarne l’efficacia e trovargli un nome. Poi si studia il mercato e il target (età, sesso, eventualmente etnia, reddito familiare) e quindi parte la campagna di marketing, sempre più articolata: spot (TV, internet, radio, cinema…), passaparola, articoli, pubblicità attraverso la grande distribuzione, presentazioni nei luoghi frequentati dai bambini.

Si pone attenzione anche sulla zona o città in cui far partire le campagne.

Spesso le campagne iniziano coinvolgendo i cosiddetti “ragazzi alfa”, quelli più “cool”, dominanti, reclutati attraverso interviste (anche a genitori e insegnanti) e osservazioni. I ragazzi individuati vengono “indottrinati” sul prodotto da pubblicizzare, perché lo portino con sé nei luoghi e con le persone che frequentano. In questo modo si crea una diffusione “virale” del prodotto e del desiderio di possederlo. La campagna dura circa una settimana, a fronte di un piccolo compenso per i ragazzi coinvolti. Molto spesso uno dei luoghi centrali per le campagne virali è la scuola.

Il consumatore oggi è attaccato da tutti i lati: per vincere le sue resistenze lo si deve bombardare costantemente, creando un mondo che lo avvolga (molteplicità dei messaggi pubblicitari). Se il consumatore è razionale e non accetta il bombardamento, il messaggio si fa nascosto. Qui rientra la strategia del passaparola. Le agenzie specializzate in marketing e pubblicità hanno dei reparti dedicati al “passaparola”, ritenuto uno strumento fondamentale per la riuscita di una campagna. Si presume infatti che le parole di un amico siano sincere e disinteressate. Inoltre, il passaparola è economico e garantisce un grande risultato.

Su un piano più articolato, il passaparola avviene tramite personaggi amati dai ragazzi che in occasioni pubbliche indossano o usano i prodotti da pubblicizzare, a volte, come nel caso di molti artisti pop e rap, li inseriscono anche nei testi delle canzoni.

Tali azioni, comuni nel marketing per gli adolescenti, ora si estendono ai bambini.

L’autrice cita il caso della “GIA”, “Girls Intelligence Agency”, un’agenzia specializzata nel marketing per passaparola per ragazze basata su una rete di ragazze fra gli 8 e i 18 anni, Le ragazze reclutate, chiamate “agenti” (l’agenzia gioca sui rimandi alla CIA), hanno un proprio profilo nel sito GIA, dove si gioca all’agente segreto. La rete delle agenti consente di raggiungere 500 ragazze per ciascun’agente, fra scuola, luoghi di ritrovo e Internet, con l’obiettivo di arrivare a milioni di ragazze negli USA. Le attività amate da bambine e ragazze (come i pigiama party) vengono strumentalizzate associandole a prodotti e marchi. L’unica ricompensa per le agenti è un campione del prodotto, l’attrattiva è quella di far parte di un gruppo esclusivo…(che dire, cornuti e mazziati, i produttori guadagnano milioni, e a questi “incosapevoli” testimonial adolescenti danno le briciole…)

Ma l’arma del passaparola alla lunga può sortire un effetto del tutto opposto: le persone possono perdere fiducia e iniziare ad ascoltare criticamente le parole “disinteressate” degli amici.

Una conseguenza più seria è l’inquinamento del valore dell’amicizia. Il marketing sta insegnando ai bambini a considerare gli amici come risorse da utilizzare per ottenere prodotti o denaro, addirittura consigliando loro di “fare i furbi” con gli amici: si tratta di una strumentalizzazione dell’amicizia allo scopo di vendere dei prodotti.

L’infiltrazione delle pubblicità nella vita quotidiana dei bambini è molto avanzata ed è andata più in là di quanto si pensi, ad esempio con il coinvolgimento di associazioni note e ritenute affidabili: negli USA l’organizzazione delle ragazze scout ha offerto programmi di formazione in collaborazione con una catena di abbigliamento per ragazze. La Coca Cola si è legata all’associazione nazionale genitori-insegnanti, McDonald’s ha fatto campagne con l’Unicef.

Il marketing fa ampio uso di pratiche ingannevoli. Una marca di cioccolato mostrata nel film “ET” è stato il primo esempio di “placement del prodotto”, tecnica del marketing, tipica per la pubblicità di prodotti alimentari, che consiste nel piazzare il prodotto in scenari strategici (programmi tv, film, telefilm, libri…). Tale strategia ha fatto un passo ulteriore entrando nella vita reale, grazie all’utilizzo di persone pagate per usare e richiedere un determinato prodotto al bar, al ristorante o citarlo nei forum su Internet.

Una tecnica subdola è il “placement” radiofonico: i deejay e conduttori di programmi mischiano messaggi pubblicitari (anche solo il nome  del marchio o prodotto) nella loro conduzione. Funziona in modo indiretto perché chi ascolta la radio spesso non presta attenzione a tutto ciò che viene detto ma il nome del marchio ripetuto durante i programmi viene comunque assimilato.

Sono pubblicità che chi ascolta non considera tali e quindi evocano immagini del marchio positive, non fastidiose come la pubblicità classica.

Negli USA la pubblicità rivolta ai bambini su Internet è stata regolamentata dal “Children On-line Privacy Protection Act”, ma le aziende non demordono e tentano nuove forme di pubblicità via Internet. Ad esempio, i cosiddetti’ “adver-game”, in cui l’utente per giocare fornisce i propri dati personali e l’indirizzo e-mail. Il gioco naturalmente serve per pubblicizzare un prodotto e renderlo “simpatico” ai consumatori.

Il confine fra pubblicità e informazione si è fatto labile e confuso. Il comunicato stampa aziendale per presentare un nuovo prodotto non basta, così si arriva al consumatore in modo subdolo. Articoli di giornale, video su Internet apparentemente informativi sono in realtà operazioni pubblicitarie. È la corruzione dell’informazione, un’operazione purtroppo di routine. L’informazione è considerata più obiettiva della pubblicità, perciò è un settore ambito. E non sono solo le aziende a trarne profitto: molti dei mezzi di informazione accettano volentieri l’ingresso della pubblicità mascherata da informazione perché è una fonte di guadagno e può portare nuovi utenti. Le riviste informano periodicamente sulle nuove uscite di film, giocattoli, videogiochi ecc. e molto spesso sono gli uffici stampa delle aziende a fornire i testi.

Ma oggi i consumatori sono diventati più scettici anche nei confronti dell’informazione. I pubblicitari sono perciò alla ricerca di nuovi strumenti.

L’ultima frontiera potrebbe essere l’università. Le ricerche accademiche vengono spesso sfruttate a fini pubblicitari e commerciali soprattutto nel campo medico e farmaceutico. Ma hanno un ruolo anche nella vendita e promozione di prodotti per l’infanzia, come i libri e giocattoli “promossi” da esperti universitari. Un passo ulteriore consiste nel finanziamento di ricercatori perché dimostrino l’efficacia di un determinato prodotto.

Se le agenzie pubblicitarie cominciano a dettare l’agenda della ricerca si crea una situazione problematica e rischiosa, soprattutto se si tratta di prodotti destinati ai bambini. Le aziende farmaceutiche spesso hanno sistemato a proprio favore i risultati di ricerche scientifiche da loro finanziate che si rivelavano non favorevoli ai loro prodotti. (invito a leggere sullo specifico argomento, il libro “La Casta Bianca“, reperibile sempre gratuitamente su questo sito, che analizza fra l’altro il pesante coinvolgimento delle multinazionali del farmaco nella vita della Sanità pubblica, Italiana ed Internazionale…)

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Come sempre vi ricordo  alcuni strumenti che possono migliorare la situazione, strumenti a disposizione di tutti:

1) Esistono molti siti specializzati per aiutare i genitori a crescere ed educare al meglio i propri figli, ad esempio “Officina Genitori“… ve ne saranno sicuramente molti altri, il problema è sempre quello di verificare che dietro non vi siano soggetti imprenditoriali o che comunque hanno interessi  economici che gli fanno perdere l’imparzialità e la neutralità necessarie…

2) Nel mio piccolo ho già messo a disposizione nella sezione “Indispensabilidue libri molto famosi ed con ottima critica sull’educazione dei bambini, e con i quali naturalmente mi trovo estremamente in sintonia:  “Genitori efficaci” e “Il segreto dei bambini felici“, che vi invito senz’altro a leggere, vedrete che ne vale la pena…   🙂

3) Esistono diversi Associazioni a tutela dei consumatori, di queste io conosco piuttosto bene “Altroconsumo” essendone socio, e una delle attività che viene svolta è la denuncia delle pubblicità ingannevoli e/o fuorvianti. Spesso tali pubblicità sono appunto rivolte ai bambini. Potete associarvi oppure semplicemente segnalare delle pubblicità che ritenete inadatte.

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Indispensabili: Nati per comprare – Cap. 3) Il contenuto dei messaggi pubblicitari

Posted by giannigirotto su 17 giugno 2011

Innanzitutto il ringraziamento a Maria Antonietta, dalla Sardegna, che ha messo a disposizione di noi tutti il suo tempo per preparare questo lavoro, e che mi ha permesso gentilmente di inserire nella mia sezione Indispensabili gli estratti di questo libro di Juliet B. Schor, che tratta di uno dei grandissimi problemi dei nostri tempi: la pubblicità, ed in questa caso la sua sezione più subdola, quella rivolta ai bambini, che ovviamente non possono avere sviluppato dei sistemi di difesa che gli adulti hanno (o dovrebbero avere…)

Se una volta si poteva infatti dire che “La pubblicità è l’anima del commercio”, ora credo sia più corretto dire che “La pubblicità è la ruffiana del commercio”. Ecco quindi che occorre come sempre prendere coscienza, analizzare bene la situazione e AGIRE per cambiare le cose in meglio.

Il libro di Juliet B. Schor, economista e docente di sociologia statunitense, analizza le forme più o meno palesi della pubblicità rivolta ai bambini e ragazzi, diventati oggi attori e strumenti del consumismo: sono i nuovi consumatori, coloro che creano gli acquisti. Ma non si tratta di scelte consapevoli bensì indotte, spesso in modo subdolo o non immediatamente percepibile. La trasformazione dei bambini in consumatori ovviamente comporta una serie di problematiche.

L’autrice ha svolto colloqui e interviste con chi lavora nella pubblicità e nel marketing (incontrando spesso ovvie resistenze) e con genitori e bambini nell’arco di 3 anni, dal 2001 al 2003. Anche se in apparenza datata, la ricerca mostra chiaramente un fenomeno allora agli inizi negli USA e arrivato poi anche da noi e diventato globale, quotidiano, spesso non considerato nella sua reale portata.

Il libro permette di vederlo sotto un’altra luce e si conclude con alcune indicazioni utili per genitori e insegnanti per contrastarne gli effetti.

Capitolo 3. Il contenuto dei messaggi pubblicitari

Il marketing per l’infanzia ha chiamato al suo servizio psicologi e sociologi per rielaborare il processo di crescita in un processo di “educazione al consumo”: oggi i desideri di consumo dei bambini sono considerati naturali.

Uno dei capisaldi è la differenziazione dei sessi: i bambini e le bambine avrebbero gusti diversi, perciò servono azioni diverse. Ai maschi sono rivolti più messaggi, sull’idea classica che cerchino il potere, l’azione, il successo; le femmine invece vorrebbero esercitare fascino. Un settore all’avanguardia come la pubblicità si rivela colmo di stereotipi.

Bisogni e desideri primari dei bambini usati nelle pubblicità:

1. Bisogno di successo e dominio: i bambini sono protagonisti di pubblicità in cui affrontano con successo sport e giochi impegnativi oppure hanno ruoli da adulti: il manager, il presentatore ecc.

2. Bisogno dello stimolo sensoriale: luci, colori, rumori e suoni intensi. Un esempio: si assaggia il cibo/la bibita e si diffonde un’onda di colori che investe il bambino e l’ambiente intorno a lui.

3. Bisogno di amore, soprattutto per i più piccoli e le bambine (pubblicità di bambole e peluche).

4. La paura e il bisogno di superarla. In questo caso, le pubblicità non possono osare troppo per via dei codici di regolamentazione.

Le tecniche di marketing moderne puntano su elementi più controversi: l’aggressività, l’arroganza, il “nag factor” (= fattore assillo, il livello di pressione esercitato dai bambini sui genitori), il “cool”.

“Cool” è una qualità totalizzante, qualcosa che i prodotti devono avere e i ragazzi devono cercare di essere; è la chiave del successo sociale, determina l’appartenenza al gruppo, la popolarità. Il desiderio di essere accettati è la leva del marketing attuale, molto efficace su bambini e adolescenti perché punta sulla vulnerabilità emotiva (“se non hai quel prodotto sei un perdente”). Il valore sociale dell’oggetto crea ineguaglianza, esclusione, status. Essere “cool” è avere qualcosa che gli altri non hanno: ciò che è “cool” è esclusivo, ossia costoso. La ricchezza e l’aspirazione alla ricchezza sono “cool”. Soprattutto le aziende che producono scarpe sportive puntano sull’esclusività: è paradossale che i loro prodotti più “esclusivi” e quindi più costosi siano quelli più venduti.

“Cool” negli USA è la cultura di strada afroamericana. Molte pubblicità per i ragazzi bianchi della classe media erano ambientate in quartieri degradati, con protagonisti ragazzi neri e a volte immagini stereotipate di violenza, sessualità, criminalità. È la commercializzazione di uno stile pericoloso, lo stile “gangsta”, iniziata oltre 30 anni fa con le aziende produttrici di scarpe: prima Converse, ora Nike e i concorrenti investono molti soldi per collegare il proprio marchio agli sport di strada e alla socialità, regalando scarpe agli allenatori delle squadre dei quartieri degradati prima e alle star del rap oggi. In questo modo si collegano due mondi distanti: la strada e il lusso.

Le aziende studiano le nuove tendenze che nascono sulla strada per riproporle nei loro prodotti. Ma non sempre riescono: alcuni marchi non sono ritenuti credibili come marchi di strada. La cultura di strada ha creato un nuovo fenomeno: prima erano gli addetti ai lavori a dettare le regole e a indicare le tendenze; dagli anni ’60 i consumatori statunitensi hanno iniziato a farsi sentire; soprattutto i giovani usano consapevolmente la loro influenza sulle aziende. Ma tale fenomeno è solo in apparenza democratico: sono sempre le aziende a controllare il processo.

Essere “cool” è essere più grandi della propria età. Nelle pubblicità tale desiderio è esplicitato con la presenza di ragazzi più grandi, adulti famosi o con l’effetto speciale della trasformazione dei bambini in ragazzi o adulti.

Il “cool” è anche legato al pericolo, al tabù, al proibito: si usa spesso l’espressione “al limite” (ma non “oltre il limite”, per non incitare a comportamenti pericolosi: i pubblicitari devono fare attenzione a non superare i confini dell’immagine di un marchio e dell’azienda per non rischiare di rovinarle).

“Cool” è anche una visione anti-adulta: nelle pubblicità i bambini battono gli adulti o imbrogliano gli insegnanti o i genitori. Dagli anni ’60, le agenzie pubblicitarie statunitensi hanno attinto al tema del conflitto generazionale, strumentalizzando la ribellione giovanile per creare un “giovanilismo” commerciale. Tale tendenza veicolata prima da MTV è passata poi a Nickelodeon, uno dei canali tv più importanti degli USA.

Nato nel 1979, domina il panorama delle tv per bambini in oltre 150 paesi, con un giro d’affari vorticoso. Nickelodeon vende il suo rapporto con i bambini. Il segreto del suo successo è la sua filosofia: “comandano i bambini”. Nickelodeon dà loro quello che desiderano: divertimento, felicità potere, trasmettendo una visione antiautoritaria tramite l’umorismo e una grafica all’avanguardia. Molte pubblicità dal tono scherzoso mostrano comportamenti irritanti come azioni libere e anticonformiste. La tecnica evidentemente funziona perché tali prodotti hanno registrato un aumento delle vendite. I bambini dei programmi e delle pubblicità di Nickelodeon sono superiori, anche in modo arrogante, agli adulti, rappresentati come noiosi, incompetenti, repressivi, spesso ignorati o denigrati (naturalmente, non si arriva a superare il limite dell’accettabilità da parte dei genitori). Ciò che viene trasmesso ai bambini è che il prodotto, il marchio, non i genitori, è davvero dalla loro parte. Molte pubblicità sono dirette esplicitamente ai ragazzi: l’approvazione dei genitori non è necessaria perché darebbe l’idea di un prodotto noioso.

Un’altra tecnica del marketing è la “age compression” che consiste nel prendere prodotti e messaggi pensati per bambini o ragazzi più grandi e adattarli ai più piccoli. I giocattoli che negli anni ’80 erano destinati a bambini di 10-12 anni oggi sono rifiutati dai bambini di 8 perché infantili. I canali tv per bambini come Disney Channel trasmettono telefilm con ragazze in vestiti succinti e danze allusive che spingono le bambine all’emulazione. Il marketing sostiene che i bambini siano più “sofisticati” rispetto alle generazioni precedenti e quindi non sarebbe possibile manipolarli: i bambini desiderano il mondo degli adulti e quindi bisogna darglielo. In generale, tutte le fasce d’età si sono abbassate ma la fascia d’età più aggredita dalla tecnica della “age compression” è quella fra gli 8 e i 12 anni, perché ha sempre più potere d’acquisto. Ampliare la fascia di mercato è spesso una richiesta precisa delle aziende al marketing.

Gli studi sulla percezione della pubblicità da parte dei bambini iniziarono negli anni ’70. Si sosteneva che la pubblicità rivolta ai bambini fosse scorretta perché si rivolgeva a persone che non avevano ancora sviluppato il senso critico. Fino a 7-8 anni i bambini non distinguono fra pubblicità e programma che la contiene, non recepiscono gli avvisi volti a evitare aspettative irreali né notano l’intento persuasivo. Via via che crescono, però, individuano la pubblicità e si accorgono che non dice la verità perché mostra solo gli aspetti positivi dei prodotti. Secondo i pubblicitari è un segnale del fatto che i bambini non sono influenzabili. Ma il desiderio di avere i prodotti non viene comunque scalfito. E lo scetticismo dei bambini è stato usato dai pubblicitari, mascherandolo da autonomia del bambino allo scopo di poterlo abbattere con una finta complicità.

Negli anni vennero stabilite delle linee guida per la pubblicità rivolta ai bambini (soprattutto quella dei prodotti alimentari) per vietare la vendita diretta, l’utilizzo di effetti speciali, la presenza di personaggi famosi perché potrebbero influenzare i bambini, il linguaggio e le tecniche che spingono all’acquisto o suggeriscono ai bambini che quel prodotto li potrebbe far accettare dai compagni o far sentire superiori. I bambini però guardano anche le pubblicità rivolte agli adulti.

Chi guarda molta televisione crea la propria visione del mondo in base a ciò che vede sullo schermo. Inoltre, si fa un’idea sbagliata della ricchezza perché la tv mostra in modo sproporzionato lo stile di vita delle persone benestanti, facendo credere che la ricchezza sia la norma. Guardare più tv porta a spendere di più, perché si ricevono sollecitazioni continue al consumo.

Secondo una ricerca, il 70% dei genitori è ricettivo rispetto alle richieste dei figli. Tanti affermano di comprare istintivamente, senza valutare l’effettiva necessità del prodotto o di faticare a dire di no. Solo il 10% degli intervistati dichiarava di effettuare acquisti ponderati, resistendo all’assillo da parte dei figli (il “nag factor”, l’“artiglieria pesante” del marketing per l’infanzia). L’80% dei bambini intervistati dichiarava di continuare a chiedere il prodotto nonostante il rifiuto dei genitori (per una media di 8 richieste per prodotto) e la metà degli adolescenti intervistati affermava di aver ottenuto il prodotto.

Per molti genitori, accondiscendere alle richieste dei figli è comodo perché evita di perdere tempo e denaro nell’acquisto di cose che ai bambini non piacciono o non useranno.

Le differenze di valutazione dei prodotti fra adulti e bambini portano alla creazione di campagne pubblicitarie doppie: lo stesso prodotto viene presentato in modo diverso a bambini e adulti, nel primo caso si punta sull’aspetto “cool”, nel secondo sull’aspetto ragionevole (i biscotti sono divertenti nella pubblicità per i bambini, nutrienti in quella per le mamme; la pubblicità degli zainetti più alla moda rivolta ai genitori punta sulla loro robustezza). In questo modo ci si assicura che i bambini chiedano un prodotto che i genitori sono più propensi ad acquistare.

Un’altra strategia di marketing prevede di trasformare in giocattoli i cibi e i prodotti di uso quotidiano (i flaconi di shampoo che raffigurano dei personaggi, i cerotti diventati oggetti da esibire come dei tatuaggi ecc.) o di abbinare ad essi omaggi e concorsi a premi che attirino i bambini. Per incrementare le vendite nell’orario serale McDonald’s ha puntato sui bambini, attirandoli con giocattoli, figurine, pupazzi ecc.

La trasformazione degli alimenti in oggetti con cui i bambini possano giocare è pericolosa perché può togliere spazio all’immaginazione. Inoltre, se si punta solo su ciò che è stravagante o sorprendente, i bambini potrebbero perdere di vista il fatto che la felicità, il benessere si trovano apprezzando le cose quotidiane. Associando il gioco al cibo, non si insegna ad apprezzare il gusto dei cibi semplici e sani e si priva il cibo della sua sacralità e importanza (tanto più mentre milioni di bambini soffrono la fame).

Quali sono i risvolti psicologici di tali strategie pubblicitarie?

Il sovraccarico di emozioni può creare un desiderio continuo di stimoli. (insomma non ci basta mai nulla, non siamo mai contenti, e questo lo dico anche e sopratutto per gli adulti, ndr…)

Le promesse della pubblicità possono creare delusione e frustrazione nei bambini alle prese con la vita reale? Una pubblicità che suggerisce che un certo prodotto porta al successo può creare una visione irreale, minimizzando il duro lavoro necessario per affermarsi nella vita. Inoltre, incoraggiare desideri e comportamenti non appropriati all’età può confondere e intaccare l’autostima.

L’autrice rivela che, anche se tanti degli intervistati affermano di non rendersi conto delle conseguenze delle loro operazioni sui bambini, diverse persone che lavorano nel marketing le hanno espresso la propria preoccupazione e disagio.

Tale modello di marketing aggressivo è ormai al centro dell’attenzione e nascono via via delle iniziative di intervento per i genitori.

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Come sempre vi ricordo  alcuni strumenti che possono migliorare la situazione, strumenti a disposizione di tutti:

1) Esistono molti siti specializzati per aiutare i genitori a crescere ed educare al meglio i propri figli, ad esempio “Officina Genitori“… ve ne saranno sicuramente molti altri, il problema è sempre quello di verificare che dietro non vi siano soggetti imprenditoriali o che comunque hanno interessi  economici che gli fanno perdere l’imparzialità e la neutralità necessarie…

2) Nel mio piccolo ho già messo a disposizione nella sezione “Indispensabilidue libri molto famosi ed con ottima critica sull’educazione dei bambini, e con i quali naturalmente mi trovo estremamente in sintonia:  “Genitori efficaci” e “Il segreto dei bambini felici“, che vi invito senz’altro a leggere, vedrete che ne vale la pena…   🙂

3) Esistono diversi Associazioni a tutela dei consumatori, di queste io conosco piuttosto bene “Altroconsumo” essendone socio, e una delle attività che viene svolta è la denuncia delle pubblicità ingannevoli e/o fuorvianti. Spesso tali pubblicità sono appunto rivolte ai bambini. Potete associarvi oppure semplicemente segnalare delle pubblicità che ritenete inadatte.

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Indispensabili: Nati per comprare – Cap. 2) Il mondo del consumo infantile in trasformazione

Posted by giannigirotto su 24 maggio 2011

Innanzitutto il ringraziamento a Maria Antonietta, dalla Sardegna, che ha messo a disposizione di noi tutti il suo tempo per preparare questo lavoro, e che mi ha permesso gentilmente di inserire nella mia sezione Indispensabili gli estratti di questo libro di Juliet B. Schor, che tratta di uno dei grandissimi problemi dei nostri tempi: la pubblicità, ed in questa caso la sua sezione più subdola, quella rivolta ai bambini, che ovviamente non possono avere sviluppato dei sistemi di difesa che gli adulti hanno (o dovrebbero avere…)

Se una volta si poteva infatti dire che “La pubblicità è l’anima del commercio”, ora credo sia più corretto dire che “La pubblicità è la ruffiana del commercio”. Ecco quindi che occorre come sempre prendere coscienza, analizzare bene la situazione e AGIRE per cambiare le cose in meglio.

Il libro di Juliet B. Schor, economista e docente di sociologia statunitense, analizza le forme più o meno palesi della pubblicità rivolta ai bambini e ragazzi, diventati oggi attori e strumenti del consumismo: sono i nuovi consumatori, coloro che creano gli acquisti. Ma non si tratta di scelte consapevoli bensì indotte, spesso in modo subdolo o non immediatamente percepibile. La trasformazione dei bambini in consumatori ovviamente comporta una serie di problematiche.

L’autrice ha svolto colloqui e interviste con chi lavora nella pubblicità e nel marketing (incontrando spesso ovvie resistenze) e con genitori e bambini nell’arco di 3 anni, dal 2001 al 2003. Anche se in apparenza datata, la ricerca mostra chiaramente un fenomeno allora agli inizi negli USA e arrivato poi anche da noi e diventato globale, quotidiano, spesso non considerato nella sua reale portata.

Il libro permette di vederlo sotto un’altra luce e si conclude con alcune indicazioni utili per genitori e insegnanti per contrastarne gli effetti.

Capitolo 2. Il mondo del consumo infantile in trasformazione

Da uno dei rari studi sul tempo libero dei bambini, esso occupa il 25% dell’intera giornata. Il gioco occupa 10 ore della settimana dei bambini fra i 6 e i 12 anni. TV, Internet, videogiochi impegnano circa 30 ore a settimana. Parte del tempo è occupato dagli acquisti: 2,5 ore, lo stesso tempo dedicato agli incontri con gli amici, più di quello passato all’aria aperta o a fare sport. Oggi i bambini sono immersi da subito nel consumismo. A 2 anni sono in grado di riconoscere i marchi e chiedere prodotti e marche precisi. Già in età prescolare passano circa 2 ore al giorno davanti al televisore, spesso presente in molte stanze della casa e sempre acceso, quindi lo si guarda anche mentre si fanno altre cose: mangiare, compiti, giochi. In media, bambini e ragazzi passano davanti alla tv 3 ore al giorno, assistendo a circa 40.000 pubblicità all’anno che portano naturalmente a moltissime richieste di acquisti. Nel 2004 la spesa indotta dai bambini negli USA è stata di 33 miliardi di dollari. Esistono anche centri commerciali per bambini. Il potere d’acquisto dei bambini è cresciuto: il volume degli acquisti (per lo più dolci e bibite) da parte di bambini fra i 4 e i 12 anni è passato da 6 milioni di dollari nel 1999 a 30 miliardi di dollari nel 2002, un aumento del 500%. Gli adolescenti spendono di più: 170 miliardi di dollari nel 2002, in media 100 dollari a testa a settimana. Il mercato degli adolescenti è importante perché quello dei bambini lo segue e imita, le mode passano velocemente dal primo al secondo. Il confine fra infanzia e adolescenza si fa sempre più sottile: i bambini sono affascinati dai miti dell’adolescenza, modelli però non proprio esemplari quando si basano sul materialismo, sull’idea che o si è ricchi o si è dei perdenti. MTV è il veicolo di trasmissione di tali idee e spesso mostra immagini non realistiche dei rapporti interpersonali, del corpo e una visione della sessualità gratuita, manipolata, creando stereotipi e pressioni continue a conformarsi alle idee dominanti.

I giovani più materialisti hanno più probabilità di incorrere in comportamenti rischiosi. I ragazzi stanno peggio rispetto a 25 anni fa, paradossale se si pensa che la situazione è migliorata. Il “benessere” non coincide con la serenità.

Nel corso della storia la povertà è stata la principale causa di malnutrizione. Tuttora, negli USA, milioni di bambini soffrono la fame. Ma oggi esiste un nuovo problema legato al cibo. La maggior parte dei bambini mangia cibi troppo ricchi di zuccheri e grassi. Oltre il 25% dei giovani e il 15% dei bambini statunitensi è obeso. D’altra parte, cresce l’attenzione ossessiva al corpo e all’immagine di sé e di conseguenza i disturbi alimentari. Il numero dei suicidi è aumentato, con percentuali più alte nelle minoranze razziali.

In uno studio del 1997 sui bambini fra i 3 e i 12 anni e sulla qualità del rapporto genitori-figli, solo poco più della metà dei genitori intervistati dichiarava di avere un rapporto solido e di dedicare attenzioni affettuose ai figli (abbracci, gioco insieme, scherzi). (e come può crescere sano un figlio senza un solido rapporto con i genitori? ndr)

Il nuovo ruolo dei bambini nel sistema consumistico è legato anche ai cambiamenti nello stile di vita degli adulti e delle famiglie e al mutato ruolo dei genitori. Tanti genitori lavorano tutto il giorno e il tempo libero spesso equivale al tempo per fare la spesa. Il senso di colpa per il poco tempo passato con i figli viene compensato con gli acquisti. Un reddito maggiore porta anche a spendere di più. I pubblicitari confidano molto su questi fattori. Nickelodeon, canale televisivo per i bambini (l’equivalente di MTV per gli adolescenti), trasmette pubblicità di prodotti per adulti come auto, abbigliamento, vacanze.

Molti genitori oggi sono disponibili a concedere diritto di scelta ai figli, convinti che faccia parte del processo di crescita. Un intervistato commenta: “Da bambino potevo scegliere il colore della macchina, ora sono i bambini a scegliere la macchina” (il 67% degli acquisti di auto è influenzato dai bambini). Gli adulti concedono voce in capitolo ai figli per gli acquisti: cibi, abbigliamento, auto, film, prodotti per l’igiene ecc., affidandosi alla supposta maggiore conoscenza dei figli. I bambini e ragazzi sono aggiornati sulle novità, sui marchi e sui prodotti e vogliono quei prodotti precisi perché credono che le marche rendano più in gamba. Le pubblicità per bambini mostrano un mondo favorevole ai bambini, privo di genitori e insegnanti. Spesso vengono usati termini allusivi, anche sessualmente.

Il marketing agisce secondo logiche quasi militari: i destinatari delle pubblicità sono gli “obiettivi” (= target, distinti per età, genere, etnia), la guerra batteriologica è richiamata nell’espressione “marketing virale”. Nickelodeon afferma di “possedere i bambini dai 2 ai 12 anni”.

Agenzie specializzate raccolgono informazioni sui gusti e abitudini dei bambini da rivendere alle aziende, allo scopo di studiare messaggi pubblicitari sempre più mirati ed efficaci. I genitori o insegnanti vengono ricompensati per i dati forniti.

Sviluppare l’identità del marchio (creando associazioni e suggestioni per renderlo desiderabile e apprezzato, un segno spesso slegato dalle caratteristiche dei prodotti) e mantenere la fedeltà dei consumatori sono operazioni complesse per le quali le aziende spendono moltissimo. Nel 1993 la spesa per la pubblicità ammontava a 100 milioni di dollari, nel 2004 arrivava a 15 miliardi di dollari.

Una potente tecnica di marketing è l’estensione del raggio d’azione di un prodotto (ad esempio, i Pokemon: programma televisivo, figurine, giochi elettronici, giocattoli, vestiario, articoli per la scuola ecc.), un fenomeno oggi considerato normale, mentre l’assenza del marchio sembra strana.

Negli anni ’90 sono nate linee di abbigliamento firmato destinato ai piccoli. Secondo gli stilisti, oggi sono i bambini a guidare le tendenze, in realtà è il prodotto di un pressante bombardamento pubblicitario. Anche il settore della bellezza ha scoperto il mercato dei bambini e si teme l’arrivo della chirurgia estetica.

Le grandi aziende dei prodotti per l’infanzia hanno un potere e un’influenza politica notevoli che rendono difficili gli interventi per arginare le pubblicità negative e proteggere i minori. Oltre due decenni di sovvenzioni ai partiti politici hanno indebolito le possibilità di intervento legislativo e giudiziario.

Il mercato per l’infanzia, apparentemente ricco di scelta, è dominato da poche grandi aziende potenti (insomma siamo alle solite, oligopolio di poche multinazionali…, ndr). Negli USA le aziende che si occupano di mezzi di comunicazione e del divertimento rivolti ai bambini sono 4: Disney (tradizione ma anche stereotipi razziali e sessuali), Viacom (società dai profitti altissimi grazie a MTV e Nickelodeon), Newscorp (il gruppo Murdoch, di cui fa parte il canale tv Fox), AOL Time Warner (Warner Bros, Cartoon Network, DC Comics). Mattel e Hasbro hanno acquistato tutte le altre aziende produttrici di giocattoli (Fisher-Price, Hot Wheels ecc.). Microsoft, Nintendo e Sony dominano il mercato dei videogiochi. Nel settore alimentare regnano 2-3 colossi: Coca Cola e Pepsi per le bibite, McDonald’s e Burger King nei fast food. Philip Morris (tabacco) possiede l’industria alimentare Kraft. Il monopolio conduce all’uniformità: i prodotti sono difficilmente distinguibili gli uni dagli altri ed è difficile trovare prodotti alternativi a cibi grassi, bibite troppo dolci, giochi violenti, programmi TV aggressivi. Monopolio significa anche maggiori profitti e controllo del mercato per i produttori e meno possibilità di incidere da parte dei consumatori.

Ma per fortuna i bambini non sono del tutto passivi di fronte a tali manovre: da recenti sondaggi, oltre il 60% dei tween americani si è detto preoccupato per la pressione della pubblicità e pensa che non sia giusto acquistare certi oggetti solo per apparire. Il 57% riconosce di cercare di convincere i genitori a comprargli qualcosa anziché a passare più tempo insieme ed è consapevole che la pubblicità può causare problemi fra genitori e figli (speriamo che anche i genitori ne siano consapevoli, ndr).

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Come sempre vi ricordo  alcuni strumenti che possono migliorare la situazione, strumenti a disposizione di tutti:

1) Esistono molti siti specializzati per aiutare i genitori a crescere ed educare al meglio i propri figli, ad esempio “Officina Genitori“… ve ne saranno sicuramente molti altri, il problema è sempre quello di verificare che dietro non vi siano soggetti imprenditoriali o che comunque hanno interessi  economici che gli fanno perdere l’imparzialità e la neutralità necessarie…

2) Nel mio piccolo ho già messo a disposizione nella sezione “Indispensabilidue libri molto famosi ed con ottima critica sull’educazione dei bambini, e con i quali naturalmente mi trovo estremamente in sintonia:  “Genitori efficaci” e “Il segreto dei bambini felici“, che vi invito senz’altro a leggere, vedrete che ne vale la pena…   🙂

3) Esistono diversi Associazioni a tutela dei consumatori, di queste io conosco piuttosto bene “Altroconsumo” essendone socio, e una delle attività che viene svolta è la denuncia delle pubblicità ingannevoli e/o fuorvianti. Spesso tali pubblicità sono appunto rivolte ai bambini. Potete associarvi oppure semplicemente segnalare delle pubblicità che ritenete inadatte.

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