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Modelli da diffondere – Sakena Yacoobi

Posted by giannigirotto su 14 settembre 2011

Sakena Yacoobi  ha 60 anni e da trenta si occupa di combattere la guerra con la cultura. Sakena è un’insegnante. Ogni giorno, escluso il venerdì, 350mila persone affollano le sue classi e prendono parte a quella che lei ha definito una “Jihad con la penna” ovvero imparano a leggere e a scrivere. Perché l’alfabetizzazione è la prima arma per sconfiggere la guerra e in un cervello occupato da quello che gli raccontano i libri piuttosto che da stragi spacciate per ideali di martirio, il fascino dei mitra e delle bombe attecchirà meno.

È stato in Pakistan, in mezzo ai profughi, alle donne che avevano subito violenze di ogni tipo, che Sakena ha capito che l’istruzione è l’unica via per risollevare la sua gente. Da allora non si è mai fermata e ha aperto scuole e raccolto studenti ovunque ha potuto. Nemmeno l’Afghanistan dei Talebani l’ha intimorita. Proprio all’epoca del loro dominio, negli anni Novanta ha fondato l’ Ali (Afghan Institute of Learning). “ Da Kabul, da Herat, da Logar, mi chiedevano di aprire scuole clandestine”, racconta Sakena Yacoobi suWired. “ Mi imposi allora una regola: se la gente era in grado di proteggerci e di darci i locali e il personale da preparare, l’avremmo fatto”.

Sekena si concentra sopratutto le bambine, che normalmente vengono per ultime come priorità di alfabetizzazione nelle famiglie povere: “Se educhi un bambino educhi un individuo, se educhi una bambina educhi una famiglia e dunque una comunità”

A mio avviso è una delle tante persone che veramente meritano il Nobel per la pace… e come al solito decine di altri articoli ed anche video li trovate sparsi su Internet, naturalmente la maggior parte è in Inglese, i telegiornali italiani invece preferiscono parlare delle “Papi girl” e di calcio…
Vi ricordo che trovate una scheda su altre grandissime persone nella mia sezione “Modelli“.

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Indispensabili: La decrescita felice – Decrescita, innovazione e progresso

Posted by giannigirotto su 21 marzo 2011

Non poteva mancare nella mia sezione Indispensabili questo scritto di Maurizio Pallante, che ovviamente rappresenta il punto d’unione di coloro che si riconoscono nell’omonimo Movimento per la Decrescita Felice.

Anche questo libro rientra tra i miei preferiti perchè non si limita a denunciare situazioni insostenibili, ma propone delle alternative concrete e virtuose, che ci consentono di mantenere un elevato livello qualitativo di vita, senza compromettere le risorse che lasceremo ai nostri figli.

Ecco l’estratto del capitolo (clicca sulla foto per vedere gli altri):

Decrescita, innovazione e progresso

Un sistema economico fondato sulla crescita del prodotto in­terno lordo è innovatore per necessità intrinseca. Per accrescere l’offerta di merci ha bisogno di continue innovazioni di processo finalizzate a incrementare la produttività, cioè le quantità prodotte nell’unità di tempo. Per accrescere la domanda ha bisogno di con­tinue innovazioni di prodotto finalizzate a rendere obsolete in tem­pi sempre più brevi le merci acquistate, in modo da abbreviare i tempi di sostituzione. Entrambe le innovazioni dipendono fonda­mentalmente dagli sviluppi della tecnologia, che a loro volta di­pendono dagli sviluppi della ricerca scientifica, anche se nelle in­novazioni di processo hanno un ruolo decisivo le innovazioni or­ganizzative e nelle innovazioni di prodotto hanno un ruolo altret­tanto importante le innovazioni estetiche. Maggiori sono le inno­vazioni, più rapida è la loro successione, maggiore è la crescita del­la produzione e del consumo di merci. In un sistema economico che misura la crescita del benessere con la crescita del prodotto interno lordo, l’innovazione diventa un valore in sé. Si identifica col concetto di miglioramento. Poiché le innovazioni cambiano di continuo la situazione esistente, la disponibilità al cambiamento assume un ruolo centrale nel sistema dei valori condivisi. Diventa una pubblica virtù. Viceversa, la resistenza nei confronti delle in­novazioni diventa un vizio da sradicare, una manifestazione di chiusura mentale da ridicolizzare, un atteggiamento d’altri tempi da condannare…

Il capitolo prosegue con una lunga spiegazione di come il suddetto atteggiamento possa essere, ed in effetti è stato, molto pericoloso, in quanto può portare ad una spirale di continua distruzione del passato per far posto al futuro, ma eliminando in questo processo di distruzione anche molte cose, sia a livello di manufatti sia di ambiente naturale, che invece meritano ed in molti casi DEVONO essere salvate, in primis appunto l’ambiente naturale… tale atteggiamento, tutora  non mediato dal buon senso, comporta anche che… ciò che le innovazioni rendono vecchio e superato in tempi sempre più brevi, in parallelo alla crescita delle merci si ha una direttamente proporzionale crescita dei rifiuti. Più rapide sono le innovazioni di processo e di prodotto, più rapidamente invecchia­no e vengono sostituiti i manufatti e gli oggetti, più rapida è la crescita dei rifiuti. Oltre certi livelli può diventare addirittura superiore alla crescita del prodotto interno lordo. Tra il 2000 e il 2003 la produzione di rifiuti in Italia è cresciuta del 3,8 per cento, la produzione di merci del 2,4 per cento…

In parallelo alla crescita dei rifiuti, la crescita della produzione e della produttività comportano un proporzionale incremento del consumo di risorse e scaricano negli ambienti quantità crescenti di emissioni inquinanti. Nei processi produttivi in cui si utilizzano materie prime rinnovabili, l’esigenza di averne sempre di più spin­ge a forzare artificialmente i ritmi della loro riproduzione (come si verifica con le risorse agricole), mentre nei processi produttivi in cui si utilizzano materie prime non rinnovabili, induce a pro­durre sostanze alternative di sintesi (come fanno le varie branche dell’industria chimica) o a intervenire sulla struttura della materia (l’energia nucleare e le biotecnologie). Inoltre, la concorrenza im­pone che le innovazioni tecnologiche di processo vengano finaliz­zate a ridurre i costi di produzione e accrescere la produttività, fa­cendo passare in secondo piano, o ignorare del tutto, la valutazione del loro impatto ambientale. Così, per decenni, i processi di produzione industriale e agricola hanno scaricato nell’aria, nelle acque e nei suoli quantità crescenti di sostanze inquinanti gassose, liquide e solide…

A livello di politica…

l’obiettivo della crescita è comune ai due schieramenti, che si dividono sui mezzi per raggiungerlo e sui mo­di di distribuirne i benefici tra le classi sociali. I contendenti di entrambi i fronti partono dal presupposto che più la torta è gran­de e più ce n’è per tutti. Per i partiti di destra, con varie sfumatu­re, il mercato è lo strumento più efficace per farla crescere e per dividerne nel modo migliore le fette tra i soggetti che hanno contribuito a farla crescere col loro lavoro. La possibilità di inserire qualche correttivo politico non la escludono, purché non stravol­ga gli equilibri definiti di volta in volta dalla dinamica della do­manda e dell’offerta. Per i partiti di sinistra lo Stato deve invece intervenire nell’economia per ridistribuire in maniera più equa il reddito tra le classi sociali. A tal fine deve usare la leva fiscale per tassare in maniera progressiva i redditi più alti e spendere i pro­venti in servizi sociali e sostegni ai più disagiati. Altrimenti la cre­scita aumenterebbe le diseguaglianze, facendo pagare con un peg­gioramento delle condizioni di vita dei più deboli l’aumento dei privilegi dei più forti. Quale delle due posizioni fa crescere di più il prodotto interno lordo? Quale è più progressista? Se lo Stato interviene per attuare una distribuzione più equa del reddito tra le classi sociali, aumenta la quota del reddito destinata ai consu­mi. Di conseguenza la quota destinata agli investimenti si riduce. Se non interviene e lascia fare al mercato, la quota del reddito de­stinata ai consumi diminuisce e aumenta quella disponibile per gli investimenti in innovazioni tecnologiche. Pertanto, un’economia che non si pone il fine di una maggiore equità cresce di più e più in fretta di un’economia che se lo pone. Un’economia più giusta è meno produttiva e un’economia più produttiva è meno giusta. Se si fanno le fette più uguali, la torta resta più piccola e le fette sono più piccole. Se si fanno le fette meno uguali la torta diventa più grande e le sue fette più piccole possono essere più grandi delle fette più grandi della torta più piccola. Nei paesi industrializzati si è relativamente poveri con un reddito prò capite inferiore ai 500 euro. Nei paesi dell’ex blocco sovietico le buste paga raggiungono a mala pena la metà di questo valore. La povertà assoluta del pro­letariato di Londra nella seconda metà dell’Ottocento, descritta nella sua drammaticità in tante opere sociologiche, letterarie e ar-tistiche, ha consentito di investire in innovazioni tecnologiche che hanno accresciuto la produzione di merci fino al punto in cui, un secolo dopo, per trovare una domanda capace di assorbirle è sta­to necessario ampliare la fascia dei consumatori accrescendo il reddito monetario degli strati sociali più poveri. Le fette più pic­cole della grande torta che ora essi mangiano sarebbero ritagliate da una torta più piccola e sarebbero molto più piccole se non ci fosse stata la fame dei loro antenati, ma dalla sazietà e dagli spre­chi dei discendenti non traggono giovamento le sofferenze che es­si hanno patito. Come non ne traggono giovamento le sofferenze dei quattro quinti dell’umanità ai quali, per fare grande quella tor­ta di cui le classi subalterne dei paesi sviluppati mangiano le fette più piccole, viene sottratto ciò che è necessario per vivere. Un’e­conomia finalizzata alla crescita della produzione di merci non può non essere ingiusta. Non può non generare sofferenze sem­pre più acute e diffuse…

In definitiva… La libertà e la democrazia non possono essere limitate all’alternativa tra le due varianti interne allo stesso paradigma: destra o sinistra. O rinchiuse nello spazio ancora più angusto tra le due opzioni più simili delle due varianti: centrode­stra e centrosinistra. La libertà e la democrazia, per essere tali de­vono includere la possibilità di rimettere in discussione il paradig­ma e progettarne un altro. Chi rimette in discussione il paradigma progressista è più progressista dei progressisti che lo considerano un dogma intoccabile. Ma è anche conservatore, perché la critica dell’innovazione come valore in sé implica una rivalutazione del passato e il riconoscimento che non tutti i cambiamenti sono stati miglioramenti. Il progresso non esclude la conservazione, ma si realizza con una serie di aggiunte a un patrimonio di sapere e sa­per fare ereditato dalle generazioni precedenti. Chi critica il valore della crescita economica e l’ideologia progressista, rimette in di­scussione le categorie concettuali su cui si fonda la modernità…

quali innovazioni quindi conviene accettare e quali rifiutare: ovviamente si deve valutare caso per caso, ma il criterio ultimo è sempre quello della sostenibilià nel tempo, di ciclo chiuso… un sistema economico che pretende di accrescere in­definitamente la produzione di merci mentre le risorse sono limi­tate ed è limitata la capacità dell’ecosistema terrestre di assorbire le scorie della produzione, non ha potenzialità di futuro. Al livello di sviluppo raggiunto si sta già scontrando con i limiti del pianeta. Solo un sistema economico finalizzato a ridurre al minimo il con­sumo di risorse e la produzione di rifiuti, che riduce gli sprechi, aumenta la durata di vita degli oggetti e ricicla le materie prime contenute in quelli dismessi, utilizza le innovazioni tecnologiche per attenuare al minimo l’impatto ambientale dei processi pro­duttivi e non per aumentare la produttività, sviluppa al massimo l’autoproduzione di beni, le filiere corte, gli scambi non mercanti­li, in una parola, solo un’economia della decrescita ha una poten­zialità di futuro…

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Indispensabili: L’anticasta – i Gruppi d’Acquisto

Posted by giannigirotto su 24 novembre 2010

Dopo aver inserito diverso tempo fa il libro “La Casta” nella mia sezione “Indispensabili“, sono estremamente felice di poter iniziare l’inserimento di estratti, capitolo per capitolo, di questo testo che spero diventi un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono utilizzare le esperienze positive già portate a termine in varie località italiane, per replicarle ovunque sia opportuno. Segnalo solo che questo libro parla di esperienze italiane, mentre in un altro testo, “Voglia di Cambiare“, sempre presente nella sezione “Indispensabili“, sono contenute le esperienze di successo avvenute in vari Paesi Europei.

Invito tutti, una volta letto questi interessatissimi estratti, di comprare il testo originale per poter completare la lettura, e magari a regalarne una copia ai propri consiglieri comunali, per far loro vedere come un’altro modo di amministrare è possibile.

Iniziamo pertanto con il primo esaltante capitolo che si potrebbe riassumere nello slogan “consumatori di tutto il mondo unitevi”… :

VINCERE LA PAURA DEL CAMBIAMENTO -risparmiare conviene e tanti iniziano a capirlo (di Jacopo Fo)

…….. C’è cibo in sovrabbondan­za: ogni anno buttiamo via la metà del cibo che producia­mo sulla Terra. E fabbrichiamo molti più tessuti di quanti ce ne possa­no servire. Bruciamo quattro volte i combustibili di cui avremmo bisogno perché non isoliamo le nostre abitazioni e usiamo mezzi di trasporto spinti da motori obsoleti e inefficienti…………

le multinazionali potrebbero risparmiare l’80-90% delle materie prime e dell’energia che consumano. Questa affermazione si basa sull’a­nalisi di decine di tecnologie innovative qua e là sperimentate

Jacopo Fo fa poi un brevissimo elenco dell’enorme spreco che lo Stato Italiano produce costantemente, affermando che una gestione corretta, normale, “non da ladri e cretini”, porterebbe ad un radicale mutamento in meglio della situazione sociale…………

Nel 1998, dopo aver letto Il banchiere dei poveri di Muhammad Yunus decisi di cercare anch’io di fare qualche cosa di concreto nel campo dell’economia. Per anni avevo dedicato tutte le mie energie alla produzione artistica e alla diffusione della cultura ribelle sbocciata negli anni settanta. Mi misi in testa di provare a diffondere pannelli solari per l’acqua calda e gruppi di acquisto di servizi (banca, assicu­razione, telefonia). L’idea, semplice, era che si potesse crea­re una struttura che oltre a diffondere principi di cooperazione ed ecologia mettesse a disposizione le nuove ecotecnologie e altri prodotti a prezzi onesti e con garanzie solide per i consumatori. Individuammo una serie di prodotti, li testammo, stipulammo contratti, creammo una serie di siti internet tematici e iniziammo a proporre il nostro pacchet­to innovativo e conveniente investendo parecchio denaro e lavoro nella diffusione della nostra proposta………….Quando finalmente il 28 febbraio 2007 la legge fu approvata nella forma corretta, partimmo con il gruppo di acquisto dei pannelli fotovoltaici raccogliendo in pochissimo tempo centinaia di adesioni e un’enorme risposta dal punto di vista dell’inte­resse: più di mezzo milione di persone entrò nella pagina web che Spiegava tutti i problemi relativi al fotovoltaico e come intendevamo affrontarli con il gruppo d’acquisto…………

Io credo che il fulcro del mantenimento del si­stema della violenza e della sopraffazione dipenda dalla forza dell’abitudine…..invece… Le esperienze degli ecovillaggi, dèi gruppi di acquisto, del commercio equo e solidale, delle banche del tempo, delle cooperative, mostrano che, a parità di reddito, le per­sone che fanno queste scelte hanno un tenore di vita più alto e una socialità più ricca e piacevole……

Ma la consociazione di questo gruppo è solo parziale. Bisognerebbe arrivare anche all’acquisto collettivo di au­to, elettrodomestici, case, assicurazioni e servizi bancali, riscaldamento, elettricità ecc. Il risparmio che si otterreb­be estendendo i gruppi di acquisto a tutti i prodotti e servizi raggiungerebbe l’equivalente di 3 stipendi all’anno.

Ciò significa cambiare radicalmente la situazione eco­nomica di una famiglia. Ma queste esperienze si diffondo­no con estrema lentezza nell’Occidente industrializzato. Diversa la situazione nei Paesi poveri dove le difficoltà spingono a buttarsi con meno paura nelle opportunità nuove che si presentano. Da noi invece i cambiamenti sono spesso rimandati se non sono strettamente necessari (cioè solo quando l’acqua tocca il sedere si impara a nuotare, ndr….)…... Poi mi sono dedicato a trovare anche il mo­do di finanziare tutto l’investimento necessario….. Ora sono arrivato al punto di offrire non solo un risparmio fin dal primo anno ma addirittura un anticipo in contanti, all’atto della firma del contratto, sui risparmi degli anni futuri…

…Che cosa succede se mettiamo insieme il risparmio energetico, i gruppi di acquisto, il microcredito e le impre­se capitaliste etiche? Otteniamo un mondo in cui le scelte di fondo delle multinazionali sono condizionate dai con­sumatori consociati che entrano nel merito della qualità dei prodotti. Oggi milioni di automobilisti desidererebbe­ro l’auto elettrica che si ricarica con i pannelli solari. Ma quest’auto al momento non è disponibile sul mercato non perché non sia possibile costruirla ma perché la domanda e l’offerta non s’incontrano………..

…se un gruppo di centomila consumatori si consociasse potrebbe avere subito un’auto elettrica e potrebbe perfino imporre scelte co­struttive. E otterrebbe anche prezzi molto interessanti. I gruppi di acquisto hanno un potere contrattuale potenzia­le enorme… I consumatori consociati possono offrire la sicurezza delle vendite attraverso acquisti programmati e al contempo tagliare i costi e i problemi legati alla vendita… E se un gruppo di consumatori può ordinare a un’azienda un’auto elettrica, può anche preten­dere che gli operai che la producono siano pagati in modo giusto e che durante il processo produttivo non siano causati danni all’ambiente. La consociazione degli acqui­sti avrebbe la possibilità di dissuadere gli imprenditori malvagi dal fomentare guerre e disastri ambientali, per­ché in un mercato controllato dai consumatori questi comportamenti verrebbero penalizzati dall’esclusione di queste imprese dal mercato consociato.

La consociazione degli acqui­sti avrebbe la possibilità di dissuadere gli imprenditori malvagi dal fomentare guerre e disastri ambientali, per­ché in un mercato controllato dai consumatori questi comportamenti verrebbero penalizzati dall’esclusione di queste imprese dal mercato consociato. I consumatori che diventano protagonisti dei loro stili di vita poi stanno anche molto attenti alla qualità dei poli­tici che votano, pretendendo da loro la stessa qualità che cercano nei consumi. Sono convinto che questo meccanismo si svilupperà in modo prepotente nei pròssimi vent’anni. Questo avverrà anche sulla spinta della neces­sità per tutte le famiglie di capire i propri consumi energe­tici e diminuirli drasticamente. Inoltre molti diventeranno microproduttori di energia dal sole o dal vento e anche questa democrazia energetica contribuirà a far crescere la cultura della razionalizzazione dei consumi.La conoscenza dei costi energetici sarà per molti il pri­mo passo verso lo sviluppo di una nuova coscienza dei consumi. E sarà questa nuova coscienza a cambiare il no­stro modo di vivere.Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per le ammini­strazioni pubbliche. Già esistono esperienze, come viene mostrato in questo libro, di discussione pubblica delle scelte e dei bilanci comunali, ma in questa direzione si po­trebbe fare molto di più rendendo trasparenti e visibili in rete appalti, liste di attesa di ospedali, costi di ogni ufficio e tassi di produttività. E qui mi fermo.Nei prossimi anni vedremo come evolveranno le cose.Io credo che si svilupperanno in questa direzione.

I consumatori hanno il potere sul mondo. Devono solo accorgersene e connettersi in rete.

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Filiera alimentare (segue): Modello autodistruttivo

Posted by giannigirotto su 13 novembre 2010

Proseguo le considerazioni inserite nel precedente post “Filiera Alimentare: il difetto è la norma“, riportando un ulteriore stralcio dell’articolo inserito nel numero di ottobre 2010 da Valori“, rivista pubblicata da Banca Etica. Le immagini sopra (clicca per ingrandirle) riportano l’articolo completo, di seguito invece gli stralci salienti:

La politica, intesa come meccanismo di distribuzione e il sistema degli incentivi concessi dall’Unione Europea, favorisce i grandi produttori e le catene distributive. Mediante una politica di prezzi bassissimi, scarsa programmazione e speculazione, tende ad alimentare gli sprechi e penalizzare i piccoli e medio/piccoli produttori.

– Il sistema dei sussidi dell’Unione Europea, nato con nobili intenti, è diventato un mostro, con paradossi tipo versare denaro per non coltivare (per esempio 90 miliardi di lire per distruggere l’uva).

Il 60% del valore dei prodotti agricoli va alla GDO (Grande Distribuzione Organizzata), il 23 all’industria di trasformazione, mentre solo il 17% resta al produttore. I prezzi dal produttore al banco del supermercato aumentano mediamente del 600%. (commento mio, questo è il risultato del mancato coordinamento dei produttori/agricoltori, di cui ritengo responsabile la Coldiretti).

Ogni anno rimangono sui campi, perchè non è conveniente raccoglierla, circa 8 milioni di tonnellate di ortofrutta, esattamente quanta ne consumano gli italiani in un anno. Insomma per ogni pomodoro mangiato, uno rimane sui campi a marcire…

– La PAC (Politica Agricola Comune) nata 50 anni fa con il giusto intento di aiutare un’agricoltura che usciva dalla 2° guerra mondiale, si è riformata recentemente, ma ha di fatto fallito il compito di rendere più efficente il mondo agricolo. Si attende proprio per questo mese di novembre un documento che segni l’inizio di (se spera) corpose modifiche alla PAC. Tenete gli orecchi bene aperti!

– Sono circa 60 miliardi di euro (120.000 miliardi di lire) all’anno i fondi che la PAC versa al mondo agricolo, in gran parte come detto alle multinazionali agricolo/alimentari.

– Di fronte a tale desolazione, una delle soluzioni possibili e attualmente funzionanti è quella dei G.A.S. (Gruppi di acquisto solidale), come riportato nel trafiletto nell’ultima pagina dell’articolo, che pagano il giusto prezzo al produttore, e saltando tutti gli intermediari commerciali, riescono spesso ad avere un prezzo per il consumatore inferiore a quello dei supermercati.

Per approfondire:

– Il sito www.farmsubsidy.org riporta il dettaglio di tutti i contributi pubblici concessi, cioè a chi e quanto, nazione per nazione.

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Per contrastare tali speculazioni è necessario diffondere il più possibile un’informazione corretta, e ricordo a tutti che tramite l’azionariato critico, Banca Etica è in prima linea per fare la sua parte, ma ha bisogno dell’ aiuto concreto di noi tutti. Se volete unirvi visitate il sito di Banca Etica.

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Le banche e la crisi: non è un loro problema!

Posted by giannigirotto su 6 ottobre 2010

– Banche: negli ultimi 10 anni i primi 62 gruppi bancari hanno incassato € 1200 miliardi di utili (cioè più di due milioni di miliardi di lire) e distribuito 692 miliardi (1,2 milioni di miliardi di lire) di dividendi, e la dimensione media di ciascun gruppo è quasi triplicata. Anche nel 2008, incuranti delle perdite, gli azionisti hanno intascato 55 miliardi di euro.

– Le banche hanno operato enormi speculazioni , sopratutto con i famigerati strumenti “derivati”, e stanno scaricando costi e rischi sui clienti, trasferendo soldi all’estero e con la cartolarizzazione, che nel 2008 ha raggiungo il record dei 76 miliardi di euro.

– Nel 2009 Bankitalia ha rilevato un raddoppio delle sanzioni irrogate alle banche, da 58 a 113.

– Gli aiuti pubblici erogati alle banche spesso sono serviti per ulteriori speculazioni anzichè per erogare credito alle aziende….

– La crisi non ha fatto altro che aumentare la distanza tra ricchi e poveri….negli ultimi trent’anni il rapporto tra salari e Pil nei Paesi Ocse è calato tra l’8 e il 12%.

– L’industria in generale ha recuperato tramite tagli occupazionali e delocalizzazioni, e continuerà a mettere sempre più sfacciatamente in competizione i lavoratori di diverse aree del mondo.

– Le prime cinque banche statunitensi hanno raddoppiato gli attivi rispetto alla fine del 2007.

Trovate gli approfondimenti nelle immagini seguenti, ordinate in sequenza…ah, un ultimo insignificante dettaglio, vi ricordate chi ha causato questa crisi, vero? e chi ha ricevuto vagonate di aiuti statali (cioè soldi di tutti noi) vero?

Per contrastare tali speculazioni è necessario diffondere il più possibile un’informazione corretta, e ricordo a tutti che tramite l’azionariato critico, Banca Etica è in prima linea per fare la sua parte, ma ha bisogno dell’ aiuto concreto di noi tutti. Se volete unirvi visitate il sito di Banca Etica.

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Le multinazionali e la crisi: non è un loro problema!

Posted by giannigirotto su 21 settembre 2010

Mentre la crisi continua a mietere vittime tra i lavoratori e le piccole imprese, i grandi gruppi continuano a macinare profitti.

Proseguo ad implementare la mia sezione “Mercato“, riportando alcuni stralci dell’articolo pubblicato sul numero di Settembre 2010 della rivista “Valori“…..

– Sei delle dieci imprese con i maggiori utili appartengono al comparto energetico, stante l’enorme richiesta in continua crescita da Cina e India…

– nel settore automobilistico solo nell’ultimo anno le multinazionali hanno tagliato mezzo milione di posti di lavoro; dal 1999 ad oggi, in Europa e Nord America i dipendenti sono calati del 15% a vantaggio dei Paesi con salari più bassi.

– General Motors e Chrysler hanno ricevuto, a seguito della recente crisi, 84 miliardi di dollari di aiuti pubblici;

– Tra il 1999 e il 2008 in Europa il calo del settore automobilistico è stato del 29%, e si sono persi quasi 100mila posti di lavoro, e nel nord america il calo è stato del 38%.

– Nel corso degli ultimi 12 anni l’Italia è passata dall’essere il maggiore erogatore di aiuti al minore……quando si dice avere le idee chiare…..

Ecco gli approfondimenti….

Per portare maggiore equità a livello locale e globale, è necessario innazitutto diffondere un’informazione corretta, e ricordo a tutti che, anche tramite l’azionariato critico, ma non solo, Banca Etica è in prima linea per fare la sua parte, ma ha bisogno dell’ aiuto concreto di voi tutti. Se volete unirvi visitate il sito di Banca Etica.

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La “bolla immobiliare” Italiana

Posted by giannigirotto su 1 settembre 2010

Da più parti negli ultimi mesi si guarda con preoccupazione al rallentamento dell’economia Italiana, e in particolare del reparto immobiliare. La premessa, sin troppo ovvia, è che si è partiti da una condizione di estrema sopravalutazione. Il problema è serissimo e molto grave, e viene esaminato in questo articolo pubblicato nel numero di luglio/agosto della rivista “Valori“, pubblicata dal Gruppo di Banca Etica, di cui reporto subito alcuni stralci:

– Nel 2009 sono stati duecentomila i posti di lavoro persi e novemila le imprese edili cancellate.

– Alla base c’è sempre un sistema bancario compiacente che gonfia domanda, prezzi ed investimenti.

– Nel 2009 le sofferenze bancarie del settore sono salite del 47%

– Tutto ciò è il risultato di un lungo periodo di cementificazioni selvagge, come denunciato da moltissimi, tra i quali anche Beppe Grillo. Persino negli ultimi 15 mesi a Milano sono stati immessi 70 mila nuovi alloggi a trimestre, di cui circa il 60% è riconducibile a progetti speculativi, ossia senza un reale fabbisogno.

– I fondi immobiliari italiani hanno docuto svalutare i propri asset per 297 milioni di euro, portando il bilancio 2009 in perdita per 165 milioni, rispetto un utile di 56 milioni dell’anno precedente. contemporaneamente gli investitori stranieri non trovano appetibile il nostro mercato immobiliare, e dal 2007 al 2009 i titoli delle società immobiliari hanno perso il 67% del loro valore.

– Le domanda ora è: in che modo le banche spalmeranno eventuali perdite sulla masse dei risparmiatori? Anche tenendo conto della spada di Damocle del debito bancario, dal momento che tra il 2011 e il 2012 gli istituti dovranno rimborsare 245 miliardi di obbligazioni sottoscritte dai risparmiatori, che saliranno a 503 entro il 2014. Cifre enormi anche per loro (un terzo del Pil italiano)……

Il timore è che, come sempre, di questa situazione beneficeranno sopratutto i ricchi e ricchissimi, che potranno acquistare a prezzi ribassati unità immobiliari da rivendere poi, tra qualche anno, a crisi si spera passata, a prezzi che in breve tornerebbero a ben più alti livelli.

Per contrastare tali speculazioni è neccessario diffondere il più possibile un’informazione corretta, e ricordo a tutti che tramite l’azionariato critico, Banca Etica è in prima linea per fare la sua parte, ma ha bisogno dell’ aiuto concreto di noi tutti. Se volete unirvi visitate il sito di Banca Etica.

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Indispensabili – Voglia di Cambiare: La Casa ideale a costi sostenibili

Posted by giannigirotto su 5 luglio 2010

Proseguo la sintesi di questo libro che ho inserito nella mia sezione “Indispensabili” per la sua proposività. Infatti non è l’ennesimo testo di mera denuncia delle grandi e piccole disgrazie che affliggono vuoi l’Italia vuoi il mondo in generale, ma al contrario l’autore è andato a ricercare i modelli di eccellenza che permettono ad altri Paesi di risolvere al meglio tanti problemi. Giusto per darvi un assaggio del contenuto e stimolarvi a leggere questo e gli altri articoli:

– La Svezia ha quasi azzerato le morti bianche, conquistando il primato mondiale della sicurezza sul lavoro grazie all’”ombudsman” dei lavoratori, ovvero il delegato per la salute e la sicurezza.

– Con l’invenzione della corsia dinamica, in Spagna non si vedono più ingorghi in entrata e in uscita dall’autostrada, mentre i treni corrono superveloci.

– A Friburgo, in Germania, i cittadini hanno detto no al nucleare, ma contemporaneamente hanno detto sì alle energie “dolci” e trasformato l’energia solare in un formidabile business.

– L’Inghilterra ha scelto i migliori architetti per progettare case popolari di pregio e quartieri a misura d’uomo, e con controlli severi ha dimezzato le stragi sulle strade.

– I danesi non hanno più l’incubo della precarietà grazie alla “flessicurezza”, che da una parte consente agli imprenditori di licenziare con molta facilità il personale, dall’altra offre al disoccupato un’indennità del 80% dello stipendio e sopratutto un rientro velocissimo nel mondo del lavoro.

Vediamo ora il seguente capitolo:

LA CASA IDEALE A COSTI SOSTENIBILI

vediamo subito alcuni concetti specifici….:

presto nessuna casa potrà essere più costruita in Gran Bretagna senza un certificato di garan­zia ecologica;

– Basta case a due piani, sono invivibili per gli anziani. La casa adeguata per tutte le fasi della vita, preferibilmente su un piano solo, invece di costare farebbe risparmiare al contribuente ol­tre otto miliardi di euro nei prossimi sessant’anni. Perché ridurrebbe la necessità di ristrutturazioni da parte di anziani non più in grado di fare le scale o di stare da soli e abbatterebbe le spese a carico della comunità per pensionati e ospizi. Come deve essere la casa ideale per gli anziani? Eccola: posto auto fino a 3,3 metri di larghezza. Sentiero che porta dal box alla casa, così come tutti gli ingressi, a livello strada. Porte larghe almeno 75 centimetri e corridoi almeno 90 centimetri. Spazio per girare in car­rozzella in tutte le stanze. Sala da pranzo e una stanza da letto a pian­terreno. Bagni accessibili con la sedia a rotelle e provvisti di corri­mano. Possibilità di mettere un ascensore per disabili sulle scale. Prese, interruttori e altri comandi accessibili a tutti.

– Il colosso svedese Ikea sbarca in Gran Bre­tagna con la società Boklok che, dopo i mobili, vuole vendere agli inglesi il proprio modello Live-Smart di casa …… L’accordo con il governo, pre­vede la costruzione, da un capo all’altro del Regno Unito, di interi villaggi prefabbricati.

– dal 2016 tutte le nuove abitazioni siano a emissione zero di anidride carbonica. Un esempio concreto su tutti è la lottizzazione di BedZed, la prima cittadella simbolo di una «ur­banizzazione sostenibile»….«BedZed significa Beddington Zero Energy Development (zero impiego di idrocarburi) ….. Per costruire BedZed sono stati usati perlopiù materiali di recupero: le strutture d’acciaio di una vecchia stazione e di una centrale per la depurazione delle acque, il legno e il vetro provenienti dai cantieri della zona. I materiali nuovi sono stati ac­quistati a non più di cinquanta chilometri, per facilitare il traspor­to e ridurre le emissioni nocive di auto e camion. …… i muri sono spessi settanta centimetri, cioè due o tre volte quelli delle normali costruzioni. Sono formati da due strati di mattoni, E tutte le case sono orientale verso sud, per poter immagazzinare il massimo del calore.» La caldaia, comune all’intero complesso, è alimentata con legno di alberi abbattuti. L’acqua piovana viene raccolta dalla grondaia verso un serbatoio, pronta per essere riutilizzata per l’irrigazione o gli usi domestici. I bagni funzionano grazie a speciali raccoglitori dell’acqua piovana, che viene purificata e riciclata biologicamente su un letto di canne. Le pareti delle case sono ermeticamente coi­bentate per impedire lo scambio di calore con l’esterno, non solo tramite l’installazione di doppi e tripli vetri alle finestre ma anche e soprattutto nella scelta dei materiali di costruzione. Gli abitanti di qui producono localmente il 20 per cento dell’energia elettrica e, grazie ai minori sprechi energetici, abbattono del 25 per cento la restante bolletta di gas ed elettricità, e del 50 per cento il consu­mo di acqua rispetto a una normale abitazione inglese. Laddove non arriva l’architettura subentrano le regole del vivere civile. Per esempio ci si sposta con il car sharing, cioè con la condivisione delle quattroruote: alcune vetture elettriché sono gestite in comune dagli abitanti…..e questi sono stati appositamente mescolati come età e tipologia, per creare un miscuglio il più possibile eterogeneo…..

Quanto sopra si unisce alla facilità, velocità e “cambiabilità” nel mercato dei mutui-casa, con pratiche che si possono fare anche al telefono e portano all’erogazione del prestito in una settimana….

Da noi l’edilizia sociale, cancellata dall’ideologia liberista, è un elenco di inadempienze, di disinteresse e di voracità dello Stato. La tassazione porta via agli enti di gestione delle case popolari fino al 35 per cento degli introiti degli affìtti con il peso sociale di un’e­mergenza che rischia di sfuggire di mano: perché aumentano gli abusivi (un inquilino su cinque), i delinquenti, i taglieggiatori, i clandestini, quelli che fanno paura agli anziani soli e agli onesti barricati nei casermoni delle perfìerie urbane, costretti a rendere conto a improponibili capibastone, i nuovi boss del mercato degli affitti. La politica ha usato le case popolari come una mangiatoia per i voti, senza contrastare con un piano vero il degrado e il fabbi­sogno abitativo. Nelle case popolari italiane ormai un abitante su due è un anziano che fa fatica a tirare a fine mese. Ma c’è una mas­sa crescente di richieste inevase, a Roma mancano almeno ventitremila alloggi e a Milano quasi diciassettemila. Gli enti sono soffoca­ti, non ci sono i soldi, i fondi statali sono prosciugati e anche le re­gioni, cui spetta un ruolo decisivo, avviano pochi programmi e ba­dano a gestire il patrimonio esistente: se ne vanno per un terzo in Irpef, Irpeg, Ici e altro. E poi aumenta la pressione degli immigrati: in certe case di cinquanta metri quadrati dormono anche in otto nei letti a castello. La situazione riassunta in pochi numeri:

– 270 miliardi di euro: il valore sul mercato del patrimonio di case possedute dallo Stato. Ma che dal 2002 al 2006 ci è costato oltre novecento milioni di euro. Tra occupazioni abusive (un inquilino su cinque), gestioni clientelari e inquilini morosi.

– 1.100.000: gli alloggi disponibili in Italia, secondo Federcasa, il triplo che in Francia e in Gran Bretagna.

– 62.000: le unità abitative nella sola città di Milano e provincia. Si tratta del maggior patrimonio immobiliare pubblico. Nel 2006 nel capoluogo lombardo sono stati aggiudicati 322 appartamenti. Altri 140 sono stati occupati.

– 600.000: le case popolari mancanti in Italia, in base alle domande inevase.

– 14,39: la percentuale degli alloggi dell’Istituto case popolari (lacp) occupati in Sicilia senza titolo rispetto al totale degli alloggi gestiti. L’isola è in testa a questo fenomeno, seguita dalla Campania (13,58 per cento).

– 9,7 per cento: il peso (per spese e affino) sul bilancio familiare nel Regno Unito. In Italia sale al 24,7 per cento.

riqualificare il vecchio, anzichè costruire sempre nuovo: a Londra stanno… riqualificando un territorio di sessantacinque chilometri lungo le rive del Tamigi, pieno …di industrie in abbandono (come a Milano, dove le aree industriali dismesse sono la maggiore risorsa territoriale esistente). È una miniera preziosa di 3150 ettari di terreno edificabile che sarà trasformato, entro il 2016, in centosessantamila unità immobiliari, dall’architettura moderna ed ecosostenibili. «Entro il 2008 saranno pronte trentamila case da destinare alle categorie più deboli, che potranno affittarle con le medesime modalità vigenti per le case popolari»…… Oltre a venire incontro all’ingente richiesta di alloggi, il progetto produrrà anche centottantamila nuovi posti di lavoro.

Infine gli inglese sono riusciti a riportare in ottime condizioni proprio il Tamigi, che era ormai moribondo, attraverso una serie di interventi semplici e di buon senso che neppure voglio elencare, visto che qui in Italia non sono le leggi che mancano ma la volontà di farle applicare…..e le classi dirigenti preferiscono ancora pensare all’ambiente come ad una discarica inesauribile, credendosi immuni dalle leggi della chimica del ciclo alimentare…

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Indispensabili: Voglia di cambiare – La sicurezza sul lavoro

Posted by giannigirotto su 24 giugno 2010

Proseguo ad implementare la mia sezione “Indispensabili” con questo libro che si caratterizza per la sua proposività. Infatti l’ho scelto perchè non è l’ennesimo libro di mera denuncia delle grandi e piccole disgrazie che affliggono vuoi l’Italia vuoi il mondo in generale, ma al contrario l’autore è andato a ricercare i modelli di eccellenza che permettono ad altri Paesi di risolvere al meglio tanti problemi. Giusto per darvi un assaggio del contenuto:

– La Svezia ha quasi azzerato le morti bianche, conquistando il primato mondiale della sicurezza sul lavoro grazie all'”ombudsman” dei lavoratori, ovvero il delegato per la salute e la sicurezza.

– Con l’invenzione della corsia dinamica, in Spagna non si vedono più ingorghi in entrata e in uscita dall’autostrada, mentre i treni corrono superveloci.

– A Friburgo, in Germania, i cittadini hanno detto no al nucleare, ma contemporaneamente hanno detto sì alle energie “dolci” e trasformato l’energia solare in un formidabile business.

– L’Inghilterra ha scelto i migliori architetti per progettare case popolari di pregio e quartieri a misura d’uomo, e con controlli severi ha dimezzato le stragi sulle strade.

– I danesi non hanno più l’incubo della precarietà grazie alla “flessicurezza”, che da una parte consente agli imprenditori di licenziare con molta facilità il personale, dall’altra offre al disoccupato un’indennità del 80% dello stipendio e sopratutto un rientro velocissimo nel mondo del lavoro.

Quindi bando agli indugi e vediamo subito di cominciare la lettura:

PROLOGO

Viaggio nella «meglio Europa»

Ho visto un paese che ha quasi azzerato le morti bianche, conqui­stando il primato mondiale della sicurezza sul lavoro in fabbriche e cantieri.

Ho visto costruire, in un altro paese, case e quartieri popolari di pregio.

Ho visto come, con quattro semplici mosse, hanno dimezzato in dieci anni le stragi sulle strade.

Ho visto affiancare alla mobilità sul lavoro una straordinaria sicu­rezza sociale.

Ho visto politici tornare a scuola, sui banchi dell’università, per aggiornarsi sulla materia a loro delegata.

Ho visto al lavoro la macchina dell’industria turistica che, con dolce efficacia, ha stracciato tutti gli altri concorrenti.

Ho visto alberghi completamente free oil, funzionanti senza una goccia di petrolio, e case e fabbriche alimentate a energia solare e con altre fonti «dolci».

Ho visto grandi fiumi risanati e tornati a essere sede ambita di pe­sci pregiati.

Ho visto l’equivalente di una Cassa per il Mezzogiorno creare il miracolo della rinascita di una nazione.

Ho visto amministratori pubblici pagati quanto normali dirigenti e non di più………………………

Di lavoro in Italia si muore. In Svezia no

Questo paragrafo si apre con un triste elenco di incidenti mortali sul lavoro, spesso conseguenze di una sicurezza carente perchè costosa per l’azienda……….All’Inaii ne hanno contate milleduecentosettantaquattro nel 2005. Sono au­mentate a milletrecentodue nel 2006, con la Lombardia che, con le sue duecentodiciassette vittime, detiene il triste primato nazionale, seguito da Veneto (centosei) e dall’Emilia Romagna (centocinque). E non è andata meglio nel 2007. Un milione di incidenti l’anno e più di mille morti, un lavoratore ucciso ogni sette ore……………

La Svezia del buon lavoro ha la storia e il volto del­l’operaio che mi viene incontro in una fabbrica di Soedertaelje, a mezz’ora d’auto da Stoccolma. Tòmmy Baecklund, cinquantotto  anni, è uno dei più anziani ombudsman dei lavoratori operante al nord, responsabile della sicurezza alla Scania, la principale azienda di veicoli industriali. A lui approdano i reclami di ognuno dei tremilaquattrocento dipendenti filtrati da centoventi altri ombudsman che lavorano tra queste mura. La partecipazione dei lavoratori alla politica di prevenzione qui è più sviluppata che altrove in Europa. Sono circa duecentomila i delegati alla sicurezza. La nomina di un delegato alla sicurezza è obbligatoria per tutte le imprese con alme­no cinque dipendenti. I delegati regionali sono invece circa millecinquecento e coprono centosettantamila piccole e piccolissime im­prese.

Tommy è entrato in fabbrica a ventitré anni come collaudatore. Ricevette per la prima volta questo incarico nel 1978. L’incarico va­leva per tre anni, ma da allora è sempre stato riconfermato: la fidu­cia dei suoi colleghi ha premiato il costante calo degli incidenti in fabbrica.

Dal suo computer, sovrastato da un piccolo casco giallo simbolo della sicurezza, estrae le cifre puntuali: l’ultimo incidente mortale c’è stato quindici anni fa. Da allora alla Scania hanno registrato me­no infortuni e sempre più lievi. Nel 1989 per un milione di ore la­vorative ci sono stati quarantacinque incidenti. Nel 1990 gli inci­denti sono scesi a trentasette; un anno dopo a ventiquattro; poi a venti; poi a dodici. Nel 2007, hanno toccato la punta più bassa fi­nora: dieci. «E ci battiamo per cancellare anche questa piccola cifra residua», sottolinea orgoglioso Tommy.

Nel suo ufficio angusto, in cui si fatica a stare in tre (io, lui e il fotografo), Tommy ricostruisce una giornata tipo nella sua vita. Ogni mattina all’arrivo in fabbrica trova nel computer segnalazio­ni di eventuali inconvenienti che richiedono il suo intervento riso­lutivo. Un operaio ha avuto il dito del piede fratturato da una la­miera scivolata di mano? Uno «scudo» d’acciaio proteggerà d’ora in poi la parte superiore delle scarpe di chi lavora in quel reparto. Una fiammata della fornace ha sfiorato un lavoratore che si è avvi­cinato troppo al fuoco? Viene posizionato un raggio laser a pochi metri dalla fornace: se qualcuno lo supera, automaticamente cala  un portellone per chiudere la bocca della fornace e renderla così inoffensiva.

Tommy mi informa che da parte dei dirigenti della Scania c’è la massima collaborazione nel trovare antidoti ai rischi: più che le norme di legge (i codici svedesi prevedono multe salate e anche l’arresto dei responsabili aziendali, evenienza mai successa) in Sve­zia vale il confronto continuo e l’accettazione comune delle prio­rità in fabbrica. Che, nel caso specifico della Scania, vedono al pri­mo posto la sicurezza e l’ambiente, seguiti dalla qualità del pro­dotto, dalla puntualità nella consegna e, infine, dai profìtti che non mancano proprio perché sono stati rispettati sicurezza, tempi e qualità. «In Italia, dove pure gli strumenti legislativi sono buoni, mi risulta che queste priorità siano in molti casi rovesciate. E que­sta esasperata attenzione al profitto e disattenzione verso il decisi­vo capitale umano spiega quella mostruosità del dato statistico dei tréquattro morti che piangete ogni giorno. Voi italiani dovreste chiedere la tolleranza zero verso chi sbaglia. E dovreste far funzio­nare al meglio i controlli, dall’interno della fabbrica e dall’esterno, tramite gli ispettori.

«E magari sviluppare il sistema dei premi per le aziende e gli ope­rai che raggiungono obiettivi non solo di fatturato ma anche di si­curezza. Così avverrà quel cambiamento di cultura necessario anche da parte di molti lavoratori che tendono a sottovalutare l’applicazio­ne delle norme di sicurezza»………..

Sicurezza e parità sessuale

Nel Parlamento svedese la metà dei membri sono donne. Il lettore  mi conceda un ampliamento dell’orizzonte del buon lavoro in Svezia. Qui la sicurezza non è tutto. In Italia la parola lavoro è preva­lentemente al maschile. Un recente studio dell’Eurispes sulle donne che lavorano pone l’Italia all’ultimo posto in Europa: 45,1 per cento contro il 71,6 della Svezia. Qui l’intelligenza e la professionalità del­le donne sono ritenute una risorsa chiave del paese e lo Stato si è or­ganizzato perché questa sia messa a disposizione del lavoro attraverso una fitta rete di servizi, a partire dagli asili: perché il figlio non è solo della donna, ma una risorsa per il futuro dello Stato………..

……..La sfida della parità dei sessi nei luoghi di lavoro e nelle istituzio­ni è ancora all’ordine del giorno. Me la sintetizza, nel suo ufficio in­terno al Parlamento, Gunilla Upmark, una giurista passata dal tri­bunale di Stoccolma a capo della commissione del Lavoro del Parla­mento svedese. Gunilla si serve, invece che di molte parole, di soli quattro numeri chiave:

– 100% del salario: oltre mezzo secolo fa la donna gua­dagnava la metà, oggi siamo all’80 per cento. Lo stesso discorso va­le per l’Italia, dove non conta la bravura e nemmeno l’anzianità. Conta il sesso: se sei donna guadagni meno, il 9 per cento in meno di un collega «maschio» e fino al 26 per cento nel ruolo di mana­ger…………….

– 50 per cento di occupate nelle istituzioni e nelle imprese. E qui, nonostante alcuni picchi, c’è ancora strada da percorrere. …………… Un misero 16 per cento di cattedre femminili nelle univer­sità di Svezia, un lillipuziano 1,5 per cento ai vertici della Borsa di Stoccolma. ……. In Italia le donne ai vertici sono ancora considerate «simpatiche eccezioni» (solo il 5 per cento siede nei consigli d’amministrazione).

– 50 per cento dei congedi per paternità (qui il cammino è duro, ma l’asticella sale: venti padri su cento usufruiscono oggi di questa opportunità, fino a pochi anni fa si contavano sulle dita di una mano. Come si contano oggi, nel 2008, in Italia: solo quattro mariti su cento utilizzano la legge del congedo di paternità nata otto anni fa.

– E infine lo zero per cento di violenze contro le donne: gli ulti­mi dati indicano in cinquecento, su nove milioni di abitanti, i con­dannati per casi di violenza (in Italia invece l’Istat fornisce cifre da choc: quattordici milioni le donne vittime di violenza fisica e psi­chica, sette milioni gli stupri e abusi, per il 70 per cento colpevole è il partner).

LINK UTILI

II portale nazionale della pubblica amministrazione: www.sverige.se è un por­tale d’accesso a tutti i siti web del settore pubblico nazionale ed è un ottimo punto di partenza per chiunque desideri cercare un’istituzione o un organismo pubblico. Il sito descrive inoltre in maniera particolareggiata il funzionamento del settore pubblico svedese, fornisce link utili ai siti del Parlamento svedese, del governo, dei consigli di contea, dei comuni e delle autorità, degli uffici del­la previdenza sociale e delle università.

Il sito internet ufficiale dell’Ente svedese per viaggi e turismo www.visitswe-den.com (in italiano) contiene una guida pratica e dettagliata al paese. Le pagi­ne forniscono guide apposite a seconda del paese di origine selezionato dall’u­tente. Le rubriche «Cosa fare», «Dove pernottare» e «Dove andare» aiutano gli utenti a organizzare il proprio soggiorno in Svezia.

Per un quadro aggiornato sugli infortuni sul lavoro in Italia, si suggeriscono i portali http://www.inail.it dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infor­tuni sul lavoro, e http://www.anmil.it dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro.

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Banca/Finanza Etica e oltre ….

Posted by giannigirotto su 25 Mag 2010

Scrivo queste righe dopo aver vissuto la giornata del 22 maggio l’Assemblea nazionale dei soci di Banca Etica, che si è svolta a Padova. C’era un bella atmosfera, rilassata, persino gioiosa, sicuramente molto dinamica….con la formazione continua e inarrestabile di capanelli di gente che discuteva su mille iniziative della Banca e più in generale di tutto il mondo del volontariato, che la stragrande maggioranza dei soci conosce e di cui fa parte, complice anche il grande giardino posto immediatamente a fianco della sala assembleare, che ha dato accoglienza ad una lunghissima serie di mini-picnic e momenti di rilassamento…

Al di là del problema oggettivo della registrazione dei partecipanti, che ha preso più di 5 ore alla quindicina di dipendenti che erano addetti alla mansione, peraltro molto gentili e organizzati, e che dimostra una volta di più come senza un uso esteso della firma digitale (che esiste da più di 10 anni ma nessun “privato cittadino” può obiettivamente conoscere e usare) rimaniamo dei sudditi di serie B costretti a enormi sprechi di tempo e risorse per adempiere a molte formalità burocratiche che altrimenti potrebbero essere risolte con qualche “click” al computer…..al di là di questo appunto, vorrei riportare alcune riflessioni che sto facendo in questi giorni…

1) Banca Etica è nata per operare come Istituto di Credito, ma in realtà questo è solo un punto di appoggio per poter intervenire e operare a 360 gradi nella società. Aver costituito “Innesco” per operare nelle energie rinnovabili (e Salviato in uno dei suoi interventi ha ribadito che se un milione di utenti installassero i pannelli fotovoltaici da 3KW, avremmo la creazione di più energia di quanta ne dovrebbero produrre le 4 centrali nucleare che il governo vuole, con in più la generazione di un numero molto maggiore di occupati in tale settore…), essere partner di Jacopo Fo sia per il G.A.S. sul suddetto fotovoltaico ma anche per la creazione degli “Ecovillaggi“, essere supporter ufficiosi della Campagna per la ripublicizzazione dell’acqua, essere attivi tramite la tecnica dell’azionariato critico con l’ENI ed altre importanti società….ecc. ecc. dimostra come il gruppo di dirigenti, che sono naturalmente espressione della base degli azionisti, abbia una visione ed una voglia di impegnarsi globale, in cui come recita lo Statuto, il denaro è solo uno strumento per attivare progetti e soluzioni che aumentino il benessere di tutti gli uomini.

Per continuare su questa strada però servono risorse, sia intese come risorse umane, sia quelle finanziarie. E’ prioritario pertanto fare tutto il possibile per acquisire nuovi soci “attivi”, che si impegnino localmente nei vari GIT,  e aumentare parallelamente il capitale sociale, stante il famoso vincolo di legge che fissa il valore dei prestiti  a circa 10 volte il valore del cap. soc. Queste sono secondo me le priorità assolute che condizionano tutta l’operatività della Banca. In tal senso naturalmente vanno le future acquisizioni della Cooperativa Francese e di quella Spagnola.

2) Ancora troppi italiani non conoscono Banca Etica. Chi dice l’80% chi dice il 90%, sta di fatto che finchè B.E. non esce da questo limbo facciamo doppiamente fatica a crescere. Dobbiamo moltiplicare gli sforzi con gli Enti “moltiplicatori/diffusori” come sono le altre realtà Associative e la scuola. Ritengo non vada trascurato anche il canale Internet, stante anche che è a “costo zero” farci conoscere dai blogger e usare più pervasivamente gli altri strumenti di social network.

3) L’attività bancaria è uno dei due grandi strumenti di accentramento e gestione del denaro. Le Assicurazioni sono a mio avviso l’altro grande strumento che ci manca. Mi piacerebbe che il nuovo CdA rafforzasse i rapporti con il CAES e si ponesse come obiettivo finale quello dell’ingresso nel mondo assicurativo. Viceversa questo resterà appannaggio esclusivo dei “soliti noti” grandi gruppi. Potrebbe essere una buona idea quella di fare un piccolo sondaggio interno ai soci di B.E. per vedere quanti di loro sarebbero favorevoli ad un’idea del genere.

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