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Modelli da diffondere – Sakena Yacoobi

Posted by giannigirotto su 14 settembre 2011

Sakena Yacoobi  ha 60 anni e da trenta si occupa di combattere la guerra con la cultura. Sakena è un’insegnante. Ogni giorno, escluso il venerdì, 350mila persone affollano le sue classi e prendono parte a quella che lei ha definito una “Jihad con la penna” ovvero imparano a leggere e a scrivere. Perché l’alfabetizzazione è la prima arma per sconfiggere la guerra e in un cervello occupato da quello che gli raccontano i libri piuttosto che da stragi spacciate per ideali di martirio, il fascino dei mitra e delle bombe attecchirà meno.

È stato in Pakistan, in mezzo ai profughi, alle donne che avevano subito violenze di ogni tipo, che Sakena ha capito che l’istruzione è l’unica via per risollevare la sua gente. Da allora non si è mai fermata e ha aperto scuole e raccolto studenti ovunque ha potuto. Nemmeno l’Afghanistan dei Talebani l’ha intimorita. Proprio all’epoca del loro dominio, negli anni Novanta ha fondato l’ Ali (Afghan Institute of Learning). “ Da Kabul, da Herat, da Logar, mi chiedevano di aprire scuole clandestine”, racconta Sakena Yacoobi suWired. “ Mi imposi allora una regola: se la gente era in grado di proteggerci e di darci i locali e il personale da preparare, l’avremmo fatto”.

Sekena si concentra sopratutto le bambine, che normalmente vengono per ultime come priorità di alfabetizzazione nelle famiglie povere: “Se educhi un bambino educhi un individuo, se educhi una bambina educhi una famiglia e dunque una comunità”

A mio avviso è una delle tante persone che veramente meritano il Nobel per la pace… e come al solito decine di altri articoli ed anche video li trovate sparsi su Internet, naturalmente la maggior parte è in Inglese, i telegiornali italiani invece preferiscono parlare delle “Papi girl” e di calcio…
Vi ricordo che trovate una scheda su altre grandissime persone nella mia sezione “Modelli“.

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Finanza e Lobbies: binomio indissolubile

Posted by giannigirotto su 22 novembre 2010

Tutti sanno, almeno a grandi linee, cosa è successo nel 2008, in termini di crisi finanziaria/bancaria, con molte banche in gravi difficoltà e che hanno dovuto essere fortemente aiutate con denaro pubblico. Abbiamo sentito parlare di “bolla edilizia”, “titoli drogati”, “derivati”, “hedge fund”, insomma un mucchio di parole e concetti “da esperti” che però significano semplicemente che il mondo della finanza è ben lungi dall’essere sano, regolato, calmierato, etico, sostenibile.

Quello che però moltissimi ignorano è che, a fronte dell’inizio di reazione del mondo politico/istituzionale, e cioè di dare “un giro di vite” in termini restrittivi sulle libertà di fare speculazioni selvagge nel mondo perlopiù virtuale della finanza, gli attori di questo mondo hanno intensificato e moltiplicato i loro rapporti di lobby per impedire tale manovra. In termini concreti dovete sapere che, per quanto riguarda l’Unione Europea, sono le Istituzioni di Bruxelles, dove ha sede il Parlamento Europeo, che studiano e normano sul da farsi, ed è li che, legalmente, possono agire i cosidetti “lobbisti” che per mestiere appunto supportano gli interessi delle aziende che rappresentano.

Ora il problema è che vi sono moltissimi lobbisti che supportano gli interessi delle banche/assicurazioni e il mondo finanziario in generale, mentre ve ne sono pochissimi che tutelano i risparmiatori e i consumatori in generale, come riportato nell’articolo inserito nel numero di ottobre 2010 da Valori“, rivista pubblicata da Banca Etica, le cui immagini sopra (cliccaci sopra per ingrandirle) riportano l’articolo completo.

Ci troviamo pertanto nella paradossale situazione che vi sono molti soggetti che “premono” affinchè la normativa in materia finanziaria rimanga quella che è, in modo da c0nsentire a pochi soggetti di ricavare enormi guadagni, salvo poi in caso di disastri come quello recente, di ricevere enormi aiuti di denaro pubblico, e viceversa pochi soggetti che lavorano per correggere la situazione (e naturalmente i politici italiani sono anche in questo caso buoni ultimi, vedi terza immagine sopra…).

Come sempre per iniziare a cambiare le cose bisogna diffonderle, in modo il grosso pubblico possa iniziare a parlare tra sè per poi fare pressione a livello politico, e quindi spero questo articolo possa essere in qualche modo un punto di partenza.

Vi sono piaciuti questi articoli della rivista “Valori“? Per chi fosse interessato è disponibile online un vasto archivio con tutti gli arretrati (tranne i numeri più recenti)…

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Filiera alimentare (segue): Modello autodistruttivo

Posted by giannigirotto su 13 novembre 2010

Proseguo le considerazioni inserite nel precedente post “Filiera Alimentare: il difetto è la norma“, riportando un ulteriore stralcio dell’articolo inserito nel numero di ottobre 2010 da Valori“, rivista pubblicata da Banca Etica. Le immagini sopra (clicca per ingrandirle) riportano l’articolo completo, di seguito invece gli stralci salienti:

La politica, intesa come meccanismo di distribuzione e il sistema degli incentivi concessi dall’Unione Europea, favorisce i grandi produttori e le catene distributive. Mediante una politica di prezzi bassissimi, scarsa programmazione e speculazione, tende ad alimentare gli sprechi e penalizzare i piccoli e medio/piccoli produttori.

– Il sistema dei sussidi dell’Unione Europea, nato con nobili intenti, è diventato un mostro, con paradossi tipo versare denaro per non coltivare (per esempio 90 miliardi di lire per distruggere l’uva).

Il 60% del valore dei prodotti agricoli va alla GDO (Grande Distribuzione Organizzata), il 23 all’industria di trasformazione, mentre solo il 17% resta al produttore. I prezzi dal produttore al banco del supermercato aumentano mediamente del 600%. (commento mio, questo è il risultato del mancato coordinamento dei produttori/agricoltori, di cui ritengo responsabile la Coldiretti).

Ogni anno rimangono sui campi, perchè non è conveniente raccoglierla, circa 8 milioni di tonnellate di ortofrutta, esattamente quanta ne consumano gli italiani in un anno. Insomma per ogni pomodoro mangiato, uno rimane sui campi a marcire…

– La PAC (Politica Agricola Comune) nata 50 anni fa con il giusto intento di aiutare un’agricoltura che usciva dalla 2° guerra mondiale, si è riformata recentemente, ma ha di fatto fallito il compito di rendere più efficente il mondo agricolo. Si attende proprio per questo mese di novembre un documento che segni l’inizio di (se spera) corpose modifiche alla PAC. Tenete gli orecchi bene aperti!

– Sono circa 60 miliardi di euro (120.000 miliardi di lire) all’anno i fondi che la PAC versa al mondo agricolo, in gran parte come detto alle multinazionali agricolo/alimentari.

– Di fronte a tale desolazione, una delle soluzioni possibili e attualmente funzionanti è quella dei G.A.S. (Gruppi di acquisto solidale), come riportato nel trafiletto nell’ultima pagina dell’articolo, che pagano il giusto prezzo al produttore, e saltando tutti gli intermediari commerciali, riescono spesso ad avere un prezzo per il consumatore inferiore a quello dei supermercati.

Per approfondire:

– Il sito www.farmsubsidy.org riporta il dettaglio di tutti i contributi pubblici concessi, cioè a chi e quanto, nazione per nazione.

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Per contrastare tali speculazioni è necessario diffondere il più possibile un’informazione corretta, e ricordo a tutti che tramite l’azionariato critico, Banca Etica è in prima linea per fare la sua parte, ma ha bisogno dell’ aiuto concreto di noi tutti. Se volete unirvi visitate il sito di Banca Etica.

Vi è piaciuto questo articolo della rivista “Valori“? Per chi fosse interessato è disponibile online un vasto archivio con tutti gli arretrati (tranne i numeri più recenti)…

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Le banche e la crisi: non è un loro problema!

Posted by giannigirotto su 6 ottobre 2010

– Banche: negli ultimi 10 anni i primi 62 gruppi bancari hanno incassato € 1200 miliardi di utili (cioè più di due milioni di miliardi di lire) e distribuito 692 miliardi (1,2 milioni di miliardi di lire) di dividendi, e la dimensione media di ciascun gruppo è quasi triplicata. Anche nel 2008, incuranti delle perdite, gli azionisti hanno intascato 55 miliardi di euro.

– Le banche hanno operato enormi speculazioni , sopratutto con i famigerati strumenti “derivati”, e stanno scaricando costi e rischi sui clienti, trasferendo soldi all’estero e con la cartolarizzazione, che nel 2008 ha raggiungo il record dei 76 miliardi di euro.

– Nel 2009 Bankitalia ha rilevato un raddoppio delle sanzioni irrogate alle banche, da 58 a 113.

– Gli aiuti pubblici erogati alle banche spesso sono serviti per ulteriori speculazioni anzichè per erogare credito alle aziende….

– La crisi non ha fatto altro che aumentare la distanza tra ricchi e poveri….negli ultimi trent’anni il rapporto tra salari e Pil nei Paesi Ocse è calato tra l’8 e il 12%.

– L’industria in generale ha recuperato tramite tagli occupazionali e delocalizzazioni, e continuerà a mettere sempre più sfacciatamente in competizione i lavoratori di diverse aree del mondo.

– Le prime cinque banche statunitensi hanno raddoppiato gli attivi rispetto alla fine del 2007.

Trovate gli approfondimenti nelle immagini seguenti, ordinate in sequenza…ah, un ultimo insignificante dettaglio, vi ricordate chi ha causato questa crisi, vero? e chi ha ricevuto vagonate di aiuti statali (cioè soldi di tutti noi) vero?

Per contrastare tali speculazioni è necessario diffondere il più possibile un’informazione corretta, e ricordo a tutti che tramite l’azionariato critico, Banca Etica è in prima linea per fare la sua parte, ma ha bisogno dell’ aiuto concreto di noi tutti. Se volete unirvi visitate il sito di Banca Etica.

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Le multinazionali e la crisi: non è un loro problema!

Posted by giannigirotto su 21 settembre 2010

Mentre la crisi continua a mietere vittime tra i lavoratori e le piccole imprese, i grandi gruppi continuano a macinare profitti.

Proseguo ad implementare la mia sezione “Mercato“, riportando alcuni stralci dell’articolo pubblicato sul numero di Settembre 2010 della rivista “Valori“…..

– Sei delle dieci imprese con i maggiori utili appartengono al comparto energetico, stante l’enorme richiesta in continua crescita da Cina e India…

– nel settore automobilistico solo nell’ultimo anno le multinazionali hanno tagliato mezzo milione di posti di lavoro; dal 1999 ad oggi, in Europa e Nord America i dipendenti sono calati del 15% a vantaggio dei Paesi con salari più bassi.

– General Motors e Chrysler hanno ricevuto, a seguito della recente crisi, 84 miliardi di dollari di aiuti pubblici;

– Tra il 1999 e il 2008 in Europa il calo del settore automobilistico è stato del 29%, e si sono persi quasi 100mila posti di lavoro, e nel nord america il calo è stato del 38%.

– Nel corso degli ultimi 12 anni l’Italia è passata dall’essere il maggiore erogatore di aiuti al minore……quando si dice avere le idee chiare…..

Ecco gli approfondimenti….

Per portare maggiore equità a livello locale e globale, è necessario innazitutto diffondere un’informazione corretta, e ricordo a tutti che, anche tramite l’azionariato critico, ma non solo, Banca Etica è in prima linea per fare la sua parte, ma ha bisogno dell’ aiuto concreto di voi tutti. Se volete unirvi visitate il sito di Banca Etica.

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La “bolla immobiliare” Italiana

Posted by giannigirotto su 1 settembre 2010

Da più parti negli ultimi mesi si guarda con preoccupazione al rallentamento dell’economia Italiana, e in particolare del reparto immobiliare. La premessa, sin troppo ovvia, è che si è partiti da una condizione di estrema sopravalutazione. Il problema è serissimo e molto grave, e viene esaminato in questo articolo pubblicato nel numero di luglio/agosto della rivista “Valori“, pubblicata dal Gruppo di Banca Etica, di cui reporto subito alcuni stralci:

– Nel 2009 sono stati duecentomila i posti di lavoro persi e novemila le imprese edili cancellate.

– Alla base c’è sempre un sistema bancario compiacente che gonfia domanda, prezzi ed investimenti.

– Nel 2009 le sofferenze bancarie del settore sono salite del 47%

– Tutto ciò è il risultato di un lungo periodo di cementificazioni selvagge, come denunciato da moltissimi, tra i quali anche Beppe Grillo. Persino negli ultimi 15 mesi a Milano sono stati immessi 70 mila nuovi alloggi a trimestre, di cui circa il 60% è riconducibile a progetti speculativi, ossia senza un reale fabbisogno.

– I fondi immobiliari italiani hanno docuto svalutare i propri asset per 297 milioni di euro, portando il bilancio 2009 in perdita per 165 milioni, rispetto un utile di 56 milioni dell’anno precedente. contemporaneamente gli investitori stranieri non trovano appetibile il nostro mercato immobiliare, e dal 2007 al 2009 i titoli delle società immobiliari hanno perso il 67% del loro valore.

– Le domanda ora è: in che modo le banche spalmeranno eventuali perdite sulla masse dei risparmiatori? Anche tenendo conto della spada di Damocle del debito bancario, dal momento che tra il 2011 e il 2012 gli istituti dovranno rimborsare 245 miliardi di obbligazioni sottoscritte dai risparmiatori, che saliranno a 503 entro il 2014. Cifre enormi anche per loro (un terzo del Pil italiano)……

Il timore è che, come sempre, di questa situazione beneficeranno sopratutto i ricchi e ricchissimi, che potranno acquistare a prezzi ribassati unità immobiliari da rivendere poi, tra qualche anno, a crisi si spera passata, a prezzi che in breve tornerebbero a ben più alti livelli.

Per contrastare tali speculazioni è neccessario diffondere il più possibile un’informazione corretta, e ricordo a tutti che tramite l’azionariato critico, Banca Etica è in prima linea per fare la sua parte, ma ha bisogno dell’ aiuto concreto di noi tutti. Se volete unirvi visitate il sito di Banca Etica.

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Il nucleare conviene? alle banche certamente!

Posted by giannigirotto su 30 agosto 2010

Di seguito riporto alcuni stralci dell’articolo/inchiesta pubblicato nel numero di luglio/agosto della rivista “Valori“, pubblicata dal Gruppo di Banca Etica, e che tratta del rapporto tra gli investimenti necessari per costruire le costosissime centrali nucleari, che rappresentano per gli istituti di credito un affare gigantesco.

– Le Banche francesi sono in primissima fila, con cifre enormi, nel business del finanziamento di tali opere. Sarà quindi un caso che l’italia di Berlusconi abbia stabilito rapporti strettissimi con il governo francese?

– Non esiste una domanda di energia elettrica aggiuntiva tale da giustificare nuovi grandi centrali nucleari (vedi riquadro verdino a sinistra dell’articolo….)

– I costi inizialmente previsti spesso lievitano enormemente, e per le banche questo è meraviglioso.

– Unicredit è altresì impegnata. Ricordo che Unicredit che al 12% della Libia di Gheddafi e al 12% dell’Arabia Saudita. Vedi primo commento su http://www.beppegrillo.it/2010/08/la_bancarotta_della_terra/index.html

Per contrastare lo strapotere delle banche è neccessario diffondere il più possibile un’informazione corretta, e ricordo a tutti che tramite l’azionariato critico, Banca Etica è in prima linea per fare la sua parte, ma ha bisogno dell’ aiuto concreto di noi tutti. Se volete unirvi visitate il sito di Banca Etica.

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Indispensabili – Voglia di Cambiare: La Casa ideale a costi sostenibili

Posted by giannigirotto su 5 luglio 2010

Proseguo la sintesi di questo libro che ho inserito nella mia sezione “Indispensabili” per la sua proposività. Infatti non è l’ennesimo testo di mera denuncia delle grandi e piccole disgrazie che affliggono vuoi l’Italia vuoi il mondo in generale, ma al contrario l’autore è andato a ricercare i modelli di eccellenza che permettono ad altri Paesi di risolvere al meglio tanti problemi. Giusto per darvi un assaggio del contenuto e stimolarvi a leggere questo e gli altri articoli:

– La Svezia ha quasi azzerato le morti bianche, conquistando il primato mondiale della sicurezza sul lavoro grazie all’”ombudsman” dei lavoratori, ovvero il delegato per la salute e la sicurezza.

– Con l’invenzione della corsia dinamica, in Spagna non si vedono più ingorghi in entrata e in uscita dall’autostrada, mentre i treni corrono superveloci.

– A Friburgo, in Germania, i cittadini hanno detto no al nucleare, ma contemporaneamente hanno detto sì alle energie “dolci” e trasformato l’energia solare in un formidabile business.

– L’Inghilterra ha scelto i migliori architetti per progettare case popolari di pregio e quartieri a misura d’uomo, e con controlli severi ha dimezzato le stragi sulle strade.

– I danesi non hanno più l’incubo della precarietà grazie alla “flessicurezza”, che da una parte consente agli imprenditori di licenziare con molta facilità il personale, dall’altra offre al disoccupato un’indennità del 80% dello stipendio e sopratutto un rientro velocissimo nel mondo del lavoro.

Vediamo ora il seguente capitolo:

LA CASA IDEALE A COSTI SOSTENIBILI

vediamo subito alcuni concetti specifici….:

presto nessuna casa potrà essere più costruita in Gran Bretagna senza un certificato di garan­zia ecologica;

– Basta case a due piani, sono invivibili per gli anziani. La casa adeguata per tutte le fasi della vita, preferibilmente su un piano solo, invece di costare farebbe risparmiare al contribuente ol­tre otto miliardi di euro nei prossimi sessant’anni. Perché ridurrebbe la necessità di ristrutturazioni da parte di anziani non più in grado di fare le scale o di stare da soli e abbatterebbe le spese a carico della comunità per pensionati e ospizi. Come deve essere la casa ideale per gli anziani? Eccola: posto auto fino a 3,3 metri di larghezza. Sentiero che porta dal box alla casa, così come tutti gli ingressi, a livello strada. Porte larghe almeno 75 centimetri e corridoi almeno 90 centimetri. Spazio per girare in car­rozzella in tutte le stanze. Sala da pranzo e una stanza da letto a pian­terreno. Bagni accessibili con la sedia a rotelle e provvisti di corri­mano. Possibilità di mettere un ascensore per disabili sulle scale. Prese, interruttori e altri comandi accessibili a tutti.

– Il colosso svedese Ikea sbarca in Gran Bre­tagna con la società Boklok che, dopo i mobili, vuole vendere agli inglesi il proprio modello Live-Smart di casa …… L’accordo con il governo, pre­vede la costruzione, da un capo all’altro del Regno Unito, di interi villaggi prefabbricati.

– dal 2016 tutte le nuove abitazioni siano a emissione zero di anidride carbonica. Un esempio concreto su tutti è la lottizzazione di BedZed, la prima cittadella simbolo di una «ur­banizzazione sostenibile»….«BedZed significa Beddington Zero Energy Development (zero impiego di idrocarburi) ….. Per costruire BedZed sono stati usati perlopiù materiali di recupero: le strutture d’acciaio di una vecchia stazione e di una centrale per la depurazione delle acque, il legno e il vetro provenienti dai cantieri della zona. I materiali nuovi sono stati ac­quistati a non più di cinquanta chilometri, per facilitare il traspor­to e ridurre le emissioni nocive di auto e camion. …… i muri sono spessi settanta centimetri, cioè due o tre volte quelli delle normali costruzioni. Sono formati da due strati di mattoni, E tutte le case sono orientale verso sud, per poter immagazzinare il massimo del calore.» La caldaia, comune all’intero complesso, è alimentata con legno di alberi abbattuti. L’acqua piovana viene raccolta dalla grondaia verso un serbatoio, pronta per essere riutilizzata per l’irrigazione o gli usi domestici. I bagni funzionano grazie a speciali raccoglitori dell’acqua piovana, che viene purificata e riciclata biologicamente su un letto di canne. Le pareti delle case sono ermeticamente coi­bentate per impedire lo scambio di calore con l’esterno, non solo tramite l’installazione di doppi e tripli vetri alle finestre ma anche e soprattutto nella scelta dei materiali di costruzione. Gli abitanti di qui producono localmente il 20 per cento dell’energia elettrica e, grazie ai minori sprechi energetici, abbattono del 25 per cento la restante bolletta di gas ed elettricità, e del 50 per cento il consu­mo di acqua rispetto a una normale abitazione inglese. Laddove non arriva l’architettura subentrano le regole del vivere civile. Per esempio ci si sposta con il car sharing, cioè con la condivisione delle quattroruote: alcune vetture elettriché sono gestite in comune dagli abitanti…..e questi sono stati appositamente mescolati come età e tipologia, per creare un miscuglio il più possibile eterogeneo…..

Quanto sopra si unisce alla facilità, velocità e “cambiabilità” nel mercato dei mutui-casa, con pratiche che si possono fare anche al telefono e portano all’erogazione del prestito in una settimana….

Da noi l’edilizia sociale, cancellata dall’ideologia liberista, è un elenco di inadempienze, di disinteresse e di voracità dello Stato. La tassazione porta via agli enti di gestione delle case popolari fino al 35 per cento degli introiti degli affìtti con il peso sociale di un’e­mergenza che rischia di sfuggire di mano: perché aumentano gli abusivi (un inquilino su cinque), i delinquenti, i taglieggiatori, i clandestini, quelli che fanno paura agli anziani soli e agli onesti barricati nei casermoni delle perfìerie urbane, costretti a rendere conto a improponibili capibastone, i nuovi boss del mercato degli affitti. La politica ha usato le case popolari come una mangiatoia per i voti, senza contrastare con un piano vero il degrado e il fabbi­sogno abitativo. Nelle case popolari italiane ormai un abitante su due è un anziano che fa fatica a tirare a fine mese. Ma c’è una mas­sa crescente di richieste inevase, a Roma mancano almeno ventitremila alloggi e a Milano quasi diciassettemila. Gli enti sono soffoca­ti, non ci sono i soldi, i fondi statali sono prosciugati e anche le re­gioni, cui spetta un ruolo decisivo, avviano pochi programmi e ba­dano a gestire il patrimonio esistente: se ne vanno per un terzo in Irpef, Irpeg, Ici e altro. E poi aumenta la pressione degli immigrati: in certe case di cinquanta metri quadrati dormono anche in otto nei letti a castello. La situazione riassunta in pochi numeri:

– 270 miliardi di euro: il valore sul mercato del patrimonio di case possedute dallo Stato. Ma che dal 2002 al 2006 ci è costato oltre novecento milioni di euro. Tra occupazioni abusive (un inquilino su cinque), gestioni clientelari e inquilini morosi.

– 1.100.000: gli alloggi disponibili in Italia, secondo Federcasa, il triplo che in Francia e in Gran Bretagna.

– 62.000: le unità abitative nella sola città di Milano e provincia. Si tratta del maggior patrimonio immobiliare pubblico. Nel 2006 nel capoluogo lombardo sono stati aggiudicati 322 appartamenti. Altri 140 sono stati occupati.

– 600.000: le case popolari mancanti in Italia, in base alle domande inevase.

– 14,39: la percentuale degli alloggi dell’Istituto case popolari (lacp) occupati in Sicilia senza titolo rispetto al totale degli alloggi gestiti. L’isola è in testa a questo fenomeno, seguita dalla Campania (13,58 per cento).

– 9,7 per cento: il peso (per spese e affino) sul bilancio familiare nel Regno Unito. In Italia sale al 24,7 per cento.

riqualificare il vecchio, anzichè costruire sempre nuovo: a Londra stanno… riqualificando un territorio di sessantacinque chilometri lungo le rive del Tamigi, pieno …di industrie in abbandono (come a Milano, dove le aree industriali dismesse sono la maggiore risorsa territoriale esistente). È una miniera preziosa di 3150 ettari di terreno edificabile che sarà trasformato, entro il 2016, in centosessantamila unità immobiliari, dall’architettura moderna ed ecosostenibili. «Entro il 2008 saranno pronte trentamila case da destinare alle categorie più deboli, che potranno affittarle con le medesime modalità vigenti per le case popolari»…… Oltre a venire incontro all’ingente richiesta di alloggi, il progetto produrrà anche centottantamila nuovi posti di lavoro.

Infine gli inglese sono riusciti a riportare in ottime condizioni proprio il Tamigi, che era ormai moribondo, attraverso una serie di interventi semplici e di buon senso che neppure voglio elencare, visto che qui in Italia non sono le leggi che mancano ma la volontà di farle applicare…..e le classi dirigenti preferiscono ancora pensare all’ambiente come ad una discarica inesauribile, credendosi immuni dalle leggi della chimica del ciclo alimentare…

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La Finanza Etica cresce

Posted by giannigirotto su 13 giugno 2010

Mi fa piacere riportare questo articolo di circa un anno fa pubblicato dal “Corriere della Sera”, di Gabriela Jacomella, che faceva il punto sulla diffusione delle forme di finanziamento etico in Italia. E’ già passato quasi un anno e quindi alcune cose sono cambiate, ma io per primo ho scoperto tante realtà che non conoscevo e che mi sembra giusto condividere. Buona Lettura.

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Microcredito: è boom anche in Italia
Prestiti per cominciare il lavoro
– Gabriela Jacomella

Tutti ne parlano, pochi saprebbero dire con esattez­za che cosa sia. E lui, intanto, cresce. Magari un po’ disordinatamente, e nel silenzio. A parlare chiaro, però, ci sono le cifre: in Italia, tra 2004 e 2005 (è l’Istat a dirlo) è cresciuto del 7% il popolo dei «non-risparmia-tori», quelli che a fine mese non hanno monete da af­fidare al salvadanaio. Quasi il 40% degli italiani ha al­meno un prestito in corso, il 25% – dati della Banca Mon­diale – è escluso dal credito e dai servizi finanziari. È per loro che il microcredito, in Italia, cresce: nell’ulti­mo biennio, le somme erogate sono aumentate del 33%, i beneficiari del 24% (III Kapporto sul microcredito in Ita­lia, C. Borgomeo&Co). Studenti e «atipici», donne e im­migrati, over 40 «espulsi» dal mercato del lavoro. Ma anche famiglie normali, quelle che sempre più spesso contano i giorni che mancano alla fine del mese. Nato in Asia, dall’esperienza di Muhammad Yunus, il prestito che coinvolge e non esclude, che da fiducia e dignità, si sta af­fermando anche nel «primo mondo», su tutti i livelli del mercato: dalle esperienze di base alle realtà «virtuali». Seducendo anche il mondo bancario.

Al centro, la persona
«II punto è che la gente ha sempre meno soldi, e quelli che ci sono servono per le esigenze primarie. Prima ci si in­debitava per mantenere un tenore di vita alto; ora per la salute, la scuola, la casa». Alessandro Messina, econo­mista, si occupa da anni di finanza etica (La finanza utile, Carocci 2007). E per lui, il quadro è chiaro: il microcredi­to, e in generale la microfinanza, sono gli strumenti con cui una parte d’Italia, quella «non bancabile», reagisce al­l’esclusione dai circuiti finanziari. Uno dei luoghi da cui è partita la «ribellione» sono le Piagge, quartiere fioren­tino periferico e problematico, un grumo di case popola­ri stretto tra Arno ed ex inceneritore, ferrovia e aerei a bassa quota. Dal centro sociale «II Pozzo» sono usciti, in 8 anni, 260mila euro di prestiti (fondoetico.blog-spot.com). Tutti destinati a persone o progetti che nel quartiere vivono o sono destinati a realizzarsi. I soldi vengono dagli stessi cittadini, che diventano così soci del Fondo; la gestione è delegata alla Mag6, la Mutua autogestita di Reggio Emilia, società cooperativa finanzia­ria nata nel 1988 (ad oggi, in Italia ci sono 6 Mag, tutte impegnate in progetti di microcredito). Nessun tasso di interesse: si paga Pl,5%, che copre costi dell’operazio­ne. Per ogni prestito, due fideiussori che «condividono il rischio», e un re­ferente. Le quote: fino a 2.600 euro per il mutuo soc­corso» (dal dentista ai problemi di bollette), fino a 7.000 per la microimprenditorialità. Le erogazioni sono state 89, l’insolvenza è dell’I,5-2%, «un prestito solo ci è sfuggito di mano, ma
perché quella persona è fini­ta in carcere…», spiega don Alessandro Santoro, da 14 an­ni anima di questa attivissima comunità di base. Don Alessan­dro usa parole semplici, per lui il microcredito è «ridare la paro­la alle persone, ridare dignità al superfluo. Il principio è che dal denaro non si può fare altro denaro», a chi presta viene ga­rantito il ritorno del versato, nulla più.
E a Firenze, l’esperienza è sta­ta «replicata» dal FondoEssere (www.fondoessere.org), nel vicino quartiere dell’Isolotto. «Nel “micro”, le esperienze di economia solidale funzio­nano molto bene», commenta Marco Gallicani, presidente di Finansol (www.finansol.it), sito di promozione della
finanza solidale. Perché al primo posto, nel microcredito,c’è la persona. Le parole d’ordine: responsabilità e relazio­ne. Che vuoi dire, anche, condivisione del rischio. A chi ri­chiede il prestito (fino ai 25mila euro, in generale)non si richiedono garanzie patrimoniali o di reddito,
bensì una «rete fiduciaria», con più soggetti che fanno da garanti. Altro pilastro importante: le attività di forma­zione, dalla domanda alla restituzione del prestito stesso.
«Non sono microcredito in senso stretto – specifica Gallica­ni – le esperienze basate su un fondo di garanzia o quelle che ne fanno una questione di marketing». Sta di fatto, però, che in Italia si sono moltipllcate le esperienze «ibri­de»; a partire dal 2.005, Anno mondiale del microcredito, il fenomeno «è uscito dal mondo dell’altra economia e ha con­taminato la grande finanza», scrive Tonino Perna. docente di Sociologia eco­nomica a Messina. Di recente, l’espe­rienza alternativa di Banca Etica è stata «affiancata» da Banca Prossi­ma, cestola «no profit» del gruppo Inte­sa-San Paolo. Se­gno di un interesse crescente e trasver­sale, la risposta a una necessità sem­pre più diffusa.

Dal solidale al finanziario
Sul palcoscenico del microcredito, gli attori principali sono gli enti pub­blici. Come il Co­mune di Roma, già promotore di un progetto destinato agli immigrati: 30 beneficiari e un investimento da un milione di eu­ro. O la Regione Lazio, con il Fondo promosso dall’as­sessore al Bilancio. Nato nel 2006, ra­mificatesi sul terri­torio grazie a un cali center e una rete di operatori (dall’Arci alla Caritas), ha già inoltrato alle banche di «appoggio» 850 domande: 450 quelle accettate, dalle microimprese ai crediti di emergenza, passando per il sostegno ai detenuti; 3,4 i milioni di euro erogati. «Da noi – spiega Nieri – arriva molta gente “incastrata” nel circolo infernale delle carte revolving. Le doman­de sono tante, sempre più italiani arrivano a malapena a fine mese. E basta una spesa imprevista, l’auto che si rompe, i libri di scuola…». La parola d’ordine è «respon­sabilizzare». E i soldi ritornano: «Del resto sono fondi nostri (per il 2008 abbiamo stanziato 3 milioni), chi li prende sa di dover garantire chi verrà dopo di lui». Un ap­proccio «pedagogico» condiviso anche dalla Regione To­scana, che dall’esperienza di Fabrica Ethica (proget­to sulla responsabilità sociale d’impresa ha fatto na­scere Smoat, il «sistema microcredito orientato e as­sistito toscano». L’obiettivo è lo startup d’impresa; la Regione, grazie a un fondo da 15 milioni di euro, fa da garante all’80%, per un importo massimo di ISmila eu­ro; 236 i finanziamenti già erogati, per oltre 3mila
euro. Le imprese italiane sono 144, dal centro di velate-rapia all’azienda di tessuti ecologici per cucce di cani e gatti. «E il 30% dei beneficiari – fa il punto la coordinatri-ce Fabrizia Paloscia – sono over 44, la fascia d’età più problematica».
Un solo obiettivo, molte esperienze, nessun bilancio glo­bale. Perché in Italia, spiega Gallicani, «mancano tre cose: il coordinamento, la formazione, un’attività di lobbying. Siamo l’unico Paese in cui non c’è una legge di riferimento per queste realtà, forse perché si tende anco­ra a considerare la solidarietà come beneficenza». Il qua­dro è a macchia di leopardo, «la sensazione – interviene Messina – è che il microcredito sia diffuso molto più a Nord che a Sud, anche per il legame con le fondazioni bancarie». Però in Molise c’è Senapa (www.progetto-senapa.it), con prestiti a piccoli imprenditori o parroc­chie; in Puglia, Handled With Care punta a coinvolge­re la popolazione albanese residente nella Regione. Tra le associazioni più note – tanto da aver fondato, con altri, la rete italiana di microfinanza Ritmi -, c’è la bolognese MicroBo (www.micro.bo.it): importo massimo 7.000 euro, tasso annuo dell’8%. Servono due garanti morali e «un’idea chiara di impresa». Il target: precari, disoccupa­ti, immigrati (l’80% degli utenti). Un gruppo di imprendi­tori ha sottoscritto il fondo di garanzia, l’associazione se­gue i progetti. Il presidente onorario è Yunus. A Torino, invece, hanno pensato di fare un passo più in là. «In Italia il microcredito è ancora visto come credito ai poveri; noi abbiamo deciso di vederlo come uno stru­mento finanziario innovativo»: Permicro (www.permi-cro.it), è una società specializzata in microcredito, sede nel capoluogo piemontese, operatività nazionale (con sportelli a Cagliari e Roma). Partiti a gennaio, hanno già erogato circa 25 microcrediti all’impresa (tetto mas­simo di ISmila euro), e microcrediti alle famiglie per un centinaio di migliaia di euro al mese. A fare da filtro e garante, una «rete» che va dalle comunità etniche alle parrocchie. Il tasso è del 10-11%, «altissimo rispet­to ad altri progetti di microfinanza, basso rispetto al ri­schio. La stessa Grameen di Yunus applica un tasso del 16%; ma la socialità del microcredito è l’accesso al credi­to, non il tasso di interesse». E la professionalità, alla fi­ne, ha i suoi costi. Il futuro, però, è già altrove. E si chia­ma finanza peer-to-peer, quella in cui – spiega Messi­na – «non c’è più il soggetto debole, perché si è contem­poraneamente prestatore e richiedente». È il caso di Zopa (www.zopa.it), prima comunità online di prestito sociale; nata in Gran Bretagna, operativa in Italia dal gennaio 2008, ha erogato quasi un milio­ne e mezzo di prestiti e conta oltre 17mila iscritti. Sul Web, i prestatori e i richiedenti interagiscono diretta­mente, negoziando sulle condizioni del prestito, i tassi (in media, intorno all’8%), la durata. Zopa fa da gestore e da «garante». «Gestiamo in media 5-10 prestiti al gior­no. I nostri utenti vanno dall’investitore informato all'”antibanca”, che cerca un rapporto con la persona, una rete sociale». Non è filantropia, non è neanche microcredito. Ma cresce a un ritmo del 17% al mese.

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Banca/Finanza Etica e oltre ….

Posted by giannigirotto su 25 Mag 2010

Scrivo queste righe dopo aver vissuto la giornata del 22 maggio l’Assemblea nazionale dei soci di Banca Etica, che si è svolta a Padova. C’era un bella atmosfera, rilassata, persino gioiosa, sicuramente molto dinamica….con la formazione continua e inarrestabile di capanelli di gente che discuteva su mille iniziative della Banca e più in generale di tutto il mondo del volontariato, che la stragrande maggioranza dei soci conosce e di cui fa parte, complice anche il grande giardino posto immediatamente a fianco della sala assembleare, che ha dato accoglienza ad una lunghissima serie di mini-picnic e momenti di rilassamento…

Al di là del problema oggettivo della registrazione dei partecipanti, che ha preso più di 5 ore alla quindicina di dipendenti che erano addetti alla mansione, peraltro molto gentili e organizzati, e che dimostra una volta di più come senza un uso esteso della firma digitale (che esiste da più di 10 anni ma nessun “privato cittadino” può obiettivamente conoscere e usare) rimaniamo dei sudditi di serie B costretti a enormi sprechi di tempo e risorse per adempiere a molte formalità burocratiche che altrimenti potrebbero essere risolte con qualche “click” al computer…..al di là di questo appunto, vorrei riportare alcune riflessioni che sto facendo in questi giorni…

1) Banca Etica è nata per operare come Istituto di Credito, ma in realtà questo è solo un punto di appoggio per poter intervenire e operare a 360 gradi nella società. Aver costituito “Innesco” per operare nelle energie rinnovabili (e Salviato in uno dei suoi interventi ha ribadito che se un milione di utenti installassero i pannelli fotovoltaici da 3KW, avremmo la creazione di più energia di quanta ne dovrebbero produrre le 4 centrali nucleare che il governo vuole, con in più la generazione di un numero molto maggiore di occupati in tale settore…), essere partner di Jacopo Fo sia per il G.A.S. sul suddetto fotovoltaico ma anche per la creazione degli “Ecovillaggi“, essere supporter ufficiosi della Campagna per la ripublicizzazione dell’acqua, essere attivi tramite la tecnica dell’azionariato critico con l’ENI ed altre importanti società….ecc. ecc. dimostra come il gruppo di dirigenti, che sono naturalmente espressione della base degli azionisti, abbia una visione ed una voglia di impegnarsi globale, in cui come recita lo Statuto, il denaro è solo uno strumento per attivare progetti e soluzioni che aumentino il benessere di tutti gli uomini.

Per continuare su questa strada però servono risorse, sia intese come risorse umane, sia quelle finanziarie. E’ prioritario pertanto fare tutto il possibile per acquisire nuovi soci “attivi”, che si impegnino localmente nei vari GIT,  e aumentare parallelamente il capitale sociale, stante il famoso vincolo di legge che fissa il valore dei prestiti  a circa 10 volte il valore del cap. soc. Queste sono secondo me le priorità assolute che condizionano tutta l’operatività della Banca. In tal senso naturalmente vanno le future acquisizioni della Cooperativa Francese e di quella Spagnola.

2) Ancora troppi italiani non conoscono Banca Etica. Chi dice l’80% chi dice il 90%, sta di fatto che finchè B.E. non esce da questo limbo facciamo doppiamente fatica a crescere. Dobbiamo moltiplicare gli sforzi con gli Enti “moltiplicatori/diffusori” come sono le altre realtà Associative e la scuola. Ritengo non vada trascurato anche il canale Internet, stante anche che è a “costo zero” farci conoscere dai blogger e usare più pervasivamente gli altri strumenti di social network.

3) L’attività bancaria è uno dei due grandi strumenti di accentramento e gestione del denaro. Le Assicurazioni sono a mio avviso l’altro grande strumento che ci manca. Mi piacerebbe che il nuovo CdA rafforzasse i rapporti con il CAES e si ponesse come obiettivo finale quello dell’ingresso nel mondo assicurativo. Viceversa questo resterà appannaggio esclusivo dei “soliti noti” grandi gruppi. Potrebbe essere una buona idea quella di fare un piccolo sondaggio interno ai soci di B.E. per vedere quanti di loro sarebbero favorevoli ad un’idea del genere.

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