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Indispensabili – La Deriva – La carenza delle Infrastrutture

Posted by giannigirotto su 14 aprile 2010

clicca per l'indice capitoli... Ecco un testo che consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, frutto della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Cap.5- Cristoforo Colombo è finito in secca

Porti, navi, aerei, treni: fotografie di un declino

……sulle navi gros­se, quelle che dominano i mari di oggi e del futuro, quelle che hanno in pugno la polpa del traffico mondiale delle merci, sia­mo quasi tagliati fuori. (abbiamo porti troppo piccoli e/o con fondali troppo bassi)

…………Eravamo forti………… fino a non molti decenni fa. Il declino, però, è stato rapidissimo. Nel 1971, ha scritto Bruno Dardani, che prima sul «Sole 24 Ore» e poi su «Libero Mercato» cerca da anni di lanciare l’allarme, «i quattro porti di Genova, Marsiglia, La Spezia e Livorno coprivano il 20% del traffico europeo» e di questa quota Genova rappre­sentava quasi i due terzi facendo da sola il 13% del totale con­tinentale. Tredici anni dopo, nel 1984, il traffico sotto la Lan­terna era crollato al 4 e mezzo per cento. Scarso.

Colpa dei costi: nel momento chiave in cui i porti dell’Eu­ropa del Nord si giocavano tutto per arginare l’irruzione della concorrenza orientale, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, movimentare un container pieno costava a Rotterdam il 56% in meno di quanto costasse a Genova. Colpa degli spazi per­ché, fatta eccezione per Gioia Tauro, i nostri porti sono antichi e hanno le case che incombono sulle banchine. Colpa dei parti­ti, che hanno occupato anche questi territori se è vero che al­meno 18 sulle 24 autorità portuali sono in mano a persone di origine diessina. E colpa della sordità della nostra classe diri­gente, che non ha ancora capito come sulle rotte marittime transiti quasi il 95% del commercio estero del continente. Commercio dal quale, nonostante ci riempiano la testa di chiac­chiere sull’«Italia piattaforma portuale d’Europa», stiamo fi­nendo progressivamente ai margini…..

….gli altri, coscienti che sul container si gioca il futuro, ci investono. E noi no. Prendi la Spagna. Mentre noi tagliavamo, spiega Bruno Dardani, loro in soli due anni, 2007 e 2008, hanno deciso di in­vestire sui porti quasi 3 miliardi di euro. Risultato: loro sono in vertiginosa ascesa, noi sommando tutti e sette i principali porti italiani catalogati dall’ufficio statistico di Amburgo (Gioia Tau­ro, Genova, La Spezia, Tarante, Livorno, Venezia e Trieste) ar­riviamo a movimentare 7.818.974 container. Cioè poco più del­la sola Anversa e 2 milioni in meno della sola Rotterdam. O se volete un terzo del solo porto di Singapore.

A Barcellona, consapevoli di essere obbligati ad ampliare il porto per tenere il passo del mondo, hanno deviato la foce del fiume Llobregat, preservato un’oasi faunistica per far contenti gli ambientalisti e creato spazi per 30 chilometri di banchine. A La Spezia la richiesta di dragare i fondali è stata tenuta ferma per anni finché è stata sbloccata nel 2007 solo a una condizio­ne: tutti i fanghi rimossi, considerati da certi verdi integralisti tossici e pericolosissimi, devono essere messi in migliala di co­stosi sacchi speciali con l’interno in pvc assorbente e portati da un’altra parte. Risultato: li spediamo, pagando, ai belgi. Che in­cassano 100 euro a tonnellata, prendono i nostri «spaventosi» fanghi tossici consegnati a domicilio e li usano per fare nuove banchine ad Anversa con le quali aumentare il loro vantaggio già abissale su La Spezia e gli altri porti nostrani.

Noi i soldi li but­tiamo nella Tirrenia, la più disastrosa azienda che abbia mai solcato i mari del mondo. Capace di ingoiare dal 2002 al 2007 oltre un miliardo di euro. Come ha fatto? Per cominciare, è stata via via usata dai go­verni per riciclare altre compagnie marittime affondate, siste­mare nuovi assunti, dare sfogo a fabbriche in crisi. Esempio: i traghetti veloci Aries, Taurus, Capricorn e Scorpio. Quando fu­rono ordinati, spiegano alla Cgil di Napoli, era finita da poco la guerra del Golfo, gli stabilimenti liguri della Fincantieri a Riva Trigoso erano nei guai per una serie di commesse saltate e l’or­dinazione di quelle 4 navi consentì loro di respirare. Costo: 105 miliardi di lire l’una nel 1998. Per un totale, in valuta d’oggi, di 260 milioni di euro.

Veloci, lo erano davvero: 40 nodi (vale a dire circa 75 chilometri) l’ora. Una spinta fantastica, per bestioni di 150 metri in grado di portare 450 macchine. Ma fu subito chiaro che beveva­no gasolio come certi ubriaconi il merlot all’osteria: da 15 a 18 tonnellate per ogni ora di navigazione. Un’enormità, rispetto ai traghetti tradizionali ma aggiornati come il Raffaele Rubattino, che coi suoi 23 nodi l’ora è decisamente meno rapido ma è lungo 30 metri in più, può portare molte più auto e consuma dalle 2 alle 3 tonnellate l’ora di gasolio. Morale: anche se viaggi pienissimo, i conti non tornano. Se poi, come capita d’inverno, parti a volte se­mivuoto, è una catastrofe. Due calcoli? Un viaggio Genova-Olbia andata e ritorno, con mare buono e navi a tutto vapore (sennò perché prendere la «veloce»?) costa mediamente 30.000 euro di gasolio coi nuovi traghetti tradizionali e 90.000 con quelli rapidi.

Assurdo. Risultato: i quattro «speedy-bestioni» se ne stan­no ormeggiati in disarmo. A Olbia, Arbatax, Genova, Napoli. Da anni. Ogni tanto, nei momenti di punta, li rimettono a fare qualche tratta. Poi li riportano a riposare. Inutilizzati. Con quat­tro o cinque marinai che ogni tanto avviano i motori per tenerli in vita, danno una scopata alle cuccette, rinfrescano la vernice dei corridoi. In attesa che un giorno, forse, chissà, qualcuno se li compri. E guai a lagnarsi della follia. Risposta: «E chi se l’imma­ginava che il petrolio schizzasse a cento dollari al barile!»……segue un resoconto dettagliato che descrive l’enormità degli aiuti statali, l’inamovibilità dei dirigenti, il clientelarismo, il sostanziale monopolio in cui opera la società…….

Identico discorso valeva per Alitalia….Chi lo dice? Qualche albergatore qualunquista? No: Ahmed bin Saeed Al-Maktoum, il presidente della Emirates che, partito nel 1985 con un Boeing 737 e un Airbus presi a noleggio, guida oggi una flotta di 95 aerei con 90 destinazioni in tutti e cinque i conti­nenti e un fatturato nel 2006 di 62 miliardi di euro con 687 mi­lioni di utile netto: «Avete tutto. E tutti sognano un giorno di poter venire in Italia», ha spiegato a «Oggi» nell’agosto 2007. «Credo che non dovrebbe essere diffìcile riempire i voli di gen­te proveniente da tutto il mondo per ammirare le vostre bellez­ze naturali, passare vacanze al mare, in montagna, tra capolavo­ri d’arte, siti storici e città uniche. In più avete una delle cucine migliori al mondo, chi ama fare shopping è nel Paese della mo­da e chi ama lo sport può assistere alle partite di uno spettaco­lare campionato di calcio. E probabilmente sto ancora dimenti­cando qualcosa. Poi c’è la clientela italiana. Un bacino di 58 milioni di persone, con un buon reddito medio, con una forte propensione a viaggiare e girare il mondo.» Di più: «Roma è il centro della cristianità. Basterebbe il movimento dei pellegrini diretti in Vaticano per chiudere i conti in attivo».

Come sia andata a finire lo sappiamo, una cosa invece che forse non tutti sanno è che seguito della crisi delle compagnie aeree dovute all’attacco del 11 settembre alle Torri Gemelle, vi furono i seguenti licenziamenti: 12.632 dipendenti tagliati dalla British Airways, 2.700 dalla Iberia, 2.500 dalla Sas… Tagli veri all’Alitalia: zero. Segue l’elenco di una serie di raccappricianti dati sugli sprechi, l’inefficenza e gli inciuci tra politici e sindacati per non intaccare la “vacca da mungere” …..molti politici, tra cui Berlusconi, che tuonavano contro Alitalia per le sue inefficenze, hanno cambiato completamente tono quando si sono trovati ai posti di comando…..

…………ogni fazione politica, partitica, clientelare, tira dalla propria parte e vuole la propria fetta di investimenti impeden­do gli stanziamenti più grossi? La Francia, che è grande quasi il doppio dell’Italia, ha 43 aeroporti: uno ogni 12.651 chilometri quadrati. Noi, stando al censimento dell’Erme, l’Ente nazionale per l’aviazione civile, svettiamo a 51. Di cui 14 (quattordici!) nella sola Emilia Romagna. Ma presto, con l’aeroporto di Viter-bo e quello della Basilicata, saremo a 53: uno ogni 5679 chilo­metri quadrati. Il doppio dei cugini d’oltralpe. «Un numero impressionante», secondo l’ex amministratore delegato di Ali­talia Giancarlo Cimeli. Perché? Perché ogni pista ha il suo pa­drino. Sindaci, presidenti di Provincia, governatori regionali e potenti satrapi locali sono disposti a fare carte false, per avere un «proprio» aeroporto…………

Passiamo alle ferrovie…?? In Svizzera, da Bodio a Erstfeld, sul­la direttrice Comò-Zurigo, stanno costruendo il tunnel più lun­go del mondo: 57 chilometri sotto le Alpi che saranno percorsi dai treni, sui quali saranno caricati i camion, in circa un quarto d’ora. Costo previsto: 4 miliardi e mezzo di euro, recuperati per metà fin d’ora con una tassa sul transito dei tir, che poi avranno tutto l’interesse a usare la ferrovia. Inaugurazione pre­vista: 2015. E potete scommettere che saranno di parola. Come lo furono col passante ferroviario di Zurigo.

Ricordate? Lassù decisero di farlo negli anni Settanta, cal­colarono che sarebbero serviti circa 700 miliardi di lire dell’e­poca, cominciarono come formichine a metter via una quaran­tina di miliardi l’anno, chiesero con un referendum agli abitan­ti se fossero d’accordo e nel 1983, firmando un gemellaggio con Milano che aveva in programma la stessa cosa, presero a scava­re dandosi una data: il 1990. Bene: 1127 maggio del 1990, esat­tamente 7 anni dopo ed esattamente al costo fissato, il passante zurighese di 10 chilometri veniva inagurato con la fanfara dei bersaglieri arrivata apposta da Legnano. E quello di Milano, lungo solo 500 metri di più? Nel ’90, si lagnava il presidente delle Ferrovie Nord in una lettera ad Andreotti, non era pronto «neanche a metà». Nel ’97 fu inaugurato un primo tratto, nel ’99 un secondo, nel 2002 un terzo, nel 2004 un quarto… Quan­to ai costi, meglio tacere: nove volte più del previsto.

Oggi la rete ferroviaria italiana è di soli 13 chilometri più lunga di quella del 1920 e se i chilometri a doppio binario sono raddoppiati (da 3443 a 6947) la maggior parte è ancora a bina­rio unico, compresi tratti fondamentali come Genova-Ventimiglia. E se gli utenti in questo secolo sono quintuplicati salendo a 540 milioni di passeggeri l’anno, la quota di mercato è andata sempre più scemando fino a scendere, rispetto all’auto, all’ae­reo e alla nave, sotto il 10%……..Come un flop progressivo e costante è il trasporto delle merci: poco più del doppio del 1920. Un disastro pagato carissimo. Fra perdite di gestione e fi­nanziamenti dello Stato per tappare i buchi, il peso delle Ferro­vie nello spaventoso debito pubblico italiano è valutabile in ol­tre 150 miliardi di euro: un decimo del totale. Senza contare il fardello caricato sul sistema previdenziale: i 163.355 maschi ita­liani che percepiscono la pensione da più di quarant’anni sono quasi tutti ex ferrovieri.

Non bastasse, come dicevamo, i costi di una nuova linea sono proibitivi. Colpa del sistema tutto italiano delle perizie di variante. Quelle che invogliano il costruttore a sospendere con­tinuamente i lavori per chiedere un aggiornamento dei prezzi in un gioco perverso di rinvii e rialzi, rinvii e rialzi, rinvii e rial­zi fino al record della diga sul Metramo, in Calabria: 76 perizie e un’impennata d’una trentina di volte della spesa iniziale. Un altro esempio? Il costo del tratto fra Bologna e Firenze, il più complicato dell’intero tracciato, è salito dai 1053 milioni previ­sti nel 1991 ai 4969 milioni nel luglio del 2007: 63 milioni per ognuno dei 78 chilometri. Ilquadruplo di quanto costa costrui­re una linea per l’Alta Velocità in Francia o in Spagna.

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I miei Credo: Vegetariani (2° parte)

Posted by giannigirotto su 8 marzo 2010

Meat the truth - Carne, la verità sconosciuta //

Avevo già scritto una serie di ragioni “matematiche” a favore della dieta vegetariana, ora, senza arrivare ancora a quelle morali, mi limito semplicemente a presentare questo documentario, fatto di cifre e di fatti, opinabili finchè si vuole, ma sulle quali credo sia bene riflettere….

Sapevate per esempio che una mucca produce in un giorno lo stesso gas serra di un fuoristrada?
Il solo allevamento causa il 18% del riscaldamento globale, percentuale simile a quella dell’industria e maggiore di quella del settore dei trasporti pubblici e privati (13,5%).
Con un linguaggio accessibile a tutti, interviste con scienziati, animazioni, statistiche, il documentario intende dare un contributo al dibattito sul tema, dimostrando che ciò che mangiamo ha una grossa influenza sul futuro del pianeta. E come potrebbe essere altrimenti?

Le informazioni scientifiche derivano e sono state convalidate dalla FAO (Organizzazione per l’Agricoltura e l’Alimentazione dell’ONU), dal World Watch Institute e dall’Istituto per gli Studi Ambientali della Libera Università di Amsterdam.

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Indispensabili: Economia Canaglia – 6° capitolo

Posted by giannigirotto su 20 febbraio 2010

Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, vorrei cambiare approccio.

In questo caso infatti inserirò un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile.

In un mondo dove ciò che conta è solo il prezzo, anche i farmaci vengono falsificati, e curarsi è diventata una ruolette russa, visto che una compressa di medicinali su dieci è contraffatta.. Invito pertanto veramente tutti a divulgare i contenuti puntuali e documentati di questo libro, segnalandoli ai propri amici. La conoscenza infatti è il primo passo per raggiungere vera libertà e progresso civile. Buona lettura

CAPITOLO SEI – “La matrix del mercato” –

………Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms),  a livello mondiale, una compressa su dieci è contraffatta ma viene spacciata come originale. I medicinali contraffatti ogni anno uccidono circa mezzo milione di persone! e fruttano profitti per 32 miliardi di dollari. In base alle proiezioni queste cifre sono destinate a raddoppiare a breve: nel 2010 i guadagni saranno di 75 miliardi di dollari e i morti oltre il milione….

……Secondo la Eli Lilly, l’azienda produttrice del Prozac, per ogni mille dollari investiti nelle organizzazioni criminali. le banconote contraffatte ne rendono 3.300, la vendita di eroina 20.000, il contrabbando di sigarette 43.000, il software piratato dai 40 ai 100.000 e la falsificazione di farmaci come il Viagra e il Cialis 500.000……..

…….La Cina viene ormai additata come la causa di tutti i mali commerciali, ma anche questa è un’illusione venduta dai politici occidentali e prontamente acquistata dai consumatori alla ricerca di facili spiegazioni. Solo fermando per una frazione di secondo il cuore pulsante del mercato globale, il commercio perpetuo e febbrile, e scattando un’istantanea di quanto accade all’interno della matrix, riusciamo a fissare le responsabilità collettive e private di chi è coinvolto nella creazione e nell’accettazione passiva di un mondo di fantasie commerciali. I governi occidentali, che accolgono la proposta degli Stati Uniti di ammettere la Cina nel Wto, sono al centro della foto. La decisione viene presa in un’epoca in cui le principali organizzazioni per la difesa dei diritti umani denunciano gli sconcertanti abusi del governo di Pechino in materia di sfruttamento nell’industria del lavoro. Malgrado le numerose e documentate accuse, finora le Nazioni Unite non hanno imposto alcuna misura disciplinare o sanzione alla Cina e alla Russia che, grazie all’inefficacia delle leggi a tutela dei brevetti, forniscono circa il 30 per cento del totale mondiale dei farmaci contraffatti. Anche l’India e il Brasile sono tra i principali violatori delle leggi sui medicinali, eppure non si è vista alcuna rappresaglia internazionale nei loro confronti. Ai paesi industrializzati l’effetto di quest’ attività commerciale canaglia non interessa, visto che la quasi totalità dei decessi avviene nei paesi in via di sviluppo…….

……..Lo stesso sistema dei brevetti è spesso usato per impedire che i produttori autorizzati di farmaci generici possano accedere ai paesi in via di sviluppo. L’industria farmaceutica mondiale è dominata da un oligopolio che riesce a imporre prezzi artificialmente al mercato…..

……….Il fenomeno dei diamanti insanguinati africani è ormai conosciuto ovunque grazie al film hollywoodiano Diamanti di sangue (2006). Bisogna dire però che le nostre probabilità di entrare in possesso di un diamante insanguinato sono molto inferiori a quelle di acquistare oro insanguinato………In Sierra Leone, l’industria dei diamanti si serve di bambini, ridotti in schiavitù dalle bande armate, per estrarre le gemme preziose e sostenere una guerra civile senza fine………L’industria dell’oro, non è affatto regolamentata ed è costituita da una miriade di compagnie commerciali sparse in tutto il mondo. La raffinazione dell’ oro è appannaggio esclusivo di un esiguo gruppo di società che non controllano l’origine del metallo giallo che acquistano dagli intermediari. E, come il mercato dei diamanti, anche quello dell’ oro insanguinato non compare sull’ agenda di alcun governo né organizzazione governativa internazionale……..

………Oggi la schiavitù ce la ritroviamo un po’ ovunque, anche nel frigorifero.

Dalla frutta alla carne, dallo zucchero al caffè, sono gli schiavi che portano il cibo sulla nostra tavola….La quasi totalità dei prodotti che consumiamo ha una storia nascosta e oscura. Una storia di schiavitù e pirateria, contraffazione e frode, furto e riciclaggio di denaro……Nel ventunesimo secolo la schiavitù è una realtà in piena espansione a livello mondiale. Le Nazioni Unite stimano che la crescita avvenga a un ritmo senza precedenti. Oggi si contano almeno 27 milioni di schiavi………Non si tratta dei lavoratori delle fabbriche dello sfruttamento che vivono con salari da fame. Gli schiavi sono totalmente controllati da un’ altra persona, spesso violenta [lo schiavista]: sono sfruttati economicamente e ricevono solo il cibo sufficiente e un riparo per sopravvivere…….La recrudescenza della schiavitù è direttamente correlata al suo costo, che diminuisce da decenni…..E noi consumatori viviamo nella beata ignoranza. La matrix del mercato, anche questa volta, nasconde la natura sfruttatrice del commercio internazionale. Gli scaffali dei supermercati occidentali sono pieni di articoli prodotti dagli abitanti dei paesi in via di sviluppo, che percepiscono una frazione infinitesimale del loro prezzo……..

Segue una descrizione di come il mercato mondiale di sigarette è grandemente aumentato, perchè sono diventati consumatori Cina, Russia ed India, che compensano abbondantemente il calo di fumatori dei paesi “ricchi”.

Segue la descrizione di come nei paesi ricchi l’obesità sia diventata un gravissimo problema, anche a causa delle industrie che hanno spacciato per “dietetici”  prodotti che non lo sono. E naturalmente le industrie prosperano prima vendendo cibo di scarsa qualità nutrizionale, e poi i farmaci, gli integratori, e naturalmente gli interventi chirurghici.

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Indispensabili: Economia Canaglia – 5° capitolo

Posted by giannigirotto su 14 febbraio 2010

Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, ho cambiato approccio.

In questo caso infatti inserisco un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile.

Considero questo libro veramente “indispensabile”, perchè chiude il cerchio fra la liberalizzazione del mercato globale e il crescente peggioramento della condizione socioeconomica di enormi strati della popolazione, in particolare la cosidetta “classe media” e le prime vittime manco a dirlo sono state le donne, e ci offre una chiara visione degli scenari che ci aspettano nel futuro. L’economia canaglia ha definito per legge che i privati e le aziende possono brevettere qualsiasi forma di vita, dai batteri ai geni, facendo quindi pagare chiunque li usi. Di conseguenza tutti noi paghiamo pesantissimi dazi, il più delle volte senza saperlo, sia per effettuare esami, che per usare medicinali, o sotto forma di mancata concorrenza determinata da questi monopoli. Per esempio, è un fatto che chi detiene i brevetti, come il proprietario del gene dell’epatite C, continua a ricevere milioni dai laboratori di ricerca di tutto il mondo.

In un mondo dove tutto ciò che conta è il prezzo, tutto viene contraffatto, anche le parti di ricambio degli aerei, con la conseguenza che la maggior parte degli ultimi mortali incidenti aerei (anche quello del Concorde francese) sono stati causate da parti di ricambio contraffatte e ovviamente di scarsissima qualità.

Invito pertanto veramente tutti a divulgare i contenuti puntuali e documentati di questo libro, segnalandoli ai propri amici. La conoscenza infatti è il primo passo per raggiungere vera libertà e progresso civile. Buona lettura

Capitolo 5 – Fingi

……….Nella primavera del 2006 l’autorità francese per 1’antitrust cita in giudizio svariate ditte di cosmetici, tra cui L’Oréal, Chanel, Christian Dior, Yves Saint Laurent, Estée Lauder e Clinique, «perché in collusione per mantenere alti i prezzi ai danni dei consumatori. Le autorità francesi multano le aziende per un totale di 64 milioni di dollari con l’accusa di aver infranto le norme antitrust dell’Unione Europea. Secondo questa tattica del «controllo dei prezzi al dettaglio», il cartello impone lo stesso prezzo al dettaglio a chiunque venda i suoi profumi e decide il tetto degli sconti………Molti marchi famosi, inoltre, fanno in modo che il prodotto scarseggi per mantenere alti i prezzi………..

………In Cina la pirateria è uno stile di vita economico inscindibilmente legato a secoli di ricidaggio della storia. Quando la storia viene «riciclata», scritta e riscritta per soddisfare le esigenze dell’ autorità del momento, la realtà svanisce e con lei tutti i suoi accessori…….

……..Ma lo sviluppo economico della Cina comincia a risentire della disparità dei redditi, della diffusissima corruzione, dell’aumento della criminalità, della prostituzione dilagante, dell’epidemia di Aids, dell’inquinamento atmosferico e dello sfruttamento del lavoro. «Ogni volta che apri il giornale ci sono sempre scandali, violenza e omicidi. Il tasso di criminalità in Cina aumenta in modo direttamente proporzionale alla crescita economica o addirittura più in fretta»………

………Le triadi (la criminalità organizzata cinese) sono coinvolte nella spedizione all’ estero dei falsi e nel traffico di manodopera a buon mercato. Quest’ultima è un’attività in crescita, responsabile della proliferazione dello sfruttamento cinese in Occidente. Parigi ospita il più alto numero di immigrati cinesi illegali dell’Unione Europea. Un rapporto del 2006 pubblicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) stima che gli immigrati illegali cinesi in Francia siano 50000: il 70 per cento vive a Parigi, il resto nelle zone orientali e settentrionali. In Italia, nel 1980, c’erano 730 immigrati cinesi, tra legali e illegali. Nel 2004 la Caritas ne calcola 100000. Secondo l’Europol, quello cinese è il gruppo etnico in Europa che cresce di più ed è anche quello che costa meno in termini di manodopera. La Oil conferma che la prima destinazione degli immigrati cinesi non è più l’America ma l’Europa, perché introdurli clandestinamente negli Stati Uniti costa il doppio. Inoltre, chi chiede lo status di rifugiato riceve un trattamento più generoso nei paesi europei che negli Stati Uniti.

Poiché ottenere il visto dell’Unione Europea è pressoché impossibile, gli immigrati cinesi fanno affidamento soprattutto sulle reti clandestine di trafficanti che chiedono 10-20000 euro a persona per il viaggio. Spesso, dopo aver ricevuto un passaggio illegale per l’Europa, l’immigrato vive dai due ai dieci anni in semischiavitù per ripagarlo. L’Oil stima che il 75 per cento degli immigrati cinesi entrati illegalmente in Francia abbia con i suoi trafficanti un debito che va dai 12000 ai 20000 euro.

I trafficanti trattengono direttamente una parte del salario degli immigrati grazie ad accordi con i datori di lavoro. Per farlo, requisiscono ai clandestini la carta d’identità e il passaporto all’inizio del viaggio e li consegnano ai datori di lavoro in Europa. «La situazione più comune è che i documenti della persona siano confiscati dal trafficante, il quale li consegna al datore di lavoro, che a sua volta versa il salario del lavoratore al trafficante per ripagare il debito» spiega Gao Yun, un avvocato dell’Oil. A quel punto «la trappola si chiude: gli immigrati impiegano dai due ai dieci anni per estinguere il debito. Da quel momento in poi, entrano anche in una rete economica clandestina etnica difficile da definire; diventano invisibili per paura di essere arrestati. Ogni anno le organizzazioni criminali cinesi introducono illegalmente in Europa decine di migliaia di lavoratori……….Le imprese cinesi fanno la loro fortuna sulla manodopera connazionale a basso costo sia in patria che all’estero, e ciò facilita la penetrazione nei mercati. L’Antimafia italiana conferma che la straordinaria competitività dei cinesi in Europa dipende proprio dallo sfruttamento del lavoro in nero e della manodopera a basso costo………….I ricavi delle attività cinesi non entrano mai nel circuito monetario del paese che li ospita perché non sono depositati nel sistema bancario ufficiale: la maggior parte resta in contanti e quindi non viene tassata……

I biopirati, una sorta di versione moderna dei «cacciatori bianchi» nel continente nero, razziano l’Africa alla ricerca dei suoi organismi biologici……

Un rapporto del 2006 sulla biopirateria, commissionato dal Centro africano per la biosicurezzà (Acb), rivela che dallo sfruttamento dei batteri della Rift Valley la Genencor guadagna 3,4 miliardi di dollari l’anno senza pagare tasse all’amministrazione locale. Il governo di Nairobi denuncia continuamente la situazione e chiede invano un risarcimento.

La biopirateria alimenta molte industrie che forniscono prodotti ai consumatori occidentali. La Procter & Gamble usa un microrganismo del lago Nakuru per produrre detersivo. La Sygenta, un colosso biotecnologico svizzero, ha ottenuto il brevetto in Europa e nel Nord America di una pianta di Usambala, Tanzania, a sudest del Kilimanjaro, nota come Impatiens Usambarensis. È la terza pianta più venduta negli Stati Uniti, con ricavi annuali che raggiungono i 148 milioni di dollari.

Spesso la biopirateria passa inosservata malgrado la sua evidente illegalità perché è protetta dal complesso sistema dei brevetti. Le industrie possono brevettare qualsiasi cosa e da quel momento in poi ne possiedono il marchio, a prescindere dall’origine della sostanza brevettata. Nel 2004 l’olandese Soil and Crop Improvements ha brevettato la proprietà intellettuale del teff, un cereale che cresce in Etiopia, e di tutti i derivati del suo fiore. Il teff è l’alimento base di 80 milioni di etiopi.

Le multinazionali dei cosmetici, con una mossa scaltra, hanno registrato molti enzimi, microrganismi e funghi africani come nuovi prodotti di bellezza. La statunitense Unigen lo ha fatto con l’aloe ferox del Sudafrica, una pianta usata dalla sua affiliata sudcoreana per produrre una crema sbiancante chiamata Aloewhite. Tutto a spese dell’Africa.

La preda più spaventosa della biopirateria sono però i nostri geni. «Un quinto dei geni presenti nel nostro corpo è di proprietà di privati» scrive Michael Crichton in un editoriale dell’International Herald Tribune del 2007. Anche i geni patogeni, quelli legati a gravi malattie e fondamentali per scoprirne la cura, sono di proprietà di privati. Individui e società registrano i geni a loro nome per rivendicare il diritto di riscuotere denaro ogni volta che il gene viene usato, anche e soprattutto per le ricerche mediche. Ovviamente le tariffe dei brevetti moltiplicano esponenzialmente il costo della cura e così, alla fine, chi paga sono i pazienti.

 

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Modelli – Wangari Maathai

Posted by giannigirotto su 6 febbraio 2010

Wangari Maathai è una donna che così tanto ha saputo fare per la sua Africa, e non solo, e così tanto sta continuando a fare….

Per le sue opere è stata premiata con il Nobel per la pace nel 2004..

Wangari Maathai è innanzitutto una donna dotata di enorme coraggio, che non si nasconde dietro fumose o diplomatiche dichiarazione, ma viceversa ha dichiarato “molti leader africani hanno paura di finire alla sbarra per le atrocità commesse nel loro Paese e poi, diciamolo chiaramente, spesso non rappresentano le loro popolazioni. Anzi, per restare al potere, tendono a dividerle per linee claniche, tribali, religiose. Sono loro stessi a provocare massacri, a mettere una popolazione contro l’altra.

Tra le varie iniziative in cui ha partecipato, la più famosa è stata la creazione del Green Belt Movement (Movimento cintura verde) per sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi dell’ambiente e in particolare del disboscamento. Questo ha portato il Movimento a piantare negli anni successivi 40 milioni di alberi in Kenia. Sulla scia di tale idea le Nazioni Unite hanno lanciato nel 2006 una iniziativa chiamata Billion Tree Campaign (Campagna un miliardo di alberi) con l’obiettivo di piantare ogni anno un miliardo di alberi indigeni, e nei primi tre anni ne sono stati piantati 7 miliardi.

Wangari Maathai è una persona che ragiona globalmente e agisce localmente, ed ha capito che in Africa si deve dare priorità alla creazione di posti di lavoro, in speciale per le donne, che sono il vero collante della società. Ma il suo impegno non si ferma certo qui, dal momento che si occupa anche di Aids, tutela delle specie in via di estinzione, clima, democrazia, tutela della cultura e sulla campagna “Cancella il debito“……

Nel 2005 la prestigiosa rivista “Time” l’ha nominata come una delle 100 persone più influenti del pianeta, e l’altrettanto famosa rivista “Forbes” come una delle 100 donne più potenti del pianeta.

I nostri giornali invece non l’hanno mai considerata molto, e questo dovrebbe confermarvi definitivamente sulla qualità e grandezza della persona in oggetto…..

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Indispensabili: Roberto Saviano – La peste e l’oro

Posted by giannigirotto su 24 dicembre 2009

Scritto da Roberto Saviano

È un territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l’ossessione di emigrare o di arruolarsi.

E’ una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all’opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi.

Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia.
Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%.

Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all’opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un’impresa – l’Ecocampania – che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia.

Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio.

Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l’ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l’inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell’antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico – è il sistema dei consorzi.

Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso erano vicino alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano. Nel caso dell’inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all’anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni.

Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall’estero: da ogni parte d’Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l’autorizzazione dalla Regione. Aveva però l’unica autorizzazione necessaria, quella della camorra.

Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l’unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell’inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l’emergenza rifiuti del 2003. Chianese – secondo le accuse – è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l’emergenza e quindi riuscì con l’attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003.

Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all’amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l’appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan.

La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all’avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L’emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione.

Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l’operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un’azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell’80% sui prezzi ordinari.

Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no.

Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d’Italia è stato intombati a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra.

E’ in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E’ in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l’ossessione dell’informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell’informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi.

Non è affatto la camorra ad aver innescato quest’emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l’emergenza e con l’apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli.

Quando si getta qualcosa nell’immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall’emergenza non si vuole e non si po’ uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più.

L’emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa.

Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle “sacchette” di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L’80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriate.

Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l’eroe epico che strappa le braccia all’Orco che appestava la Danimarca: “il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla”. Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.

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Ricordo che nella mia sezione “Indispensabili”  è disponibile un corposo estratto di “Gomorra”

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Gianni Girotto

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I miei “Credo”: Ambiente

Posted by giannigirotto su 10 novembre 2009

Ritengo sia scontato, scontatissimo lo dicono tutti no? ma nei fatti poi….

Credo che l’ambiente debba essere la priorità di tutto, di ogni singola azione. L’ambiente non è un lusso, un accessorio, una voce di bilancio, l’ambiente è il fondamento su cui si poggia tutto il resto; se l’ambiente non è in equilibrio, tutto il resto è in pericolo. E ricordo che nel termine “tutto il resto” ci siamo anche noi essere umani….ed attenzione che gli ultimi dati sono terribili, secondo il recentissimo ultimo rapporto dell’IUCN (International Union for Conservation of Natureun’organizzazione internazionale all’interno della quale partecipano ben 140 Paesi, con una rappresentanza di 77 Stati, 114 agenzie governative, più di 800 organizzazioni non governative, più di 10.000 scienziati ed esperti internazionalmente riconosciuti provenienti da più di 180 Paesi che lavorano all’interno delle Commissioni – quindi non degli sprovveduti quaraquaquà..) dichiara che oltre un terzo della flora e della fauna sono a rischio di estinzione. Una dichiarazione che dovrebbe farci schizzare tutti dalla sedia e sudare freddo, e che dovrebbe generare allarme rosso nei mass-media, che invece continueranno a propinarci politicuccia e cronaca pruriginosa per mantenerci nel nostro stato di ipnotica obnubilazione…

Oggi infatti termini come “sostenibilità”, “fonti rinnovabili” e similari, sono sulla bocca di tutti, ma poi?

Quanti si rendono conto che senza un cambiamento del proprio personale stile di vita non si risolve nulla? E attenzione che cambiamento non vuol dire automaticamente riduzione, regressione….ma alcune limitazioni le comporta, eccome, non possiamo nasconderci dietro un dito dicendo che possiamo continuare a sperperare le risorse come queste fossero infinite….

Ecco allora che come Einstein diceva “Nulla darà la possibilità di sopravvivenza alla Terra quanto l’evoluzione verso una dieta vegetariana”, e quindi bisogna iniziare perlomeno a ridurre sensibilmente il consumo di carne e derivati, che richiedono immense quantità di energia per essere prodotti, trasportati e conservati…

E’ l’agricoltura? oggi l’agricoltura è tutto meno che sostenibile, basata com’è sul petrolio, petrolio che serve ovviamente per i macchinari, ma anche perchè sono fatti di petrolio i concimi e i vari prodotti chimici antiparassitari e diserbanti che vengono massicciamente impiegati nella coltivazione. E che dire puoi dei sistemi di coltivazioni e delle monocolture intensive che rendono il terreno sterile. Quanti sono coscienti che si deve iniziare una transazione verso un’agricoltura senza petrolio, visto che questo comunque finirà, tra 50, 100 o 200 anni nessuno ne è sicuro ma è sicurò che finirà, e cambiare un sistema così complesso e mastodontico sarà un operazione che occuperà decine di anni….vogliamo farla con calma o quando avremo l’acqua alla gola….??

Come pensare poi che l’incerimento dei rifiuti sia una soluzione, visto che le ceneri prodotte sono estremamente pericolose e quindi vanno stoccate in sicurezza….una volta si usavano le ceneri per fertilizzare i campi, ma ovviamente perchè erano il prodotto della combustione di materiali assolutamente naturali, ora invece si incenerisce una serie di materiali che presi singolarmente sarebbero riciclabili, ma bruciati assieme diventano pericolosissimi….quando avremo incenerito tutto allora cosa ci resterà?

Come possiamo pensare di continuare a produrre milioni di automobili all’anno, con un consumo spaventoso di energie e materiali, automobili che utilizzano il petrolio per funzionare, invece di incentivare i trasporti pubblici e ripensare profondamente tutto il settore della mobilità….

Insomma la lista potrebbe continuare molto a lungo, ma penso che il concetto sia chiaro. Io credo che qualsiasi strategia che l’umanità deciderà di adottare, che non metta al primo posto la salvaguardia dello stesso ambiente che ci ospita e rende la vita possibile, si risolverà in un fallimento che comporterà, come sta già comportando, molta povertà e molto dolore per miliardi di esseri umani.

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ZOES – Il portale del volontariato

Posted by giannigirotto su 8 ottobre 2009

ZOES è il portale del volontariato, o perlomeno questo è lo spirito con cui è stato pensato,  e direi che le premesse per avvicinarsi il più possibile a questo risultato ci sono. Ma è limitativo dire che è rivolto al mondo del volontariato, è semplicemente rivolto al mondo delle persone sensibili ai principi dell’equità e sostenibilità. Tutti ne possono essere protagonisti attivi, o semplici ma non per questo meno importanti usufruttori.

Brevemente, Zoes è una piattaforma di social network che mette in relazione persone, gruppi,  imprese, associazioni ed enti che condividono i principi e le pratiche dell’equosostenibilità; tra le sue funzionalità offre:

– una mappa per esplorare il mondo delle reti, delle iniziative, delle azioni e delle opportunità dell’economia solidale e della sostenibilità;

– una sezione di e-commerce funzionante e comoda, che privilegia l’acquisto collettivo, la filiera corta e il prezzo trasparente;

– una serie di strumenti partecipativi (blog, forum, wiki,calendario eventi, mappe tematiche, una piattaforma per la formazione a distanza….) per promuovere azioni di cittadinanza attiva;

In Zoes si possono registare semplici cittadini così come gruppi, imprese, negozi, aziende, associazioni, comitati ecc. ecc. ed ognuna specifica in una dettagliata scheda anagrafica le proprie competenze, in modo che ciascuno possa rivolgere delle domande su un determinato argomento, e queste verranno automaticamente inoltrate a coloro che si sono dichiarati esperti in quel settore…..

Zoes quindi permetterà di portare maggiormente alla luce, e in maniera più comoda e usufruibile, tutto quel mondo di economia alternativa, solidale, informale di cui la nostra società è così ricca per l’impegno personale di migliaia e migliaia di persone.

Ma siccome tanti altri hanno già speso belle parole per questa piattaforma, date un’occhiata a cosa si dice in giro di Zoes…….

Naturalmente, come per tutti gli strumenti di social network, solo iniziando ad utilizzarli ci si può rendere conto della loro utilità, per cui vi invito a registrarvi ed iniziare la vostra navigazione su ZOES.

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Un social network che mette in relazione persone, gruppi,  imprese, associazioni ed enti che condividono i principi e le pratiche dell’equosostenibilità

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Notizie ambientali di ordinario sfruttamento….

Posted by giannigirotto su 9 settembre 2009

Avrei fatto un link diretto da Facebook, ma la newsletter in questione non è visibile online (lo sarà tra un paio di settimane), per cui riporto io di seguito un estratto dell’ultima newsletter di

che contiene una serie di notizie che a mio avviso meriterebbero una diffusione televisiva di primo piano, con approfondimenti e aggiornamenti continui, poichè queste sono le notizie reali e importanti su cui tutto il resto poi si appoggia…..una riguarda anche la nostra italianissima ENEL……… In tutti i casi quello che vige è l’atteggiamento predatorio di chi ha tanti soldi, e vuole continuare a farne a tutti i costi……..…Spero siate d’accordo e vogliate segnalarle ai vostri contatti……..solo diffondendo la consapevolezza di quanto succede si potrà avviare un cambiamento……

Cambridge: il boom effimero della deforestazione (pubblicato il Mercoledì 09 Settembre 2009 06:01)
Abbattere le foreste è come svaligiare una banca: le risorse rapidamente accumulate portano un benessere effimero e di breve durata. Lo rivela uno studio congiunto della Università di Cambridge e dell’Imperial College di Londra, pubblicato sulla rivista Science .
L’antitesi tra ambiente e sviluppo non si basa sui fatti: se il saccheggio della foresta amazzonica porta una fase benessere per le comunità della regione, si tratta di un vantaggio di breve periodo. La distruzione delle foreste non avvia lo sviluppo, e in breve tempo il benessere svanisce e lo standard di vita torna alle condizioni precedenti – mentre l’ambiente resta compromesso per sempre.

Lo studio è focalizzato sulla deforestazione nell’Amazzonia brasiliana. Dal 2000 sono stati abbattuti in questa regione 155.000 chilometri quadrati di foresta pluviale, con un tasso di deforestazione di 1,8 milioni di ettari annui (un’area vasta quasi quanto la Toscana). Lo studio ha analizzato l’aspettativa di vita e il reddito pro capite in 286 comuni amazzonici, a diversi stadi di deforestazione. L’Amazzonia è una delle regioni meno sviluppate del Brasile e l’improvvisa disponibilità di…
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Il mangiar sano della foresta (pubblicato il Martedì 08 Settembre 2009 10:54)
Le culture indigene custodiscono una grande ricchezza nutritiva. Lo dice la FAO, nel libro pubblicato assieme al Centro per la Nutrizione e l’Ambiente delle Popolazioni Indigene della McGill University. Ossia, gli indigeni dispersi nel cuore della foresta hanno sviluppato strategie nutrizionali molto efficaci. Purtroppo pero’ gli habitat naturali stanno scomparendo, e con loro questo immenso patrimonio. Insomma, quando arriva lo sviluppo, inizia la fame.

Sotto la pressione dello sviluppo economico, dell’industrializzazione dell’agricoltura, dell’economia di scala e della standardizzazione globalizzata, le risorse alimentari locali stanno scomparendo velocemente – insieme con quei regimi alimentari che un tempo mantenevano le popolazioni indigene in forma e in salute. Considerata sempre con disprezzo, l’economia di sussistenza, ancora alimenta milioni di persone, anche se non viene contabilizzata nelle statistiche.
E’ il caso delle…
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Perù: azione legale degli Indios amazzonici contro progetto petrolifero (pubblicato il Lunedì 07 Settembre 2009 11:57)
Sono passati alle vie legali. Dopo mesi di protesta e di blocco fluviale contro il progetto petrolifero dell’anglo-francese Perenco, gli Indios dell’Amazzonia peruviana hanno deciso di denunciare alla Corte Costituzionale lo sfruttamento in un’ampia area di foresta, catalogata come “Blocco 67”. L’associazione indigena AIDESEP teme infatti che il faraonico progetto (per un investimento dichiarato di 2 miliardi di dollari) possa rivelarsi letale per le tribù indigene che ancora non hanno avuto contatti con l’uomo bianco, e che rischiano di essere sterminate da malattie e germi per cui non hanno anticorpi.
La Perenco nega che all’interno del Blocco 67 esistano tribù incontattate. Non è dello stesso avviso Survival: “E’ vergognoso che gli Indiani del Perù debbano rivolgersi al tribunale per farsi ascoltare dalla Perenco e dal governo” ha commentato Stephen Corry – Dopo la tragedia di Bagua, le autorità promisero che avrebbero consultato i popoli indigeni prima di procedere con i loro enormi progetti, ma ancora una volta vanno avanti contro il volere della popolazione locale.” A Bagua lo scorso maggio sono scoppiati violenti scontri, con decine di vittime, quando l’esercito peruviano ha avuto ordine di stroncare la rivolta indigena.
Kenya: cacciati gli indigeni Ogiek dalla foresta di Mau? (pubblicato il Lunedì 07 Settembre 2009 09:42)
Il 25 agosto le autorità hanno annunciato lo sgombro forzato di tutti i residenti illegali nel complesso forestale di Mau, dando loro 14 giorni di tempo per attenersi ai termini del decreto. Gli Ogiek abitano questa foresta dal secoli, è la loro foresta ancestrale. Ma non sono provvisti di documenti scritti, ne’ di autorizzazioni su carta bollata. Gli Ogiek sono stati i primi a denunciare l’occupazione illegale della foresta e le attività illegali che ne hanno ridotto drasticamente le dimensioni. Conseguentemente hanno richiesto di essere coinvolti e di partecipare attivamente ai programmi volti alla protezione della loro foresta. Lo sgombro annunciato rischia privare gli Ogiek della propria casa, e la foresta dei suoi guardiani più esperti.
Foreste e clima: l’Indonesia scherza col fuoco (pubblicato il Venerdì 04 Settembre 2009 06:44)
Uno studio dell’ente governativo indonesiano sul clima (Consiglio Nazionale sul Cambiamento Climatico) ha proposto di ridurre del 40 per cento le emissioni dell’Indonesia proteggendo foreste e torbiere. Lo fa sapere Radio Australia .
L’Indonesia figura in terza posizione, subito dopo Stati Uniti e Cina, nella classifica mondiale delle emissioni di gas serra. La maggior parte di queste emissioni (8%) proviene dalla deforestazione e dal drenaggio delle torbiere. Infatti, sia abbattendo gli alberi che asciugando la torba, il carbonio ritorna in atmosfera. L’Indonesia infatti detiene un altro record: quello della deforestazione (1,7 milioni di ettari di foreste in fumo ogni anno, secondo la FAO).

Lo studio prevede un costo di 32 miliardi di dollari, da finanziare attraverso il meccanismo internazionale per ridurre le emissioni tagliando la deforestazione (Reducing Emission from Deforestation and Degradation, o REDD http://www.salvaleforeste.it/Foreste-e-Clima-REDD/ ) C’è un problema però: il REDD non sarà operativo prima del 2020, e per quella data il governo indonesiano ha già pianificato il raddoppio della produzione dell’olio di palma, destinando altri 10 milioni di ettari…
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WWF: il Mekong è un tesoro: 1000 specie sconosciute (pubblicato il Venerdì 04 Settembre 2009 07:26)
Un ragno predatore grande quanto un piatto da tavola, un ratto che si pensava avesse cominciato a estinguersi 11 milioni di anni fa, uno stupefacente millepiedi rosa. Sono solo alcuni componenti di un “tesoro biologico” scoperto dagli scienziati del Wwf nella foresta pluviale del Mekong, il fiume che attraversa cinque province dell’Asia meridionale. In totale sono state 1068 le specie fino ad ora sconosciute e portate alla luce tra il 1997 e il 2007: 519 specie di piante, 279 pesci, 88 rane, 88 ragni.

“Crediamo che una simile scoperta sia degna dei libri di storia”, ha commentato il direttore del Greater Mekong Programme, Stuart Chapman. Il ragno predatore, il più grande al mondo, ha zampe lunghe 30 centimetri. Non tutte le nuove specie scoperte si nascondevano nella giungla. Gli scienziati hanno raccontato che il ratto è stato individuato in un mercato locale nel 2005, mentre una vipera fino a quel momento sconosciuta è stata osservata in una trave di un ristorante del Khao Yai, un parco…
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Perù: l’ONU da ragione agli Indios (pubblicato il Giovedì 03 Settembre 2009 00:00)
Il governo peruviano non deve consentire lo sfruttamento di petrolio e gas nelle terre dei popoli indigeni senza il loro previo “consenso informato”. È questa la raccomandazione diramata dalla Commissione ONU per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali (CERD).
In ottemperanza al monito dell’ONU, il governo peruviano dovrebbe sospendere le esplorazioni petrolifere nelle foreste in cui le comunità indigene hanno espresso parere contrario, e in quelle abitate da popoli indigeni non ancora contattati dall’uomo bianco.

Prima di deliberare, il CERD ha voluto ascoltare le delegazioni del governo peruviano e delle associazioni indigene e per i diritti umani.
Il risultato è un rapporto allarmato, a causa delle “serie tensioni del paese, che hanno addirittura innescato le violenze, e che sono state alimentate dallo sfruttamento delle risorse del sottosuolo appartenenti tradizionalmente ai popoli indigeni”.
La Commissione ha sollecitato il governo peruviano a compiere un’indagine sul violento
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Malesia: gli indigeni Penan continuano il blocco (pubblicato il Mercoledì 02 Settembre 2009 08:04)
Dopo un infruttuoso incontro con funzionari governativi, i Penan hanno deciso di continuare la loro protesta, il blocco delle strade alle concessioni forestali, in vigore dal 28 agosto. Gli indigeni chiedono che lo stato del Sarawak riconosca i loro diritti sulle foreste tradizionali. Le loro terre infatti vengono cedute alle imprese della carta e dell’olio di palma che le abbattono per sostituirle con piantagioni di acacia, eucalipto e palma da olio.
Nuovo eccidio di Indios in Colombia (pubblicato il Martedì 01 Settembre 2009 19:59)
Si chiamava Tulia García, leader del popolo Awa. La sua colpa era la richiesta di una investigazione sulla morte del marito, ucciso in un’imboscata dai militari lo scorso maggio. Il 26 agosto un commendo militare l’ha uccisa, assieme a tutti i possibili testimoni dell’omicidio: dieci persone, tra cui tre bambini.
“Secondo le informazioni che abbiamo ricevuto, uomini che indossavano divise militari ma con cappucci che li rendevano irriconoscibili, hanno aperto il fuoco alla rinfusa su una casa che apparteneva a una famiglia di Awa” ha dichiarato il portavoce dell’ONIC, l’Organizzazione dei popoli indigeni colombiani.

“I primi resoconti suggeirscono che membri dell’esercito abbiano massacrato queste persone allo scopo di eliminare e intimidire i testimoni delle atrocità” afferma il portavoce di Human Rights Watch. Nel corso del 2009 sono stati uccisi oltre 60 Indigeni in Colombia, e migliaia di loro sono stati forzati ad abbandonare le proprie case e la propria terra.
L’abuso dell’acqua a causa degli incendi forestali (pubblicato il Lunedì 31 Agosto 2009 06:48)

Lo sostiene il Forum Ambientalista, l’abuso dell’acqua sarebbe alla radice degli incendi, facilitandone la diffusione a causa dell’aridità del suolo.
Nel periodo estivo si aumenta il consumo d’acqua facendo scendere la falda acquifera. Mettendo così a rischio l’approvvigionamento idrico di paesi e città e intaccando la riserva di acqua presente nel terreno e tramite la quale le piante sopravvivono – spiega una nota del Forum Ambientalista – Di conseguenza, i boschi, composti da alberi che hanno particolare bisogno di quantitativi superiori di acqua, soffrono la siccità. La California che brucia in queste ore è un esempio”.

Secondo l’associazione, le alte temperature estive sono solo in parte responsabili degli incendi. Nell’estate 2004, osservano, le temperature livelli altissimi per tre mesi da giugno ad agosto, non hanno provocato una sensibile ondata di incendi.
“In fatto di uso e abuso di acqua – conclude la nota – pensiamo a realizzazioni come lo Zoomarine di Pomezia, dove migliaia di metri cubi di acqua ogni giorno vengono captati dalle falde che, viceversa, dovrebbero consentire la vita della duna…
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Gamberoni salati del Bangladesh (pubblicato il Venerdì 28 Agosto 2009 06:25)

Il governo del Bangladesh ha annunciato un piano per il sostegno all’industria dei gamberi, in seguito al blocco delle esportazioni verso l’Unione Europea a causa della contaminazione chimica di nitrofurani. Altri 700 milioni di dollari sono stati stanziati dal Fondo Monetario Internazionale sotto foma di prestiti a tasso agevolato.
Lallevamento dei gamberoni, promosso dal governo e  da organizzazioni finanziarie multilaterali (prevalentemente FAO e Banca Mondiale), ha comportato  la distruzione delle foreste costiere di mangrovie, e conseguentemente dell’economia locale, basata sull’agricoltura e sulla pesca.

Nel corso degli anni ottanta, l’economia del gamberone è arrivata a dominare quasi interamente l’economia delle regioni del sud- ovest. Il Bangladesh è divenuto il quinto produttore mondiale, con una produzione annuale di 30.000 tonnellate, con un giro d’affari di 325 milioni dollari. Parallelamente le foreste di mangrovie venivano convertite in allevamenti, mettendo a tacere, anche con la violenza contadini e pescatori che rifiutavano di fare spazio all’affare del decennio.

In questo…
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L’Uruguay nelle mani delle cartiere (pubblicato il Giovedì 20 Agosto 2009 06:22)
Quattro multinazionali della carta possiedono da sole 600.000 ettari di piantagioni in Uruguay: la scandinava Stora Enso, la cilena Arauco (Chile), la statunitense Weyerhaeuser e la finlandese Botnia.
Il ritiro dalla scena della spagnola Ence a causa della crisi economica, ha favorito Stora Enso e Arauco, che ne hanno subito acquisito i 253.000 ettari di piantagioni, in preparazione della più grande cartiera del mondo, che dovrà avere una capacità produttiva di un milione e mezzo di tonnellate di cellulosa.

Entrambe le imprese hanno pessimi record ambientali e sociali. In Brasile, le piantagioni di eucalipto della sussidiaria di Stora Enso (Veracel) hanno distrutto l’habitat degli indigeni Pataxó, nello stato di Bahia, avvelenando i fiumi con l’uso intensivo dei pesticidi. Le piantagioni della sussidiaria di Arauco (CELCO) nella provincia argentina di Misiones hanno causato affezioni respiratorie e malattie circolatorie alle comunità locali, dato che i pesticidi vengono sparsi su tutta la…
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Finlandia: protette le foreste lapponi degli indigeni Sami (pubblicato il Martedì 25 Agosto 2009 06:07)
Accordo storico in Finlandia. L’agenzia forestale statale Metsähallitus, ha firmato un accordo con i rappresentanti degli indigeni Sami, impegnandosi a proteggere le foreste primarie lapponi nella regione di Nellim per i prossimi 20 anni.
I Sami vivono allevando renne, che sopravvivono nei mesi invernali nutrendosi dei licheni che crescono sugli alberi più antichi. Il taglio delle foreste primarie, oltre ad avere gravi impatti sulla biodiversità, toglie ai Sami la fonte primaria di sostentamento. Per anni i Sami hanno dovuto affrontare la Metsähallitus e i suoi clienti (innanzitutto le cartiere Stora Enso e UPM e M-Real) che non volevano rinunciare a quelle foreste.

In realtà si tratta appena del 5% delle foreste del paese, un’area marginale per la produzione della carta, ma  necessarie per centinaia di specie considerate minacciate dall’IUCN, come lo scoiattolo volante (Pteromy volans), la Ghiandaia siberiana (Perisoreus infaustus) e il Picchio Tridattilo (Picoides tridactylus).
Greenpeace e l’Associazione Finlandese per la Conservazione della Natura avevano sostenuto le richieste dei Sami e organizzato la demarcazione dei territori tradizionali. La…
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Gli indigeni malesi e le foreste del Borneo (pubblicato il Lunedì 24 Agosto 2009 06:04)
Il governo del Sarawak, la provincia malese nel Borneo, ha recentemente deciso di assegnare 1.397.644 ettari di foresta a imprese private, per trasformarli in piantagioni da legno, mentre un’area più vasta, ma di dimensioni ancora indefinite, sarà dedicata a piantagioni di palma da olio. Peccato che molte di queste piantagioni coincidono con le foreste ancestrali dei popoli indigeni dell’isola.


E’ il caso della famigerata Samling, o della Sarawak Timber Industry Development Corporation (STIDC)  Quest’ultima si è associata alla compagnia del legno KTS Holdings Sdn. Bhd, per sfruttare 267.000 ettari di foresta. La joint-venture che hanno creato, la PUSAKA-KTS Forests Plantation Sdn. Bhd. ha identificato piantagioni nelle zone di Belaga, Kakus and Tutoh in the Kapit, Bintulu e Miri Divisions, proprio nel mezzo di territori indigeni.
Per questo le comunità indigene hanno deciso di…
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Borneo: a rischio santuario di oranghi (pubblicato il Sabato 22 Agosto 2009 08:57)
Il Parco Nazionale di Sebangau, nel Kalimantan centrale è assediato dalle fiamme. Nel parco, nella parte indonesiana dell’isola di Borneo, vive una delle ultime popolazioni di orango. Secondo Suwido Limin, direttore dell’Istituto indonesiano per la protezione delle foreste torbiere (CIMTROP) le fiamme avrebbero origine dolosa.

L’incendio si è diffuso incontrollato nelle aree in cui la torba era stata drenata e asciugata per fare spazio a un faraonico (e fallito) progetto agricolo ai tempi del dittatore Suharto.


Nel Parco di Sebangau e nelle aree circostanti vivono 8.000 oranghi, oltre a altre otto specie di primati, leopardi, scoiattoli volanti, orsi malesi e 154 specie di uccelli.
La torba si forma quando la materia organica si deposita sul fondo degli acquitrini e nel corso di 20.000 anni inizia un lento processo di carbonificazione. Con 20 milioni di ettari di torbiere, l’Indonesia è uno dei maggiori depositi di CO2.
Si stima però che gli incendi nelle foreste torbiere, appiccati per fare spazio…
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Unilever: c’è del marcio in quell’olio di palma (pubblicato il Giovedì 20 Agosto 2009 14:36)

Attivisti dell’associazione tedesca Robin Wood hanno protestato ieri presso gli uffici della Unilever ad Amburgo. L’impresa è accusata dagli attivisti di rifornirsi dal colosso dell’olio di palma Wilmar International, noto da anni per le proprie pratiche distruttive e per i conflitti con le comunità locali.
Lo scorso marzo un team di Robin Wood ha investigato sullo stato delle piantagioni della Wilmar in Indonesia, raccogliendo prove e testimonianze di numerose violazioni dei diritti umani, e di un massiccio processo di distruzione delle foreste umide.
Queste foreste sequestrano grandi quantità di carbonio nel substrato di torba, e la loro distruzione comporta un gravissimo rilascio di emissioni di CO2.

Secondo l’associazione  “Save our Borneo” (Salva il nostro Borneo), la Wilmar progetta di espandere le proprie piantagioni nel Kalimantan Centrale di altri 100.000 ettari. Secondo Robin Wood, la Unilever alimenta il boom dell’olio di palma ed è corresponsabile della massiccia deforestazione in corso in Indonesia. “La Unilever deve smettere di acquistare olio di palma proveniente dalla distruzione delle foreste” ha spiegato Jule Naundorf, di Robin Wood.
La Unilever sostiene che l’olio di…
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Guatemala, un sindaco contro l’Enel (pubblicato il Mercoledì 19 Agosto 2009 09:15)

Si chiama Agustin Solis Cedillo, ed è il secondo sindaco indigeno del municipio di Chajul, nella regione di Xeputul. Il primato tutto suo è quello di essere il più giovane sindaco, all’età di 29 anni.
Vive nel piccolo villaggio di Sajbatzà. Le comunità della sua zona hanno un problema: un’impresa ha occupato parte delle loro terre, lungo il fiume Jute, per costruire una centrale idroelettrica. L’impresa in questione è l’italiana ENEL, che ha ottenuto permessi per la costruzione di centrali sui fiumi Jute, San Vicente e Copòn.

L’ENEL è già presente in Guatemala con la centrale idroelettrica di El Canada di 46 Megawatt, costruita nell’Occidente del Paese e in attività da tre anni. Non lontano da El Canada, l’ENEL ha poi costruito Montecristo, una centrale idroelettrica di minore capacità (13,5 Megawatt) situata sul fiume Samalà.
Foreste, paesi e terre comunitarie saranno inglobate nei bacini della centrale e inondate,  mentre gli ecosistemi e le comunità che vivono lungo tutto il corso del fiume, fino ai…
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Caccia: l’Europa condanna l’Italia (pubblicato il Martedì 18 Agosto 2009 06:17)
La Commissione Europea ha deciso di richiedere la condanna dell’Italia al pagamento delle spese in giudizio per le ripetute violazioni della Direttiva 79/409/CEE (Direttiva “Uccelli”) da parte dalla Regione del Veneto riguardo la concessione di deroghe per la caccia nei confronti di specie di uccelli protetti.


Lo fa sapere la sezione veneta della LAC Lega Abolizione Caccia . “Ora saranno i cittadini a dover pagare le spese in giudizio– ha commentato Andrea Zanoni, della LAC del Veneto. Nel frattempo la Giunta Regionale ha presentato un nuovo e – ben più grave – progetto di legge sulla caccia, che avrebbe previsto la caccia di ben 11 specie protette (Storno, Fringuello, Prispolone, Pispola, Piviere dorato, Frosone, Gabbiano reale, Cormorano, Tortora dal collare, Verdone e Peppola). Il progetto è…
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Finlandia acquista 10.000 ettari di foresta in Romania (pubblicato il Venerdì 14 Agosto 2009 07:25)
L’impresa forestale finlandese Tornator ha acquistato per l’anno 2008, 10.000 ettari di foresta in Romania. Il prezzo di tale operazione e stimato a 50 milioni di euro. Questa è la piu grande transazione privata nel settore del legno in Romania, ma vi sono pèrogetti di acquisto per ulteriori 20.000 ettari. Il terreno acquisito e situato nella zona Oituz del distretto di Bacau. Lo scopo di questo investimento e di vendere legname suil mercato locale. La Tornator possiede già terreni forestali in Finlandia (60.000 ettari) e in Estonia. La decisione di investire in Romania è dovuta alla ricchezza delle foreste di questo paese, in gran parte in mani private.
Dagli Stati Uniti arriva il NO agli alberi transgenici (pubblicato il Mercoledì 12 Agosto 2009 08:08)
Oltre 17.500 risposte al sondaggio avviato dall’agenzia agricola statunitense USDA, sul progetto di piantumazione di 250.000 eucalipti transgenici negli stati del sud. Un vero record di partecipazione. Tra tutte le risposte appena 39 si sono espresse in favore del progetto.
Il progetto prevedeva di piantumare alberi geneticamente manipolati allo scopo di resistere al freddo e di produrre più lignina. L’eucalipto, anche se non transgenico, comporta diversi impatti ambientali, quando è piantato al di fuori del suo habitat naturale: dall’inaridimento del suolo, che favorisce la deseritificazione e gli incendi, alla modifica della composizione chimico-fisica del terreno. La diffusione in campo aperto di un altissimo numero di alberi transgenici comporta il rischio aggiuntivo di contaminazione genetica. Le nuove piantagioni avrebbero avuto inoltre impatti negativi dal punto di vista del clima e avrebbero comportato un’elevato inquinamento chimico derivato dal massiccio impiego di pesticidi.


La ArborGen, un’impresa statunitense di bioenergia, con sussidiarie in Brasile, Nuova Zelanda e Australia. è il leader mondiale nella ricerca e commercializzazione di alberi transgenici, considerati come una commodity strategica nel campo dell’energia. “Gli alberi – dichiara il sito web  dell’impresa – sono la fonte più ricco e versatile fonte di materie prime rinnovabili al mondo”. La ArborGen si è già vista rifiutare un simile permesso in Nuova Zelanda, e ha tentato quindi negli Stati…
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Il biodiesel arriva in Zambia (pubblicato il Venerdì 07 Agosto 2009 08:35)
Una ricerca condotta dal biologo Matongo Mundia ( Agrofuel in Afric a – gli impatti sulla terra, sulla sicurezza elementare e sulla foresta” mette l’accento sugli impatti dell’espansione delle colture energetiche, e in particolare la Jatropha per il biodiesel, mentre la canna da zucchero il sorgo dolce e la cassava per il bioetanolo. “Come per il resto del continente, in Zambia la spinta alle coltivazioni finalizzate alla produzione di biodiesel è incentivata da progetti volti a sostenere lo sviluppo sociale e economico, ma non è chiaro se gli agrocarburanti prodotti saranno destinati al mercato interno o all’esportazione.”

Il governo dello Zambia ha spinto verso l’introduzione nel paese della produzione di biocarburanti, attraverso incentivi quali l’obbligo di una percentuale minima di biodiesel nel carburante. Tra i principali produttori la britannica D1 Oils. “Sembra che imprese come la D1 Oils promuovano i biocarburanti nel mercato interno per aprire le porte a una produzione massiccia finalizzata principalmente al mercato estero –  commenta  Matongo Mundia –  In questo modo non avvantaggerà molto lo…
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Debito in cambio di foreste (pubblicato il Giovedì 06 Agosto 2009 06:34)
I governi di Stati Uniti e Indonesia hanno firmato un accordo che prevede la protezione delle foreste pluviali in cambio di riduzioni sul debito estero.
In base alla legge statunitense Tropical Forest Conservation Act approvata nel 1998, gli Stati Uniti rinunciano a parte del proprio credito in cambio della protezione delle foreste pluviali. Ai 20 milioni di dollari, si aggiungono altri due milioni immessi da due associazioni ambientaliste, la statunitense Conservation International e l’indonesiana KEHATI. Il governo indonesiano si è impegnato a impiegare questi fondi in progetti di protezione dell’ambiente. I fondi coinvolti però sono relativamente insignificanti, se paragonati agli interessi in gioco nel settore della carta e della palma da olio, i principali attori della deforestazione, e rischiano di ridursi a misure accessorie e di scarso effetto.

La Kimberly-Clark si certifica FSC (pubblicato il Mercoledì 05 Agosto 2009 08:04)
Dopo anni di campagna internazionale di Greenpeace, con azioni anche in Italia, Kimberly-Clark, la multinazionale che produce con i marchi Kleenex, Scottex e altri, leader nella produzione di tessuti in fibra di carta in oltre 80 Paesi, ha annunciato oggi l’adozione di standard per l’acquisto di fibre che finalmente garantiscono la conservazione delle foreste.
Kimberly-Clark diventa, con questi standard, uno dei leader della sostenibilità nella produzione di tessuti in fibra di carta.
Nel novembre 2006, di fronte la sede italiana di Kimberly-Clark a Torino, gli attivisti di Greenpeace dimostrarono portando dei water da cui spuntavano dei piccoli alberi, a simboleggiare lo spreco delle risorse naturali, letteralmente buttate nel cesso.


“Abbiamo lavorato con Kimberly-Clark e siamo soddisfatti dei risultati ottenuti” commenta Chiara Campione di Greenpeace.
“E’ un grande successo per le ultime grandi foreste dell’emisfero settentrionale! Quelle foreste ospitano gli ultimi caribou selvatici e oltre un milione di uccelli migratori. E sono il più grande deposito di CO2 del pianeta: l’equivalente di 27 anni di emissioni umane in atmosfera, ai livelli attuali”. Kimberly-Clark si impegna ad usare solo fibre vergini certificate…
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Minacciato il lago di Cavazzo (pubblicato il Lunedì 03 Agosto 2009 07:02)
Circondato di foreste di abeti, il lago glaciale di Cavazzo, è il più esteso bacino naturale del Friuli-Venezia Giulia. Posto all’altitudine di 195 metri sul livello del mare, è delimitato dal monte San Simeone a nord-est, dal massiccio del monte Faéit a ovest e dalla piana di Alesso a sud. Il clima temperato ed il continuo apporto idrico di numerosi torrenti che lo alimentano, avevano contribuito al determinarsi di una condizione biologica favorevole allo sviluppo della fauna ittica.

Fino ai primi anni del Novecento diverse famiglie di Somplago e Alesso vivevano unicamente di pesca. Nel 1957, con l’attivazione della centrale idroelettrica di Somplago, che quotidianamente immette nel lago notevoli quantità di acqua fredda, si sono determinati profondi cambiamenti ambientali e biologici, causando la riduzione dell’ittiofauna sia come consistenza che come numero di specie.
Ora la Edilpower, la società che gestisce la diga di Somplago, ha presentato il progetto di ampliamento…
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Malesia: i Penan tornano sulle barricate (pubblicato il Venerdì 31 Luglio 2009 05:00)
I Penan tornano a bloccare le strade aperte dalle compagnie nel cuore delle foreste pluviali. Armati di frecce e cerbottane hanno eretto i blocchi lungo La polizia malese presidia i blocchi ma non si ha notizia di scontri.
I Penan vivono in Sarawak, la parte malese dell’isola del Borneo. Da vent’anni si battono per fermare il disboscamento delle loro terre ancestrali. Alcune comunità hanno avuto la meglio ma altre hanno dovuto assistere alla devastazione delle loro foreste, all’inquinamento dei loro fiumi e alla scomparsa delle piante e degli animali da cui dipende la loro sussistenza.


“Questa foresta è l’unico luogo che ci è rimasto per cacciare e cercare cibo – spiega uno di loro – Ma è un pezzettino piccolo. La notte scorsa sono uscito a caccia ma sono tornato a mani vuote. Se non riusciremo a salvare questo pezzettino di foresta, non avremo più niente da mangiare.” La famigerata compagna malese Samling sta disboscando nella zona di Long Daloh mentre nell’area di Ba Marong sta operando una sussidiaria della società KTS.

Il disoscamento in corso è coperto dalla…
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Amazzonia: Timberland si impegna, Rino Mastrotto fa orecchie da mercante (pubblicato il Giovedì 30 Luglio 2009 16:23)
Da oggi anche Timberland si impegna annunciando una nuova politica di acquisti della pelle bovina concordata con Greenpeace. L’azienda, infatti, sarà in grado di garantire che la pelle utilizzata per la produzione delle proprie scarpe vendute in tutto il mondo non avrà causato alcun fenomeno di deforestazione recente dell’ultimo grande polmone del pianeta. Secondo quanto stabilito dal documento in questione Timberland richiederà a tutti i propri fornitori di pelle – tra cui il gigante della carne e della pelle brasiliana Bertin – di impegnarsi immediatamente ad una moratoria sui fenomeni di nuova deforestazione in Amazzonia.

Questo annuncio arriva appena due mesi dopo il lancio dell’inchiesta di Greenpeace  “Amazzonia che Macello”, nella quale si ricostruiva la filiera dei prodotti a base di carne e di pelle da allevamenti coinvolti in fenomeni di deforestazione, lavoro schiavile e occupazione di territori indigeni in Amazzonia. Meno di una settimana fa anche Nike e Geox si sono impegnate a non acquistare pelle dall’interno del Bioma Amazzonico fino a quando non si fermerà la deforestazione a causa…
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Cartiere e biodiesel bruciano l’Indonesia (pubblicato il Giovedì 30 Luglio 2009 06:05)

Lo denuncia E yes on the Forests : su 4.782 incendi segnalati nella privincia di Riau (nell’isola di Sumatra) nei primi sei mesi del 2009, un quarto sono scoppiati nelle concessioni del colosso industriale APP / Sinar Mas, uno dei principali produttori di carta e di biocarburanti.
Le fiamme sono appiccate ogni anno per rimuovere la foresta e estendere le piantagioni di acacia e palma da olio, la prima per la produzione di carta e la seconda per l’olio impiegato nel biodiesel.


Il gruppo Asia Pulp & Paper (APP) è il principale produttore di carta. La APP è controllata dal conglomerato Sinar Mas, che, oltre alle piantagioni di acacia, controlla anche numerose piantagioni di palma da olio.

Gran parte delle foreste date alle fiamme si trovano su suolo di torba, la cui combustione libera in atmosfera immense quantità di carbonio. Tra le foreste date alle fiamme una Riserva della Biosfera dell’Unesco. L’uso del fuoco per rimuovere la biomassa forestale, benché…

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Bulgaria: bloccata la svendita delle foreste (pubblicato il Mercoledì 29 Luglio 2009 06:39)
Il nuovo governo uscito dalle elezioni dello scorso 5 luglio si è impegnato a istituire un bando sulla privatizzazione delle foreste demaniali, troppo spesso cedute sottocosto a imprese private. “Vieteremo immediatamente la cessione dei terreni pubblici per proteggere le foreste del paese e e valutare se le privatizzazioni sono compatibili con principi economici e e ambientali – ha dichiarato Miroslav Naydenov, da molti indicato come il prossimo ministro del’agricoltura – Chi ha infranto la legge, lavorando per interessi di imprese private, dovrà vedersela con la giustizia”.

Obiettivo del governo è ristabilire fiducia sul sistema di governance, seriamente compromesso, al punto che l’Unione Europea aveva sospeso tutti i fondi.
Lo scandalo dell’assalto alla terra nel corso del processo di privatizzazione era stato segnalato dalle associazioni ambientaliste bulgare, e rilanciato dal sindaco di Sofia, Boyko Borisov. Nel gennaio 2009 il parlamento bulgaro aveva imposto uno stop su tutte le operazioni di privatizzazione, bloccando così una cinquantina di cessioni di…
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Amazzonia, pace fatta tra Greenpeace e Nike (pubblicato il Giovedì 23 Luglio 2009 11:17)
Meno di due mesi fa Greenpeace lanciava l’inchiesta “Amazzonia che Macello”, pubblicata dopo tre anni di ricerca e indagini condotte sotto copertura. Qui si ricostruiva la filiera dei prodotti a base di carne e di pelle da allevamenti coinvolti in fenomeni di deforestazione, lavoro schiavile e occupazione di territori indigeni in Amazzonia. In tutto questo erano e sono coinvolti marchi globali tra cui anche Adidas, Timberland e Reebok.

Lavorando direttamente con Greenpeace, negli Stati Uniti e in Italia, Nike ha messo a punto una nuova politica di approvvigionamento che obbliga i propri fornitori a certificare in maniera formale che la pelle bovina venduta a Nike non provenga dal bioma amazzonico mentre Geox si è impegnata “ad attivare strumenti contrattuali di verifica volti ad evitare in maniera assoluta di favorire – anche solo indirettamente – il fenomeno denunciato da Greenpeace”.
“Siamo molto soddisfatti…
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Le foreste mature assorbono carbonio: il caso dell’Africa (pubblicato il Giovedì 23 Luglio 2009 07:57)
Per molti anni la comunità scientifica ha ritenuto che le foreste raggiungessero il massimo livello di produttività nell’età intermedia, e iniziassero a declinare raggiungendo la maturità, fino a diventare neutrali: stesso carbonio assorbito, stesso carbonio rilasciato in atmosfera. Insomma, si riteneva che queste foreste  custodissero un immenso pozzo di carbonio, ma non che continuassero a sequestrarne. Non è così. Nuovi dati emersi dall’osservazione delle foreste tropicali africane, dimostrano che queste continuano ad assorbire carbonio: tra il 1968 e il 2007 ne hanno sottratto all’atmosfera 0,6 tonnellate (più o meno quanto ne rilascia una piccola automobile) per ogni ettaro. Ben tre studi pubblicati di recente su Nature, dimostrano il contrario.

Una ricerca pubblicata da Sebastiaan Luyssaert dimostra come le foreste africane assicurano un importante servizio ambientale, sequestrando carbonio ma anche riducendo la crescente concentrazione di carbonio nell’atmosfera.
All’opposto, il carbonio sequestrato dalle foreste per secoli viene rilasciato in atmosfera quando queste vengono disturbate. Per garantire che le foreste continuino a svolgere la loro positiva funzione, secondo il team di ricercatori è necessario rinforzare e far…
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Salvate il Mekong (pubblicato il Martedì 21 Luglio 2009 06:39)

15.000 firme sono state consegnate al primo ministro tailandese Abhisit Vejjajiva per richiedere di abbandonare il progetto di centrale idroelettrica che taglierà in due il fiume Mekong, e optare invece per progetti di dimensioni ridotte, in grado di produrre, messi assieme, lo stesso quantitativo di energia. Il fiume svolge una funzione essenziale per la vita, la cultura e la biodiversità della regione. Tra gli impatti della diga, oltre a conseguenze per la biodiversità forestale, tutta basata sulla vitalità del fiume, una drammatica minaccia alle risorse ittiche, su cui si basa la sicurezza alimentare delle popolazioni rivierasche, e un’attività economica pari a tre miliardi di dollari annui. Anche un gruppo internazionale di scienziati ha richiesto l’abbandono del progetto. La campagna Save the Mekong Rive r è attiva in Tailandia, Vietnam, Cina e Cambogia.

Liberia, sbarcano i pirati della Malesia (pubblicato il Lunedì 20 Luglio 2009 06:47)
Sono sempre loro, i gangster del taglio illegale. Sono sbarcati in Liberia e hanno fatto bottino: di foreste.
Due imprese legate al gigante malese del legno Samling, si sono aggiudicate appetitose concessioni forestali di ben 25 anni, grazie a provvidenziali leggerezze nella gara di appalto.
Lo fa sapere Global Witness, con una documentata denuncia alle autorità liberiane. Usando un sistema di scatole cinesi, la Samling è riuscita a fare banco di una buona fetta di foreste liberiane. Si è presentata infatti con due imprese, la Southeast Resources Limited e la Atlantic Resources Limited, che possiede attraverso due consociate (rispettivamente Woodman, e Perkapalan Damai Timar (PDT).

La Liberia è ancora in fase di ricostruzione dopo un’aspra guerra civile, che aveva visto il settore del legno coinvolto nel conflitto. Le nuove norme dovrebbero prevenire l’intreccio di corruzione e criminalità che aveva alimentato la guerra civile, ma i baroni del taglio illegale continuano a infiltrarsi, grazie a compiacenti disattenzioni.

“L’industria del legname ha giocato un ruolo chiave nel finanziare il conflitto in Liberia, lasciare questo settore in mano a imprese con lo stessa…
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Foreste, petrolio e corruzione: il pastrocchio della Val d’Agri (pubblicato il Venerdì 17 Luglio 2009 06:04)
Tra monti, boschi, laghi e fiumi, tra cultura e storia, la Valle dell’Agri è un autentico patrimonio ambientale e paesaggistico. Compresa tra i monti Sirino e Volturino, al confine con la Campania, la valle prende il nome dal fiume Agri, che attraversa tutto il suo territorio. La zona è in parte compresa nel Parco nazionale della Val d’Agri e Lagonegrese, proprio per il suo alto valore ambientale. Ma negli ultimi venti anni si moltiplicano i pozzi petroliferi. Nell’ultimo decennio sono stati scoperti ulteriori giacimenti petroliferi tanto da supporre che nella valle ci sia il più grande giacimento d’Europa.
E tra devastazioni e  erosione del territorio, spuntano la corruzione e gli appalti truccati.

Il pubblico ministero di Potenza Henry John Woodcock ha chiuso le indagini preliminari su un presunto giro di tangenti legato ad appalti per le estrazioni petrolifere in Basilicata, nell’area della Val d’Agri. L’inchiesta che ha coinvolto l’Amministratore della Total italiana “Esplorazione e produzione”, che ha ricevuto un avvis di garanzia, e ha portato al sequestro di beni mobili, terreni e fabbricati.
Ai dirigenti Total (oltre a Levha, Jean Paul Juguet, responsabile del progetto…
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Cile: cartiera condannata aumenta le emissioni (pubblicato il Giovedì 16 Luglio 2009 15:34)

L’annuncio di un aumento della produzione sembra essere la risposta della Arauco alla recente condanna per le discusse attività dell’impianto di Valdivia.
La Corte di Appello di Santiago ha ratificato la condanna alla multinazionale cilena Arauco, controllata dal gruppo brasiliano Angelini, per la contaminazione del Rio Cruces tra il 2004 e il 2005 da parte della cartiera di Valdivia. La Arauco è nel frattempo coinvolta in un altro processo, per la contaminazione de Rio Mataquito.
La risposta della Arauco è stata provocatoria: l’impresa ha annunciato un aumento del 20 per cento della produzione di cellulosa nella regione cilena di Valdivia, portandola da 550.000 a 660.000 tonnellate annue.

L’avvio dell’impianto di Valdivia, dedicato alla produzione di cellulosa, era stato fortemente criticato dalle comunità indigene della X Regione Los Lagos. L’impianto è situato sulla riva del Rio Cruces, che fornisce acqua all’intera valle ed al vicino Santuario della Natura Carlos Anwandter, posto sotto tutela dalla Convenzione RAMSAR sottoscritta dal Cile nel 1981. Il Santuario è costituito da una riserva acquatica di 4.877 ettari, che corrisponde agli ultimi 20 km del Rio Cruces.

Lo…
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India: l’assalto alla montagna sacra (pubblicato il Giovedì 16 Luglio 2009 08:58)

La montagna sacra è quella dei Dongria Kondh, un popolo indigeno dello stato indiano di Orissa, che vive nelle rigogliose foreste alle sue pendici. L’assalto è organizzato dalla compagnia mineraria Vedanta Resources, che proogetta di aprire il ventre della montagna per farne una miniera di bauxite. La tribù, che abita quelle foreste da secoli, non è mai stata consultata sul progetto.
I Dongria si oppongono alla miniera in modo deciso organizzando regolari manifestazioni di protesta e bloccando le strade in costruzione nelle loro foreste.


Contro la miniera sono già arrivate allarmate proteste da parte di Amnesty International, ActionAid e War on Want e Survival. Quest’ultima ha presentato un ricorso alla Commissione Onu per l’Eliminazione della discriminazione razziale, chiedendo di investigare urgentemente sul caso e di invocare misure provvisorie per fermare la miniera prima che la popolazione dei Dongria sia danneggiata in modo irreversibile.

Anche il governo britannico sta conducendo delle indagini su un ricorso presentato…
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Lo zucchero amaro del Guatemala (pubblicato il Mercoledì 15 Luglio 2009 06:29)
Foreste addio. Le piantagioni di canna da zucchero si espandono nelle regioni pianeggianti della costa pacifica, sul fertile suolo vulcanico. 14 impianti di raffinazione sono alimentati da 216.000 ettari di piantagioni, la stessa superficie dell’intero distretto della capitale, e le piantagioni continuano a espandersi, ai danni della foresta tropicale. A ogni raccolto, le canne vengono bruciate, mentre le acque dei fiumi vengono deviate per alimentare gli zuccherifici.
Durante la stagione delle piogge, i canali di irrigazione veicolano inondazioni dei villaggi, e diffondono i pesticidi nell’intera zona, minacciando le delicate foreste di mangrovie della costa.

Tra le vittime dello zucchero, il santuario della fauna selvatica di Bocas del Polochic, avvelenato dai pesticidi dello zuccherificio della Guadalupe.
“Non ci sono più terre disponibili, abbiamo raggiunto il limite” ha dichiarato Armando Boesche, manager dell’associazione guatemalteca dei coltivatori di canna (Asazgua – Asociación de Azucareros de Guatemala). Ma l’avanzata continua, alimentata dalla nuova richiesta di biocarburanti, e costellata di estinzioni.
I baroni della carta sequestrano due giornalisti francesi. Indagavano sul taglio illegale. (pubblicato il Martedì 14 Luglio 2009 07:29)
Due giornalisti della testata televisiva France 24 sono stati detenuti illegalmente dalla security dell’impresa PT Lontar Papirup Pulp and Papers, una sussidiaria del gigante cartario indonesiano Asia Pulp and Papers (APP).

I francesi Ciryl Payen e Gilaume Martin, sono stati trattenuti assieme al loro collega indonesiano Dewi Arilaha, mentre riprendevano i camion carichi di tronchi nel parcheggio  dell’impresa, a Tebing Tinggi, nella provincia indonesiana di Jambi (Sumatra). La security ha poi consegnato i giornalisti al locale posto di polizia, che però non li ha ritenuti responsabili di alcun reato. Malgrado ciò il responsabile della security aziendale ha continuato a trattenerli in detenzione, per aver fotografato i camion della ditta. In realtà la stessa legge indonesiana prevede due anni di prigione per chi nasconda prove alla stampa (Legge n. 40 del 1999).
I tre giornalisti stavano conducendo un servizio investigativo sulle operazioni di taglio illegale da parte dei gruppi cartari, e avevano intervistato il direttore del gruppo PT Sinar Mas, che controlla la APP, oltre a estese piantagioni di olio di palma.

Avvelenati dai pesticidi scompaiono gli ultimi elefanti di Sumatra (pubblicato il Lunedì 13 Luglio 2009 06:05)
Un altro elefante, l’ottavo da maggio, è stato ucciso dai pesticidi sparsi in abbondanza nelle piantagioni di palma da olio. Lo annuncia il Wwf Indonesia: “Si trattava un piccolo di due anni, ancora dipendente dal latte materno”. Molti composti organo clorurati infatti tendono a concentrarsi proprio nel latte. Le piantagioni hanno preso il posto delle foreste in cui gli elefanti vivevano, e i pesticidi si diffondono dei corsi d’acqua adiacenti. Scacciati dalle loro foreste, gli elefanti cercano disperatamente cibo nelle piantagioni, entrando in contatto con insediamenti umani. Spesso vengono uccisi intenzionalmente, altre volte rimangono vittime dei pesticidi. La popolazione degli elefanti di Sumatra si è ormai ridotta a 2.400 individui, in costante declino.
Le foreste e il Presidente (pubblicato il Venerdì 10 Luglio 2009 06:15)
Una moratoria sulla deforestazione. Era l’impegno formale di Megawati Sukarnoputri, candidata alla presidenza della repubblica. Un impegno non troppo oneroso, dato che la Megawati aveva ben poche possibilità di vittoria. E difatti è stato rieletto il presidente uscente Susilo Bambang Yudhoyono. Ma per la prima volta la protezione delle foreste è entrata nel programma elettorale di un Presidente della Repubblica, prevedendo una moratoria su tutte le concessioni forestali e minerarie.

Cosa farà il vincitore? Yudhoyono si è più volte impegnato a proteggere le foreste, ma non ha mai parlato di moratoria, e buona parte dei suoi impegni sono restati lettera morta. Secondo Greenpeace, il suo mandato è stato caratterizzato dal record della di deforestazione e dalla diffusione incontrollata degli incendi forestali, legati all’espansione delle piantagioni di acacia e palma da olio.


“Gran parte degli incendi sono avvenuti nelle aree concesse all’industria del legno e alle piantagioni dal ministro delle foreste  MS Kaban” ha dichiarato Bustar Maitar, di Greenpeace, chiedendo alla Commissione sulla corruzione di investigare sul rilascio di queste licenze. Malgrado l’utilizzo del fuoco sia illegale, l’US National Aeronautics and Space Administration ha segnalato 2.643 hotspot nella sola isola di Sumatra.

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Svendono l’Italia per fare cassa!

Posted by giannigirotto su 21 luglio 2009

Giulia Maria Crespi: il piano casa, rovina irreversibile

Di seguito riporto un articolo tratto dalla WebPage del Corriere della Sera, che esprime il grido di dolore di molti residenti, di fronte alla distruzione dell’ ambiente prodotta al fine di fare “cassa”.

Mi impressiona leggere quanto il diritto di chi abita sul territorio sia calpestato dal potere di chi ha i mezzi politici, economici e finanziari per interagire con il mercato del consumo.
La nostra storia, il nostro ambiente, il nostro futuro, è sempre più succube della necessità di trovare sempre nuovi e importanti “sbocchi di mercato”.
Per incrementare i “consumi” svendiamo il nostro patrimonio di risorse naturali, il quale ha un valore inestimabile che non è valorizzato dallo stato, nè dalle istituzioni.
Il potere del denaro che si autoalimenta creando vorticose e minacciose speculazioni economiche sovrasta la nostra umanità e la rende succube della continua ricerca di accumulazione di capitale.
Questa politica ci annienta!
Dobbiamo ribellarci in modo umano, inventando nuovi modi per controllare il valore economico che ci appartiene.
Non possiamo condizionare il nostro futuro per qualche euro “in più” da poter spendere per cose che non servono a migliorare la qualità della nostra vita sociale.

Corriere della sera

ROMA—«Stanno svendendo l’Italia solo per ricavare un utile immediato. Sul paesaggio, sul territorio italiani non c’è più da nutrire preoccupazione: ma autentica disperazione. Sarà una rovina irreversibile di cui soffriranno le nuove generazioni. E poi ne risentiranno il turismo, che abbandonerà il nostro Paese, e già sta avvenendo. Poi la salute, l’identità, le radici stesse degli italiani». Giulia Maria Crespi parla dalla sua casa in Sardegna, ma è in continuo collegamento con gli uffici del Fai, il Fondo ambiente italiano, trust privato che negli anni è riuscito a sottrarre straordinari beni culturali italiani alla speculazione e alla scomparsa. Un’esperienza citata in Europa come un modello di tutela in mano ai privati.

Qual è la ragione del suo allarme, signora Crespi?
«Prima di tutto la sorte del Codice dei Beni culturali, varato dal ministro Giuliano Urbani, in mezzo a mille difficoltà, sotto il precedente governo Berlusconi e concluso da Francesco Rutelli. Sandro Bondi mi aveva dato la sua parola d’onore davanti a quattro testimoni che la parte relativa al paesaggio sarebbe entrata in vigore a gennaio scorso, poi a giugno di quest’anno. Infine lo slittamento alla fine di dicembre… ».

Parla dell’articolo 146 che attribuisce ai soprintendenti il potere di esprimere un parere obbligatorio e vincolante sugli interventi nelle aree protette e che non è ancora andato in vigore? C’è un regime di proroga…
«Penso proprio a quel problema. I soprintendenti calano di numero e hanno sempre meno mezzi a disposizione. Ora c’è questa proroga che consente ai soprintendenti di pronunciarsi solo a cose fatte, a progetto varato. Intanto le regioni stanno approntando i loro piani. Il Veneto prevede la possibilità di intervenire nel 40% del territorio. La Lombardia nel 35% con la possibilità di intervenire anche nei parchi regionali. Allucinante. L’Umbria le sta seguendo. Altra tragedia: ora i comuni permettono ai costruttori di autocertificarsi l’idoneità del progetto. Sono insegnamenti che definirei di gravissimo scadimento morale dell’intero sistema italiano».

Bondi ha assicurato che la proroga finirà a dicembre…
«Spero. Anche se non ci credo più. Senza il Codice completo, il Piano Casa potrà avere effetti devastanti, purtroppo irreversibili sul paesaggio».

Dice però Berlusconi: con le nuove regole del Piano Casa verranno rimessi in circolazione tra i 70 e i 150 miliardi di euro ora inoperosi nelle banche. Non temete di apparire come ostacoli alla ripresa dell’economia?
«Questo è quello che dice Berlusconi, poi bisogna vedere se gli effetti economici saranno davvero quelli… Ma io guardo al futuro. Il Piano Casa prevede la possibilità di abbattere vecchi edifici, di aumentarne la cubatura, di stravolgere insomma interi panorami. Unico Paese in Europa: guardiamo cosa avviene in Francia o altrove. Ma qui non c’è solo il Piano Casa. È tutto un sistema… ».

A cosa si riferisce in particolare, signora Crespi?
«Ho tanti altri esempi che addolorano solo al pensarli. In Lombardia, nel cuore del parco del Curone, cioè della Brianza ancora ben conservata, un meraviglioso parco di 2.700 ettari, è pronto uno studio di fattibilità per permettere alla società australiana Australian Po Valley, per il 50% di proprietà Edison, di estrarre petrolio. Petrolio lì! Con conseguente emissione di acido solforico che avrà un’azione intossicante nell’arco di dieci chilometri, col problema dello smaltimento dei fanghi. Tutti i 21 comuni, di qualunque colore, e la provincia di Lecco protestano ma non hanno potere di bloccare il piano perché è stato dichiarato di pubblica utilità! Come si può solo immaginare tutto questo?».

Altri esempi che la preoccupano?
«Ho ancora un esempio legato alla Lombardia che, nel suo piano prevede la possibilità di intervenire addirittura nelle aree protette. Per esempio nel meraviglioso Parco Agricolo Sud: 47 mila ettari! Altro massacro che resterà indelebile che distruggerà un’area ricca di fontanili antichi, terreno ad alta fertilità, piena di antiche abbazie e cascine forzesche. Un polmone verde per i milanesi».

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Se la prende con questo governo?
«Io credo che ormai circoli un ragionamento trasversale: fare soldi subito. E poi, dopo di me il diluvio. Lo disse Luigi XV, ma dopo ci fu la Rivoluzione francese. E dopo, per noi, ci sarà solo un territorio devastato per sempre. E qui nessuno è più sensibile. Non lo è la destra. Ma non lo è nemmeno la sinistra: neanche l’attuale opposizione colloca l’ambiente tra le sue priorità. Anzi, se ne disinteressa totalmente. Guardiamo cosa sta avvenendo in Toscana e presto in Umbria… Rimaniamo solo noi associazioni: Fai, Italia Nostra, Lipu, Wwf. Siamo visti da tutti come scomodi cretini. Poi, un giorno, forse qualcuno dirà che quegli scomodi cretini avevano ragione. Ma sarà troppo tardi. Un padre non svende la figlia per far cassa. Qui, lo ripeto, stanno svendendo la nostra Italia davanti all’indignazione del resto d’Europa».

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