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Indispensabili – La trappola dell’Austerity

Posted by giannigirotto su 20 settembre 2014

La trappola dell'austerityIo non sono un esperto di economia/finanza. Però da molte fonti e molto tempo ormai sento lo stesso ritornello. Lo ha detto lo stesso Fondo Monetario Internazionale in un clamoroso “mea culpa” nel quale dichiarava essersi sbagliato su tale politica, lo ripetono da anni molte Ong nazionali ed Europee, lo ribadisce la “Controfinanziaria” di Sbilanciamoci, ecc. ecc.

Ho letto pertanto interamente il libro in oggetto, che ribadisce come tale politica purtroppo non faccia altro che acuire il male, e come invece USA e Giappone abbiano agito su altri fronti, sostanzialmente dando liquidità a famiglie e imprese e permettendo un temporaneo sforamento del debito per la messa in cantieri di investimenti che dopo hanno ripagato.

Vi metto a disposizione un riassunto del libro stesso, preparato da Matteo Moschini, che ringrazio.

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La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa

Recensione

In La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa (F. Rampini, Editori Laterza, 2014, pg. 144, euro 5,90, disponibile anche in formato e-book), Rampini – corrispondente di Repubblica a New York, già docente alla Berkeley University, alla Shangai University of Finance and Economics e all’Università Bocconi – descrive la tragedia che ha devastato il tessuto economico-sociale del mondo e, in maniera particolare, dell’Europa.

Sin dalla prefazione, appare evidente che la sua principale finalità è dimostrare come le politiche del rigore imposte in ambito europeo dalla Troika – ovvero Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea, Unione europea – abbiano prolungato la crisi e impedito la ripresa:

‘‘Per alcuni investitori, questo clima di euforia ricorda il 1999. Sul finire del 2013, il Wall Street Journal traccia questo paragone storico, che per gli europei è incomprensibile. … Dall’America all’Asia, è un susseguirsi di buone notizie. Un mondo intero è in crescita, anche se gli europei fanno fatica ad accorgersene. Un mondo che ha voltato pagina rispetto alla crisi, anche perché ha adottato terapie economiche diametralmente opposte a quelle dell’eurozona. Situazioni diverse tra loro, come gli Stati Uniti e la Cina, la Corea del Sud e l’Indonesia, Taiwan e il Giappone. Unite da un tratto comune: ripresa manifatturiera, esportazioni che tirano, occupazione in aumento. E dietro questi segnali positivi c’è un armamentario di strumenti che va dagli investimenti pubblici alle politiche monetarie delle banche centrali. Casi da manuale, all’opposto di quel che sta facendo il Vecchio Continente, unico buco nero nella ripresa globale.Tutti gli ingredienti che hanno aiutato la ripresa americana, cinese, giapponese e sudcoreana sono assenti dalle politiche dell’eurozona. Gli investimenti pubblici sono bloccati dall’interpretazione rigida dei parametri di Maastricht (un vincolo che non esiste in altre parti del mondo). La politica monetaria della Bce ha prodotto finora una sopravvalutazione del cambio, deleteria per gli esportatori. Un altro aspetto della politica monetaria fa la differenza tra l’eurozona e le aree in ripresa. Gli aiuti della Bce alle banche, forniti direttamente attraverso crediti di favore, restano nelle mani degli istituti di credito e non defluiscono verso l’economia reale. La Fed, poi imitata dalla Banca del Giappone, ha scelto una tecnica diversa, quella degli acquisti sul mercato aperto, che ha avuto come conseguenza benefica la rivitalizzazione del credito alle famiglie e alle imprese. La parabola del pensiero unico liberista sta volgendo al termine e la sua fine consuma anche l’ideologia dell’austerity.

Eppure l’austerity ha cercato di accreditarsi – soprattutto nella sua versione europea – come l’antidoto agli eccessi del liberismo. Meglio ancora: una forma di catarsi, di espiazione.

E’ un aspetto importante, che spiega la pervicacia della Germania nell’applicare e imporre al resto dell’Europa ricette disastrose che hanno prolungato la recessione. (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 3-6).

Crisi che, ricorda opportunamente l’autore, deflagrò in tutta la sua virulenza negli Stati Uniti:

Cinque anni fa la patologia acuta era negli Stati Uniti. Il crac colpì prima la finanza di Wall Street, poi l’economia reale americana, infine trasmise effetti distruttivi in altre aree del mondo.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 24)

E viene quindi rilevato come, tuttavia, grazie alle politiche intraprese dall’Amministrazione Obama e dalla Banca centrale americana (Fed), gli Stati Uniti siano rapidamente tornati a crescere:

Il Presidente ottenne dal Congresso una corposa manovra di investimenti pubblici anti-recessione. Lasciò che il rapporto deficit/pil salisse quasi al 12%, il quadruplo del limite massimo consentito nell’eurozona. Quando nel 2011 la politica di bilancio di Obama venne paralizzata, perché nel frattempo la Destra aveva conquistato la Camera, ci pensò la Fed a fare da surrogato. L’esperimento eccezionale condotto da Bernanke ha avuto quegli effetti che in Europa la Bce non è riuscita ancora ad ottenere. Operando con acquisti di titoli sul mercato aperto, anziché erogare direttamente alle banche i prestiti agevolati (quest’ultima è la tecnica della Bce), la Fed ha avuto più successo nel fare affluire nuovamente il credito verso che ne ha bisogno: famiglie e imprese. Il mercato della casa è ripartito, gli investimenti produttivi pure. Infine, come effetto collaterale non dichiarato ma assai desiderabile dell’azione della Fed, il dollaro ha goduto di una svalutazione competitiva con evidente vantaggio per l’export made in Usa.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 24-25)

L’autore sottolinea quindi la cruciale importanza dell’uso estremamente aggressivo che la Fed fece della leva monetaria:

Gettati i vecchi manuali della politica monetaria, la Federal Reserve americana ha cominciato a stampare moneta in quantità enormi. Ha iniettato questa liquidità sui mercati con un metodo semplice: acquistando bond, sia titoli del Tesoro che obbligazioni legate ai mutui (85 miliardi di dollari al mese). Si è parlato, a proposito di questa prolungata azione di emergenza della Banca centrale Usa, del ‘più grande esperimento monetario di tutti i tempi’. ‘Bernanke l’elicottero’, lo hanno chiamato alcuni esperti, riciclando una vecchia immagine dello stesso banchiere centrale, il quale aveva scritto che in situazioni veramente disperate (…) le banche centrali devono mandare elicotteri a bombardare il paese con pacchi di banconote. La ricetta Bernanke ha finito per essere copiata da altre banche centrali: anzitutto da quelle del Giappone e dell’Inghilterra; in misura più limitata anche dalla Bce di Mario Draghi.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 43-44)

Particolare attenzione è riservata alla vicenda italiana cui è dedicato il terzo capitolo del testo (L’Italia nella trappola dell’Austerity), che si apre con il pensiero del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz:

L’Italia è vittima di un fallimento dell’austerity europea, state pagando un prezzo più elevato della Grande Depressione, le vostre imprese sono penalizzate a tutto vantaggio di quelle tedesche. Non accusate Beppe Grillo di populismo: i temi che solleva sono legittimi, compresa l’opzione estrema di un’uscita dall’euro. Per salvarsi, l’Italia deve tagliare i ponti con la corruzione dell’era Berlusconi.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 26)

Il saggio tratta poi della questione islandese1 (capitolo 4, Un contro-modello all’austerity: la sfida islandese), della teoria monetaria moderna2 (capitolo 5, La rivoluzione copernicana della teoria monetaria moderna), dell’incredibile vicenda di Thomas Herndon, il dottorando americano che ha confutato le conclusioni cui era giunto lo studio accademico Growth in a Time of Debt, vero e proprio fondamento delle politiche di austerity3 (capitolo 6, La cifra magica), dell’importanza – di cui si è detto sopra – della politica monetaria praticata dalla Fed per uscire dalla crisi (capitolo 7, La ricetta di Bernanke), del declino delle agenzie di rating4 (capitolo 8, La religione dei rating), delle nazioni un tempo definite emergenti ed ora definitivamente emerse5 (capitolo 9, Il centro di gravità mondiale), della necessità di aggiornare l’architettura della governance globale6 (capitolo 10, Un mondo G-zero), dell’importante negoziato tra Stati Uniti d’America ed Europa volto ad addivenire alla stipula di un accordo (Transatlantic Trade and Investment Partnership) teso ad incrementare il volume del commercio transatlantico7 (capitolo 11, Un nuovo patto transatlantico), della nuova mappa del mondo concepita dall’illustre studioso americano Joel Kotkin8 (capitolo 12, Una nuova mappa del mondo), della recente evoluzione del mercato del lavoro così come analizzata dall’economista italiano Enrico Moretti, docente all’università americana di Berkeley, nel suo La nuova geografia del lavoro9 (capitolo 13, … e una nuova mappa del lavoro), dei giganti della finanza americana10 (capitolo 14, Padroni dell’Universo o foresta pietrificata) e si conclude con alcune interessantissime ma altrettanto amare considerazioni11 (capitolo 15, Verso un ripensamento tedesco?).

Vi è poi la sezione La parola a …, che riporta il testo di cinque interviste ad altrettanti insigni economisti, segnatamente Nouriel Roubini (Serve un patto per la crescita), Jean Paul Fitoussi (L’Italia nella spirale rigore-recessione), Ulrich Beck (L’Europa, una macchina senza freni), Jean Pisani Ferry (Serve una visione d’insieme) e Pier Carlo Padoan (Basta sacrifici, si allenti il rigore).

Seguono le sezioni I dati della crisi e Cronologia del rigore.

Interessanti spunti di lettura – si segnala in particolare Fuori da questa crisi, adesso!12 (P. Krugman, Garzanti, 2012) e Non ci possiamo più permettere uno stato sociale. Falso!13 (F. Rampini, Laterza, 2012, disponibile anche in formato e-book) – sono contenuti nella bibliografia.

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La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa è un saggio illuminante, che tutti dovrebbero leggere.

Esso, per quanto qui maggiormente interessa, espone e spiega in maniera chiara e lineare i motivi per cui le politiche di austerità imposte a livello europeo dalla Troika sono profondamente sbagliate e controproducenti.

I lettori non avranno difficoltà a rendersi conto di come, a supporto di detta tesi, si pongano non solo i pensieri di numerosi insigni economisti ma anche, e soprattutto, i dati empirici.

Gli interrogativi ancora da sciogliere sono molti.

Uno su tutti, come correttamente osserva l’autore nell’epilogo del saggio, è quello concernente la responsabilità delle istituzioni internazionali e della classe politica per scelte che, per loro stessa ammissione14, si sono rivelate profondamente sbagliate e foriere di disastrose conseguenze.

Il timore è che tali soggetti saranno giudicati solo dalla storia e che a patire i danni provocati dalle loro irragionevoli decisioni e devastanti politiche sono e saranno soltanto i cittadini.

1Il modello islandese, se così lo si può definire, iniziò a distinguersi alla fine del 2008 quando il governo di Reykjavik lasciò fallire le tre maggiori banche – … – che insieme pesavano dieci volte il pil nazionale (…). Invece di salvarle a spese del contribuente, … per il crac delle banche islandesi furono i grossi creditori internazionali a rimanere con il cerino acceso in mano.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 32)

2 La ‘Modern Monetary Theory (…) ha l’ambizione di essere la vera erede del pensiero di Keynes, adattato alle sfide del ventunesimo secolo. Ha la certezza di poter trainare l’Occidente fuori da questa crisi. A patto che i governi si liberino di ideologie vetuste, inadeguate e distruttive. Il nuovo Verbo che sconvolge i dogmi degli economisti assegna un ruolo benefico al deficit e al debito pubblico. E’ un attacco frontale all’ortodossia vigente. Sfida l’ideologia imperante in Europa, che i rivoluzionari della Mmt considerano alla stregua di un vero oscurantismo. Per loro l’austerity imposta dalla Germania non è soltanto sbagliata nei tempi ma è concettualmente assurda.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 34-35)

3Le vittime di Herndon sono due tra gli economisti più stimati al mondo: Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, autori di Growth in a Time of Debt. In tale loro studio, essi affermavano che un debito pubblico nazionale pari al 90% del pil costituisce un ostacolo insuperabile alla crescita. Quella cifra magica venne adottata come un dogma, istantaneamente ripresa da organizzazioni internazionali e governi: da Angela Merkel alla Commissione europea, fino al partito repubblicano negli Stati Uniti. Lo stesso Krugman ricorda che ‘ebbe un ruolo cruciale nella svolta delle politiche economiche, con l’abbandono delle manovre antirecessive sostituite prontamente con politiche di austerity.’ All’esito dell’analisi del citato studio, Herndon rilevò come i due economisti avessero sbagliato alcuni calcoli e ciò a causa di un errato allineamento nelle colonne delle cifre da addizionare usando il software Excel. La rivelazione di Herndon ha avuto un impatto enorme. I due imputati, Reinhart e Rogoff, hanno dovuto ammettere l’errore. … E, come rivela il Wall Street Journal, all’ultima riunione del G20 è stato depennato dal comunicato finale ogni riferimento al rapporto debito/pil, per effetto di questa scoperta.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 41-42)

4Il declino dei signori del rating – un oligopolio americano, dominato da Standard & Poors con Moody’s e Fitch – in parte se lo sono procurato loro. Non solo per i ripetuti scandali che li videro protagonisti tra gli imputati della crisi del 2008 (i mutui subprime avevano avuto dei rating elevati, elargiti a pagamento, in un gigantesco conflitto d’interessi); di certo il loro ruolo fu nefasto … Dal punto di vista dei mercati l’autogol più grave si verificò quando S&P declassò il rating sovrano degli Stati Uniti. … L’Amministrazione Obama ebbe una dura reazione, imputando a S&P perfino dei grossolani errori di calcolo. Col tempo tuttavia fu la reazione dei mercati a dimostrare che quel rating era insensato.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 50-51)

5Cina, India, Brasile, insieme con Indonesia, Messico e tanti altri, messi insieme producono più di tutti i vecchi ricchi. Che siamo noi: Stati Uniti, Europa, Giappone. Per la prima volta da secoli – … – siamo diventati minoranza, non più solo in termini di popolazione (…) ma anche per il nostro peso economico sul pianeta. Incrociando i dati del Fondo monetario internazionale e quelli del McKinsey Global Institute, il Financial Times conclude senza margine di dubbio: è proprio il 2013 l’anno decisivo, quello che ci relega sotto il 50% del pil mondiale.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 53)

6Se il G8 è impotente, quale altra geometria delle relazioni internazionali può sostituirlo come cabina di regia degli affari mondiali?’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 53)

7Davvero la crescita può ripartire grazie ad un gigantesco accordo di libero scambio, che abbatta le residue barriere?(La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 61)

8Nel mondo intero – sostiene Kotkin – una rinascita di legami tribali sta creando nuove reti di alleanze globali, più complesse. Se una volta la diplomazia aveva l’ultima parola nel tracciare le frontiere, oggi sono la storia, la razza, la religione e la cultura a dividere l’umanità in nuovi gruppi in movimento.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 65)

9Tra un giovane laureato al suo primo impiego e un giovane che abbia solo il diploma di secondaria superiore, qui negli Stati Uniti il differenziale di remunerazione in media è dell’80% mentre in Italia è del 40%. E tuttavia studiare all’università ha comunque un senso. Non credo che nel prossimo decennio la creazione di posti di lavoro si concentrerà nelle mansioni meno qualificate. Semmai i giovani italiani dovrebbero informarsi meglio su quali lauree rendono di più. Abbiamo ancora troppi iscritti alle facoltà di legge e scienze politiche, troppo pochi nelle materie scientifiche.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 73)

10C’è un fondo d’investimento che si compra un’intera città della California in bancarotta. C’è quello che controlla da solo il 7% di tutta la ricchezza mondiale, 15.000 miliardi di dollari. … I giganti della finanza americana rinascono più forti che mai. Il crac sistemico del 2008, che sembrava averli spezzati, è ormai un ricordo lontano.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 74)

11La terapia inflitta dalla cancelliera Angela Merkel all’eurozona si ritorce contro i suoi artefici. Il gioco è nelle mani delle banche centrali. … La politica in alcuni casi sembra relegata in secondo piano. Un’istituzione multinazionale con sede a Washington, il Fondo monetario internazionale, ha fatto una clamorosa autocritica. In un importante studio … il Fmi ammette di aver sbagliato sistematicamente le sue previsioni durante questa crisi. E sempre in una direzione sola: ha sottovalutato la pesantezza della recessione. … Secondo l’autodiagnosi del Fmi, sono stati ‘sottostimati gli effetti moltiplicatori dell’austerity come freno alla crescita’. Questi effetti sono tanto più pesanti se l’‘austerity non è uno shock una tantum’ bensì una terapia protratta su più anni. E’ esattamente … la tesi keynesiana di Obama, Krugman, Stiglitz e tanti altri in America: ‘Non si esce dalla crisi a colpi di tagli.’ … L’errore tragico dell’austerity, se dovesse rimanere senza correttivi e ripensamenti profondi, sarà un fattore determinante nel bruciare un’intera generazione di giovani europei, le loro aspirazioni, le loro potenzialità. E’ una responsabilità enorme, di cui bisognerà chiedere conto a chi queste scelte ha fatto o non ha saputo contrastare.’ (La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, pg. 80-81)

12 Krugman, premio Nobel per l’economia, individua le origini della crisi globale ed indica la strada da percorrere per uscirne. In tal senso, l’insigne studioso si serve anche di casi concreti e tratti dalla vita reale. Di detti casi se ne riporta di seguito uno, a giudizio dello scrivente di particolare rilievo ed interesse, che veniva descritto per la prima volta in un articolo pubblicato nel 1978 sul Journal of Money, Credit and Banking ed era intitolato Monetary Theory and the Great Capitol Hill Baby-Sitting Coop Crisis (La teoria monetaria e la grande crisi della cooperativa di baby sitting al Campidoglio).

Gli autori, Joan e Richard Sweeney, avevano vissuto in prima persona l’esperienza narrata. Essi facevano parte di una cooperativa di baby-sitting: un’associazione di circa 150 giovani coppie, quasi tutte alle dipendenze del Congresso, che risparmiavano sul costo delle baby-sitter assistendo a turno l’una i bambini dell’altra. … Le coppie che si associavano alla cooperativa ricevevano 20 buoni, ognuno dei quali corrispondeva a mezz’ora di baby-sitting. Nel momento in cui desideravano uscire dalla cooperativa dovevano restituire lo stesso numero di buoni. Tutte le volte che usufruivano del servizio, i genitori dei bambini accuditi davano ai baby-sitter tanti buoni quante erano le mezz’ore coperte. Questo sistema assicurava che, con il tempo, ogni coppia fornisse – in termini di servizio – esattamente quanto riceveva perché i buoni spesi andavano restituiti. Ben presto, tuttavia, la cooperativa si trovò in grosse difficoltà. In genere, le coppie tenevano una riserva di buoni nel cassetto della scrivania, nell’eventualità di dover uscire più volte di seguito. Ma per ragioni che è inutile spiegare, ad un certo punto il numero di buoni in circolazione era nettamente inferiore alla riserva che la coppia media voleva tenere a disposizione. Cos’era successo? Le coppie, preoccupate dalla riserva di buoni che si assottigliava, riducevano le uscite con l’obiettivo di incrementarla curando i bambini di altre coppie. Ma proprio perché tante coppie rinunciavano ad uscire, le opportunità di acquisire dei buoni attraverso il baby-sitting si riducevano sensibilmente. Così, le coppie a corto di buoni diventavano ancora più restie ad uscire. Il volume complessivo dei servizi offerti dalla cooperativa si ridusse drasticamente. In poche parole, la cooperativa si era avvitata in una depressione, che durò fino al giorno in cui gli economisti del gruppo riuscirono a convincere la dirigenza ad aumentare l’offerta di buoni.’ Krugman, precisato che la cooperativa di baby-sitting era ‘una vera e propria economia monetaria, ancorchè in miniatura’, ritiene che la relativa vicenda sia adatta a far comprendere cosa fosse ‘andato storto nell’economia mondiale, un aspetto che sembra sempre più spesso sfuggire alla comprensione dei politici …’ ovvero ‘… il fatto che la tua spesa è il mio reddito e la mia spesa è il tuo reddito.’ (Fuori da questa crisi, adesso!, pg. 37-39)

13 Secondo Rampini, esisterebbero due Europe: la prima, quella di Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Svezia, Danimarca, Norvegia e Finlandia, incarna il modello sociale nella sua versione migliore, caratterizzato da alti salari, sindacati forti, tutela dell’ambiente e buona qualità della scuola pubblica. La seconda, quella di Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, è invece composta da paesi che hanno un’alta spesa pubblica che, per anni, non è stata finanziata in modo adeguato. Detti paesi hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi, con un’evasione fiscale ed un’economia sommersa a livelli altissimi: ‘non solo i politici corrotti, ma corpose e rispettabili categorie sociali si sono abituate a vivere per decenni in un mondo parallelo, dove i servizi pubblici esistono e fanno comodo, mentre le tasse sono un optional.(Non ci possiamo più permettere uno stato sociale. Falso!, p. 40).
Sarebbe auspicabile quindi, rileva l’autore, che tali nazioni imprimessero un corso diverso alla loro storia e ne invertissero il declino e ciò per evitare di doversi rassegnare alla marginalità ed all’ininfluenza sullo scacchiere mondiale.

14 Il Fondo Monetario insiste: sull’austerità ci siamo sbagliati (http://bit.ly/1m13wmC); Il fantasma di Keynes turba i sonni dell’FMI (ma non della BCE) (http://bit.ly/1uWuX6z); Dopo l’FMI, anche la Troika ammette i suoi errori in Grecia (http://bit.ly/1vQu4jX); Luciano Gallino: i debiti della Germania e l’austerità della Merkel (http://bit.ly/1pfCA76); Pier Carlo Padoan ammette il flop delle previsioni di crescita e si affida a Mario Draghi (http://huff.to/1ribdMU)

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Indispensabili: ETS questo sconosciuto

Posted by giannigirotto su 12 giugno 2013

ETS, incentivi, e il lavoro che manca

Per molti di voi la sigla ETS non dirà assolutamente nulla, eppure il cosidetto ETS “Emission Trading Scheme” ha da anni un’importanza fondamentale nella vita presente e sopratutto futura di tutti noi.

Si tratta infatti di un meccanismo, ideato dall’Unione Europea, per facilitare il passaggio ad un sistema produttivo più “verde”, nel senso di meno inquinante, cioè con minore produzione del famoso gas serra CO2.

Orbene, questo sistema, inaugurato con grandi speranze ed entusiasmo sette anni fa, e basato sul commercio di tonnellate di CO2 (cioè chi è più virtuoso vende le sue quote di CO2 a chi è più inquinante…) si è rivelato negli anni un sostanziale fallimento, anzi peggio, sembra sia finito per diventare “un sistema di sussidi per i settori inquinanti dell’industria.“, infatti sembrerebbe che “La distribuzione di un numero di permessi troppo elevato ha favorito il continuo utilizzo delle stesse tecnologie eliminando qualsiasi incentivo a una transizione verso sistemi di produzione a basse emissioni.”

Insomma mentre si discute se l’ETS abbia sortito un qualche minimo effetto di riduzione delle emissioni inquinanti, l’unico dato certo è che “i costi sostenuti (200 miliardi  di Euro) avrebbero potuto generare un 40% di riduzione delle emissioni se, ad esempio, fossero stati investiti per migliorare le prestazioni delle centrali elettriche“.

Molte associazioni del terzo settore vogliono l’abolizione di questo sistema, e diverse altre vogliono la sua correzione, nel senso di alzare il prezzo di vendita della CO2, ora decisamente troppo troppo basso.

Terminato questo brevissimo ma tragico discorso sull’ETS, passo al punto successivo, quelli degli incentivi all’utilizzo di petrolio. Si, non avete capito male, avete capito benissimo, non ho scritto “incentivi all’utilizzo di fonti rinnovabili” come il solare o l’eolico o altro, ma proprio incentivi ad utilizzare una fonte inquinante e in via di esaurimento come il petrolio. Dovete infatti sapere che mentre i soliti ben informati e i mass media in generale sottolineano come le fonti rinnovabili non siano “trasparenti” nel senso commerciale del termine, poichè ricevono dei sussidi che ne falsano il prezzo “reale”, gli stessi massmedia “dimenticano” o peggio ancora ignorano che il petrolio, carbone e gas, sotto forma indiretta di incentivi all’agricoltura, alla pesca e molto altro, ricevono  almeno dieci volte tanto la quantità di aiuto che ricevono le fonti rinnovabili!!!

Ancora più dettagliamente, Per quanto riguarda i sussidi ai combustibili fossili, ecco il rapporto piu’ recente, quello del Fondo Monetario Internazionale, citato a questo blog http://grist.org/climate-energy/imf-says-global-subsidies-to-fossil-fuels-amount-to-1-9-trillion-a-year-and-thats-probably-an-underestimate/

Secondo FMI la cifra dei sussidi (alle fonti fossili) in totale raggiunge 1,9 “trillion” dollar”, equivalenti piu’ o meno a 1400 miliardi di euro… credo che ogni commento sia superfluo…

Insomma stiamo aiutando le “sette sorelle” (che in realtà sono cinque), e che certamente non hanno bisogno di aiuto, ad inquinarci, mentre i danni ambientali ovviamente li paghiamo e li pagheremo solo noi.

 

E ora arriviamo dritti al discorso del lavoro.

Infatti un sistema/filiera energetico basato sul petrolio genera un indotto lavorativo certamente importante, ma accentrato presso pochi operatori che operano appunto in un regime di oligopolio, e che, sopratutto nei Paesi industrializzati come il nostro, è pressochè saturo, per cui con scarse prospettive di crescita occupazionale.

Tutto il contrario invece è il panorama delle energie rinnovabili, nel quale operano una miriade di PMI in costante sviluppo e che, se minimamente supportato (perlomeno non osteggiago) da una politica adeguata, potrebbe generare un elevato numero di nuovi posti di lavoro. Basti guardare il caso della Germania, che ha deciso di puntare sul fotovoltaico anni fa, e si ritrova ora leader del mercato e con migliaia di relativi nuovi posti di lavoro.

Di seguito il link al rapporto della BMU – agenzia federale dell’ambiente tedesca – che, pubblicato nel 2006, calcolava a 170.000 il numero di occupati nel settore delle rinnovabili e, in base ai dati riscontrati in oltre 1000 aziende allora esistenti, proiettava un aumento del 50% dei posti di lavoro al 2010 http://www.bmu.de/fileadmin/bmu-import/files/pdfs/allgemein/application/pdf/employment_effects_061211.pdf

Le proiezioni della BMU si sono dimostrate esatte! Al link di seguito, della Agenzia per le Energie Rinnovabili tedesca, fondata nel frattempo (2008) trovate infatti i numeri piu’ recenti: al 2011, i posti di lavoro erano 380.000 e le proiezioni per il 2020 stimano 500.000 occupati nel settore http://www.unendlich-viel-energie.de/en/economy/current-facts-and-figures.html
E scusate se è poco…
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Greenpeace – Domande varie del M5S

Posted by giannigirotto su 25 maggio 2013

Venerdì 3 maggio, Roma, sede Greenpeace, in questo spezzone dell’incontro informale avuto con Giuseppe Onufrio (Presidente di Greenpeace) si parla delle tre problematiche suttitolate.

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Greenpeace – Trivellazioni, pesca, canale Sicilia e posizione dell’Italia in Europa

Posted by giannigirotto su 25 maggio 2013

Venerdì 3 maggio, Roma, sede Greenpeace, in questo spezzone dell’incontro informale avuto con Giuseppe Onufrio (Presidente di Greenpeace) si parla delle tre problematiche suttitolate.

 

POSIZIONE DELL’ITALIA IN EUROPA

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Il colore dei calzini ed il treno in faccia

Posted by giannigirotto su 17 maggio 2013

soldiSi il titolo è decisamente strano, ma la metafora usata da Andrea Baranes per spiegare la situazione finanziaria mondiale rende benissimo l’idea… voi vi preoccupereste del colore dei calzini che indossate se state per essere travolti da un treno in corsa?

Eppure è proprio quello che stanno facendo coloro che parlano di finanza e di relativa politica in Italia e nel mondo… ahimè… io personalmente invece continuerò ad dirlo finchè avrà fiato… ecco cosa scrive Baranes…:

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Il problema di fondo di cui non si parla mai… è che circa il 95% dei soldi che circolano nel mondo sono creati dalla finanza privata, non dalla finanza pubblica. Possiamo cambiare la BCE o anche chiuderla, tornare alla sovranità monetaria nazionale, passare dall’euro alle lire o ai sesterzi dell’antica Roma, ma stiamo sempre e comunque parlando di qualcosa come il 5% dei soldi che girano nel mondo. Il 95% della massa monetaria dipende dalle banche private e dai grandi investitori finanziari.

 Cerco di spiegare meglio il mio punto di vista. Il PIL del mondo cresce di circa il 3% l’anno. Abbiamo un sistema finanziario che è decine di volte l’economia reale, e che deve essere ri-finanziato al 5 o 6% di interessi solo per tenersi in piedi. Nel medio periodo ci sono solo due possibilità. Prima: la finanza continua a prosciugare risorse dall’economia reale per mantenere i tassi di profitto necessari a evitare il proprio collasso. Seconda: la finanza crea delle gigantesche bolle sul nulla, e prima o poi le bolle scoppiano. Non vedo molte altre soluzioni. E non vedo come politiche monetarie diverse o anche monete diverse di per sé potrebbero cambiare questa situazione. Politiche espansive, per quanto necessarie per uscire dall’austerità e dall’attuale crisi, potrebbero addirittura essere nocive, nel momento in cui qualunque immissione di moneta nel sistema viene comunque risucchiata dal gigantesco bidone aspiratutto della speculazione finanziaria.
 
Per questo sono convinto che la soluzione principale debba passare da tassare le transazioni finanziarie, chiudere i paradisi fiscali, bloccare il sistema bancario ombra, ridurre la massa di derivati circolanti, diminuire l’effetto leva, introdurre dei controlli sui movimenti di capitale e via discorrendo. Occorre diminuire la dimensione della finanza e sottoporla a una rigida cura dimagrante. Con uno slogan, il problema attuale non è che non ci sono soldi, ma che ce ne sono troppi. E’ che sono tutti dalla parte sbagliata, ovvero nella finanza fine a se stessa e non nell’economia reale. Finché non si interviene su questo, per come la vedo parlare di quale moneta e quali politiche monetarie è come discutere se siano meglio i calzini grigi o quelli blu mentre ci sta arrivando un treno in faccia… 
 
La crisi è stata provocata dalla finanza privata, non da quella pubblica. Il problema non è il debito pubblico. Il problema sono banche che hanno leve finanziarie di 50 a 1, ovvero attivi che sono il 5.000% del loro patrimonio. Perché una banca privata che ha come obiettivo la massimizzazione del profitto può lavorare tranquillamente con attivi che sono il 5.000% del patrimonio, ma se uno Stato sovrano che dovrebbe agire nell’interesse dei cittadini supera un rapporto debito / PIL del 60% va punito, in base alle nuove regole europee? Non possiamo continuare a schiacciarci (anche se fosse per esprimere punti di vista diversi) sulla logica neoliberista per cui il privato è efficiente e i problemi sono nel pubblico. I problemi non sono l’inefficienza del pubblico, sono la mostruosa e vergognosa inefficienza del sistema finanziario privato. Questa, per come la vedo, dovrebbe essere la prima e unica priorità di una qualsiasi azione politica.

 

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Greenpeace – Rinnovabili, Biomasse e Olio di palma

Posted by giannigirotto su 14 maggio 2013

Venerdì 3 maggio, Roma, sede Greenpeace, in questo spezzone dell’incontro informale avuto con Giuseppe Onufrio (Presidente di Greenpeace) si parla delle tre problematiche suttitolate.

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Greenpeace – Porto tolle, Enel e centrali a carbone

Posted by giannigirotto su 6 maggio 2013

Venerdì 3 maggio, Roma, sede Greenpeace, in questo spezzone dell’incontro informale avuto con Giuseppe Onufrio (Presidente di Greenpeace) si parla delle tre problematiche suttitolate.

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Il Fotovoltaico … questo “conosciuto”

Posted by giannigirotto su 10 aprile 2013

Prima un po’ di dati …

Nel 2011 in Europa la potenza fotovoltaica installata cumulativa è cresciuta di oltre il 50%, con 21 GWp connessi in rete prevalentemente nei tre principali mercati (Italia, Germania e Francia). E a chi sembra poco ricordo che sono l’equivalente di 4 grandi centrali nucleari.

L’Italia è diventata il maggior mercato mondiale con i 9 GWp di nuovi impianti fotovoltaici connessi in rete, anche grazie agli incentivi Feed in tariff (FIT) veicolati in modo vantaggioso dal 3° Conto energia, in vigore nella prima parte dell’anno e poi ridotti senza vanificare la propensione alla richiesta di connessione nel 4° Conto energia, in forza durante la seconda parte dell’anno.

Malgrado la riduzione degli incentivi FIT abbia rallentato la crescita delle installazioni, in particolare nel primo trimestre, in Germania il mercato si è mantenuto sostenuto (7,5 GWp) al secondo posto della graduatoria mondiale, grazie a un robusto ultimo quarto dell’anno favorito anche dalla stabilizzazione degli incentivi.

Il fotovoltaico francese ha registrato un record di connessioni in rete (1,5 GWp), risultato che non trova però corrispondenza nel dato annuale delle nuove installazioni e beneficia degli impianti realizzati nel 2010, giustificandosi con l’aspetto negativo dei tempi molto lunghi dell’iter di connessione alla rete (fino a 18 mesi).

Anche in Gran Bretagna si è assistito a uno sviluppo senza precedenti del FV, con 700 MWp di nuova potenza installata, frutto di un sistema FiT introdotto nell’aprile del 2010 ma rapidamente rivisto al ribasso.

Tra gli altri mercati europei, molto condizionati in questa fase dall’indebolimento dei programmi statali di sostegno finanziario al settore, si segnalano due casi, uno in positivo e l’altro in negativo:
il Belgio, in particolare il fotovoltaico fiammingo, che fa registrare un vero boom di nuovi impianti (550 MWp) pur in presenza di un depotenziamento degli incentivi; la Repubblica Ceca dove si verifica la scomparsa del FV (10 MWp di nuova potenza), dopo due anni crescita entusiasmante (2
GW).

Per quanto riguarda i mercati extraeuropei, sono da rilevare i risultati dei mercati cinese, in forte crescita (2 GWp installati e connessi) per gli incentivi FiT erogati a livello provinciale, USA, capace di raddoppiare le nuove connessioni (1,6 GWp) rispetto all’anno precedente, giapponese,
con oltre 1 GWp di nuove connessioni in rete promosse da uno schema FiT rivisitato, e australiano (700 MWp).

Fonte dati: Epia, Market report 2011

Ma vediamo quanto costa produrre energia con il sole.

Costi Fotov

Nei trenta anni passati i costi del fotovoltaico si sono ridotti vertiginosamente. Il costo dei moduli è diminuito all’incirca del 22% a ogni raddoppio della capacità installata (in MW).

Conseguentemente si sono ridotti in modo considerevole anche i costi di generazione dell’energia elettrica da FV.

Oggi in Europa i costi del kWh oscillano tra 0,15 € e 0,29 €, considerando il valore inferiore caratteristico di una località nel Sud con una insolazione operativa annuale di 1.650 h, e un’energia solare annuale disponibile di 1.900 kWh/m2, mentre il valore superiore è tipico di una località
scandinava con circa 850 h operative in un anno e con disponibilità energetica solare di 1.000 kWh/m2.

Ancora più basso il costo in zone medio-orientali o subsahariane, dove il kWh scende a 0.12€ e l’irraggiamento sale a 2.200 kWh/m2. Le proiezioni prevedono ulteriori riduzioni dei costi dell’elettricità fotovoltaica che dovrebbe scendere in fascia 0,05-0,17 €/kWh al 2020 e 0,04-0,11 €/
kWh al 2030, a causa di fattori favorevoli quali l’innovazione tecnologica, l’ottimizzazione della produzione, le economie di scala, l’incremento del ratio performance, l’estensione del ciclo di vita dei sistemi PV, lo sviluppo degli standard e delle specifiche tecniche.

E fin qui tutto regolare.

Vediamo come il nostro paese ha affrontato la questione.

Per arrivare a essere praticamente il primo paese europeo per Energia generata è chiaro che si è dovuto ricorrere a forti incentivazioni.

Ma dove sono finiti questi incentivi?

Chiaramente ne hanno beneficiato i produttori di pannelli che hanno visto crescere a dismisura il propri bacino di utenza.

E cosa fanno i produttori quando hanno di fronte un ottimo mercato?

Investono in ricerca per rimanere leader e mantenere costanti prorpi margini di guadagno.

E dove si producono i pannelli?

Dovunque ma non in Italia.

E perché succede questo?

Il motivo più ovvio sarebbe quello di pensare che i pannelli si producono tutti in oriente a costi bassi e quindi in Italia sarebbe antieconomico investire.

E se invece lo Stato destinasse una parte di quegli incentivi alle industrie italiane propense a investire in ricerca in tali settori (magari tramite un credito d’imposta ad hoc e quindi evitando di cadere negli aiuti di stato che sono strettamente regolamentarti a livello europeo)?

No, questo non lo abbiamo fatto.

E cosa hanno fatto i paesi Europei con le economie più forti e consolidate (Nord Europa)?

Hanno agito in modo lobbystico e il risultato è stato che i “conti energia” italiani hanno premiato chi installava pannelli di produzione Nord europea accreditando al gestore dell’impianto una maggiorazione del +10% sugli incentivi del GSE.

Quindi, ala fine dei conti, il contribuente italiano che paga il sovvenzionamento degli impianti sta foraggiando la ricerca fatta in altri paesi e quindi sta aumentando a dismisura il divario di competitività tra le aziende estere e quelle italiane produttrici di pannelli fotovoltaici.

Ma oltre il danno anche la beffa …

I pannelli Nord europei sono studiati per funzionare alle latitudini nord europee. In quei siti l’avanzamento tecnologico ha portato a un aumento della resa molto significativo.

I moduli fotovoltaici proposti nel nord Europa rendono di più perché meglio si adattano alla temperatura ambiente media di quelle latitudini essendo essa più bassa rispetto alla temperatura ambiente media del sud Europa.

Quegli stessi pannelli, la cui installazione è dall’Italia incentivata, se installati alle latitudini italiane rendono meno di quelli di generazione precedente – sigh 😦

Ogni commento è superfluo.

Noi italiano stiamo finanziando la ricerca fatta in paesi esteri e quindi stiamo gettando solide basi per l’affossamento dell’industria del fotovoltaico italiana già comunque destinata a decrescere per effetto della fine dei “drogaggi” artificiali dovuti agli incentivi statali.

Fra poco quindi nuovi disoccupati, e aumento delle quote di mercato estere nel mercato italiano —> economia italiana sempre meno competitiva.

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Ricerca e Innovazione tecnologica: la situazione politica

Posted by giannigirotto su 20 marzo 2013

Forse non tutti sanno che …

Negli anni 2011 e 2012 è stata sperimentata in Italia una forma molto particolare di incentivo automatico alle imprese che investivano in Ricerca e  Innovazione.

Le imprese potevano defiscalizzare il 90% degli studi affidati a Enti di Ricerca pubblici o privati ovviamente riconosciuti secondo le normative europee e recepite dallo stato Italiano.

Scarsa pubblicità è stata data a questa iniziativa e scarsissimo sforzo organizzativo per agire sull’intera filiera dei vari settori merceologici è stato profuso dagli organi preposti, tant’è che una buona parte del plafond è rimasto inutilizzato.

Alla fine della passata legislatura, questa forma di aiuto stava per essere prorogato quando, l’On. Brunetta ha rimesso tutto in gioco con un suo emendamento in extremis.

L’emendamento ha cancellato l’automatismo e ha dichiarato la misura come programmatica e quindi non immediatamente operativa.

In altre parole “tutto da rifare”.

Nei paesi esteri, questa forma di incentivo automatica” è presente stabilmente da più anni, vedi ritaglio SOLE 24 ORE

Per esempio in Inghilterra la ricerca è premiata fino al 200% per le Piccole e Medie Imprese.

Conseguenza? Per fare ricerca e quindi investire in innovazione ed essere incentivate, le aziende italiane dovranno spostare le proprie strutture tecniche in proprie società di diritto estero che, ovviamente, si serviranno di “intelligenze” locali.

Questo significa non solo incentivare ma rendere praticamente obbligatoria la fuga di cervelli e di capitali all’estero e lasciare morire ogni barlume di voglia di fare ricerca nel nostro paese.

Ripristinare l’incentivazione a fare ricerca in Italia significa aiutare tangibilmente le aziende e ricavare dall’indotto produttivo le stesse risorse che servono a incentivarle.

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Martedi a Mira (VE): CORSO BASE CASE PASSIVE

Posted by giannigirotto su 10 marzo 2013

https://mail-attachment.googleusercontent.com/attachment/u/0/?ui=2&ik=7f8f3d59a8&view=att&th=13d53daa534f709e&attid=0.1&disp=inline&safe=1&zw&saduie=AG9B_P_7_qsa51THRMiNXg6UVTam&sadet=1362912868878&sads=PKnX1GZeDbH0OQegfiqivUENH_UPER LA PRIMA VOLTA IN VENETO IL CORSO BASE CASE PASSIVE TENUTO DAI TECNICI DEL TECHNISCHES BAUPHISIC ZENTRUM DI BOLZANO

Il Corso si svolgerà in un solo giorno martedì 12 marzo a Mira nela sala consiliare del Municipio dalle ore 09.00 alle ore 17.00

PER LA PRIMA VOLTA IN VENETO IL CORSO BASE CASE PASSIVE TENUTO DAI TECNICI DEL TECHNISCHES BAUPHISIC ZENTRUM DI BOLZANO

La giornata di studi ha lo scopo di illustrare come riqualificare case passive e come costruire edifici attivi Energy Plus

 

MIRA (VE) 10.03.2013 –  Arriva anche in Veneto il Corso Base Case Passive (CPB). Martedì 12 marzo i cittadini interessati sono invitati nella Sala Consiliare del Municipio di Mira dalle ore 09.00 alle ore 17.00.

Per la prima volta nel Veneto il Corso è ospitato a Mira ed è tenuto dai tecnici di TBZ Technisches Bauphisic Zentrum di Bolzano.

Il corso CPB ha l’obiettivo di dare un quadro generale ed un’introduzione sul tema della Casa Passiva. Oggi le Case Passive sono il riferimento mondiale per iniziare la riqualificazione e la costruzione di edifici a bassissimo consumo energetico, le Case Passive sono considerate il punto di partenza per costruire edifici attivi Energy Plus.

Il corso dura un giorno solo ed è rivolto a tutti coloro che possono essere interessati: progettisti, artigiani, costruttori, studenti, amministratori e committenti.

La giornata di studi è utile come base di partenza ai successivi corsi : corso sul software di progettazione WUFI plus passive, corso internazionale per progettisti CEPH e corso per esperti CPE.

Info e locandina nell’home page del comune di Mira oppure tel. 0471251701.

 

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