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I miei Credo: Vegetariani (…ancora…)

Posted by giannigirotto su 3 giugno 2012

Ho già scritto una serie di ragioni “matematiche” a favore della dieta vegetariana, e poi avevo postato un videodocumentario sui problemi connessi con l’allevamento del bestiame a scopi alimentari…

Adesso segnalo che una recente puntata di “Tellus“, il bel radioprogramma con il geologo Mario Tozzi, si è concentrata sul problema “cibo”.
Con un linguaggio accessibile a tutti, Tozzi spiega e commenta i dati inconfutabili che dimostrano come l’attuale dieta carnivora sia insostenibile, sopratutto stante la crescita economica dei Paesi cosidetti “BRIC“, e di come una quantità enorme di alimenti venono usati anzichè per l’alimentazione umana, per il bestiame, e quindi stando così le cose, i prezzi sono destinati a salire in maniera esagerata…

Vi consiglio di ascoltare tale puntata, è veramente molto illuminante…   :-))

 

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Indispensabili: La decrescita felice – Decrescita, innovazione e progresso

Posted by giannigirotto su 21 marzo 2011

Non poteva mancare nella mia sezione Indispensabili questo scritto di Maurizio Pallante, che ovviamente rappresenta il punto d’unione di coloro che si riconoscono nell’omonimo Movimento per la Decrescita Felice.

Anche questo libro rientra tra i miei preferiti perchè non si limita a denunciare situazioni insostenibili, ma propone delle alternative concrete e virtuose, che ci consentono di mantenere un elevato livello qualitativo di vita, senza compromettere le risorse che lasceremo ai nostri figli.

Ecco l’estratto del capitolo (clicca sulla foto per vedere gli altri):

Decrescita, innovazione e progresso

Un sistema economico fondato sulla crescita del prodotto in­terno lordo è innovatore per necessità intrinseca. Per accrescere l’offerta di merci ha bisogno di continue innovazioni di processo finalizzate a incrementare la produttività, cioè le quantità prodotte nell’unità di tempo. Per accrescere la domanda ha bisogno di con­tinue innovazioni di prodotto finalizzate a rendere obsolete in tem­pi sempre più brevi le merci acquistate, in modo da abbreviare i tempi di sostituzione. Entrambe le innovazioni dipendono fonda­mentalmente dagli sviluppi della tecnologia, che a loro volta di­pendono dagli sviluppi della ricerca scientifica, anche se nelle in­novazioni di processo hanno un ruolo decisivo le innovazioni or­ganizzative e nelle innovazioni di prodotto hanno un ruolo altret­tanto importante le innovazioni estetiche. Maggiori sono le inno­vazioni, più rapida è la loro successione, maggiore è la crescita del­la produzione e del consumo di merci. In un sistema economico che misura la crescita del benessere con la crescita del prodotto interno lordo, l’innovazione diventa un valore in sé. Si identifica col concetto di miglioramento. Poiché le innovazioni cambiano di continuo la situazione esistente, la disponibilità al cambiamento assume un ruolo centrale nel sistema dei valori condivisi. Diventa una pubblica virtù. Viceversa, la resistenza nei confronti delle in­novazioni diventa un vizio da sradicare, una manifestazione di chiusura mentale da ridicolizzare, un atteggiamento d’altri tempi da condannare…

Il capitolo prosegue con una lunga spiegazione di come il suddetto atteggiamento possa essere, ed in effetti è stato, molto pericoloso, in quanto può portare ad una spirale di continua distruzione del passato per far posto al futuro, ma eliminando in questo processo di distruzione anche molte cose, sia a livello di manufatti sia di ambiente naturale, che invece meritano ed in molti casi DEVONO essere salvate, in primis appunto l’ambiente naturale… tale atteggiamento, tutora  non mediato dal buon senso, comporta anche che… ciò che le innovazioni rendono vecchio e superato in tempi sempre più brevi, in parallelo alla crescita delle merci si ha una direttamente proporzionale crescita dei rifiuti. Più rapide sono le innovazioni di processo e di prodotto, più rapidamente invecchia­no e vengono sostituiti i manufatti e gli oggetti, più rapida è la crescita dei rifiuti. Oltre certi livelli può diventare addirittura superiore alla crescita del prodotto interno lordo. Tra il 2000 e il 2003 la produzione di rifiuti in Italia è cresciuta del 3,8 per cento, la produzione di merci del 2,4 per cento…

In parallelo alla crescita dei rifiuti, la crescita della produzione e della produttività comportano un proporzionale incremento del consumo di risorse e scaricano negli ambienti quantità crescenti di emissioni inquinanti. Nei processi produttivi in cui si utilizzano materie prime rinnovabili, l’esigenza di averne sempre di più spin­ge a forzare artificialmente i ritmi della loro riproduzione (come si verifica con le risorse agricole), mentre nei processi produttivi in cui si utilizzano materie prime non rinnovabili, induce a pro­durre sostanze alternative di sintesi (come fanno le varie branche dell’industria chimica) o a intervenire sulla struttura della materia (l’energia nucleare e le biotecnologie). Inoltre, la concorrenza im­pone che le innovazioni tecnologiche di processo vengano finaliz­zate a ridurre i costi di produzione e accrescere la produttività, fa­cendo passare in secondo piano, o ignorare del tutto, la valutazione del loro impatto ambientale. Così, per decenni, i processi di produzione industriale e agricola hanno scaricato nell’aria, nelle acque e nei suoli quantità crescenti di sostanze inquinanti gassose, liquide e solide…

A livello di politica…

l’obiettivo della crescita è comune ai due schieramenti, che si dividono sui mezzi per raggiungerlo e sui mo­di di distribuirne i benefici tra le classi sociali. I contendenti di entrambi i fronti partono dal presupposto che più la torta è gran­de e più ce n’è per tutti. Per i partiti di destra, con varie sfumatu­re, il mercato è lo strumento più efficace per farla crescere e per dividerne nel modo migliore le fette tra i soggetti che hanno contribuito a farla crescere col loro lavoro. La possibilità di inserire qualche correttivo politico non la escludono, purché non stravol­ga gli equilibri definiti di volta in volta dalla dinamica della do­manda e dell’offerta. Per i partiti di sinistra lo Stato deve invece intervenire nell’economia per ridistribuire in maniera più equa il reddito tra le classi sociali. A tal fine deve usare la leva fiscale per tassare in maniera progressiva i redditi più alti e spendere i pro­venti in servizi sociali e sostegni ai più disagiati. Altrimenti la cre­scita aumenterebbe le diseguaglianze, facendo pagare con un peg­gioramento delle condizioni di vita dei più deboli l’aumento dei privilegi dei più forti. Quale delle due posizioni fa crescere di più il prodotto interno lordo? Quale è più progressista? Se lo Stato interviene per attuare una distribuzione più equa del reddito tra le classi sociali, aumenta la quota del reddito destinata ai consu­mi. Di conseguenza la quota destinata agli investimenti si riduce. Se non interviene e lascia fare al mercato, la quota del reddito de­stinata ai consumi diminuisce e aumenta quella disponibile per gli investimenti in innovazioni tecnologiche. Pertanto, un’economia che non si pone il fine di una maggiore equità cresce di più e più in fretta di un’economia che se lo pone. Un’economia più giusta è meno produttiva e un’economia più produttiva è meno giusta. Se si fanno le fette più uguali, la torta resta più piccola e le fette sono più piccole. Se si fanno le fette meno uguali la torta diventa più grande e le sue fette più piccole possono essere più grandi delle fette più grandi della torta più piccola. Nei paesi industrializzati si è relativamente poveri con un reddito prò capite inferiore ai 500 euro. Nei paesi dell’ex blocco sovietico le buste paga raggiungono a mala pena la metà di questo valore. La povertà assoluta del pro­letariato di Londra nella seconda metà dell’Ottocento, descritta nella sua drammaticità in tante opere sociologiche, letterarie e ar-tistiche, ha consentito di investire in innovazioni tecnologiche che hanno accresciuto la produzione di merci fino al punto in cui, un secolo dopo, per trovare una domanda capace di assorbirle è sta­to necessario ampliare la fascia dei consumatori accrescendo il reddito monetario degli strati sociali più poveri. Le fette più pic­cole della grande torta che ora essi mangiano sarebbero ritagliate da una torta più piccola e sarebbero molto più piccole se non ci fosse stata la fame dei loro antenati, ma dalla sazietà e dagli spre­chi dei discendenti non traggono giovamento le sofferenze che es­si hanno patito. Come non ne traggono giovamento le sofferenze dei quattro quinti dell’umanità ai quali, per fare grande quella tor­ta di cui le classi subalterne dei paesi sviluppati mangiano le fette più piccole, viene sottratto ciò che è necessario per vivere. Un’e­conomia finalizzata alla crescita della produzione di merci non può non essere ingiusta. Non può non generare sofferenze sem­pre più acute e diffuse…

In definitiva… La libertà e la democrazia non possono essere limitate all’alternativa tra le due varianti interne allo stesso paradigma: destra o sinistra. O rinchiuse nello spazio ancora più angusto tra le due opzioni più simili delle due varianti: centrode­stra e centrosinistra. La libertà e la democrazia, per essere tali de­vono includere la possibilità di rimettere in discussione il paradig­ma e progettarne un altro. Chi rimette in discussione il paradigma progressista è più progressista dei progressisti che lo considerano un dogma intoccabile. Ma è anche conservatore, perché la critica dell’innovazione come valore in sé implica una rivalutazione del passato e il riconoscimento che non tutti i cambiamenti sono stati miglioramenti. Il progresso non esclude la conservazione, ma si realizza con una serie di aggiunte a un patrimonio di sapere e sa­per fare ereditato dalle generazioni precedenti. Chi critica il valore della crescita economica e l’ideologia progressista, rimette in di­scussione le categorie concettuali su cui si fonda la modernità…

quali innovazioni quindi conviene accettare e quali rifiutare: ovviamente si deve valutare caso per caso, ma il criterio ultimo è sempre quello della sostenibilià nel tempo, di ciclo chiuso… un sistema economico che pretende di accrescere in­definitamente la produzione di merci mentre le risorse sono limi­tate ed è limitata la capacità dell’ecosistema terrestre di assorbire le scorie della produzione, non ha potenzialità di futuro. Al livello di sviluppo raggiunto si sta già scontrando con i limiti del pianeta. Solo un sistema economico finalizzato a ridurre al minimo il con­sumo di risorse e la produzione di rifiuti, che riduce gli sprechi, aumenta la durata di vita degli oggetti e ricicla le materie prime contenute in quelli dismessi, utilizza le innovazioni tecnologiche per attenuare al minimo l’impatto ambientale dei processi pro­duttivi e non per aumentare la produttività, sviluppa al massimo l’autoproduzione di beni, le filiere corte, gli scambi non mercanti­li, in una parola, solo un’economia della decrescita ha una poten­zialità di futuro…

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Indispensabili: L’anticasta – Per un’Etica dell’utopia

Posted by giannigirotto su 2 dicembre 2010

Dopo aver inserito diverso tempo fa il libro “La Casta” nella mia sezione “Indispensabili“, sono estremamente felice di poter iniziare l’inserimento di estratti, capitolo per capitolo, di questo testo che spero diventi un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono utilizzare le esperienze positive già portate a termine in varie località italiane, per replicarle ovunque sia opportuno. Segnalo solo che questo libro parla di esperienze italiane, mentre in un altro testo, “Voglia di Cambiare“, sempre presente nella sezione “Indispensabili“, sono contenute le esperienze di successo avvenute in vari Paesi Europei.

Ecco ora il capitolo (clicca sulla copertina per vedere gli altri…):

PER UN’ETICA DELL’UTOPIA

di ALEX ZANOTELLI

Credo che il problema centrale della nostra società sia un problema etico. Il cuore della nostra crisi è la mancanza di un etica sia personale che sociale….

Fromm ritiene che la vita è bella quando la si dona, quando la si dà. Fromm mette alla base di una sana psicologia il detto di Gesù: “Fratello/sorella, se la tua vita la tie­ni per te sei morto! Ma se sei capace di darla, di donarla sei vivo! (Marco 8, 35)”. Si è vivi, gioiosi, felici quando si dà o si dona; si è tristi e infelici quando ci si rinchiude in sé stessi…..invece…La costrizione al consumo è diventata per noi tanto profon­da quanto il bisogno di sopravvivere, perché il modello consumistico rivela che il nostro stesso essere e scopo sono cal­colabili unicamente in termini di ciò che possediamo sono misurabili soltanto secondo quanto abbiamo e prendiamo….diventiamo cose, anzi tubi digerenti. È così che si crea ‘O Sistema….

II nostro è un sistema idolatrico a cui siamo pronti sacrificare gli esseri umani sia per fame (dieci milioni di morti all’anno), sia per guerra. Siamo oggi disposti a sacrificare anche lo stesso Pianeta (l’incombente crisi ecolo­gica)….

Siamo tutti oggi convocati a scegliere tra la vita e la morte. E non è più sufficiente dirlo con le parole, ma con le scelte quotidiane in campo economica, politi­co, Sociale, familiare. Òggi l’uomo deve fare una scelta epocale…. Perché questo avvenga, ogni uomo e ogni donna do­vranno fare un grande salto di qualità in umanità e di to­tale apertura all’altro. Deve nascere l’uomo nuovo. Ma l’uomo nuovo dovrà poi imparare a tradurre tutta questa ricchezza personale in campo sociale, politico, economico e ambientale…

Sapremo noi fare questo passaggio epocale in tempi i relativamente brevi e su scala planetaria? ….. Già compaiono qua e là i germogli di un mondo nuovo, di cui le esperienze raccontate in questo libro sono limpidi esempi.

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Indispensabili: L’anticasta – i Gruppi d’Acquisto

Posted by giannigirotto su 24 novembre 2010

Dopo aver inserito diverso tempo fa il libro “La Casta” nella mia sezione “Indispensabili“, sono estremamente felice di poter iniziare l’inserimento di estratti, capitolo per capitolo, di questo testo che spero diventi un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono utilizzare le esperienze positive già portate a termine in varie località italiane, per replicarle ovunque sia opportuno. Segnalo solo che questo libro parla di esperienze italiane, mentre in un altro testo, “Voglia di Cambiare“, sempre presente nella sezione “Indispensabili“, sono contenute le esperienze di successo avvenute in vari Paesi Europei.

Invito tutti, una volta letto questi interessatissimi estratti, di comprare il testo originale per poter completare la lettura, e magari a regalarne una copia ai propri consiglieri comunali, per far loro vedere come un’altro modo di amministrare è possibile.

Iniziamo pertanto con il primo esaltante capitolo che si potrebbe riassumere nello slogan “consumatori di tutto il mondo unitevi”… :

VINCERE LA PAURA DEL CAMBIAMENTO -risparmiare conviene e tanti iniziano a capirlo (di Jacopo Fo)

…….. C’è cibo in sovrabbondan­za: ogni anno buttiamo via la metà del cibo che producia­mo sulla Terra. E fabbrichiamo molti più tessuti di quanti ce ne possa­no servire. Bruciamo quattro volte i combustibili di cui avremmo bisogno perché non isoliamo le nostre abitazioni e usiamo mezzi di trasporto spinti da motori obsoleti e inefficienti…………

le multinazionali potrebbero risparmiare l’80-90% delle materie prime e dell’energia che consumano. Questa affermazione si basa sull’a­nalisi di decine di tecnologie innovative qua e là sperimentate

Jacopo Fo fa poi un brevissimo elenco dell’enorme spreco che lo Stato Italiano produce costantemente, affermando che una gestione corretta, normale, “non da ladri e cretini”, porterebbe ad un radicale mutamento in meglio della situazione sociale…………

Nel 1998, dopo aver letto Il banchiere dei poveri di Muhammad Yunus decisi di cercare anch’io di fare qualche cosa di concreto nel campo dell’economia. Per anni avevo dedicato tutte le mie energie alla produzione artistica e alla diffusione della cultura ribelle sbocciata negli anni settanta. Mi misi in testa di provare a diffondere pannelli solari per l’acqua calda e gruppi di acquisto di servizi (banca, assicu­razione, telefonia). L’idea, semplice, era che si potesse crea­re una struttura che oltre a diffondere principi di cooperazione ed ecologia mettesse a disposizione le nuove ecotecnologie e altri prodotti a prezzi onesti e con garanzie solide per i consumatori. Individuammo una serie di prodotti, li testammo, stipulammo contratti, creammo una serie di siti internet tematici e iniziammo a proporre il nostro pacchet­to innovativo e conveniente investendo parecchio denaro e lavoro nella diffusione della nostra proposta………….Quando finalmente il 28 febbraio 2007 la legge fu approvata nella forma corretta, partimmo con il gruppo di acquisto dei pannelli fotovoltaici raccogliendo in pochissimo tempo centinaia di adesioni e un’enorme risposta dal punto di vista dell’inte­resse: più di mezzo milione di persone entrò nella pagina web che Spiegava tutti i problemi relativi al fotovoltaico e come intendevamo affrontarli con il gruppo d’acquisto…………

Io credo che il fulcro del mantenimento del si­stema della violenza e della sopraffazione dipenda dalla forza dell’abitudine…..invece… Le esperienze degli ecovillaggi, dèi gruppi di acquisto, del commercio equo e solidale, delle banche del tempo, delle cooperative, mostrano che, a parità di reddito, le per­sone che fanno queste scelte hanno un tenore di vita più alto e una socialità più ricca e piacevole……

Ma la consociazione di questo gruppo è solo parziale. Bisognerebbe arrivare anche all’acquisto collettivo di au­to, elettrodomestici, case, assicurazioni e servizi bancali, riscaldamento, elettricità ecc. Il risparmio che si otterreb­be estendendo i gruppi di acquisto a tutti i prodotti e servizi raggiungerebbe l’equivalente di 3 stipendi all’anno.

Ciò significa cambiare radicalmente la situazione eco­nomica di una famiglia. Ma queste esperienze si diffondo­no con estrema lentezza nell’Occidente industrializzato. Diversa la situazione nei Paesi poveri dove le difficoltà spingono a buttarsi con meno paura nelle opportunità nuove che si presentano. Da noi invece i cambiamenti sono spesso rimandati se non sono strettamente necessari (cioè solo quando l’acqua tocca il sedere si impara a nuotare, ndr….)…... Poi mi sono dedicato a trovare anche il mo­do di finanziare tutto l’investimento necessario….. Ora sono arrivato al punto di offrire non solo un risparmio fin dal primo anno ma addirittura un anticipo in contanti, all’atto della firma del contratto, sui risparmi degli anni futuri…

…Che cosa succede se mettiamo insieme il risparmio energetico, i gruppi di acquisto, il microcredito e le impre­se capitaliste etiche? Otteniamo un mondo in cui le scelte di fondo delle multinazionali sono condizionate dai con­sumatori consociati che entrano nel merito della qualità dei prodotti. Oggi milioni di automobilisti desidererebbe­ro l’auto elettrica che si ricarica con i pannelli solari. Ma quest’auto al momento non è disponibile sul mercato non perché non sia possibile costruirla ma perché la domanda e l’offerta non s’incontrano………..

…se un gruppo di centomila consumatori si consociasse potrebbe avere subito un’auto elettrica e potrebbe perfino imporre scelte co­struttive. E otterrebbe anche prezzi molto interessanti. I gruppi di acquisto hanno un potere contrattuale potenzia­le enorme… I consumatori consociati possono offrire la sicurezza delle vendite attraverso acquisti programmati e al contempo tagliare i costi e i problemi legati alla vendita… E se un gruppo di consumatori può ordinare a un’azienda un’auto elettrica, può anche preten­dere che gli operai che la producono siano pagati in modo giusto e che durante il processo produttivo non siano causati danni all’ambiente. La consociazione degli acqui­sti avrebbe la possibilità di dissuadere gli imprenditori malvagi dal fomentare guerre e disastri ambientali, per­ché in un mercato controllato dai consumatori questi comportamenti verrebbero penalizzati dall’esclusione di queste imprese dal mercato consociato.

La consociazione degli acqui­sti avrebbe la possibilità di dissuadere gli imprenditori malvagi dal fomentare guerre e disastri ambientali, per­ché in un mercato controllato dai consumatori questi comportamenti verrebbero penalizzati dall’esclusione di queste imprese dal mercato consociato. I consumatori che diventano protagonisti dei loro stili di vita poi stanno anche molto attenti alla qualità dei poli­tici che votano, pretendendo da loro la stessa qualità che cercano nei consumi. Sono convinto che questo meccanismo si svilupperà in modo prepotente nei pròssimi vent’anni. Questo avverrà anche sulla spinta della neces­sità per tutte le famiglie di capire i propri consumi energe­tici e diminuirli drasticamente. Inoltre molti diventeranno microproduttori di energia dal sole o dal vento e anche questa democrazia energetica contribuirà a far crescere la cultura della razionalizzazione dei consumi.La conoscenza dei costi energetici sarà per molti il pri­mo passo verso lo sviluppo di una nuova coscienza dei consumi. E sarà questa nuova coscienza a cambiare il no­stro modo di vivere.Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per le ammini­strazioni pubbliche. Già esistono esperienze, come viene mostrato in questo libro, di discussione pubblica delle scelte e dei bilanci comunali, ma in questa direzione si po­trebbe fare molto di più rendendo trasparenti e visibili in rete appalti, liste di attesa di ospedali, costi di ogni ufficio e tassi di produttività. E qui mi fermo.Nei prossimi anni vedremo come evolveranno le cose.Io credo che si svilupperanno in questa direzione.

I consumatori hanno il potere sul mondo. Devono solo accorgersene e connettersi in rete.

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La “bolla immobiliare” Italiana

Posted by giannigirotto su 1 settembre 2010

Da più parti negli ultimi mesi si guarda con preoccupazione al rallentamento dell’economia Italiana, e in particolare del reparto immobiliare. La premessa, sin troppo ovvia, è che si è partiti da una condizione di estrema sopravalutazione. Il problema è serissimo e molto grave, e viene esaminato in questo articolo pubblicato nel numero di luglio/agosto della rivista “Valori“, pubblicata dal Gruppo di Banca Etica, di cui reporto subito alcuni stralci:

– Nel 2009 sono stati duecentomila i posti di lavoro persi e novemila le imprese edili cancellate.

– Alla base c’è sempre un sistema bancario compiacente che gonfia domanda, prezzi ed investimenti.

– Nel 2009 le sofferenze bancarie del settore sono salite del 47%

– Tutto ciò è il risultato di un lungo periodo di cementificazioni selvagge, come denunciato da moltissimi, tra i quali anche Beppe Grillo. Persino negli ultimi 15 mesi a Milano sono stati immessi 70 mila nuovi alloggi a trimestre, di cui circa il 60% è riconducibile a progetti speculativi, ossia senza un reale fabbisogno.

– I fondi immobiliari italiani hanno docuto svalutare i propri asset per 297 milioni di euro, portando il bilancio 2009 in perdita per 165 milioni, rispetto un utile di 56 milioni dell’anno precedente. contemporaneamente gli investitori stranieri non trovano appetibile il nostro mercato immobiliare, e dal 2007 al 2009 i titoli delle società immobiliari hanno perso il 67% del loro valore.

– Le domanda ora è: in che modo le banche spalmeranno eventuali perdite sulla masse dei risparmiatori? Anche tenendo conto della spada di Damocle del debito bancario, dal momento che tra il 2011 e il 2012 gli istituti dovranno rimborsare 245 miliardi di obbligazioni sottoscritte dai risparmiatori, che saliranno a 503 entro il 2014. Cifre enormi anche per loro (un terzo del Pil italiano)……

Il timore è che, come sempre, di questa situazione beneficeranno sopratutto i ricchi e ricchissimi, che potranno acquistare a prezzi ribassati unità immobiliari da rivendere poi, tra qualche anno, a crisi si spera passata, a prezzi che in breve tornerebbero a ben più alti livelli.

Per contrastare tali speculazioni è neccessario diffondere il più possibile un’informazione corretta, e ricordo a tutti che tramite l’azionariato critico, Banca Etica è in prima linea per fare la sua parte, ma ha bisogno dell’ aiuto concreto di noi tutti. Se volete unirvi visitate il sito di Banca Etica.

Vi sono piaciuti questi articoli della rivista “Valori“? Per chi fosse interessato è disponibile online un vasto archivio con tutti gli arretrati (tranne i numeri più recenti)…

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Il nucleare conviene? alle banche certamente!

Posted by giannigirotto su 30 agosto 2010

Di seguito riporto alcuni stralci dell’articolo/inchiesta pubblicato nel numero di luglio/agosto della rivista “Valori“, pubblicata dal Gruppo di Banca Etica, e che tratta del rapporto tra gli investimenti necessari per costruire le costosissime centrali nucleari, che rappresentano per gli istituti di credito un affare gigantesco.

– Le Banche francesi sono in primissima fila, con cifre enormi, nel business del finanziamento di tali opere. Sarà quindi un caso che l’italia di Berlusconi abbia stabilito rapporti strettissimi con il governo francese?

– Non esiste una domanda di energia elettrica aggiuntiva tale da giustificare nuovi grandi centrali nucleari (vedi riquadro verdino a sinistra dell’articolo….)

– I costi inizialmente previsti spesso lievitano enormemente, e per le banche questo è meraviglioso.

– Unicredit è altresì impegnata. Ricordo che Unicredit che al 12% della Libia di Gheddafi e al 12% dell’Arabia Saudita. Vedi primo commento su http://www.beppegrillo.it/2010/08/la_bancarotta_della_terra/index.html

Per contrastare lo strapotere delle banche è neccessario diffondere il più possibile un’informazione corretta, e ricordo a tutti che tramite l’azionariato critico, Banca Etica è in prima linea per fare la sua parte, ma ha bisogno dell’ aiuto concreto di noi tutti. Se volete unirvi visitate il sito di Banca Etica.

Vi sono piaciuti questi articoli della rivista “Valori“? Per chi fosse interessato è disponibile online un vasto archivio con tutti gli arretrati (tranne i numeri più recenti)…

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Indispensabili – Voglia di cambiare: Turismo

Posted by giannigirotto su 12 luglio 2010

Proseguo la sintesi di questo libro che ho inserito nella mia sezione “Indispensabili” per la sua proposività. Infatti non è l’ennesimo testo di mera denuncia delle grandi e piccole disgrazie che affliggono vuoi l’Italia vuoi il mondo in generale, ma al contrario l’autore è andato a ricercare i modelli di eccellenza che permettono ad altri Paesi di risolvere al meglio tanti problemi. Giusto per darvi un assaggio del contenuto e stimolarvi a leggere questo e gli altri articoli:

– La Svezia ha quasi azzerato le morti bianche, conquistando il primato mondiale della sicurezza sul lavoro grazie all’”ombudsman” dei lavoratori, ovvero il delegato per la salute e la sicurezza.

– Con l’invenzione della corsia dinamica, in Spagna non si vedono più ingorghi in entrata e in uscita dall’autostrada, mentre i treni corrono superveloci.

– A Friburgo, in Germania, i cittadini hanno detto no al nucleare, ma contemporaneamente hanno detto sì alle energie “dolci” e trasformato l’energia solare in un formidabile business.

– L’Inghilterra ha scelto i migliori architetti per progettare case popolari di pregio e quartieri a misura d’uomo, e con controlli severi ha dimezzato le stragi sulle strade.

– I danesi non hanno più l’incubo della precarietà grazie alla “flessicurezza”, che da una parte consente agli imprenditori di licenziare con molta facilità il personale, dall’altra offre al disoccupato un’indennità del 80% dello stipendio e sopratutto un rientro velocissimo nel mondo del lavoro.

Esaminiamo ora il seguente capitolo:

GRAN TURISMO ALLA FRANCESE

Partiamo da dei dati di fatto… la Francia è ormai stabilmente, dal 1990, prima potenza turistica mondiale ….. Titolo che nel 1970 spettava all’Italia. Sì, eravamo il paese più visitato al móndo. Oggi siamo al quinto posto…..e l’Associazione mondiale delle imprese turistiche ha de­classato l’Italia al centosettantatreesimo posto (su centosettantasei paesi!) per le prospettive di crescita nel settore. A questo si aggiunge una rete logistica (autostrade e ferrovie) che in Italia è molto meno efficente che in Francia.

Vediamo ora alcuni punti pratici di offerta turistica:

Noi italiani siamo stati i primi al mondo nel turismo termale: ri­sale agli antichi Romani la formula Spa, ovvero Salus per aquam. Le antiche terme non si limitavano ad avere una funzione meramente curativa, ma offrivano anche un carattere ricreativo, Ebbene, in Francia sono riusciti a trasformare questa attrazione in un’attività che tutto l’anno si muove e gratifica ed è diventato un prodotto tu­ristico sempre godibile. Da noi, invece, le domeniche e l’inverno è regola trovare chiusi gran parte degli stabilimenti, tranne rare ecce­zioni …. Così la felice in­tuizione del “mare da vivere d’inverno” è difficile che faccia aumen­tare i pernottamenti.»

– dalla Camargue alla Loira. In questi tratti di Fran­cia la navigazione di fiumi e canali è principale affare turistico. Sono più di trecento le società che gestiscono il business del­l’acqua dolce. Tutta l’Europa si è mossa in questa dirczione. Già oggi esistono venticinquemila chilometri di idrovie. In Inghilterra è stata restaura­ta la rete dei canali per facilitare il transito dei battelli. In Germania su Reno, Danubio ed Elba viaggiano ogni anno cinquecentomila vi­sitatori. Ma parliamo della Loira, che con i suoi mille chilometri è il fiume più lungo della Frància. Le sue acque, sulle quali si posarono gli ultimi sguardi di Leonardo da Vinci, sono navigabili da sempre, e offrono uno spettacolo di natura e arte con la presenza di ben seicen­to castelli (i nostri «cugini» hanno capito che con la storia si fanno affari). «Dei 652 chilometri del Po, invece, solo una parte è navigabi­le. La parola d’ordine dovrebbe essere: estendere la rete. Ma andare da Milano a Venezia via fiume resta un sogno. E in Lombardia i na­vigli leonardeschi sono da mezzo secolo quasi tutti chiusi alla naviga­zione. Sono stati costruiti ponti raso acqua che impediscono il pas­saggio delle barche…. Milano era una città d’acqua meravigliosamente raccontata prima da Petrarca e secoli do­po dai grandi dell’Ottocento. I navigli sono una rete viva ancor oggi. Ripristinare la navigabilità e riqualificare il patrimonio delle case, vil­le e borghi sulle sponde potrebbe non solo consentire alle giovani coppie di avere case ad affitti o a prezzi d’acquisto accettabili, ma an­che far nascere un’offerta alberghiera piacevole e a minor prezzo che in città.»

Maison de la France: è l’organismo incaricato di promuovere l’immagine della Francia all’estero, diventato un modello. Oggi conta oltre mille associati contro i settanta del 1987, quando fu creata, e gode di un bilancio di set-tantacinque milioni di euro, tre volte il fondo del nostro Enit. La lezione principale della Maison è che l’immagine del paese all’estero non può più essere gestita dalle regioni con politiche differenziate, ma va ripresa in mano da una cabina di regia unica, che rafforzi il marchio Italia. Anche perché la meta per le vacanze individuata come la più interessante dai nostri ricercatori all’estero è proprio l’Italia: però poi il sogno non si realizza perché insorgono mille difficoltà. «Quindi una Casa Italia e un sito internet italia.it finalmente attivo e funzionante secondo le tre E propugnate dalla Corte dei Conti: economico, efficace, efficiente. E, nella prossima legge Finanziaria, promuovere un “piano bellezza” basato su un’altra tripla, una tripla A: ammodernare, abbellire, accelerare. Auspico che nella prossima Finanziaria ci sia posto per un grande progetto di ammodernamento dei nostri hotel. Non solo per introdurre internet, ma anche per bagni più adeguati e arredamenti degni del made in Italy. «Penso a misure che facilitino il rinnovamento dell’intero patrimonio alberghiero, dall’armadio alle luci, dai mobili al sofà, alle tecnologie di climatizzazione e riscaldamento. Come? Grazie a una fiscalità e a mutui agevolati, come è già avvenuto felicemente per la ristrutturazione delle case. Molti operatori privati si danno da fare ma sono soli. Occorre poi frenare i prezzi, liberare più spiagge, rendere sempre più il paese un museo a ciclo aperto, favorire i collegamenti con le piccole Italie e valorizzarne le attrattive, comunicare meglio le mete, pensare meno al turismo di massa. Insomma, imitare la Francia.

E poi una sana autocritica; qui in Italia non trattiamo abbastanza bene i turisti, e parlo in primis per gli operatori del settore, ma in generale anche per tutti i cittadini. Guardiamo invece con ammirazione cosa ha detto …il responsabile del Turismo francese, Lue Chatel, con un coraggioso atto di umiltà ha invitato nel settembre 2007 i suoi connazionali a rimboccarsi le maniche e a essere più pazienti e più sorridenti con i visitatori. Ecco le sette regole di buona educazione che Chatel (ex portavoce del presidente Nicolas Sarkozy) ha dettato agli addetti e più in generale ai francesi a contatto con il grande pubblico:

1) siate i primi a salutare il turista straniero; 2) non gettate il resto sul bancone con malagrazia e siate pazienti nelle trattative; 3) se sapete un po’ di inglese, non fate fìnta di non conoscerlo. Siate coraggiosi e generosi: usatelo con gli stranieri; 4) se i turisti che vengono dall’estero cercano di parlarvi in francese, non mostrate fastidio per i loro errori; 5) i dipendenti delle poste agli sportelli dovrebbero portare delle spille che indicano con chiarezza quali lingue parlano; 6) appendete un cartello con la scritta «benvenuti» alla vostra vetrina. Meglio ancora se il cartello è in più lingue; 7) se non siete in grado di seguire questi consigli, allora siate almeno gentili e sfoggiate sempre un bel sorriso.

Mentre, rivolto ai cittadini ed alle comunità è ….il decalogo del sociologo Domenico De Masi, per tre anni assesso­re di Ravello, sulla costiera amalfitana, per coloro che vogliono coltivare e au­mentare la bellezza del loro luogo:

1) Eliminate quel che c’è di brutto nel vo­stro centro ed educate i ragazzi ad amare i punti belli della loro città; 2) il punto in cui è nato un poeta o è avvenuto un incontro storico importante de­ve diventare il cuore del paese; 3) fate incontrare gli «spiriti» del posto affin­chè costruiscano qualcosa di grande per la vostra terra; 4) rispettate i visitato­ri, affinchè i visitatori rispettino il luogo; 5) assicurate la qualità dei servizi e l’equità dei loro costi; 6) fate capire ai commercianti che parte del loro guada­gno deve essere restituito alla città. Tutto servirà per abbellire e rendere più funzionale il vostro luogo; 7) esaltate anche gli altri punti di un centro: cultu­ra contadina, arti minori, borgo di pescatori e così via; 8) ottenete dagli am­ministratori pubblici una promessa: se non raggiungono l’obiettivo, dovran­no dimettersi; 9) procuratevi e trasmettete le informazioni con accuratezza; 10) contribuite personalmente all’ulteriore perfezionamento dello spirito del vostro paese.

E come si vede quindi c’è bisogno dell’impegno di tutti…..!

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Indispensabili – Voglia di cambiare: Mobilità (strade e ferrovia)

Posted by giannigirotto su 7 luglio 2010

Proseguo la sintesi di questo libro che ho inserito nella mia sezione “Indispensabili” per la sua proposività. Infatti non è l’ennesimo testo di mera denuncia delle grandi e piccole disgrazie che affliggono vuoi l’Italia vuoi il mondo in generale, ma al contrario l’autore è andato a ricercare i modelli di eccellenza che permettono ad altri Paesi di risolvere al meglio tanti problemi. Giusto per darvi un assaggio del contenuto e stimolarvi a leggere questo e gli altri articoli:

– La Svezia ha quasi azzerato le morti bianche, conquistando il primato mondiale della sicurezza sul lavoro grazie all’”ombudsman” dei lavoratori, ovvero il delegato per la salute e la sicurezza.

– Con l’invenzione della corsia dinamica, in Spagna non si vedono più ingorghi in entrata e in uscita dall’autostrada, mentre i treni corrono superveloci.

– A Friburgo, in Germania, i cittadini hanno detto no al nucleare, ma contemporaneamente hanno detto sì alle energie “dolci” e trasformato l’energia solare in un formidabile business.

– L’Inghilterra ha scelto i migliori architetti per progettare case popolari di pregio e quartieri a misura d’uomo, e con controlli severi ha dimezzato le stragi sulle strade.

– I danesi non hanno più l’incubo della precarietà grazie alla “flessicurezza”, che da una parte consente agli imprenditori di licenziare con molta facilità il personale, dall’altra offre al disoccupato un’indennità del 80% dello stipendio e sopratutto un rientro velocissimo nel mondo del lavoro.

Analizziamo quindi il seguente capitolo:

LOGISTICA E MOBILITA’

Una prima innovazione che merita attenzione è la “corsia dinamica”, che gli spagnoli chiamano “Bus-Vao”, e che ha ottenuto il risultato di eliminare code ed inghorghi del traffico pendolare nelle autostrade che circondano le grandi città. E’ un piccolo uovo di colombo: …una corsia preferenziale a senso unico alternato con due carreggiate. La mattina dei giorni la­vorativi il senso di marcia va dalla periferia al centro di Madrid, la sera dal centro alla periferia. Ma attenzione, gli unici veicoli autorizzati a usare la «corsia dinamica” sono gli autobus e le automobili con almeno due passeggeri….

Parlando di mobilità in generale…tra i grandi paesi europei, l’Italia presenta il massimo squilibrio a favore del trasporto su gom­ma e più elevata quantità prò capite di mobilità motorizzata: quindicimiladuecento chilometri/abitante annui, +22 per cento sulla media europea, +44 per cento rispetto alla Germania…..In Italia, delle duecentoquaranta opere definite dal governo prioritarie, meno di una decina riguardano la mobilità urbana. E questo nonostante che il 64 per cento del traffico automobilistico si svolga nel raggio di cinque chilometri dal centro delle città e il 19 per cento entro un raggio di dieci chilometri (cioè entro i sedici chilometri della spa­gnola «corsia dinamica»).

Gli spagnoli vanno giustamente fieri dei loro treni ad alta velocità….sono talmente puntuali che le ferrovie spagnole, prime al mondo, assicurano sulle tratte ad alte velocità il rimborso del 100% del prezzo del biglietto per ritardi superiori ai cinque minuti (sì, avete letto bene: cinque minuti!)……La linea tra Madrid e Siviglia è stata la prima rete spagnola ad adottare il sistema di alta velocità già in funzione in Giappone, Francia e Germania. La costruzione di questo tratto Ave fu decisa nel 1988 dal governo socialista di Felipe Gonzalez. Il costo fu di ventisette milioni di euro (la quarta parte finanziata dai fondi dell’Unione europea). Dopo quattro anni di lavori la linea fu inaugurata nell’aprile 1992. Gli ultimi tagli di nastro Zapatero li ha fatti (a opera completata, non al varo di un progetto come si usa fare da noi, per esigenze televisive) nel 2007….(inoltre il costo al Km per la Spagna è di 12 milioni al Km contro i 37 dell’Italia, ed inoltre li spagnoli hanno utilizzato gli aiuti Comunitari, noi no…)….L’obiettivo del nuovo Piano strategico di infrastrutture e trasporti (in sigla, Pett) 2005-20, approvato dal governo Zapatero, è quello di sostituire la vecchia rete a raggio con un sistema a forma di maglia che unisca tutti i capoluoghi di regione tramite autostrada o ferrovia. Per ottenere questo obiettivo la rete ad alta velocità dovrà passare dagli attuali 1543 chilometri a diecimila chilometri….

Ma ferrovie spagnole non significa solo alta velocità, la Spagna ha altri tre obiettivi:

– valorizzare il patrimonio ferroviario minore, ancora in esercizio, con tutte le sue potenzialità per il «turismo dolce»;

– rimettere in funzione alcune ferrovie da tempo soppresse ma che potrebbero svolgere ancora un utile servizio, specialmente nella prospettiva di una trasformazione in senso ecologico della mobilità delle persone;

– trasformare le ferrovie dismesse in piste ciclo-pedonali. In quest’ultimo settore, che qui chiamano Vias verdes (in inglese, Greenways), la Spagna batte tutte le altre nazioni che hanno già pedalato in questo senso, incoraggiando questa mobilità turistica ecosostenibile…..

«Prendete una ferrovia, che sia abbandonata da trenta-quarant’anni; accertatevi che non passino più treni; togliete con cura binari e traversine. A parte prendete le stazioni, svuotatele e metteci un ripieno di caffè, piccoli ristori, ostelli e centri informazioni. Poi stendete sulla vecchia ferrovia una sfoglia leggera di terra battuta e lasciate asciugare. Infine mettete assieme tutto, lasciate rassodare e servite in bicicletta». Ecco il nuovo piatto forte spagnolo: le Vias verdes. Un menu di milleseicento chilometri di ferrovie dimenticate che sono state trasformate in splendide piste ciclabili per i bikers più accaniti o per le famiglie in cerca di svago. C’è da perderci la testa o programmare subito una vacanza su due ruote perché di Vias verdes ce ne sono in tutta la Spagna e, insieme, formano una rete ciclabile unica nel suo genere. «Con questa operazione abbiamo ottenuto tre importanti traguardi: incoraggiare la mobilità sostenibile; incentivare nuove forme di turismo “dolce”; riabilitare la memoria e il patrimonio ferroviario storico.»

Altri strumenti utilizzati per decogestionare il traffico cittadino: Le realizzazioni più recenti hanno nomi esotici per i locali: Bi-cing e Trixi. Il primo è il sistema lanciato dalle autorità comunali, investendo i soldi delle multe e dei parcheggi, per ridurre l’inquinamento e sfoltire il congestionamento del traffico: il bici sharing (www.bicing.com). Chi fa spostamenti quotidiani di meno di trenta minuti può usufruire di questo comodissimo mezzo di trasporto che costa soltanto ventiquattro euro l’anno. In tutta la città catalana hanno installato duecento stazioni-parcheggio per un totale di tremila biciclette. Da quando è entrato in funzione, dal marzo 2007, Bicing conta già più di centomila abbonati sta diventando il mezzo di trasporto favorito per andare al lavoro o per uscire. II servizio è totalmente automatico: basta andare a un parcheggio Bicing, far passare la propria scheda al lettore ottico e aspettare che sullo schermo compaia il numero di bicicletta che si può prendere. Una volta arrivati a destinazione basta recarsi alla più vicina stazione Bicing e incastrare la bicicletta in una postazione libera (come da noi con i carrelli della spesa nei supermercati). Se si superano i primi trenta minuti si paga un plus di trenta centesimi per i trenta minuti successivi (fino a un massimo di due ore). Bicing funziona dalle 5 del mattino alle 24 (il venerdì e sabato 24 ore su 24). Barcellona è stata anche la prima città del Mediterraneo ad attivare un mezzo di trasporto alternativo già sperimentato in Europa a Londra, Copenhagen, Amsterdam e in alcune città tedesche (eh sì, gli amministratori catalani sanno applicare la teoria della buona emulazione). Si chiama Trixi, sono veri e propri taxi a forma di triciclo. Totalmente ecologici e silenziosi (un motore elettrico aiuta l’autista a pedalare), possono trasportare due persone oltre all’autista. Mezzo di trasporto ideale per i turisti che senza stress vanno a passeggio per la città. Funzionano dalle 11 alle 20 e le tariffe vanno da un minimo di sei euro per un quarto d’ora a un massimo di diciotto per un’ora….Con l’aiuto di tecnologie nuove e sempre più amiche, Barcellona ha ottimizzato il controllo del traffico. Per esempio, sulla Diagonal, la strada che, come dice il nome stesso, attraversa l’intera città in diagonale, si utilizza la strategia delle corsie dinamiche, quelle in grado di poter essere occupate dal senso di marcia di maggior traffico, utilizzate anche a Madrid, come abbiamo visto. I semafori sono sincronizzati per una velocità oraria pari a cinquanta chilometri: rispettando questa andatura è possibile trovare un numero di semafori verdi quasi all’infinito. Sensori magnetici posti sotto l’asfalto rilevano le corsie che hanno maggiore bisogno del segnale verde, limitando le soste inutili quando nelle corsie opposte non passa nessuno. In più, collegandoti via internet, hai in tempo reale la situazione del traffico urbano offerto da una serie di telecamere piazzate nelle strade chiave, e scopri dove sono i parcheggi disponibili.

Metro: a Madrid si contano oltre 177 chilometri di binari (a Milano, che pure eccelle, sono 70) sui quali sfrecciano di continuo, tranne quattro ore di pausa notturna, le 1277 vetture che collegano 158 stazioni (servite da 975 scale mobi­li e 141 ascensori) di 12 linee che coprono tutta l’area urbana e alcuni punti di quella metropolitana, compreso l’aeroporto di Barajas distante 13 chilometri.

Taxi: con la liberalizzazione del mercato, dal 2003, a Barcellona ci sono dieci taxi ogni mille abitanti, contro i due di Roma e l’1,5 di Milano. Al mondo so­lo Washington ne ha di più: dodici ogni mille abitanti: per gli utenti italiani, sfiancati da auto bianche rare e costose, Barcellona è il paradiso dei taxi. I do­dicimila tassisti della città si aggiornano sul futuro della professione con la Fie­ra del Taxi: nuove tecnologie per monitorare il traffico, evitare gli ingorghi, portare i clienti a destinazione in fretta per soddisfarli il più possibile e, al con­tempo, fare più corse.

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Integro questo capitolo con un estratto da un articolo di Altroconsumo (nel quale si parla della situazione del trasporto pubblico in Italia), che riporta un’intervista all’Ente deputato a ricercare migliori soluzioni sul tema, e tre esempi di eccellenza in Europa.


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Indispensabili – Voglia di Cambiare: La Casa ideale a costi sostenibili

Posted by giannigirotto su 5 luglio 2010

Proseguo la sintesi di questo libro che ho inserito nella mia sezione “Indispensabili” per la sua proposività. Infatti non è l’ennesimo testo di mera denuncia delle grandi e piccole disgrazie che affliggono vuoi l’Italia vuoi il mondo in generale, ma al contrario l’autore è andato a ricercare i modelli di eccellenza che permettono ad altri Paesi di risolvere al meglio tanti problemi. Giusto per darvi un assaggio del contenuto e stimolarvi a leggere questo e gli altri articoli:

– La Svezia ha quasi azzerato le morti bianche, conquistando il primato mondiale della sicurezza sul lavoro grazie all’”ombudsman” dei lavoratori, ovvero il delegato per la salute e la sicurezza.

– Con l’invenzione della corsia dinamica, in Spagna non si vedono più ingorghi in entrata e in uscita dall’autostrada, mentre i treni corrono superveloci.

– A Friburgo, in Germania, i cittadini hanno detto no al nucleare, ma contemporaneamente hanno detto sì alle energie “dolci” e trasformato l’energia solare in un formidabile business.

– L’Inghilterra ha scelto i migliori architetti per progettare case popolari di pregio e quartieri a misura d’uomo, e con controlli severi ha dimezzato le stragi sulle strade.

– I danesi non hanno più l’incubo della precarietà grazie alla “flessicurezza”, che da una parte consente agli imprenditori di licenziare con molta facilità il personale, dall’altra offre al disoccupato un’indennità del 80% dello stipendio e sopratutto un rientro velocissimo nel mondo del lavoro.

Vediamo ora il seguente capitolo:

LA CASA IDEALE A COSTI SOSTENIBILI

vediamo subito alcuni concetti specifici….:

presto nessuna casa potrà essere più costruita in Gran Bretagna senza un certificato di garan­zia ecologica;

– Basta case a due piani, sono invivibili per gli anziani. La casa adeguata per tutte le fasi della vita, preferibilmente su un piano solo, invece di costare farebbe risparmiare al contribuente ol­tre otto miliardi di euro nei prossimi sessant’anni. Perché ridurrebbe la necessità di ristrutturazioni da parte di anziani non più in grado di fare le scale o di stare da soli e abbatterebbe le spese a carico della comunità per pensionati e ospizi. Come deve essere la casa ideale per gli anziani? Eccola: posto auto fino a 3,3 metri di larghezza. Sentiero che porta dal box alla casa, così come tutti gli ingressi, a livello strada. Porte larghe almeno 75 centimetri e corridoi almeno 90 centimetri. Spazio per girare in car­rozzella in tutte le stanze. Sala da pranzo e una stanza da letto a pian­terreno. Bagni accessibili con la sedia a rotelle e provvisti di corri­mano. Possibilità di mettere un ascensore per disabili sulle scale. Prese, interruttori e altri comandi accessibili a tutti.

– Il colosso svedese Ikea sbarca in Gran Bre­tagna con la società Boklok che, dopo i mobili, vuole vendere agli inglesi il proprio modello Live-Smart di casa …… L’accordo con il governo, pre­vede la costruzione, da un capo all’altro del Regno Unito, di interi villaggi prefabbricati.

– dal 2016 tutte le nuove abitazioni siano a emissione zero di anidride carbonica. Un esempio concreto su tutti è la lottizzazione di BedZed, la prima cittadella simbolo di una «ur­banizzazione sostenibile»….«BedZed significa Beddington Zero Energy Development (zero impiego di idrocarburi) ….. Per costruire BedZed sono stati usati perlopiù materiali di recupero: le strutture d’acciaio di una vecchia stazione e di una centrale per la depurazione delle acque, il legno e il vetro provenienti dai cantieri della zona. I materiali nuovi sono stati ac­quistati a non più di cinquanta chilometri, per facilitare il traspor­to e ridurre le emissioni nocive di auto e camion. …… i muri sono spessi settanta centimetri, cioè due o tre volte quelli delle normali costruzioni. Sono formati da due strati di mattoni, E tutte le case sono orientale verso sud, per poter immagazzinare il massimo del calore.» La caldaia, comune all’intero complesso, è alimentata con legno di alberi abbattuti. L’acqua piovana viene raccolta dalla grondaia verso un serbatoio, pronta per essere riutilizzata per l’irrigazione o gli usi domestici. I bagni funzionano grazie a speciali raccoglitori dell’acqua piovana, che viene purificata e riciclata biologicamente su un letto di canne. Le pareti delle case sono ermeticamente coi­bentate per impedire lo scambio di calore con l’esterno, non solo tramite l’installazione di doppi e tripli vetri alle finestre ma anche e soprattutto nella scelta dei materiali di costruzione. Gli abitanti di qui producono localmente il 20 per cento dell’energia elettrica e, grazie ai minori sprechi energetici, abbattono del 25 per cento la restante bolletta di gas ed elettricità, e del 50 per cento il consu­mo di acqua rispetto a una normale abitazione inglese. Laddove non arriva l’architettura subentrano le regole del vivere civile. Per esempio ci si sposta con il car sharing, cioè con la condivisione delle quattroruote: alcune vetture elettriché sono gestite in comune dagli abitanti…..e questi sono stati appositamente mescolati come età e tipologia, per creare un miscuglio il più possibile eterogeneo…..

Quanto sopra si unisce alla facilità, velocità e “cambiabilità” nel mercato dei mutui-casa, con pratiche che si possono fare anche al telefono e portano all’erogazione del prestito in una settimana….

Da noi l’edilizia sociale, cancellata dall’ideologia liberista, è un elenco di inadempienze, di disinteresse e di voracità dello Stato. La tassazione porta via agli enti di gestione delle case popolari fino al 35 per cento degli introiti degli affìtti con il peso sociale di un’e­mergenza che rischia di sfuggire di mano: perché aumentano gli abusivi (un inquilino su cinque), i delinquenti, i taglieggiatori, i clandestini, quelli che fanno paura agli anziani soli e agli onesti barricati nei casermoni delle perfìerie urbane, costretti a rendere conto a improponibili capibastone, i nuovi boss del mercato degli affitti. La politica ha usato le case popolari come una mangiatoia per i voti, senza contrastare con un piano vero il degrado e il fabbi­sogno abitativo. Nelle case popolari italiane ormai un abitante su due è un anziano che fa fatica a tirare a fine mese. Ma c’è una mas­sa crescente di richieste inevase, a Roma mancano almeno ventitremila alloggi e a Milano quasi diciassettemila. Gli enti sono soffoca­ti, non ci sono i soldi, i fondi statali sono prosciugati e anche le re­gioni, cui spetta un ruolo decisivo, avviano pochi programmi e ba­dano a gestire il patrimonio esistente: se ne vanno per un terzo in Irpef, Irpeg, Ici e altro. E poi aumenta la pressione degli immigrati: in certe case di cinquanta metri quadrati dormono anche in otto nei letti a castello. La situazione riassunta in pochi numeri:

– 270 miliardi di euro: il valore sul mercato del patrimonio di case possedute dallo Stato. Ma che dal 2002 al 2006 ci è costato oltre novecento milioni di euro. Tra occupazioni abusive (un inquilino su cinque), gestioni clientelari e inquilini morosi.

– 1.100.000: gli alloggi disponibili in Italia, secondo Federcasa, il triplo che in Francia e in Gran Bretagna.

– 62.000: le unità abitative nella sola città di Milano e provincia. Si tratta del maggior patrimonio immobiliare pubblico. Nel 2006 nel capoluogo lombardo sono stati aggiudicati 322 appartamenti. Altri 140 sono stati occupati.

– 600.000: le case popolari mancanti in Italia, in base alle domande inevase.

– 14,39: la percentuale degli alloggi dell’Istituto case popolari (lacp) occupati in Sicilia senza titolo rispetto al totale degli alloggi gestiti. L’isola è in testa a questo fenomeno, seguita dalla Campania (13,58 per cento).

– 9,7 per cento: il peso (per spese e affino) sul bilancio familiare nel Regno Unito. In Italia sale al 24,7 per cento.

riqualificare il vecchio, anzichè costruire sempre nuovo: a Londra stanno… riqualificando un territorio di sessantacinque chilometri lungo le rive del Tamigi, pieno …di industrie in abbandono (come a Milano, dove le aree industriali dismesse sono la maggiore risorsa territoriale esistente). È una miniera preziosa di 3150 ettari di terreno edificabile che sarà trasformato, entro il 2016, in centosessantamila unità immobiliari, dall’architettura moderna ed ecosostenibili. «Entro il 2008 saranno pronte trentamila case da destinare alle categorie più deboli, che potranno affittarle con le medesime modalità vigenti per le case popolari»…… Oltre a venire incontro all’ingente richiesta di alloggi, il progetto produrrà anche centottantamila nuovi posti di lavoro.

Infine gli inglese sono riusciti a riportare in ottime condizioni proprio il Tamigi, che era ormai moribondo, attraverso una serie di interventi semplici e di buon senso che neppure voglio elencare, visto che qui in Italia non sono le leggi che mancano ma la volontà di farle applicare…..e le classi dirigenti preferiscono ancora pensare all’ambiente come ad una discarica inesauribile, credendosi immuni dalle leggi della chimica del ciclo alimentare…

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Indispensabili – La Deriva – Quali fonti energetiche?

Posted by giannigirotto su 16 aprile 2010

clicca per l'indice capitoli...Proseguo la lettura di questo testo che consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, frutto della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Cap.6 – Ingordi d’energia, senza pagar dazio

Avvertenza: il libro è stato pubblicato nel 2008, per cui è presumibile sia stato scritto qualche mese prima, ma sopratutto forse con dei dati e statistiche che non sempre sono aggiornatissime…..se vi interessa inoltre una disamina più completa sull’argomento ricordo che in questo sito potete leggere anche il libro “Energia oggi e domani….” scritto dai prof.ri universitari Balzani e Armaroli.

……….poveri come siamo di materie prime, la nostra autonomia è pari al 12% del totale. Per il resto dipen­diamo dall’estero. Il 12% lo compriamo direttamente dai Paesi vicini….. Il 75% ce lo facciamo da noi ma solo grazie a materie prime acquistate da governi e società stranieri (gas dalla Russia e dall’Algeria, pe­trolio da più parti). Risultato: l’energia elettrica prodotta in Ita­lia costa il 60% più della media europea, due volte quella fran­cese e tre volte quella svedese.

Il capitolo prosegue con la descrizione delle conseguenze dei referendum che “bocciarono” il nucleare in Italia. Ora mentre resta aperto il dibattito se tale decisione fu giusta o meno ecco alcuni fatti poco conosciuti: La centrale di Caorso, in quel momento spenta perché sta­vano cambiando il combustibile, non venne più riaccesa. Quel­la di Montalto di Castro, intitolata ad Alessandro Volta, era praticamente pronta. Restavano da montare le turbine, inserire le barre d’uranio e girare l’interruttore: non fu mai avviata. Era costata 6000 miliardi di lire. Avrebbero dovuto smantellarla, si decise di soprassedere: troppi soldi, centinaia di miliardi. Ma siccome il sito era ormai attrezzato, si avviò lì accanto la costru­zione di una centrale termoelettrica: la più grande d’Europa, con una ciminiera di 200 metri. «Per l’amor di Dio: no!», scongiurò il presidente dell’E­nea, Umberto Colombo. Spiegando che, per una complessa questione tecnica, se fosse passata la linea di una riconversione a gas dell’impianto si sarebbe finito «per accettare tutto il peg­gio del nucleare in termini di costi d’investimento e tutto il peg­gio del gas sul piano dei costi d’esercizio. Insomma, un capola­voro di inefficienza economica. Con effetti negativi per il siste­ma industriale». Aveva ragione lui. Vent’anni dopo, tra una cosa e l’altra, al­cune stime calcolano che la nuova centrale di Montalto di Ca­stro sia costata in valuta attuale 8 miliardi di euro. Una cifra enorme anche se la centrale facesse il suo dovere. Cosa che non accade. Perché non solo è l’impianto a olio e gas più grande d’Europa ma è anche uno dei più antieconomici: consuma al­meno il 15% in più rispetto agli altri impianti. E se sulla carta può produrre 20 miliardi di chilowattora l’anno, nel 2007 ne ha generati in realtà solo 7: un terzo. Non basta. Dopo il referendum si pose il problema di co­me «indennizzare» l’Enel e i suoi fornitori per l’affare andato a monte. Soluzione scontata: un sovrapprezzo sulle bollette. Du­rato fino al febbraio del-2000, quando vennero materialmente chiusi i rubinetti degli «oneri nucleari». Bilancio finale: 8 mi­liardi di euro abbondanti all’Enel (il triplo dei 2,8 previsti da una commissione presieduta da Luigi Spaventa) più altri 2 scar­si ai fornitori, dalla Fiat all’Ansaldo……

……..Con una beffa. Preso atto delle «pulsioni ambientaliste» emerse al referendum, il settimo governo di Giulio Andreottì pensò be­ne nel 1992 di incentivare chi avesse prodotto energie «da fonti rinnovabili». Solo che al dunque (provvedimento del «Comita­to interministeriale prezzi numero 6», da cui la sigla Cip6) ven­nero aggiunte due magiche paroline: «e assimilate». E finì all’i­taliana, con l’assimilazione anche delle peggiori schifezze. In alcune raffinerie, racconta l’ex presidente della Com­missione attività produttive Bruno Tabacci, «si diede vita a cen­trali che funzionano a petrolio e hanno gli incentivi del Cip6, esattamente come l’energia eolica o fotovoltaica. Impianti del­l’Api dei Brachetti Peretti, della Erg dei Garrone, della Saras dei Moratti… Per avere un’idea, i contributi erogati col Cip6, finiti in grandissima parte ai petrolieri con il giochino delle fon­ti assimilate, sono stati pari a 2 miliardi di euro l’anno per 15 anni. Totale: 30 miliardi. Una cuccagna».

e le fonti pulite, rinnovabili, gli altri Stati……….In ogni caso, si sono mossi. Cercando sul serio le alternative possibili. Come hanno fatto tutti i governi seri in tutto il mondo. Compresi quelli che il petrolio ce l’hanno. Come il Texas che, ha scritto sulla «Repubblica» Maurizio Ricci, «si sta affermando come la locomotiva della rivoluzione del vento in corso negli Stati Uniti» e ha già una selva di pale coliche per un totale di 4000 megawatt (sette volte l’Italia) e ha già attirato investimenti dell’Enel per 100 milioni di dollari. O la Gran Bretagna, che se­condo l’«Independent on Sunday» vuole piantare entro una dozzina di anni, in mezzo al mare così che non disturbino nep­pure la vista giacché l’occhio vuole la sua parte, centinaia e cen­tinaia di altissimi «mulini» che riforniscano centrali coliche in grado di «alimentare ogni singola abitazione del Regno Unito».

Si sono mossi i danesi, che al largo dello Jutland hanno co­struito un parco eolico, l’Horns Rev, con 80 turbine alte decine di metri che producono tanta elettricità da soddisfare i consu­mi di 150.000 famiglie e godono ormai di un quinto dell’ener­gia strappata al vento. Si sono mossi i tedeschi che hanno fatto perfino del Reichstag, la sede del Parlamento, un «eco-edifi­cio» che funzionerà completamente con energia prodotta da fonti rinnovabili: eolica, solare, biomasse. Si sono mossi gli spa­gnoli, con risultati così incoraggianti da fare scrivere nel marzo 2008 a Elisabetta Rosaspina sul «Corriere della Sera»: «Bolo abita in Spagna e lavora sodo. Una formidabile settimana di maltempo ha fatto esultare la Rete elettrica spagnola (Ree). Per la prima volta, nel Paese, il 25,5% dell’energia elettrica è stato somministrato dalla produzione eolica: 203.998 megawatt al­l’ora, in un solo giorno, martedì scorso, che segna la data di un record nella storia dell’energia del vento».

Anche noi, ha spiegato a «Panorama» Rainer Karan, diret­tore generale della Vestas di Tarante che produce pale della ca­sa madre danese, avremmo «un ottimo potenziale di vento, concentrato soprattutto nelle regioni del Sud». Peccato, sorri­de Gianfìlippo Mancini dell’Enel, che «l’iter autorizzativo varia da 27 a 84 mesi rendendo la rincorsa dell’Italia verso lo stan­dard degli altri Paesi europei molto lenta».

Per fare il campo eolico nella cosentina Cozzo del Lupo, con l’accordo col Comune in tasca, ci sono voluti 6 anni. Per quello di Macchiagodena, in Molise, 7. E la sostituzione di 8 pale di un impianto eolico a Frosolone, in provincia di Isernia, ha richiesto 11 passaggi burocratici, 11 firme e 18 mesi di tem­po. Per 8 pale.

Fatto sta che la Spagna ha oggi 15.000 torri eoliche, la Ger­mania 22.200, noi solo 2700. Risultato: abbiamo preso al vento nel 2007 appena lo 0,8% dell’energia che ci serve. Contro il 7,5 della Spagna, il 4,8 della Germania, il 2,8% di Grecia e Olanda. Come mai? Perché le pale rovinano il paesaggio. Così han­no risposto, sprezzanti del ridicolo, i consiglieri dell’assemblea campana che il 28 dicembre del 2007, in coda all’approvazione della Finanziaria regionale, si sono scatenati approvando in un baleno 81 risoluzioni. Merce varia. Dall’istituzione del premio «Mela annurca d’oro» alla sagra della Porziuncola di Ceppaloni. Ma su tutto il blocco, votato all’unanimità «fino al varo del piano energetico regionale», degli impianti eolici, rei di «com­promettere il contesto ambientale». Ma come! Hanno lasciato devastare la costa da Sperlonga a Salerno, hanno chiuso gli occhi per decenni su almeno 225 discariche clandestine (dati del corpo forestale) riempite di pattume tossico, hanno strillato per anni a parole contro mostri di cemento come l’Hotel Fuenti, non hanno mai avuto il fegato di sfidare i 700.000 abusivi che negli anni hanno costruito 45.000 edifici nella «zona rossa» ad altissimo rischio sulle pendici del Vesuvio (di cui 5000 dentro lo stesso Parco del vulcano) e da­vanti all’immenso sfascio della sgangherata periferia partenopea strafatta di immondizia, loro di cosa si preoccupano? Dei mulini a vento!

e il solare? Un gruppo di scienziati riuniti nella Trans-Mediterranean Renewable Energy Cooperation (Trec) ha messo a punto un progetto per sfruttare il luogo più assolato e disabitato del mondo, il Sahara, dove il sole batte 365 giorni l’anno e dove una distesa di pannelli solari potrebbe scaldare a temperature altissime una condotta speciale che alimenterebbe, ha spiegato sull’«Espresso» Federico Terrazza, una turbina in grado di pro­durre energia elettrica in quantità. Una cosa nuova, capace di «soddisfare l’attuale domanda di energia elettrica di Europa, Medio Oriente e Nord Africa» con 35 impianti che occupereb­bero solo lo 0,3% della superficie del deserto.

Anche Rubbia è al lavoro sul «solare termodinamico». Col Progetto Archimede. Ispirandosi al genio siracusano che con­centrando il calore del sole in grandi specchi «ustori» riuscì a incendiare le navi romane che assediavano la città, il premio Nobel ha previsto di piazzare un chilometro quadrato di spec­chi parabolici che assorbono e scaricano il calore su una rete di tubi dentro i quali scorre una miscela di sali che viene portata a 550 gradi, una temperatura impossibile da raggiungere col «so­lare» tradizionale fotovoltaico. «È come uno scaldabagno: puoi farti la doccia anche di notte o quando non c’è il sole.»

Costretto ad andarsene dall’Enea ai tempi del governo berlusconiano dopo essere stato bollato di incapacità da Claudio Regis, un sedicente ingegnere soprannominato «Valvola» e no­minato nel CdA per meriti leghisti, il grande fisico goriziano ha potuto per anni portare avanti il suo progetto solo in Spagna. Dove fu accolto a braccia aperte e dove oggi stanno nascendo una ventina di centrali solari di ultima generazione.

E qui è il punto. L’ipocrisia più fastidiosa. Costretti a di­pendere per l’88% dall’estero e diffidenti se non ostili a ogni altra forma di energia, ci riempiamo la bocca da anni con «il solare, il solare, il solare!». Poi vai a vedere i numeri e scopri che nel 2006 la Germania, dove il sole è quello che è, ha pro­dotto col solare 2000 gigawattore di energia elettrica, contro le 35 dell’Italia: 57 volte di più. Che in Austria, altro Paese dal cli­ma non mediterraneo, ci sono come in Grecia 200 metri qua­drati di pannelli per la produzione d’acqua calda ogni mille abi­tanti, da noi solo 8. Che il Lussemburgo, nonostante sia grande poco più della metà del Molise e abbia 182 giorni di pioggia l’anno, produce col «solare» il 60% dell’elettricità che coi pan­nelli produciamo noi.

Ma la «chicca» è una circolare mandata nel novembre del 2007 dalla soprintendente per i Beni architettonici e il paesag­gio del Lazio Anna Maria Affanni a una sessantina di Comuni. Tre righe. Oggetto: impianti fotovoltaici. «Si informa che la Di­rczione regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Lazio con nota del 22/10/2007 prot. n. 13635 ha comunicato di so­spendere qualsiasi iniziativa in materia, in attesa che il Comita­to di settore elabori uno schema di norma di indirizzo a valore per tutto il territorio nazionale.» Norme attese da anni. Tradu­zione: fermi tutti. Basta pannelli solari. Sono così brutti, sui tet­ti assolati del Bel Paese…

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