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Modelli da diffondere – Sakena Yacoobi

Posted by giannigirotto su 14 settembre 2011

Sakena Yacoobi  ha 60 anni e da trenta si occupa di combattere la guerra con la cultura. Sakena è un’insegnante. Ogni giorno, escluso il venerdì, 350mila persone affollano le sue classi e prendono parte a quella che lei ha definito una “Jihad con la penna” ovvero imparano a leggere e a scrivere. Perché l’alfabetizzazione è la prima arma per sconfiggere la guerra e in un cervello occupato da quello che gli raccontano i libri piuttosto che da stragi spacciate per ideali di martirio, il fascino dei mitra e delle bombe attecchirà meno.

È stato in Pakistan, in mezzo ai profughi, alle donne che avevano subito violenze di ogni tipo, che Sakena ha capito che l’istruzione è l’unica via per risollevare la sua gente. Da allora non si è mai fermata e ha aperto scuole e raccolto studenti ovunque ha potuto. Nemmeno l’Afghanistan dei Talebani l’ha intimorita. Proprio all’epoca del loro dominio, negli anni Novanta ha fondato l’ Ali (Afghan Institute of Learning). “ Da Kabul, da Herat, da Logar, mi chiedevano di aprire scuole clandestine”, racconta Sakena Yacoobi suWired. “ Mi imposi allora una regola: se la gente era in grado di proteggerci e di darci i locali e il personale da preparare, l’avremmo fatto”.

Sekena si concentra sopratutto le bambine, che normalmente vengono per ultime come priorità di alfabetizzazione nelle famiglie povere: “Se educhi un bambino educhi un individuo, se educhi una bambina educhi una famiglia e dunque una comunità”

A mio avviso è una delle tante persone che veramente meritano il Nobel per la pace… e come al solito decine di altri articoli ed anche video li trovate sparsi su Internet, naturalmente la maggior parte è in Inglese, i telegiornali italiani invece preferiscono parlare delle “Papi girl” e di calcio…
Vi ricordo che trovate una scheda su altre grandissime persone nella mia sezione “Modelli“.

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Indispensabili: La decrescita felice – Decrescita, innovazione e progresso

Posted by giannigirotto su 21 marzo 2011

Non poteva mancare nella mia sezione Indispensabili questo scritto di Maurizio Pallante, che ovviamente rappresenta il punto d’unione di coloro che si riconoscono nell’omonimo Movimento per la Decrescita Felice.

Anche questo libro rientra tra i miei preferiti perchè non si limita a denunciare situazioni insostenibili, ma propone delle alternative concrete e virtuose, che ci consentono di mantenere un elevato livello qualitativo di vita, senza compromettere le risorse che lasceremo ai nostri figli.

Ecco l’estratto del capitolo (clicca sulla foto per vedere gli altri):

Decrescita, innovazione e progresso

Un sistema economico fondato sulla crescita del prodotto in­terno lordo è innovatore per necessità intrinseca. Per accrescere l’offerta di merci ha bisogno di continue innovazioni di processo finalizzate a incrementare la produttività, cioè le quantità prodotte nell’unità di tempo. Per accrescere la domanda ha bisogno di con­tinue innovazioni di prodotto finalizzate a rendere obsolete in tem­pi sempre più brevi le merci acquistate, in modo da abbreviare i tempi di sostituzione. Entrambe le innovazioni dipendono fonda­mentalmente dagli sviluppi della tecnologia, che a loro volta di­pendono dagli sviluppi della ricerca scientifica, anche se nelle in­novazioni di processo hanno un ruolo decisivo le innovazioni or­ganizzative e nelle innovazioni di prodotto hanno un ruolo altret­tanto importante le innovazioni estetiche. Maggiori sono le inno­vazioni, più rapida è la loro successione, maggiore è la crescita del­la produzione e del consumo di merci. In un sistema economico che misura la crescita del benessere con la crescita del prodotto interno lordo, l’innovazione diventa un valore in sé. Si identifica col concetto di miglioramento. Poiché le innovazioni cambiano di continuo la situazione esistente, la disponibilità al cambiamento assume un ruolo centrale nel sistema dei valori condivisi. Diventa una pubblica virtù. Viceversa, la resistenza nei confronti delle in­novazioni diventa un vizio da sradicare, una manifestazione di chiusura mentale da ridicolizzare, un atteggiamento d’altri tempi da condannare…

Il capitolo prosegue con una lunga spiegazione di come il suddetto atteggiamento possa essere, ed in effetti è stato, molto pericoloso, in quanto può portare ad una spirale di continua distruzione del passato per far posto al futuro, ma eliminando in questo processo di distruzione anche molte cose, sia a livello di manufatti sia di ambiente naturale, che invece meritano ed in molti casi DEVONO essere salvate, in primis appunto l’ambiente naturale… tale atteggiamento, tutora  non mediato dal buon senso, comporta anche che… ciò che le innovazioni rendono vecchio e superato in tempi sempre più brevi, in parallelo alla crescita delle merci si ha una direttamente proporzionale crescita dei rifiuti. Più rapide sono le innovazioni di processo e di prodotto, più rapidamente invecchia­no e vengono sostituiti i manufatti e gli oggetti, più rapida è la crescita dei rifiuti. Oltre certi livelli può diventare addirittura superiore alla crescita del prodotto interno lordo. Tra il 2000 e il 2003 la produzione di rifiuti in Italia è cresciuta del 3,8 per cento, la produzione di merci del 2,4 per cento…

In parallelo alla crescita dei rifiuti, la crescita della produzione e della produttività comportano un proporzionale incremento del consumo di risorse e scaricano negli ambienti quantità crescenti di emissioni inquinanti. Nei processi produttivi in cui si utilizzano materie prime rinnovabili, l’esigenza di averne sempre di più spin­ge a forzare artificialmente i ritmi della loro riproduzione (come si verifica con le risorse agricole), mentre nei processi produttivi in cui si utilizzano materie prime non rinnovabili, induce a pro­durre sostanze alternative di sintesi (come fanno le varie branche dell’industria chimica) o a intervenire sulla struttura della materia (l’energia nucleare e le biotecnologie). Inoltre, la concorrenza im­pone che le innovazioni tecnologiche di processo vengano finaliz­zate a ridurre i costi di produzione e accrescere la produttività, fa­cendo passare in secondo piano, o ignorare del tutto, la valutazione del loro impatto ambientale. Così, per decenni, i processi di produzione industriale e agricola hanno scaricato nell’aria, nelle acque e nei suoli quantità crescenti di sostanze inquinanti gassose, liquide e solide…

A livello di politica…

l’obiettivo della crescita è comune ai due schieramenti, che si dividono sui mezzi per raggiungerlo e sui mo­di di distribuirne i benefici tra le classi sociali. I contendenti di entrambi i fronti partono dal presupposto che più la torta è gran­de e più ce n’è per tutti. Per i partiti di destra, con varie sfumatu­re, il mercato è lo strumento più efficace per farla crescere e per dividerne nel modo migliore le fette tra i soggetti che hanno contribuito a farla crescere col loro lavoro. La possibilità di inserire qualche correttivo politico non la escludono, purché non stravol­ga gli equilibri definiti di volta in volta dalla dinamica della do­manda e dell’offerta. Per i partiti di sinistra lo Stato deve invece intervenire nell’economia per ridistribuire in maniera più equa il reddito tra le classi sociali. A tal fine deve usare la leva fiscale per tassare in maniera progressiva i redditi più alti e spendere i pro­venti in servizi sociali e sostegni ai più disagiati. Altrimenti la cre­scita aumenterebbe le diseguaglianze, facendo pagare con un peg­gioramento delle condizioni di vita dei più deboli l’aumento dei privilegi dei più forti. Quale delle due posizioni fa crescere di più il prodotto interno lordo? Quale è più progressista? Se lo Stato interviene per attuare una distribuzione più equa del reddito tra le classi sociali, aumenta la quota del reddito destinata ai consu­mi. Di conseguenza la quota destinata agli investimenti si riduce. Se non interviene e lascia fare al mercato, la quota del reddito de­stinata ai consumi diminuisce e aumenta quella disponibile per gli investimenti in innovazioni tecnologiche. Pertanto, un’economia che non si pone il fine di una maggiore equità cresce di più e più in fretta di un’economia che se lo pone. Un’economia più giusta è meno produttiva e un’economia più produttiva è meno giusta. Se si fanno le fette più uguali, la torta resta più piccola e le fette sono più piccole. Se si fanno le fette meno uguali la torta diventa più grande e le sue fette più piccole possono essere più grandi delle fette più grandi della torta più piccola. Nei paesi industrializzati si è relativamente poveri con un reddito prò capite inferiore ai 500 euro. Nei paesi dell’ex blocco sovietico le buste paga raggiungono a mala pena la metà di questo valore. La povertà assoluta del pro­letariato di Londra nella seconda metà dell’Ottocento, descritta nella sua drammaticità in tante opere sociologiche, letterarie e ar-tistiche, ha consentito di investire in innovazioni tecnologiche che hanno accresciuto la produzione di merci fino al punto in cui, un secolo dopo, per trovare una domanda capace di assorbirle è sta­to necessario ampliare la fascia dei consumatori accrescendo il reddito monetario degli strati sociali più poveri. Le fette più pic­cole della grande torta che ora essi mangiano sarebbero ritagliate da una torta più piccola e sarebbero molto più piccole se non ci fosse stata la fame dei loro antenati, ma dalla sazietà e dagli spre­chi dei discendenti non traggono giovamento le sofferenze che es­si hanno patito. Come non ne traggono giovamento le sofferenze dei quattro quinti dell’umanità ai quali, per fare grande quella tor­ta di cui le classi subalterne dei paesi sviluppati mangiano le fette più piccole, viene sottratto ciò che è necessario per vivere. Un’e­conomia finalizzata alla crescita della produzione di merci non può non essere ingiusta. Non può non generare sofferenze sem­pre più acute e diffuse…

In definitiva… La libertà e la democrazia non possono essere limitate all’alternativa tra le due varianti interne allo stesso paradigma: destra o sinistra. O rinchiuse nello spazio ancora più angusto tra le due opzioni più simili delle due varianti: centrode­stra e centrosinistra. La libertà e la democrazia, per essere tali de­vono includere la possibilità di rimettere in discussione il paradig­ma e progettarne un altro. Chi rimette in discussione il paradigma progressista è più progressista dei progressisti che lo considerano un dogma intoccabile. Ma è anche conservatore, perché la critica dell’innovazione come valore in sé implica una rivalutazione del passato e il riconoscimento che non tutti i cambiamenti sono stati miglioramenti. Il progresso non esclude la conservazione, ma si realizza con una serie di aggiunte a un patrimonio di sapere e sa­per fare ereditato dalle generazioni precedenti. Chi critica il valore della crescita economica e l’ideologia progressista, rimette in di­scussione le categorie concettuali su cui si fonda la modernità…

quali innovazioni quindi conviene accettare e quali rifiutare: ovviamente si deve valutare caso per caso, ma il criterio ultimo è sempre quello della sostenibilià nel tempo, di ciclo chiuso… un sistema economico che pretende di accrescere in­definitamente la produzione di merci mentre le risorse sono limi­tate ed è limitata la capacità dell’ecosistema terrestre di assorbire le scorie della produzione, non ha potenzialità di futuro. Al livello di sviluppo raggiunto si sta già scontrando con i limiti del pianeta. Solo un sistema economico finalizzato a ridurre al minimo il con­sumo di risorse e la produzione di rifiuti, che riduce gli sprechi, aumenta la durata di vita degli oggetti e ricicla le materie prime contenute in quelli dismessi, utilizza le innovazioni tecnologiche per attenuare al minimo l’impatto ambientale dei processi pro­duttivi e non per aumentare la produttività, sviluppa al massimo l’autoproduzione di beni, le filiere corte, gli scambi non mercanti­li, in una parola, solo un’economia della decrescita ha una poten­zialità di futuro…

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Indispensabili: L’anticasta – i Gruppi d’Acquisto

Posted by giannigirotto su 24 novembre 2010

Dopo aver inserito diverso tempo fa il libro “La Casta” nella mia sezione “Indispensabili“, sono estremamente felice di poter iniziare l’inserimento di estratti, capitolo per capitolo, di questo testo che spero diventi un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono utilizzare le esperienze positive già portate a termine in varie località italiane, per replicarle ovunque sia opportuno. Segnalo solo che questo libro parla di esperienze italiane, mentre in un altro testo, “Voglia di Cambiare“, sempre presente nella sezione “Indispensabili“, sono contenute le esperienze di successo avvenute in vari Paesi Europei.

Invito tutti, una volta letto questi interessatissimi estratti, di comprare il testo originale per poter completare la lettura, e magari a regalarne una copia ai propri consiglieri comunali, per far loro vedere come un’altro modo di amministrare è possibile.

Iniziamo pertanto con il primo esaltante capitolo che si potrebbe riassumere nello slogan “consumatori di tutto il mondo unitevi”… :

VINCERE LA PAURA DEL CAMBIAMENTO -risparmiare conviene e tanti iniziano a capirlo (di Jacopo Fo)

…….. C’è cibo in sovrabbondan­za: ogni anno buttiamo via la metà del cibo che producia­mo sulla Terra. E fabbrichiamo molti più tessuti di quanti ce ne possa­no servire. Bruciamo quattro volte i combustibili di cui avremmo bisogno perché non isoliamo le nostre abitazioni e usiamo mezzi di trasporto spinti da motori obsoleti e inefficienti…………

le multinazionali potrebbero risparmiare l’80-90% delle materie prime e dell’energia che consumano. Questa affermazione si basa sull’a­nalisi di decine di tecnologie innovative qua e là sperimentate

Jacopo Fo fa poi un brevissimo elenco dell’enorme spreco che lo Stato Italiano produce costantemente, affermando che una gestione corretta, normale, “non da ladri e cretini”, porterebbe ad un radicale mutamento in meglio della situazione sociale…………

Nel 1998, dopo aver letto Il banchiere dei poveri di Muhammad Yunus decisi di cercare anch’io di fare qualche cosa di concreto nel campo dell’economia. Per anni avevo dedicato tutte le mie energie alla produzione artistica e alla diffusione della cultura ribelle sbocciata negli anni settanta. Mi misi in testa di provare a diffondere pannelli solari per l’acqua calda e gruppi di acquisto di servizi (banca, assicu­razione, telefonia). L’idea, semplice, era che si potesse crea­re una struttura che oltre a diffondere principi di cooperazione ed ecologia mettesse a disposizione le nuove ecotecnologie e altri prodotti a prezzi onesti e con garanzie solide per i consumatori. Individuammo una serie di prodotti, li testammo, stipulammo contratti, creammo una serie di siti internet tematici e iniziammo a proporre il nostro pacchet­to innovativo e conveniente investendo parecchio denaro e lavoro nella diffusione della nostra proposta………….Quando finalmente il 28 febbraio 2007 la legge fu approvata nella forma corretta, partimmo con il gruppo di acquisto dei pannelli fotovoltaici raccogliendo in pochissimo tempo centinaia di adesioni e un’enorme risposta dal punto di vista dell’inte­resse: più di mezzo milione di persone entrò nella pagina web che Spiegava tutti i problemi relativi al fotovoltaico e come intendevamo affrontarli con il gruppo d’acquisto…………

Io credo che il fulcro del mantenimento del si­stema della violenza e della sopraffazione dipenda dalla forza dell’abitudine…..invece… Le esperienze degli ecovillaggi, dèi gruppi di acquisto, del commercio equo e solidale, delle banche del tempo, delle cooperative, mostrano che, a parità di reddito, le per­sone che fanno queste scelte hanno un tenore di vita più alto e una socialità più ricca e piacevole……

Ma la consociazione di questo gruppo è solo parziale. Bisognerebbe arrivare anche all’acquisto collettivo di au­to, elettrodomestici, case, assicurazioni e servizi bancali, riscaldamento, elettricità ecc. Il risparmio che si otterreb­be estendendo i gruppi di acquisto a tutti i prodotti e servizi raggiungerebbe l’equivalente di 3 stipendi all’anno.

Ciò significa cambiare radicalmente la situazione eco­nomica di una famiglia. Ma queste esperienze si diffondo­no con estrema lentezza nell’Occidente industrializzato. Diversa la situazione nei Paesi poveri dove le difficoltà spingono a buttarsi con meno paura nelle opportunità nuove che si presentano. Da noi invece i cambiamenti sono spesso rimandati se non sono strettamente necessari (cioè solo quando l’acqua tocca il sedere si impara a nuotare, ndr….)…... Poi mi sono dedicato a trovare anche il mo­do di finanziare tutto l’investimento necessario….. Ora sono arrivato al punto di offrire non solo un risparmio fin dal primo anno ma addirittura un anticipo in contanti, all’atto della firma del contratto, sui risparmi degli anni futuri…

…Che cosa succede se mettiamo insieme il risparmio energetico, i gruppi di acquisto, il microcredito e le impre­se capitaliste etiche? Otteniamo un mondo in cui le scelte di fondo delle multinazionali sono condizionate dai con­sumatori consociati che entrano nel merito della qualità dei prodotti. Oggi milioni di automobilisti desidererebbe­ro l’auto elettrica che si ricarica con i pannelli solari. Ma quest’auto al momento non è disponibile sul mercato non perché non sia possibile costruirla ma perché la domanda e l’offerta non s’incontrano………..

…se un gruppo di centomila consumatori si consociasse potrebbe avere subito un’auto elettrica e potrebbe perfino imporre scelte co­struttive. E otterrebbe anche prezzi molto interessanti. I gruppi di acquisto hanno un potere contrattuale potenzia­le enorme… I consumatori consociati possono offrire la sicurezza delle vendite attraverso acquisti programmati e al contempo tagliare i costi e i problemi legati alla vendita… E se un gruppo di consumatori può ordinare a un’azienda un’auto elettrica, può anche preten­dere che gli operai che la producono siano pagati in modo giusto e che durante il processo produttivo non siano causati danni all’ambiente. La consociazione degli acqui­sti avrebbe la possibilità di dissuadere gli imprenditori malvagi dal fomentare guerre e disastri ambientali, per­ché in un mercato controllato dai consumatori questi comportamenti verrebbero penalizzati dall’esclusione di queste imprese dal mercato consociato.

La consociazione degli acqui­sti avrebbe la possibilità di dissuadere gli imprenditori malvagi dal fomentare guerre e disastri ambientali, per­ché in un mercato controllato dai consumatori questi comportamenti verrebbero penalizzati dall’esclusione di queste imprese dal mercato consociato. I consumatori che diventano protagonisti dei loro stili di vita poi stanno anche molto attenti alla qualità dei poli­tici che votano, pretendendo da loro la stessa qualità che cercano nei consumi. Sono convinto che questo meccanismo si svilupperà in modo prepotente nei pròssimi vent’anni. Questo avverrà anche sulla spinta della neces­sità per tutte le famiglie di capire i propri consumi energe­tici e diminuirli drasticamente. Inoltre molti diventeranno microproduttori di energia dal sole o dal vento e anche questa democrazia energetica contribuirà a far crescere la cultura della razionalizzazione dei consumi.La conoscenza dei costi energetici sarà per molti il pri­mo passo verso lo sviluppo di una nuova coscienza dei consumi. E sarà questa nuova coscienza a cambiare il no­stro modo di vivere.Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per le ammini­strazioni pubbliche. Già esistono esperienze, come viene mostrato in questo libro, di discussione pubblica delle scelte e dei bilanci comunali, ma in questa direzione si po­trebbe fare molto di più rendendo trasparenti e visibili in rete appalti, liste di attesa di ospedali, costi di ogni ufficio e tassi di produttività. E qui mi fermo.Nei prossimi anni vedremo come evolveranno le cose.Io credo che si svilupperanno in questa direzione.

I consumatori hanno il potere sul mondo. Devono solo accorgersene e connettersi in rete.

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No grazie, pago io!

Posted by giannigirotto su 28 settembre 2010

C’è chi dice no ai “regali” delle Multinazionali Farmaceutiche

GADGET, REGALI, PRANZI GRATIS, FESTE, VIAGGI OMAGGIO in hotel di lusso e località esotiche con la scusa di un convegno medico, interventi pubblici lautamente remunerati. Dura la vita dei medici. Nessuna ironia in questa affermazione: è davvero difficile per un medico rimanere intellettualmente indipendente, valutare correttamente l’efficacia e la reale utilità di un farmaco quando le case farmaceutiche fanno di tutto -anche attraverso la loro capillare rete di responsabili vendite (ipocritamente noti come “informatori farmaceutici”) – per convincere chi dovrà prescrivere i loro medicinali.
Il problema è reale e globale. E tocca da vicino la vita delle persone. Alcuni sanitari però hanno alzato la testa e rifiutato questa logica. Grandi nomi della medicina mondiale si sono esposti denunciando questo stato di cose. Come Drummond Rennie, vice direttore del Journal of thè American Medicai Association: «Vari scienziati sono disponibili, in nome del prestigio, a tagliare, falsificare, plagiare, ingannare, mentire, truffare e buttar via la loro reputazione, semplicemente per produrre più pubblicazioni, avanzare nella loro carriera e, ovviamente, fare soldi». O comeAdriane Fugh-Berman, professore dell’università di Georgetown, che ha ipotizzato il pericolo che «si arrivi a invalidare tutta la letteratura medica, principale fonte del processo decisionale clinico», tanto è pervasivo l’influsso delle corporation nelle pubblicazioni scientifiche.
Dietro di loro, in molti Paesi stanno nascendo movimenti di medici, infermieri e farmacisti che si oppongono allo strapotere delle lobby. In Italia, trecento di loro si sono riuniti nell’associazione “No Grazie Pago lo”: «I confini tra medicina e industria del farmaco stanno scomparendo e i loro ruoli tanto diversi vengono confusi. Scopo dell’industria del farmaco è vendere i propri prodotti per aumentare gli indici di Borsa delle società quotate. Scopo della medicina deve essere invece quello di proteggere la salute delle persone», spiega la pediatra modenese Luisella Grandori, coordinatrice del movimento.
Memore della filosofia “agire locale, pensare globale», il gruppo ha deciso di non accettare regali di alcun genere (nemmeno le penne biro o i block notes) dalle industrie del farmaco né tantomeno finanziamenti per andare ai convegni o per produrre materiale informativo destinato ai colleghi. Ma il loro impegno non si ferma qui. Nelle ricette prescrivere sempre il farmaco generico al posto di quello di marca. E, siccome il grande potere di Big Pharma sta nel controllare l’informazione medica, i “NoGrazie” lavorano per diffondere un nuovo tipo di formazione medica “non sponsorizzata”: «Al posto di lunghi viaggi ed eventi mondani – prosegue Grandori – si possono organizzare lavori in piccoli gruppi, che analizzino i risultati di un farmaco sulla base delle migliori evidenze possibili, valutandone la ricaduta sulla salute dei pazienti e concentrandosi sui problemi incontrati nella pratica quotidiana. È un modo molto più efficace per formarsi e che permette di sganciarsi dall’influenza del mercato».
I sanitari di “No Grazie Pago lo” non sono gli unici a lavorare per un nuovo tipo di rapporto tra medici e case farmaceutiche. Gruppi simili sono nati in molti altri Stati: So Free Lunch a New York e in Gran Bretagna, i No Gracias in Spagna, i Gezonde Scepsis in Olanda, i Mezis in Germania e gli Healthy Skepticism che, nati in Australia, hanno affiliati in tutto il mondo.

Fonte: rivista “Valori“ pubblicata da Banca Etica. E per chi fosse interessato è disponibile online un vasto archivio con tutti gli arretrati (tranne i numeri più recenti)…

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Indispensabili: Voglia di cambiare – La sicurezza sul lavoro

Posted by giannigirotto su 24 giugno 2010

Proseguo ad implementare la mia sezione “Indispensabili” con questo libro che si caratterizza per la sua proposività. Infatti l’ho scelto perchè non è l’ennesimo libro di mera denuncia delle grandi e piccole disgrazie che affliggono vuoi l’Italia vuoi il mondo in generale, ma al contrario l’autore è andato a ricercare i modelli di eccellenza che permettono ad altri Paesi di risolvere al meglio tanti problemi. Giusto per darvi un assaggio del contenuto:

– La Svezia ha quasi azzerato le morti bianche, conquistando il primato mondiale della sicurezza sul lavoro grazie all'”ombudsman” dei lavoratori, ovvero il delegato per la salute e la sicurezza.

– Con l’invenzione della corsia dinamica, in Spagna non si vedono più ingorghi in entrata e in uscita dall’autostrada, mentre i treni corrono superveloci.

– A Friburgo, in Germania, i cittadini hanno detto no al nucleare, ma contemporaneamente hanno detto sì alle energie “dolci” e trasformato l’energia solare in un formidabile business.

– L’Inghilterra ha scelto i migliori architetti per progettare case popolari di pregio e quartieri a misura d’uomo, e con controlli severi ha dimezzato le stragi sulle strade.

– I danesi non hanno più l’incubo della precarietà grazie alla “flessicurezza”, che da una parte consente agli imprenditori di licenziare con molta facilità il personale, dall’altra offre al disoccupato un’indennità del 80% dello stipendio e sopratutto un rientro velocissimo nel mondo del lavoro.

Quindi bando agli indugi e vediamo subito di cominciare la lettura:

PROLOGO

Viaggio nella «meglio Europa»

Ho visto un paese che ha quasi azzerato le morti bianche, conqui­stando il primato mondiale della sicurezza sul lavoro in fabbriche e cantieri.

Ho visto costruire, in un altro paese, case e quartieri popolari di pregio.

Ho visto come, con quattro semplici mosse, hanno dimezzato in dieci anni le stragi sulle strade.

Ho visto affiancare alla mobilità sul lavoro una straordinaria sicu­rezza sociale.

Ho visto politici tornare a scuola, sui banchi dell’università, per aggiornarsi sulla materia a loro delegata.

Ho visto al lavoro la macchina dell’industria turistica che, con dolce efficacia, ha stracciato tutti gli altri concorrenti.

Ho visto alberghi completamente free oil, funzionanti senza una goccia di petrolio, e case e fabbriche alimentate a energia solare e con altre fonti «dolci».

Ho visto grandi fiumi risanati e tornati a essere sede ambita di pe­sci pregiati.

Ho visto l’equivalente di una Cassa per il Mezzogiorno creare il miracolo della rinascita di una nazione.

Ho visto amministratori pubblici pagati quanto normali dirigenti e non di più………………………

Di lavoro in Italia si muore. In Svezia no

Questo paragrafo si apre con un triste elenco di incidenti mortali sul lavoro, spesso conseguenze di una sicurezza carente perchè costosa per l’azienda……….All’Inaii ne hanno contate milleduecentosettantaquattro nel 2005. Sono au­mentate a milletrecentodue nel 2006, con la Lombardia che, con le sue duecentodiciassette vittime, detiene il triste primato nazionale, seguito da Veneto (centosei) e dall’Emilia Romagna (centocinque). E non è andata meglio nel 2007. Un milione di incidenti l’anno e più di mille morti, un lavoratore ucciso ogni sette ore……………

La Svezia del buon lavoro ha la storia e il volto del­l’operaio che mi viene incontro in una fabbrica di Soedertaelje, a mezz’ora d’auto da Stoccolma. Tòmmy Baecklund, cinquantotto  anni, è uno dei più anziani ombudsman dei lavoratori operante al nord, responsabile della sicurezza alla Scania, la principale azienda di veicoli industriali. A lui approdano i reclami di ognuno dei tremilaquattrocento dipendenti filtrati da centoventi altri ombudsman che lavorano tra queste mura. La partecipazione dei lavoratori alla politica di prevenzione qui è più sviluppata che altrove in Europa. Sono circa duecentomila i delegati alla sicurezza. La nomina di un delegato alla sicurezza è obbligatoria per tutte le imprese con alme­no cinque dipendenti. I delegati regionali sono invece circa millecinquecento e coprono centosettantamila piccole e piccolissime im­prese.

Tommy è entrato in fabbrica a ventitré anni come collaudatore. Ricevette per la prima volta questo incarico nel 1978. L’incarico va­leva per tre anni, ma da allora è sempre stato riconfermato: la fidu­cia dei suoi colleghi ha premiato il costante calo degli incidenti in fabbrica.

Dal suo computer, sovrastato da un piccolo casco giallo simbolo della sicurezza, estrae le cifre puntuali: l’ultimo incidente mortale c’è stato quindici anni fa. Da allora alla Scania hanno registrato me­no infortuni e sempre più lievi. Nel 1989 per un milione di ore la­vorative ci sono stati quarantacinque incidenti. Nel 1990 gli inci­denti sono scesi a trentasette; un anno dopo a ventiquattro; poi a venti; poi a dodici. Nel 2007, hanno toccato la punta più bassa fi­nora: dieci. «E ci battiamo per cancellare anche questa piccola cifra residua», sottolinea orgoglioso Tommy.

Nel suo ufficio angusto, in cui si fatica a stare in tre (io, lui e il fotografo), Tommy ricostruisce una giornata tipo nella sua vita. Ogni mattina all’arrivo in fabbrica trova nel computer segnalazio­ni di eventuali inconvenienti che richiedono il suo intervento riso­lutivo. Un operaio ha avuto il dito del piede fratturato da una la­miera scivolata di mano? Uno «scudo» d’acciaio proteggerà d’ora in poi la parte superiore delle scarpe di chi lavora in quel reparto. Una fiammata della fornace ha sfiorato un lavoratore che si è avvi­cinato troppo al fuoco? Viene posizionato un raggio laser a pochi metri dalla fornace: se qualcuno lo supera, automaticamente cala  un portellone per chiudere la bocca della fornace e renderla così inoffensiva.

Tommy mi informa che da parte dei dirigenti della Scania c’è la massima collaborazione nel trovare antidoti ai rischi: più che le norme di legge (i codici svedesi prevedono multe salate e anche l’arresto dei responsabili aziendali, evenienza mai successa) in Sve­zia vale il confronto continuo e l’accettazione comune delle prio­rità in fabbrica. Che, nel caso specifico della Scania, vedono al pri­mo posto la sicurezza e l’ambiente, seguiti dalla qualità del pro­dotto, dalla puntualità nella consegna e, infine, dai profìtti che non mancano proprio perché sono stati rispettati sicurezza, tempi e qualità. «In Italia, dove pure gli strumenti legislativi sono buoni, mi risulta che queste priorità siano in molti casi rovesciate. E que­sta esasperata attenzione al profitto e disattenzione verso il decisi­vo capitale umano spiega quella mostruosità del dato statistico dei tréquattro morti che piangete ogni giorno. Voi italiani dovreste chiedere la tolleranza zero verso chi sbaglia. E dovreste far funzio­nare al meglio i controlli, dall’interno della fabbrica e dall’esterno, tramite gli ispettori.

«E magari sviluppare il sistema dei premi per le aziende e gli ope­rai che raggiungono obiettivi non solo di fatturato ma anche di si­curezza. Così avverrà quel cambiamento di cultura necessario anche da parte di molti lavoratori che tendono a sottovalutare l’applicazio­ne delle norme di sicurezza»………..

Sicurezza e parità sessuale

Nel Parlamento svedese la metà dei membri sono donne. Il lettore  mi conceda un ampliamento dell’orizzonte del buon lavoro in Svezia. Qui la sicurezza non è tutto. In Italia la parola lavoro è preva­lentemente al maschile. Un recente studio dell’Eurispes sulle donne che lavorano pone l’Italia all’ultimo posto in Europa: 45,1 per cento contro il 71,6 della Svezia. Qui l’intelligenza e la professionalità del­le donne sono ritenute una risorsa chiave del paese e lo Stato si è or­ganizzato perché questa sia messa a disposizione del lavoro attraverso una fitta rete di servizi, a partire dagli asili: perché il figlio non è solo della donna, ma una risorsa per il futuro dello Stato………..

……..La sfida della parità dei sessi nei luoghi di lavoro e nelle istituzio­ni è ancora all’ordine del giorno. Me la sintetizza, nel suo ufficio in­terno al Parlamento, Gunilla Upmark, una giurista passata dal tri­bunale di Stoccolma a capo della commissione del Lavoro del Parla­mento svedese. Gunilla si serve, invece che di molte parole, di soli quattro numeri chiave:

– 100% del salario: oltre mezzo secolo fa la donna gua­dagnava la metà, oggi siamo all’80 per cento. Lo stesso discorso va­le per l’Italia, dove non conta la bravura e nemmeno l’anzianità. Conta il sesso: se sei donna guadagni meno, il 9 per cento in meno di un collega «maschio» e fino al 26 per cento nel ruolo di mana­ger…………….

– 50 per cento di occupate nelle istituzioni e nelle imprese. E qui, nonostante alcuni picchi, c’è ancora strada da percorrere. …………… Un misero 16 per cento di cattedre femminili nelle univer­sità di Svezia, un lillipuziano 1,5 per cento ai vertici della Borsa di Stoccolma. ……. In Italia le donne ai vertici sono ancora considerate «simpatiche eccezioni» (solo il 5 per cento siede nei consigli d’amministrazione).

– 50 per cento dei congedi per paternità (qui il cammino è duro, ma l’asticella sale: venti padri su cento usufruiscono oggi di questa opportunità, fino a pochi anni fa si contavano sulle dita di una mano. Come si contano oggi, nel 2008, in Italia: solo quattro mariti su cento utilizzano la legge del congedo di paternità nata otto anni fa.

– E infine lo zero per cento di violenze contro le donne: gli ulti­mi dati indicano in cinquecento, su nove milioni di abitanti, i con­dannati per casi di violenza (in Italia invece l’Istat fornisce cifre da choc: quattordici milioni le donne vittime di violenza fisica e psi­chica, sette milioni gli stupri e abusi, per il 70 per cento colpevole è il partner).

LINK UTILI

II portale nazionale della pubblica amministrazione: www.sverige.se è un por­tale d’accesso a tutti i siti web del settore pubblico nazionale ed è un ottimo punto di partenza per chiunque desideri cercare un’istituzione o un organismo pubblico. Il sito descrive inoltre in maniera particolareggiata il funzionamento del settore pubblico svedese, fornisce link utili ai siti del Parlamento svedese, del governo, dei consigli di contea, dei comuni e delle autorità, degli uffici del­la previdenza sociale e delle università.

Il sito internet ufficiale dell’Ente svedese per viaggi e turismo www.visitswe-den.com (in italiano) contiene una guida pratica e dettagliata al paese. Le pagi­ne forniscono guide apposite a seconda del paese di origine selezionato dall’u­tente. Le rubriche «Cosa fare», «Dove pernottare» e «Dove andare» aiutano gli utenti a organizzare il proprio soggiorno in Svezia.

Per un quadro aggiornato sugli infortuni sul lavoro in Italia, si suggeriscono i portali http://www.inail.it dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infor­tuni sul lavoro, e http://www.anmil.it dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro.

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Un nuovo mondo è possibile: G.A.S. e D.E.S.

Posted by giannigirotto su 15 giugno 2010

Per la serie “Iniziative reali e concrete attive per migliorare questo brutto mondo”, sono estremamente lieto di apprendere che la scorsa settimana si è svolto un convegno nazionale dei GAS e dei DES, denominato “TERRITORI IN MOVIMENTO”.

Inanzitutto chiarisco che per GAS e DES si intendono rispettivamente i Gruppi di Acquisto Solidale, e i Distretti di Economia Solidale.

In parole povere siamo di fronte ad una sfida epocale: o soccombere tutti all’economia di mercato nel suo significato più duro di “legge della giungla”, ove vince il produttore in grado di ottenere la più alta differenza possibile tra costi di produzione e ricavi dalle vendite, a prescindere dal rispetto dell’ambiente e dei lavoratori, oppure decidere di produrre e vendere in base  criteri di equosostenibilità, e privilegiando una filiera il più possibile locale.

Ora, è chiaro che tutti noi consumatori finali siamo ben felici di acquistare prodotti locali e di qualità  quando questi hanno un prezzo similare o persino più basso di quanto proposto dalla GDO-Grande Distr(ib)uzione Organizzata. Infatti in molti casi la filiera commerciale di un GAS è cortissima (parlo sopratutto del comparto alimentare), cioè si acquista direttamente dal produttore e si vende direttamente al consumatore finale, e quindi si risparmiano i ricarichi dei passaggi intermedi. E’ chiaro invece che i problemi sussistono quando i prodotti/servizi di queste realtà “equosolidali” costano di più. In questi casi quello che mi sento personalmente di dire è che ognuno di noi deve farsi i suoi conti in tasca e verificare se perlomeno una parte della spesa può essere fatta nei circuiti equosolidali. La scelta di prodotti è ormai molto ampia, e certamente si potranno trovare, con un minimo di sforzo degli articoli che hanno prezzi simili a quelli della GDO. Così facendo si va ben oltre un atto di beneficenza, perchè si mette in moto un circolo virtuoso che consente al produttore “equosolidale” di vivere, crescere e creare attorno a sè vero sviluppo, uscendo viceversa da un circolo vizioso di povertà, sfruttamento e sottosviluppo.

Ma in più vorrei sottolineare che l’acquisto di beni/servizi nei classici canali della GDO può comportare certamente un risparmio immediato in termini di prezzo, ma a lungo andare, quanti e quali costi indiretti comporta? Mi spiego con un esempio; io posso tranquillamente comprare oggi un paio di scarpe di ginnastica in gomma a 10 euro, per la cui fabbricazione sono stati sversati decine e decine di litri di acqua inquinata da solventi, coloranti, ammorbidenti e tante altre sostanze chimiche non biodegradabili. Chi pagherà un domani (che è ovviamente già oggi) le cure dei malati che diventeranno tali a causa dell’acqua inquinata che inevitabilmente entra nel ciclo alimentare? chi pagherà per la bonifica di terreni o corsi d’acqua così inquinati che la flora e la fauna muore? di più, chi pagherà da mangiare agli operai rimasti disoccupati perchè la loro fabbrica produce rispettando le norme a tutela dell’ambiente e dei lavoratori (e quindi con prezzi fianali più alti e “non concorrenziali”)? Ancora più banalmente, a tutti piace la benzina a basso costo, ma chi pagherà ora i danni derivanti dal disastro petrolifero nel Golfo del Messico? la BP certamente, ma come lo farà, se non innalzando i prezzi vuoi della benzina vuoi di tutti i prodotti che si fabbricano nelle industrie che certamente possiede in giro per il mondo…

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Banca/Finanza Etica e oltre ….

Posted by giannigirotto su 25 Mag 2010

Scrivo queste righe dopo aver vissuto la giornata del 22 maggio l’Assemblea nazionale dei soci di Banca Etica, che si è svolta a Padova. C’era un bella atmosfera, rilassata, persino gioiosa, sicuramente molto dinamica….con la formazione continua e inarrestabile di capanelli di gente che discuteva su mille iniziative della Banca e più in generale di tutto il mondo del volontariato, che la stragrande maggioranza dei soci conosce e di cui fa parte, complice anche il grande giardino posto immediatamente a fianco della sala assembleare, che ha dato accoglienza ad una lunghissima serie di mini-picnic e momenti di rilassamento…

Al di là del problema oggettivo della registrazione dei partecipanti, che ha preso più di 5 ore alla quindicina di dipendenti che erano addetti alla mansione, peraltro molto gentili e organizzati, e che dimostra una volta di più come senza un uso esteso della firma digitale (che esiste da più di 10 anni ma nessun “privato cittadino” può obiettivamente conoscere e usare) rimaniamo dei sudditi di serie B costretti a enormi sprechi di tempo e risorse per adempiere a molte formalità burocratiche che altrimenti potrebbero essere risolte con qualche “click” al computer…..al di là di questo appunto, vorrei riportare alcune riflessioni che sto facendo in questi giorni…

1) Banca Etica è nata per operare come Istituto di Credito, ma in realtà questo è solo un punto di appoggio per poter intervenire e operare a 360 gradi nella società. Aver costituito “Innesco” per operare nelle energie rinnovabili (e Salviato in uno dei suoi interventi ha ribadito che se un milione di utenti installassero i pannelli fotovoltaici da 3KW, avremmo la creazione di più energia di quanta ne dovrebbero produrre le 4 centrali nucleare che il governo vuole, con in più la generazione di un numero molto maggiore di occupati in tale settore…), essere partner di Jacopo Fo sia per il G.A.S. sul suddetto fotovoltaico ma anche per la creazione degli “Ecovillaggi“, essere supporter ufficiosi della Campagna per la ripublicizzazione dell’acqua, essere attivi tramite la tecnica dell’azionariato critico con l’ENI ed altre importanti società….ecc. ecc. dimostra come il gruppo di dirigenti, che sono naturalmente espressione della base degli azionisti, abbia una visione ed una voglia di impegnarsi globale, in cui come recita lo Statuto, il denaro è solo uno strumento per attivare progetti e soluzioni che aumentino il benessere di tutti gli uomini.

Per continuare su questa strada però servono risorse, sia intese come risorse umane, sia quelle finanziarie. E’ prioritario pertanto fare tutto il possibile per acquisire nuovi soci “attivi”, che si impegnino localmente nei vari GIT,  e aumentare parallelamente il capitale sociale, stante il famoso vincolo di legge che fissa il valore dei prestiti  a circa 10 volte il valore del cap. soc. Queste sono secondo me le priorità assolute che condizionano tutta l’operatività della Banca. In tal senso naturalmente vanno le future acquisizioni della Cooperativa Francese e di quella Spagnola.

2) Ancora troppi italiani non conoscono Banca Etica. Chi dice l’80% chi dice il 90%, sta di fatto che finchè B.E. non esce da questo limbo facciamo doppiamente fatica a crescere. Dobbiamo moltiplicare gli sforzi con gli Enti “moltiplicatori/diffusori” come sono le altre realtà Associative e la scuola. Ritengo non vada trascurato anche il canale Internet, stante anche che è a “costo zero” farci conoscere dai blogger e usare più pervasivamente gli altri strumenti di social network.

3) L’attività bancaria è uno dei due grandi strumenti di accentramento e gestione del denaro. Le Assicurazioni sono a mio avviso l’altro grande strumento che ci manca. Mi piacerebbe che il nuovo CdA rafforzasse i rapporti con il CAES e si ponesse come obiettivo finale quello dell’ingresso nel mondo assicurativo. Viceversa questo resterà appannaggio esclusivo dei “soliti noti” grandi gruppi. Potrebbe essere una buona idea quella di fare un piccolo sondaggio interno ai soci di B.E. per vedere quanti di loro sarebbero favorevoli ad un’idea del genere.

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I miei credo – Denaro (2a parte)

Posted by giannigirotto su 30 marzo 2010

Come ho già scritto, credo che il denaro sia potere, e quindi più denaro gestisce una certa entità, più potere detiene.

Ora tutti noi sappiamo che il denaro da molti anni a questa parte ha due circuiti privilegiati di flusso, è cioè il mondo Bancario e il mondo Assicurativo. Credo molti di noi sappiano perfettamente i vizi e i problemi legati a queste due tipologie di aziende, ma molti meno conoscono delle corrispondenti alternative etiche. Per quanto riguarda le banche, nel mio sito ho parlato più volte di Banca Etica, e quindi non starò a ripetermi ulteriormente. Ma siccome Banca Etica attualmente non entra nel mondo assicurativo, vorrei attirare la vostra attenzione verso una realtà assicurativa che gli assomiglia, e quindi va a coprire questa enorme voragine “attira-soldi” che ad oggi viene gestita nella quasi totalità con criteri tipici del mondo imprenditoriale-speculativo.

Cedo pertanto la parola, o meglio la tastiera, a Piero Bonis che essendo del mestiere ci presenta brevemente questa interessantissima realtà:

————————-

Le spinte etico- solidali sono in movimento da anni anche nel settore assicurativo.

Banca Popolare Etica ha raggiunto l’obiettivo e la visibilità di soggetto portatore di una economia alternativa in un mercato orientato al profitto ed alla speculazione.

Siccome banche ed assicurazioni vanno a braccetto, anzi nel nostro sistema economico agiscono come un unico soggetto decisionale (lobby?), ecco che la Cooperativa C.A.E.S. (Consorzio Assicurativo Etico Solidale), unica per ora in Italia, punta alla nascita di una Impresa di assicurazione etica.

Non ci sono ancora i numeri sufficienti e quindi per ora Caes è un intermediario, una agenzia, che “appoggia” i propri clienti/assicurati presso Assimoco Assicurazioni, società che per tradizione e per target è vicina al mondo cooperativo e delle banche popolari.

Finora Caes ha raccolto un cospicuo portafoglio clienti ed è un valido riferimento nel settore no profit delle cooperative e delle associazioni.

Il sito www.consorziocaes.org è una valida piattaforma per trovare informazioni (mission, storia, e organizzazione), per conoscere i prodotti (presentazione delle polizze) e per chiedere preventivi. Altri riferimenti si possono trovare anche nelle sedi di Banca etica.

Alcuni pregi: la trasparenza (riguardo anche alle provvigioni riconosciute), la chiarezza delle clausole, la destinazione etica degli “utili”.

Caratteristica che distingue i prodotti Caes nel mercato assicurativo è la normativa studiata, discussa e concordata con l’Impresa di assicurazione (mandante) secondo criteri di equità, solidarietà, eticità, ecc.

Naturalmente il “potere contrattuale” di Caes è direttamente proporzionale alla forza del portafoglio, cioè dipende dal numero e dalla consistenza dei premi raccolti.

Caes non vende prodotti finanziari o speculativi; non vende prodotti vita che non siano tecnicamente assicurativi (cd. rischio puro); nel mercato assicurativo è concorrenziale nelle polizze per cooperative e per associazioni; sebbene la sede sia solo a Milano ha una buona gestione dei contratti via internet e via posta.

Nel nostro territorio ci sono già persone e associazioni che operano con Caes singolarmente o in gruppo.

Se non si riesce a liberarsi dalle assicurazioni … vale la pena pensarci.

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La terra degli Gnu (Ognuno per sè e Dio per tutti)

Posted by giannigirotto su 22 marzo 2010

E’ da sempre che volevo scrivere un articolo identico! Ringrazio pertanto Mimmo Guarino che è riuscito a scriverlo come e meglio di quanto avrei fatto  io!

E’ superfluo pertanto che io dica che sono d’accordo al 101%, e che le mie iscrizioni a diverse Associazioni sono il mio tentativo e il mio contributo a favore degli “GnUmani”.

Quindi grazie ancora Mimmo, vi invito tutti a leggere questo bellissimo articolo cliccando o sulla foto a fianco o sul nome dell’autore….

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Indispensabili: Muhammad Yunus – Un Mondo senza povertà

Posted by giannigirotto su 24 febbraio 2010

Sono molto felice di mettere a disposizione, nella mia sezione “Indispensabili“, un estratto di questo libro del premio nobel per la pace Muhammad Yunus. Di lui in persona ho già detto, e l’ho inserito nella mia sezione “Modelli“: è un mito, una persona illuminata, intelligente, coraggiosa, pragmatica, e non si limita a parlare ma fa, fa , e fa moltissimo….

E’ inutile che ripeta quanto hanno già detto benissimo altri quando il libro è uscito, mi limito quindi a fornirvi il collegamento all’ ottimo articolo di Japoco Fo.

A quanto scritto da quest’ultimo, mi limito ad aggiungere questo ragionamento: una delle fondamentali iniziative che propone Yunus, è l'”impresa sociale”. Questa può essere una società che funziona come una qualsiasi altra impresa “capitalistica”, ma con la fondamentale differenza che non mira a fare profitto ma semplicemente ad autosostentarsi coprendo i propri costi, e detenuta da un ristretto numero di proprietari. Oppure può essere una società che mira al profitto, però i cui proprietari sono la massa della popolazione povera, cioè un azionariato estremamente diffuso appunto tra le classi meno abbienti, in questo modo gli utili verranno distribuiti appunto tra i poveri che avranno l’opportunità di migliorare la loro condizione.

Ebbene una forma che assomiglia abbastanza, a mio avviso, all'”impresa sociale” è quella che già oggi Banca Etica propone con il suo “azionariato critico”. Rimandandovi all’articolo specifico in cui ne parlo, in pratica già oggi chi ha qualche soldino da investire, lo può fare tramite gli appositi fondi di Banca Etica che per l’appunto acquistano anche azioni. E questa azioni o sono relative ad aziende “etiche” che operano nel rispetto dell’ambiente e dei lavoratori, oppure aziende che etiche non sono, e le cui azioni vengono acquistate proprio per esercitare il diritto di voto connesso alla titolarità delle stesse, secondo i principi e la filosofia propria di Banca Etica.

Mi sembra che in entrambi i casi ci si avvicini abbastanza al concetto di “impresa sociale”, nell’attesa di vedere veramente tante realtà del genere prosperare…….

In ogni caso il consiglio è quello di leggere l’estratto del libro, e si vi appassiona, fate un salto in biblioteca per prenderlo in prestito…….

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