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Modelli da diffondere – Sakena Yacoobi

Posted by giannigirotto su 14 settembre 2011

Sakena Yacoobi  ha 60 anni e da trenta si occupa di combattere la guerra con la cultura. Sakena è un’insegnante. Ogni giorno, escluso il venerdì, 350mila persone affollano le sue classi e prendono parte a quella che lei ha definito una “Jihad con la penna” ovvero imparano a leggere e a scrivere. Perché l’alfabetizzazione è la prima arma per sconfiggere la guerra e in un cervello occupato da quello che gli raccontano i libri piuttosto che da stragi spacciate per ideali di martirio, il fascino dei mitra e delle bombe attecchirà meno.

È stato in Pakistan, in mezzo ai profughi, alle donne che avevano subito violenze di ogni tipo, che Sakena ha capito che l’istruzione è l’unica via per risollevare la sua gente. Da allora non si è mai fermata e ha aperto scuole e raccolto studenti ovunque ha potuto. Nemmeno l’Afghanistan dei Talebani l’ha intimorita. Proprio all’epoca del loro dominio, negli anni Novanta ha fondato l’ Ali (Afghan Institute of Learning). “ Da Kabul, da Herat, da Logar, mi chiedevano di aprire scuole clandestine”, racconta Sakena Yacoobi suWired. “ Mi imposi allora una regola: se la gente era in grado di proteggerci e di darci i locali e il personale da preparare, l’avremmo fatto”.

Sekena si concentra sopratutto le bambine, che normalmente vengono per ultime come priorità di alfabetizzazione nelle famiglie povere: “Se educhi un bambino educhi un individuo, se educhi una bambina educhi una famiglia e dunque una comunità”

A mio avviso è una delle tante persone che veramente meritano il Nobel per la pace… e come al solito decine di altri articoli ed anche video li trovate sparsi su Internet, naturalmente la maggior parte è in Inglese, i telegiornali italiani invece preferiscono parlare delle “Papi girl” e di calcio…
Vi ricordo che trovate una scheda su altre grandissime persone nella mia sezione “Modelli“.

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Indispensabili: L’anticasta – i Gruppi d’Acquisto

Posted by giannigirotto su 24 novembre 2010

Dopo aver inserito diverso tempo fa il libro “La Casta” nella mia sezione “Indispensabili“, sono estremamente felice di poter iniziare l’inserimento di estratti, capitolo per capitolo, di questo testo che spero diventi un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono utilizzare le esperienze positive già portate a termine in varie località italiane, per replicarle ovunque sia opportuno. Segnalo solo che questo libro parla di esperienze italiane, mentre in un altro testo, “Voglia di Cambiare“, sempre presente nella sezione “Indispensabili“, sono contenute le esperienze di successo avvenute in vari Paesi Europei.

Invito tutti, una volta letto questi interessatissimi estratti, di comprare il testo originale per poter completare la lettura, e magari a regalarne una copia ai propri consiglieri comunali, per far loro vedere come un’altro modo di amministrare è possibile.

Iniziamo pertanto con il primo esaltante capitolo che si potrebbe riassumere nello slogan “consumatori di tutto il mondo unitevi”… :

VINCERE LA PAURA DEL CAMBIAMENTO -risparmiare conviene e tanti iniziano a capirlo (di Jacopo Fo)

…….. C’è cibo in sovrabbondan­za: ogni anno buttiamo via la metà del cibo che producia­mo sulla Terra. E fabbrichiamo molti più tessuti di quanti ce ne possa­no servire. Bruciamo quattro volte i combustibili di cui avremmo bisogno perché non isoliamo le nostre abitazioni e usiamo mezzi di trasporto spinti da motori obsoleti e inefficienti…………

le multinazionali potrebbero risparmiare l’80-90% delle materie prime e dell’energia che consumano. Questa affermazione si basa sull’a­nalisi di decine di tecnologie innovative qua e là sperimentate

Jacopo Fo fa poi un brevissimo elenco dell’enorme spreco che lo Stato Italiano produce costantemente, affermando che una gestione corretta, normale, “non da ladri e cretini”, porterebbe ad un radicale mutamento in meglio della situazione sociale…………

Nel 1998, dopo aver letto Il banchiere dei poveri di Muhammad Yunus decisi di cercare anch’io di fare qualche cosa di concreto nel campo dell’economia. Per anni avevo dedicato tutte le mie energie alla produzione artistica e alla diffusione della cultura ribelle sbocciata negli anni settanta. Mi misi in testa di provare a diffondere pannelli solari per l’acqua calda e gruppi di acquisto di servizi (banca, assicu­razione, telefonia). L’idea, semplice, era che si potesse crea­re una struttura che oltre a diffondere principi di cooperazione ed ecologia mettesse a disposizione le nuove ecotecnologie e altri prodotti a prezzi onesti e con garanzie solide per i consumatori. Individuammo una serie di prodotti, li testammo, stipulammo contratti, creammo una serie di siti internet tematici e iniziammo a proporre il nostro pacchet­to innovativo e conveniente investendo parecchio denaro e lavoro nella diffusione della nostra proposta………….Quando finalmente il 28 febbraio 2007 la legge fu approvata nella forma corretta, partimmo con il gruppo di acquisto dei pannelli fotovoltaici raccogliendo in pochissimo tempo centinaia di adesioni e un’enorme risposta dal punto di vista dell’inte­resse: più di mezzo milione di persone entrò nella pagina web che Spiegava tutti i problemi relativi al fotovoltaico e come intendevamo affrontarli con il gruppo d’acquisto…………

Io credo che il fulcro del mantenimento del si­stema della violenza e della sopraffazione dipenda dalla forza dell’abitudine…..invece… Le esperienze degli ecovillaggi, dèi gruppi di acquisto, del commercio equo e solidale, delle banche del tempo, delle cooperative, mostrano che, a parità di reddito, le per­sone che fanno queste scelte hanno un tenore di vita più alto e una socialità più ricca e piacevole……

Ma la consociazione di questo gruppo è solo parziale. Bisognerebbe arrivare anche all’acquisto collettivo di au­to, elettrodomestici, case, assicurazioni e servizi bancali, riscaldamento, elettricità ecc. Il risparmio che si otterreb­be estendendo i gruppi di acquisto a tutti i prodotti e servizi raggiungerebbe l’equivalente di 3 stipendi all’anno.

Ciò significa cambiare radicalmente la situazione eco­nomica di una famiglia. Ma queste esperienze si diffondo­no con estrema lentezza nell’Occidente industrializzato. Diversa la situazione nei Paesi poveri dove le difficoltà spingono a buttarsi con meno paura nelle opportunità nuove che si presentano. Da noi invece i cambiamenti sono spesso rimandati se non sono strettamente necessari (cioè solo quando l’acqua tocca il sedere si impara a nuotare, ndr….)…... Poi mi sono dedicato a trovare anche il mo­do di finanziare tutto l’investimento necessario….. Ora sono arrivato al punto di offrire non solo un risparmio fin dal primo anno ma addirittura un anticipo in contanti, all’atto della firma del contratto, sui risparmi degli anni futuri…

…Che cosa succede se mettiamo insieme il risparmio energetico, i gruppi di acquisto, il microcredito e le impre­se capitaliste etiche? Otteniamo un mondo in cui le scelte di fondo delle multinazionali sono condizionate dai con­sumatori consociati che entrano nel merito della qualità dei prodotti. Oggi milioni di automobilisti desidererebbe­ro l’auto elettrica che si ricarica con i pannelli solari. Ma quest’auto al momento non è disponibile sul mercato non perché non sia possibile costruirla ma perché la domanda e l’offerta non s’incontrano………..

…se un gruppo di centomila consumatori si consociasse potrebbe avere subito un’auto elettrica e potrebbe perfino imporre scelte co­struttive. E otterrebbe anche prezzi molto interessanti. I gruppi di acquisto hanno un potere contrattuale potenzia­le enorme… I consumatori consociati possono offrire la sicurezza delle vendite attraverso acquisti programmati e al contempo tagliare i costi e i problemi legati alla vendita… E se un gruppo di consumatori può ordinare a un’azienda un’auto elettrica, può anche preten­dere che gli operai che la producono siano pagati in modo giusto e che durante il processo produttivo non siano causati danni all’ambiente. La consociazione degli acqui­sti avrebbe la possibilità di dissuadere gli imprenditori malvagi dal fomentare guerre e disastri ambientali, per­ché in un mercato controllato dai consumatori questi comportamenti verrebbero penalizzati dall’esclusione di queste imprese dal mercato consociato.

La consociazione degli acqui­sti avrebbe la possibilità di dissuadere gli imprenditori malvagi dal fomentare guerre e disastri ambientali, per­ché in un mercato controllato dai consumatori questi comportamenti verrebbero penalizzati dall’esclusione di queste imprese dal mercato consociato. I consumatori che diventano protagonisti dei loro stili di vita poi stanno anche molto attenti alla qualità dei poli­tici che votano, pretendendo da loro la stessa qualità che cercano nei consumi. Sono convinto che questo meccanismo si svilupperà in modo prepotente nei pròssimi vent’anni. Questo avverrà anche sulla spinta della neces­sità per tutte le famiglie di capire i propri consumi energe­tici e diminuirli drasticamente. Inoltre molti diventeranno microproduttori di energia dal sole o dal vento e anche questa democrazia energetica contribuirà a far crescere la cultura della razionalizzazione dei consumi.La conoscenza dei costi energetici sarà per molti il pri­mo passo verso lo sviluppo di una nuova coscienza dei consumi. E sarà questa nuova coscienza a cambiare il no­stro modo di vivere.Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per le ammini­strazioni pubbliche. Già esistono esperienze, come viene mostrato in questo libro, di discussione pubblica delle scelte e dei bilanci comunali, ma in questa direzione si po­trebbe fare molto di più rendendo trasparenti e visibili in rete appalti, liste di attesa di ospedali, costi di ogni ufficio e tassi di produttività. E qui mi fermo.Nei prossimi anni vedremo come evolveranno le cose.Io credo che si svilupperanno in questa direzione.

I consumatori hanno il potere sul mondo. Devono solo accorgersene e connettersi in rete.

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Finanza e Lobbies: binomio indissolubile

Posted by giannigirotto su 22 novembre 2010

Tutti sanno, almeno a grandi linee, cosa è successo nel 2008, in termini di crisi finanziaria/bancaria, con molte banche in gravi difficoltà e che hanno dovuto essere fortemente aiutate con denaro pubblico. Abbiamo sentito parlare di “bolla edilizia”, “titoli drogati”, “derivati”, “hedge fund”, insomma un mucchio di parole e concetti “da esperti” che però significano semplicemente che il mondo della finanza è ben lungi dall’essere sano, regolato, calmierato, etico, sostenibile.

Quello che però moltissimi ignorano è che, a fronte dell’inizio di reazione del mondo politico/istituzionale, e cioè di dare “un giro di vite” in termini restrittivi sulle libertà di fare speculazioni selvagge nel mondo perlopiù virtuale della finanza, gli attori di questo mondo hanno intensificato e moltiplicato i loro rapporti di lobby per impedire tale manovra. In termini concreti dovete sapere che, per quanto riguarda l’Unione Europea, sono le Istituzioni di Bruxelles, dove ha sede il Parlamento Europeo, che studiano e normano sul da farsi, ed è li che, legalmente, possono agire i cosidetti “lobbisti” che per mestiere appunto supportano gli interessi delle aziende che rappresentano.

Ora il problema è che vi sono moltissimi lobbisti che supportano gli interessi delle banche/assicurazioni e il mondo finanziario in generale, mentre ve ne sono pochissimi che tutelano i risparmiatori e i consumatori in generale, come riportato nell’articolo inserito nel numero di ottobre 2010 da Valori“, rivista pubblicata da Banca Etica, le cui immagini sopra (cliccaci sopra per ingrandirle) riportano l’articolo completo.

Ci troviamo pertanto nella paradossale situazione che vi sono molti soggetti che “premono” affinchè la normativa in materia finanziaria rimanga quella che è, in modo da c0nsentire a pochi soggetti di ricavare enormi guadagni, salvo poi in caso di disastri come quello recente, di ricevere enormi aiuti di denaro pubblico, e viceversa pochi soggetti che lavorano per correggere la situazione (e naturalmente i politici italiani sono anche in questo caso buoni ultimi, vedi terza immagine sopra…).

Come sempre per iniziare a cambiare le cose bisogna diffonderle, in modo il grosso pubblico possa iniziare a parlare tra sè per poi fare pressione a livello politico, e quindi spero questo articolo possa essere in qualche modo un punto di partenza.

Vi sono piaciuti questi articoli della rivista “Valori“? Per chi fosse interessato è disponibile online un vasto archivio con tutti gli arretrati (tranne i numeri più recenti)…

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Le banche e la crisi: non è un loro problema!

Posted by giannigirotto su 6 ottobre 2010

– Banche: negli ultimi 10 anni i primi 62 gruppi bancari hanno incassato € 1200 miliardi di utili (cioè più di due milioni di miliardi di lire) e distribuito 692 miliardi (1,2 milioni di miliardi di lire) di dividendi, e la dimensione media di ciascun gruppo è quasi triplicata. Anche nel 2008, incuranti delle perdite, gli azionisti hanno intascato 55 miliardi di euro.

– Le banche hanno operato enormi speculazioni , sopratutto con i famigerati strumenti “derivati”, e stanno scaricando costi e rischi sui clienti, trasferendo soldi all’estero e con la cartolarizzazione, che nel 2008 ha raggiungo il record dei 76 miliardi di euro.

– Nel 2009 Bankitalia ha rilevato un raddoppio delle sanzioni irrogate alle banche, da 58 a 113.

– Gli aiuti pubblici erogati alle banche spesso sono serviti per ulteriori speculazioni anzichè per erogare credito alle aziende….

– La crisi non ha fatto altro che aumentare la distanza tra ricchi e poveri….negli ultimi trent’anni il rapporto tra salari e Pil nei Paesi Ocse è calato tra l’8 e il 12%.

– L’industria in generale ha recuperato tramite tagli occupazionali e delocalizzazioni, e continuerà a mettere sempre più sfacciatamente in competizione i lavoratori di diverse aree del mondo.

– Le prime cinque banche statunitensi hanno raddoppiato gli attivi rispetto alla fine del 2007.

Trovate gli approfondimenti nelle immagini seguenti, ordinate in sequenza…ah, un ultimo insignificante dettaglio, vi ricordate chi ha causato questa crisi, vero? e chi ha ricevuto vagonate di aiuti statali (cioè soldi di tutti noi) vero?

Per contrastare tali speculazioni è necessario diffondere il più possibile un’informazione corretta, e ricordo a tutti che tramite l’azionariato critico, Banca Etica è in prima linea per fare la sua parte, ma ha bisogno dell’ aiuto concreto di noi tutti. Se volete unirvi visitate il sito di Banca Etica.

Vi sono piaciuti questi articoli della rivista “Valori“? Per chi fosse interessato è disponibile online un vasto archivio con tutti gli arretrati (tranne i numeri più recenti)…

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Le multinazionali e la crisi: non è un loro problema!

Posted by giannigirotto su 21 settembre 2010

Mentre la crisi continua a mietere vittime tra i lavoratori e le piccole imprese, i grandi gruppi continuano a macinare profitti.

Proseguo ad implementare la mia sezione “Mercato“, riportando alcuni stralci dell’articolo pubblicato sul numero di Settembre 2010 della rivista “Valori“…..

– Sei delle dieci imprese con i maggiori utili appartengono al comparto energetico, stante l’enorme richiesta in continua crescita da Cina e India…

– nel settore automobilistico solo nell’ultimo anno le multinazionali hanno tagliato mezzo milione di posti di lavoro; dal 1999 ad oggi, in Europa e Nord America i dipendenti sono calati del 15% a vantaggio dei Paesi con salari più bassi.

– General Motors e Chrysler hanno ricevuto, a seguito della recente crisi, 84 miliardi di dollari di aiuti pubblici;

– Tra il 1999 e il 2008 in Europa il calo del settore automobilistico è stato del 29%, e si sono persi quasi 100mila posti di lavoro, e nel nord america il calo è stato del 38%.

– Nel corso degli ultimi 12 anni l’Italia è passata dall’essere il maggiore erogatore di aiuti al minore……quando si dice avere le idee chiare…..

Ecco gli approfondimenti….

Per portare maggiore equità a livello locale e globale, è necessario innazitutto diffondere un’informazione corretta, e ricordo a tutti che, anche tramite l’azionariato critico, ma non solo, Banca Etica è in prima linea per fare la sua parte, ma ha bisogno dell’ aiuto concreto di voi tutti. Se volete unirvi visitate il sito di Banca Etica.

Vi sono piaciuti questi articoli della rivista “Valori“? Per chi fosse interessato è disponibile online un vasto archivio con tutti gli arretrati (tranne i numeri più recenti)…

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La “bolla immobiliare” Italiana

Posted by giannigirotto su 1 settembre 2010

Da più parti negli ultimi mesi si guarda con preoccupazione al rallentamento dell’economia Italiana, e in particolare del reparto immobiliare. La premessa, sin troppo ovvia, è che si è partiti da una condizione di estrema sopravalutazione. Il problema è serissimo e molto grave, e viene esaminato in questo articolo pubblicato nel numero di luglio/agosto della rivista “Valori“, pubblicata dal Gruppo di Banca Etica, di cui reporto subito alcuni stralci:

– Nel 2009 sono stati duecentomila i posti di lavoro persi e novemila le imprese edili cancellate.

– Alla base c’è sempre un sistema bancario compiacente che gonfia domanda, prezzi ed investimenti.

– Nel 2009 le sofferenze bancarie del settore sono salite del 47%

– Tutto ciò è il risultato di un lungo periodo di cementificazioni selvagge, come denunciato da moltissimi, tra i quali anche Beppe Grillo. Persino negli ultimi 15 mesi a Milano sono stati immessi 70 mila nuovi alloggi a trimestre, di cui circa il 60% è riconducibile a progetti speculativi, ossia senza un reale fabbisogno.

– I fondi immobiliari italiani hanno docuto svalutare i propri asset per 297 milioni di euro, portando il bilancio 2009 in perdita per 165 milioni, rispetto un utile di 56 milioni dell’anno precedente. contemporaneamente gli investitori stranieri non trovano appetibile il nostro mercato immobiliare, e dal 2007 al 2009 i titoli delle società immobiliari hanno perso il 67% del loro valore.

– Le domanda ora è: in che modo le banche spalmeranno eventuali perdite sulla masse dei risparmiatori? Anche tenendo conto della spada di Damocle del debito bancario, dal momento che tra il 2011 e il 2012 gli istituti dovranno rimborsare 245 miliardi di obbligazioni sottoscritte dai risparmiatori, che saliranno a 503 entro il 2014. Cifre enormi anche per loro (un terzo del Pil italiano)……

Il timore è che, come sempre, di questa situazione beneficeranno sopratutto i ricchi e ricchissimi, che potranno acquistare a prezzi ribassati unità immobiliari da rivendere poi, tra qualche anno, a crisi si spera passata, a prezzi che in breve tornerebbero a ben più alti livelli.

Per contrastare tali speculazioni è neccessario diffondere il più possibile un’informazione corretta, e ricordo a tutti che tramite l’azionariato critico, Banca Etica è in prima linea per fare la sua parte, ma ha bisogno dell’ aiuto concreto di noi tutti. Se volete unirvi visitate il sito di Banca Etica.

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Il nucleare conviene? alle banche certamente!

Posted by giannigirotto su 30 agosto 2010

Di seguito riporto alcuni stralci dell’articolo/inchiesta pubblicato nel numero di luglio/agosto della rivista “Valori“, pubblicata dal Gruppo di Banca Etica, e che tratta del rapporto tra gli investimenti necessari per costruire le costosissime centrali nucleari, che rappresentano per gli istituti di credito un affare gigantesco.

– Le Banche francesi sono in primissima fila, con cifre enormi, nel business del finanziamento di tali opere. Sarà quindi un caso che l’italia di Berlusconi abbia stabilito rapporti strettissimi con il governo francese?

– Non esiste una domanda di energia elettrica aggiuntiva tale da giustificare nuovi grandi centrali nucleari (vedi riquadro verdino a sinistra dell’articolo….)

– I costi inizialmente previsti spesso lievitano enormemente, e per le banche questo è meraviglioso.

– Unicredit è altresì impegnata. Ricordo che Unicredit che al 12% della Libia di Gheddafi e al 12% dell’Arabia Saudita. Vedi primo commento su http://www.beppegrillo.it/2010/08/la_bancarotta_della_terra/index.html

Per contrastare lo strapotere delle banche è neccessario diffondere il più possibile un’informazione corretta, e ricordo a tutti che tramite l’azionariato critico, Banca Etica è in prima linea per fare la sua parte, ma ha bisogno dell’ aiuto concreto di noi tutti. Se volete unirvi visitate il sito di Banca Etica.

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La Finanza Etica cresce

Posted by giannigirotto su 13 giugno 2010

Mi fa piacere riportare questo articolo di circa un anno fa pubblicato dal “Corriere della Sera”, di Gabriela Jacomella, che faceva il punto sulla diffusione delle forme di finanziamento etico in Italia. E’ già passato quasi un anno e quindi alcune cose sono cambiate, ma io per primo ho scoperto tante realtà che non conoscevo e che mi sembra giusto condividere. Buona Lettura.

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Microcredito: è boom anche in Italia
Prestiti per cominciare il lavoro
– Gabriela Jacomella

Tutti ne parlano, pochi saprebbero dire con esattez­za che cosa sia. E lui, intanto, cresce. Magari un po’ disordinatamente, e nel silenzio. A parlare chiaro, però, ci sono le cifre: in Italia, tra 2004 e 2005 (è l’Istat a dirlo) è cresciuto del 7% il popolo dei «non-risparmia-tori», quelli che a fine mese non hanno monete da af­fidare al salvadanaio. Quasi il 40% degli italiani ha al­meno un prestito in corso, il 25% – dati della Banca Mon­diale – è escluso dal credito e dai servizi finanziari. È per loro che il microcredito, in Italia, cresce: nell’ulti­mo biennio, le somme erogate sono aumentate del 33%, i beneficiari del 24% (III Kapporto sul microcredito in Ita­lia, C. Borgomeo&Co). Studenti e «atipici», donne e im­migrati, over 40 «espulsi» dal mercato del lavoro. Ma anche famiglie normali, quelle che sempre più spesso contano i giorni che mancano alla fine del mese. Nato in Asia, dall’esperienza di Muhammad Yunus, il prestito che coinvolge e non esclude, che da fiducia e dignità, si sta af­fermando anche nel «primo mondo», su tutti i livelli del mercato: dalle esperienze di base alle realtà «virtuali». Seducendo anche il mondo bancario.

Al centro, la persona
«II punto è che la gente ha sempre meno soldi, e quelli che ci sono servono per le esigenze primarie. Prima ci si in­debitava per mantenere un tenore di vita alto; ora per la salute, la scuola, la casa». Alessandro Messina, econo­mista, si occupa da anni di finanza etica (La finanza utile, Carocci 2007). E per lui, il quadro è chiaro: il microcredi­to, e in generale la microfinanza, sono gli strumenti con cui una parte d’Italia, quella «non bancabile», reagisce al­l’esclusione dai circuiti finanziari. Uno dei luoghi da cui è partita la «ribellione» sono le Piagge, quartiere fioren­tino periferico e problematico, un grumo di case popola­ri stretto tra Arno ed ex inceneritore, ferrovia e aerei a bassa quota. Dal centro sociale «II Pozzo» sono usciti, in 8 anni, 260mila euro di prestiti (fondoetico.blog-spot.com). Tutti destinati a persone o progetti che nel quartiere vivono o sono destinati a realizzarsi. I soldi vengono dagli stessi cittadini, che diventano così soci del Fondo; la gestione è delegata alla Mag6, la Mutua autogestita di Reggio Emilia, società cooperativa finanzia­ria nata nel 1988 (ad oggi, in Italia ci sono 6 Mag, tutte impegnate in progetti di microcredito). Nessun tasso di interesse: si paga Pl,5%, che copre costi dell’operazio­ne. Per ogni prestito, due fideiussori che «condividono il rischio», e un re­ferente. Le quote: fino a 2.600 euro per il mutuo soc­corso» (dal dentista ai problemi di bollette), fino a 7.000 per la microimprenditorialità. Le erogazioni sono state 89, l’insolvenza è dell’I,5-2%, «un prestito solo ci è sfuggito di mano, ma
perché quella persona è fini­ta in carcere…», spiega don Alessandro Santoro, da 14 an­ni anima di questa attivissima comunità di base. Don Alessan­dro usa parole semplici, per lui il microcredito è «ridare la paro­la alle persone, ridare dignità al superfluo. Il principio è che dal denaro non si può fare altro denaro», a chi presta viene ga­rantito il ritorno del versato, nulla più.
E a Firenze, l’esperienza è sta­ta «replicata» dal FondoEssere (www.fondoessere.org), nel vicino quartiere dell’Isolotto. «Nel “micro”, le esperienze di economia solidale funzio­nano molto bene», commenta Marco Gallicani, presidente di Finansol (www.finansol.it), sito di promozione della
finanza solidale. Perché al primo posto, nel microcredito,c’è la persona. Le parole d’ordine: responsabilità e relazio­ne. Che vuoi dire, anche, condivisione del rischio. A chi ri­chiede il prestito (fino ai 25mila euro, in generale)non si richiedono garanzie patrimoniali o di reddito,
bensì una «rete fiduciaria», con più soggetti che fanno da garanti. Altro pilastro importante: le attività di forma­zione, dalla domanda alla restituzione del prestito stesso.
«Non sono microcredito in senso stretto – specifica Gallica­ni – le esperienze basate su un fondo di garanzia o quelle che ne fanno una questione di marketing». Sta di fatto, però, che in Italia si sono moltipllcate le esperienze «ibri­de»; a partire dal 2.005, Anno mondiale del microcredito, il fenomeno «è uscito dal mondo dell’altra economia e ha con­taminato la grande finanza», scrive Tonino Perna. docente di Sociologia eco­nomica a Messina. Di recente, l’espe­rienza alternativa di Banca Etica è stata «affiancata» da Banca Prossi­ma, cestola «no profit» del gruppo Inte­sa-San Paolo. Se­gno di un interesse crescente e trasver­sale, la risposta a una necessità sem­pre più diffusa.

Dal solidale al finanziario
Sul palcoscenico del microcredito, gli attori principali sono gli enti pub­blici. Come il Co­mune di Roma, già promotore di un progetto destinato agli immigrati: 30 beneficiari e un investimento da un milione di eu­ro. O la Regione Lazio, con il Fondo promosso dall’as­sessore al Bilancio. Nato nel 2006, ra­mificatesi sul terri­torio grazie a un cali center e una rete di operatori (dall’Arci alla Caritas), ha già inoltrato alle banche di «appoggio» 850 domande: 450 quelle accettate, dalle microimprese ai crediti di emergenza, passando per il sostegno ai detenuti; 3,4 i milioni di euro erogati. «Da noi – spiega Nieri – arriva molta gente “incastrata” nel circolo infernale delle carte revolving. Le doman­de sono tante, sempre più italiani arrivano a malapena a fine mese. E basta una spesa imprevista, l’auto che si rompe, i libri di scuola…». La parola d’ordine è «respon­sabilizzare». E i soldi ritornano: «Del resto sono fondi nostri (per il 2008 abbiamo stanziato 3 milioni), chi li prende sa di dover garantire chi verrà dopo di lui». Un ap­proccio «pedagogico» condiviso anche dalla Regione To­scana, che dall’esperienza di Fabrica Ethica (proget­to sulla responsabilità sociale d’impresa ha fatto na­scere Smoat, il «sistema microcredito orientato e as­sistito toscano». L’obiettivo è lo startup d’impresa; la Regione, grazie a un fondo da 15 milioni di euro, fa da garante all’80%, per un importo massimo di ISmila eu­ro; 236 i finanziamenti già erogati, per oltre 3mila
euro. Le imprese italiane sono 144, dal centro di velate-rapia all’azienda di tessuti ecologici per cucce di cani e gatti. «E il 30% dei beneficiari – fa il punto la coordinatri-ce Fabrizia Paloscia – sono over 44, la fascia d’età più problematica».
Un solo obiettivo, molte esperienze, nessun bilancio glo­bale. Perché in Italia, spiega Gallicani, «mancano tre cose: il coordinamento, la formazione, un’attività di lobbying. Siamo l’unico Paese in cui non c’è una legge di riferimento per queste realtà, forse perché si tende anco­ra a considerare la solidarietà come beneficenza». Il qua­dro è a macchia di leopardo, «la sensazione – interviene Messina – è che il microcredito sia diffuso molto più a Nord che a Sud, anche per il legame con le fondazioni bancarie». Però in Molise c’è Senapa (www.progetto-senapa.it), con prestiti a piccoli imprenditori o parroc­chie; in Puglia, Handled With Care punta a coinvolge­re la popolazione albanese residente nella Regione. Tra le associazioni più note – tanto da aver fondato, con altri, la rete italiana di microfinanza Ritmi -, c’è la bolognese MicroBo (www.micro.bo.it): importo massimo 7.000 euro, tasso annuo dell’8%. Servono due garanti morali e «un’idea chiara di impresa». Il target: precari, disoccupa­ti, immigrati (l’80% degli utenti). Un gruppo di imprendi­tori ha sottoscritto il fondo di garanzia, l’associazione se­gue i progetti. Il presidente onorario è Yunus. A Torino, invece, hanno pensato di fare un passo più in là. «In Italia il microcredito è ancora visto come credito ai poveri; noi abbiamo deciso di vederlo come uno stru­mento finanziario innovativo»: Permicro (www.permi-cro.it), è una società specializzata in microcredito, sede nel capoluogo piemontese, operatività nazionale (con sportelli a Cagliari e Roma). Partiti a gennaio, hanno già erogato circa 25 microcrediti all’impresa (tetto mas­simo di ISmila euro), e microcrediti alle famiglie per un centinaio di migliaia di euro al mese. A fare da filtro e garante, una «rete» che va dalle comunità etniche alle parrocchie. Il tasso è del 10-11%, «altissimo rispet­to ad altri progetti di microfinanza, basso rispetto al ri­schio. La stessa Grameen di Yunus applica un tasso del 16%; ma la socialità del microcredito è l’accesso al credi­to, non il tasso di interesse». E la professionalità, alla fi­ne, ha i suoi costi. Il futuro, però, è già altrove. E si chia­ma finanza peer-to-peer, quella in cui – spiega Messi­na – «non c’è più il soggetto debole, perché si è contem­poraneamente prestatore e richiedente». È il caso di Zopa (www.zopa.it), prima comunità online di prestito sociale; nata in Gran Bretagna, operativa in Italia dal gennaio 2008, ha erogato quasi un milio­ne e mezzo di prestiti e conta oltre 17mila iscritti. Sul Web, i prestatori e i richiedenti interagiscono diretta­mente, negoziando sulle condizioni del prestito, i tassi (in media, intorno all’8%), la durata. Zopa fa da gestore e da «garante». «Gestiamo in media 5-10 prestiti al gior­no. I nostri utenti vanno dall’investitore informato all'”antibanca”, che cerca un rapporto con la persona, una rete sociale». Non è filantropia, non è neanche microcredito. Ma cresce a un ritmo del 17% al mese.

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Banca/Finanza Etica e oltre ….

Posted by giannigirotto su 25 Mag 2010

Scrivo queste righe dopo aver vissuto la giornata del 22 maggio l’Assemblea nazionale dei soci di Banca Etica, che si è svolta a Padova. C’era un bella atmosfera, rilassata, persino gioiosa, sicuramente molto dinamica….con la formazione continua e inarrestabile di capanelli di gente che discuteva su mille iniziative della Banca e più in generale di tutto il mondo del volontariato, che la stragrande maggioranza dei soci conosce e di cui fa parte, complice anche il grande giardino posto immediatamente a fianco della sala assembleare, che ha dato accoglienza ad una lunghissima serie di mini-picnic e momenti di rilassamento…

Al di là del problema oggettivo della registrazione dei partecipanti, che ha preso più di 5 ore alla quindicina di dipendenti che erano addetti alla mansione, peraltro molto gentili e organizzati, e che dimostra una volta di più come senza un uso esteso della firma digitale (che esiste da più di 10 anni ma nessun “privato cittadino” può obiettivamente conoscere e usare) rimaniamo dei sudditi di serie B costretti a enormi sprechi di tempo e risorse per adempiere a molte formalità burocratiche che altrimenti potrebbero essere risolte con qualche “click” al computer…..al di là di questo appunto, vorrei riportare alcune riflessioni che sto facendo in questi giorni…

1) Banca Etica è nata per operare come Istituto di Credito, ma in realtà questo è solo un punto di appoggio per poter intervenire e operare a 360 gradi nella società. Aver costituito “Innesco” per operare nelle energie rinnovabili (e Salviato in uno dei suoi interventi ha ribadito che se un milione di utenti installassero i pannelli fotovoltaici da 3KW, avremmo la creazione di più energia di quanta ne dovrebbero produrre le 4 centrali nucleare che il governo vuole, con in più la generazione di un numero molto maggiore di occupati in tale settore…), essere partner di Jacopo Fo sia per il G.A.S. sul suddetto fotovoltaico ma anche per la creazione degli “Ecovillaggi“, essere supporter ufficiosi della Campagna per la ripublicizzazione dell’acqua, essere attivi tramite la tecnica dell’azionariato critico con l’ENI ed altre importanti società….ecc. ecc. dimostra come il gruppo di dirigenti, che sono naturalmente espressione della base degli azionisti, abbia una visione ed una voglia di impegnarsi globale, in cui come recita lo Statuto, il denaro è solo uno strumento per attivare progetti e soluzioni che aumentino il benessere di tutti gli uomini.

Per continuare su questa strada però servono risorse, sia intese come risorse umane, sia quelle finanziarie. E’ prioritario pertanto fare tutto il possibile per acquisire nuovi soci “attivi”, che si impegnino localmente nei vari GIT,  e aumentare parallelamente il capitale sociale, stante il famoso vincolo di legge che fissa il valore dei prestiti  a circa 10 volte il valore del cap. soc. Queste sono secondo me le priorità assolute che condizionano tutta l’operatività della Banca. In tal senso naturalmente vanno le future acquisizioni della Cooperativa Francese e di quella Spagnola.

2) Ancora troppi italiani non conoscono Banca Etica. Chi dice l’80% chi dice il 90%, sta di fatto che finchè B.E. non esce da questo limbo facciamo doppiamente fatica a crescere. Dobbiamo moltiplicare gli sforzi con gli Enti “moltiplicatori/diffusori” come sono le altre realtà Associative e la scuola. Ritengo non vada trascurato anche il canale Internet, stante anche che è a “costo zero” farci conoscere dai blogger e usare più pervasivamente gli altri strumenti di social network.

3) L’attività bancaria è uno dei due grandi strumenti di accentramento e gestione del denaro. Le Assicurazioni sono a mio avviso l’altro grande strumento che ci manca. Mi piacerebbe che il nuovo CdA rafforzasse i rapporti con il CAES e si ponesse come obiettivo finale quello dell’ingresso nel mondo assicurativo. Viceversa questo resterà appannaggio esclusivo dei “soliti noti” grandi gruppi. Potrebbe essere una buona idea quella di fare un piccolo sondaggio interno ai soci di B.E. per vedere quanti di loro sarebbero favorevoli ad un’idea del genere.

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Indispensabili – La Deriva – Cap.2 e 3

Posted by giannigirotto su 7 aprile 2010

Ecco un testo che consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, frutto della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Cap.2- Quando i cinesi eravamo noi

Il capitolo inizia con la descrizione di come bastarono 270 giorni per preparare la Costituzione, al primo parlamento della Repubblica Italiana, nonostante in quei tempi i contrasti politico/sociale erano tali che più volte si sfiorò la guerra civile. Si era appena usciti dalla 2a guerra mondiale, il Paese era distrutto, con gli animi esasperati dai lutti e dalla misera dilagante. Eppure bastarono 270 giorni per il più importante “parto” politico/legislativo della nostra storia; Cioè sette mesi in meno di quelli che sarebbero stati impiegati dal Parlamento tra il 1999 e il 2001 per il «decreto sicurezza» annunciato in «tempi brevi». E meno del tempo sprecato du­rante l’ultima legislatura nel tentativo fallito di varare lo «spor­tello unico»……….Un paio di dettagli sul mondo della politica dicono tutto. Nel 1946 il Paese era così povero che il primo bilancio di Mon­tecitorio stanziava dei soldi per fornire ai deputati una tessera per viaggiare gratis sugli autobus e per i dipendenti un’«indennità di caro-pane».

Si prosegue con una descrizione del poderoso boom economico che parte negli anni ’50 e continua negli anni ’60, con cifre ed esempi di efficenza e velocità che oggi sembrano fantascienza: …………

«la Fiat negli anni Cinquanta è tutto: da senza contrattazioni ai suoi operai l’80% in più del minimo contrattuale, assiste con la sua mutua aziendale 182.000 persone tra iscritti e familiari (1 torinese su 5), paga 700 medici perché vigilino sulla salute degli operai, costruisce alloggi, manda un regalo a chi si sposa e a chi diventa papa». È un mito la Fiat, che arriverà a dominare’un settimo del mercato europeo, è un mito la velo­cità. Su strada e in generale…………

Lo dimostra la costruzione di quello che è stato uno dei gioielli della rete stradale planetaria: l’Autostrada del Sole. Le date, rilette oggi, fanno girar la tèsta: la prima pietra viene po­sata il 19 maggio del 1956; il primo tronco da Milano a Parma è aperto il 7 dicembre del 1958; quello da Bologna a Firenze il 3 dicembre del 1960; quello da Roma a Napoli il 22 settembre del 1962. E il 4 ottobre del 1964, completati certi tratti qua e là, TAutosole è finita. A questo punto, facciamo un passo indietro. E rileggiamo cosa aveva scritto il «Corriere della Sera» il giorno dopo l’apertura dei cantieri: «L’atto di nascita dell’Autostrada del Sole ha avuto ieri nelle campagne di San Donato Milanese una consacrazione solenne. Quella che in meno di 8 anni sarà l’arteria modernissima di grande e celere comunicazione fra Nord e Sud, attraverso l’Appennino»………….Otto anni avevano previsto, però, e otto anni ci misero. Per 755 chilometri. Novantaquattro chilometri l’anno. Con le tec­nologie di allora. Con 15 milioni di giornate lavorative, 54 mi­lioni di metri cubi scavati, 16 milioni di metri quadrati di asfal­to, 113 ponti e viadotti di gran luce, 740 opere minori, 572 cavalcavia, 38 gallerìe, 57 raccordi alla viabilità ordinaria e perfi­no 5 «cappelle per servizio religioso». Con una spesa comples­siva di 272 miliardi dell’epoca. Pari a 4 milioni di euro di oggi a chilometro……….Otto anni. Per collegare Milano a Napoli. Contro i 22 anni già impiegati a partire dal 1986 per fare 23 chilometri della Pordenone-Conegliano, quasi inutilizzabili finché non sarà costrui­to l’ultimo lotto di 3 chilometri e 717 metri, al costo folle di ol­tre 22 milioni di euro al chilometro. Il quintuplo abbondante di quanto costò l’Autosole. E parliamo di una delle aree di pun­ta di quel Nordest che ama dipingersi come una terra di effi­cienza e spacciarsi per «la locomotiva d’Italia».

Al Sud va ancora peggio. Basti dire che l’autostrada Sira-cusa-Gela di 140 chilometri, progettata nel 1974, è stata inau­gurata a metà marzo del 2008, dopo 34 anni e solo per un trat­to di 14 chilometri. In un Paese serio, paonazzi dalla vergogna, i protagonisti dello scandalo avrebbero fatto tutto alla chetichella. Macché, ha scritto Felice Cavallaro: se ne sono vantati. Con tanto di «notabili, taglio di tricolore, benedizione vescovile, fanfara e dolcini».

Cap.3- Sempre più ai padri sempre meno ai figli

Dal dopoguerra in poi il tasso di natalità è crollato, e l’eta media è cresciuta in maniera inversamente proporzionale. Solo il fenomeno dell’immigrazione ci consente di non essere ancora più distanti dalla media europea e mondiale. Parte a questo punto l’enorme problema della gestione del sistema pensionistico. Se infatti l’età media si allunga, è chiaro che vengono richieste maggiori risorse econmiche per erogare le pensioni. Quindi è giusto o meno innalzare la soglia dell’età minima per andare in pensione? La verità, ha scritto Francesco Giavazzi dando ragione a Tito Boeri ed Emma Benino che per primi avevano polemizza­to sul tema, «è che sindacati e sinistra radicale non vogliono al­cun innalzamento dell’età: preferiscono un gigantesco scalone, dai 57 ai 70 anni, purché non si applichi a noi ma solo ai nostri figli». Figli che, dice il saggio Contro i giovani dello stesso Boe­ri e di Vincenzo Galasso, hanno oggi sul gobbo «80.000 euro di debito pubblico e 250.000 di debito pensionistico» a testa. De­bito accumulato «non tanto per costruire infrastnitture, miglio­rare la qualità dell’istruzione o della vita nelle grandi città, ma per pagare pensioni di invalidità a volte di dubbia assegnazio­ne, creare posti pubblici spesso inefficienti, concedere pensioni baby e generose pensioni di anzianità, cedere a pressioni di rap­presentanze di interessi molto specifici e di breve respiro».

Voragini di follia. Riassumibili nel caso della bidella friula­na Ermanna Cossio, andata in pensione a 29 anni col 94% (ave­te letto bene: novantaquattro per cento) dell’ultimo stipendio. O quello della sua collega milanese Francesca Zarcone. La qua­le, accumulando un po’ di contributi come operaia in una tap­pezzerìa e poi facendo un po’ di supplenze come «ausiliaria», riuscì a mettere insieme abbastanza versamenti per andare in pensione (era sposata e aveva figli quindi le bastavano 14 anni, 6 mesi e un giorno) meno di un anno dopo l’assunzione definiti­va. Entrata in ruolo nel settembre ’82, presentò la domanda di pensione (col ricongiungimento degli anni nell’artigianato) quattro mesi dopo. E smise di lavorare il 1° agosto successivo. In totale aveva pagato di contributi l’equivalente attuale di poco meno di 16.700 euro. E ne ha ricevuti, da allora, 250.000. Un po’ di casi come il suo e andrebbe in fallimento anche il sultano del Brunei. Eppure, guai a parlarne: diritti acquisiti. Sacri. Eter­ni. E i giovani destinati a prendere una pipa di tabacco? Amen. Diritti acquisiti…………..

……………

Che le case di riposo siano elettoralmente da preferire agli asili e alle scuole, agli occhi di chi vive di politica, è fuori discus­sione…..L’elettore medio ha 47 anni. I ragazzi dai 18 ai 24 anni che votano sono circa 4 milio­ni. I loro genitori o nonni sopra i 60 più o meno il triplo. Conclu­sione: i pensionati sono il terreno sul quale si vince o si perde.

Ma è giusto per motivi di bottega elettorale caricare tutto sulle spalle dei nostri figli? L’economista americano Lester Thurow non ha dubbi: i conflitti di classe del futuro potrebbe­ro opporre «non più ricchi e poveri ma vecchi e giovani». E ci­ta come esempio Kalkaska, nel Michigan, dove la maggioranza degli elettori, anziani, è arrivata, per comprare degli spazzane­ve, a votare una delibera che tagliava i fondi alle scuole costrin­gendole a chiudere con molte settimane di anticipo. Che futuro ha, un Paese dove i nonni rubano risorse ai nipotini?……………

…….La tabella dei calcoli è sotto gli occhi di tutti. L’ha composta la Commissione Brambilla e dice che chi va oggi in pensio­ne a 58 anni con 35 di contributi, può aspettarsi di viverne me­diamente, con l’allungarsi della speranza di vita, altri 25. Ab­bondanti. Solo in parte coperti dai versamenti fatti nei decenni di lavoro. Dopo aver incassato quanto aveva accantonato, l’ex impiegato pubblico verrà mantenuto dalla collettività per altri 10 anni, l’ex dipendente privato per altri 8, l’ex artigiano o il commerciante per altri 20, quasi. E si tratta di calcoli del 2001. Da ritoccare al rialzo.

Va da sé che per affrontare un futuro a rischio come il no­stro, ci vorrebbe un ceto dirigente giovane, consapevole e deciso a sfidare l’impopolarità scommettendo sul domani o addirittura sul dopodomani. Ma è lì che il cane si morde la coda: la classe di­rigente è vecchia quanto il Paese. E forse di più. Vecchi sono i mondi della scuola e dell’università, di cui parliamo a parte. Vec­chio il mondo della sanità. Vecchio il mondo dei sindacati, nel quale i pensionati sono ormai la metà degli iscritti. Vecchio il mondo degli ordini professionali, che si chiude a riccio per difen­dere le rendite di posizione ogni volta che si profila una riforma…………….

E’ l’età media della politica? delle figure istituzionali? dei dirigenti dei grandi Enti Pubblici?……..beh non ci vuole molto a immaginare quanto riporta il libro……

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