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Posts Tagged ‘Malavita’

Indispensabili – La Deriva – Perchè gli stranieri non investono da noi?

Posted by giannigirotto su 21 aprile 2010

clicca per l'indice capitoli...Proseguo la lettura di questo testo che consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, frutto della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Cap.8 – Il sole buio della «Florida d’Europa»

………… Oggi il tasso di rapine è una volta e mezza quello del 1991, due volte e mezzo quello del 1984,18 volte quello del 1970.» «Rapporto sulla sicurezza», ministero dell’Interno, 2007.

«Pagano tutti, ognuno secondo le sue possibilità. Si va dai 60 I euro mensili dei venditori ambulanti agli 800 delle aziende più grosse ai 17.000 per lavori autostradali. Nessuno evade. La cri­minalità organizzata riesce a ottenere quello che il nostro Stato, dopo tanti proclami reiterati sotto i più diversi governi, non è ancora mai riuscito a realizzare.» «Avvenire», recensione alla ricerca «I costi dell’illegalità» coordinata dal sociologo Antonio La Spina, 23 giugno 2007.

«Dalla filiera agroalimentare al turismo, dai servizi alle imprese a quelli alla persona, agli appalti, alle forniture pubbliche, al settore immobiliare e finanziario, la presenza si consolida in ogni attività economica tanto che il fatturato del ramo commerciale dell’Azienda Mafia si appresta a toccare i 90 miliardi di euro, una cifra intorno al 6% del Pii nazionale, pari a cinque manovre finanziarie, otto volte il mitico “tesoretto”. Mafia SpA , si conferma la prima azienda italiana, il cui fatturato è alimentato da estorsioni, usura, furti e rapine, contraffazione e con­trabbando, imposizione di merce e controllo degli appalti.» «Le mani della criminalità sulle imprese», Sos Impresa – Confesercenti, decimo rapporto, ottobre 2007.

;«A Palermo il pizzo lo pagano tutti. Se non paghi ti rompono le corna. Un ragazzo che si vuole mettere all’angolo a vendere l’aglio e prezzemolo paga pure il pizzo.» Deposizione a i giudici di Emanuele Andronico, collaboratore di giustizia, 2007.

«Italcementi Group è il quinto produttore di cemento a livello mondiale, il principale operatore nel bacino del Mediterraneo. La capogruppo Italcementi SpA è controllata da Italmobiliare: entrambe le società sono quotate alla Borsa di Milano. Italce­menti Group annovera tra le proprie fila oltre 22.850 dipen­denti, un fatturato annuo, per il 2006, di 5854 milioni di euro, un dispositivo industriale di 62 cementerie, 15 centri di macinazione, 3 terminali, 152 cave di inerti e 588 centrali di calce­struzzo. Eppure anche il “colosso” Italcementi ha ceduto alla morsa della ‘ndrangheta. Di fronte alla ‘ndrangheta l’Italcementi avrebbe messo da parte ogni regola, sopportando mag­giori costi, assumendo rischi e finendo con l’agevolare l’espan­sione economica della cosca dei Mazzagatti nel campo della commercializzazione del cemento.» Informativa di carabinieri e guardia di finanza al tribunale di Reggio Calabria, da Sos Impresa – Confesercenti, decimo rapporto, ottobre 2007.

……………………molte altre ………

«Imprese a partecipazione estera nel 2005. Lombardia: 3719. Lazio: 540. Friuli-Venezia Giulia: 127. Campania: 118. Puglia: 47. Sicilia: 54. Calabria: 15. Investimenti diretti esteri 2006. Trentino-Alto Adige: 744,7 milioni, +270,8%. Sicilia: 30,1 mi­lioni, -44,7%.» «Rapporto sulla sicurezza», ministero dell’Interno, 2007.

Aggiungo solo una considerazione, che a me sembra ovvia. Questa è nella stragrande maggioranza criminalità “italiana”. Mafia, Camorra e Andrangheta sono assolutamente italiane.

Non sono quindi gli etracomunitari a rendere criminale L’Italia, alcune volte certo diventano la manovalaza della criminalità, ma le alte sfere, chi gestisce e comanda sono italiane..quindi chi se la prende con gli extracomunitari in generale o è ignorante o è in malafede, ed in entrambi i casi non aiuta il Paese.

Cap.9 – Il processo? ripassi nel 2020

Il capitolo inizia con la descrizione delle rovinose condizioni in cui versano gli edifici di alcuni importanti tribunali, con topi che girano indisturbati tra archivi fatiscenti, cessi maleodoranti e mancanza di ogni cosa necessaria a lavorare…..ed al Sud si aggiunge la piaga del personale che spesso, poco dopo essere stato assunto si ammala e diventa inabile a compiere il suo lavoro….come il caso limite del magistrato Ce­cilia Carreri, ammalatissima, con certificati che la esoneravano dal mantenersi in “stazione eretta ed assisa (seduta) protratta”, che si è fatta 9 mesi di malattia in un anno, ma che poi faceva la velista agonista a livello mondiale, e quindi per questo severamente condannata……..ad un trasferimento d’ufficio….

Ed oltre al problema della malavita, sorge quello imprenditoriale: Come può un’azienda, magari aggredita sui mercati internazionali da una concorrenza agile, scattante e molto spregiudicata, impantanarsi in cause processuali (a tutela di un brevetto o di un marchio, per esempio) destinate a dura­re anni? ……………«Il furbo sa che la giustizia è lentissima, che lui non rischia sostanzialmente niente e che nove volte su dieci l’altro cederà. Così la mette giù piatta piatta: se vuoi ti do la metà, sennò fammi causa. Ne cono­sco tanti, che si regolano sistematicamente così. Di più: ormai è arduo perfino recuperare i soldi dopo un decreto esecutivo».

Quindi paghiamo tre volte: paghiamo perchè non c’è giustizia, paghiamo perchè le aziende estere non vengono ad investire da noi, ed infine paghiamo letteralmente  sotto forma di risarcimento danni per indennizzare coloro che hanno atteso troppo a lungo….«Se lo Stato italiano dovesse risarcire tutti i danneggiati dall’irragionevole durata dei processi, non basterebbero tre Finanziarie». Diagno­si infausta confermata dal ministero dell’Economia. Secondo il quale i cittadini che hanno «potenzialmente diritto all’indenniz­zo» per i processi interminabili sono «almeno 100.000» l’anno. Mettete che abbiano diritto a strappare in media 7000 euro cia­scuno e fate il conto.

E sì che le soluzioni ci sono, lo dimostra Bolzano nel suo insieme, lo dimostra Milano con i decreti ingiuntivi telematici che le hanno fatto risparmiare 12 milioni di euro in un anno……Qual è la lezione? Ovvio: bisogna investire sulle nuove tecnologie. Macché. Dovendo tagliare e non avendo il fegato di farlo dove si dovrebbe e cioè dove stanno le clientele, le amicizie, le reti di interessi, hanno via via deciso di tagliare in questi anni perfino le e-mail, gli accessi a internet, l’acquisto di programmi elettronici, la messa a punto di software specifici, l’assistenza informatica. L’ultimo somaro sa che se non puoi contare su un’assistenza efficiente, addio: il tuo computer è inutile come  un’auto senza ruote. Bene: su questo fronte il ministero ha coperto nel 2006 «appena il 5% del fabbisogno annuale». Cecità. Per non dire del casellario giudiziario. Doveva essere total­mente informatizzato entro il 1989, due decenni fa. E invece buona parte degli aggiornamenti viene ancora fatta a mano……….

seguono altri indicazioni precise di malagiustizia, di sprechi, di inefficenze, di ritardi, di ommissioni…..la politica promette ma non mantiene anzi spesso è dolosamente complice di questo dissesto, ed intanto il “Sistema Italia” paga…..per esempio solo il settore della lentezza delle pro­cedure fallimentari, in media 8 anni e 8 mesi, costa ogni anno alle imprese artigiane un miliardo e 160 milioni di euro per il ritardo nella riscossione dei crediti più un altro miliardo e 170 milioni di euro di maggiori oneri finanziari per la necessità di prendere in prestito dalle banche quelle risorse che avrebbero già in cassa se i processi fossero più rapidi. Totale: 2 miliardi e 300 milioni di euro di tassa «lumaca» sui 6 milioni di imprese. Vale a dire 384.000 euro a società.

Ditemi quindi, se foste imprenditori esteri, verreste a fare una fabbrica in Italia?

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Indispensabili – La Deriva – La carenza delle Infrastrutture

Posted by giannigirotto su 14 aprile 2010

clicca per l'indice capitoli... Ecco un testo che consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, frutto della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Cap.5- Cristoforo Colombo è finito in secca

Porti, navi, aerei, treni: fotografie di un declino

……sulle navi gros­se, quelle che dominano i mari di oggi e del futuro, quelle che hanno in pugno la polpa del traffico mondiale delle merci, sia­mo quasi tagliati fuori. (abbiamo porti troppo piccoli e/o con fondali troppo bassi)

…………Eravamo forti………… fino a non molti decenni fa. Il declino, però, è stato rapidissimo. Nel 1971, ha scritto Bruno Dardani, che prima sul «Sole 24 Ore» e poi su «Libero Mercato» cerca da anni di lanciare l’allarme, «i quattro porti di Genova, Marsiglia, La Spezia e Livorno coprivano il 20% del traffico europeo» e di questa quota Genova rappre­sentava quasi i due terzi facendo da sola il 13% del totale con­tinentale. Tredici anni dopo, nel 1984, il traffico sotto la Lan­terna era crollato al 4 e mezzo per cento. Scarso.

Colpa dei costi: nel momento chiave in cui i porti dell’Eu­ropa del Nord si giocavano tutto per arginare l’irruzione della concorrenza orientale, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, movimentare un container pieno costava a Rotterdam il 56% in meno di quanto costasse a Genova. Colpa degli spazi per­ché, fatta eccezione per Gioia Tauro, i nostri porti sono antichi e hanno le case che incombono sulle banchine. Colpa dei parti­ti, che hanno occupato anche questi territori se è vero che al­meno 18 sulle 24 autorità portuali sono in mano a persone di origine diessina. E colpa della sordità della nostra classe diri­gente, che non ha ancora capito come sulle rotte marittime transiti quasi il 95% del commercio estero del continente. Commercio dal quale, nonostante ci riempiano la testa di chiac­chiere sull’«Italia piattaforma portuale d’Europa», stiamo fi­nendo progressivamente ai margini…..

….gli altri, coscienti che sul container si gioca il futuro, ci investono. E noi no. Prendi la Spagna. Mentre noi tagliavamo, spiega Bruno Dardani, loro in soli due anni, 2007 e 2008, hanno deciso di in­vestire sui porti quasi 3 miliardi di euro. Risultato: loro sono in vertiginosa ascesa, noi sommando tutti e sette i principali porti italiani catalogati dall’ufficio statistico di Amburgo (Gioia Tau­ro, Genova, La Spezia, Tarante, Livorno, Venezia e Trieste) ar­riviamo a movimentare 7.818.974 container. Cioè poco più del­la sola Anversa e 2 milioni in meno della sola Rotterdam. O se volete un terzo del solo porto di Singapore.

A Barcellona, consapevoli di essere obbligati ad ampliare il porto per tenere il passo del mondo, hanno deviato la foce del fiume Llobregat, preservato un’oasi faunistica per far contenti gli ambientalisti e creato spazi per 30 chilometri di banchine. A La Spezia la richiesta di dragare i fondali è stata tenuta ferma per anni finché è stata sbloccata nel 2007 solo a una condizio­ne: tutti i fanghi rimossi, considerati da certi verdi integralisti tossici e pericolosissimi, devono essere messi in migliala di co­stosi sacchi speciali con l’interno in pvc assorbente e portati da un’altra parte. Risultato: li spediamo, pagando, ai belgi. Che in­cassano 100 euro a tonnellata, prendono i nostri «spaventosi» fanghi tossici consegnati a domicilio e li usano per fare nuove banchine ad Anversa con le quali aumentare il loro vantaggio già abissale su La Spezia e gli altri porti nostrani.

Noi i soldi li but­tiamo nella Tirrenia, la più disastrosa azienda che abbia mai solcato i mari del mondo. Capace di ingoiare dal 2002 al 2007 oltre un miliardo di euro. Come ha fatto? Per cominciare, è stata via via usata dai go­verni per riciclare altre compagnie marittime affondate, siste­mare nuovi assunti, dare sfogo a fabbriche in crisi. Esempio: i traghetti veloci Aries, Taurus, Capricorn e Scorpio. Quando fu­rono ordinati, spiegano alla Cgil di Napoli, era finita da poco la guerra del Golfo, gli stabilimenti liguri della Fincantieri a Riva Trigoso erano nei guai per una serie di commesse saltate e l’or­dinazione di quelle 4 navi consentì loro di respirare. Costo: 105 miliardi di lire l’una nel 1998. Per un totale, in valuta d’oggi, di 260 milioni di euro.

Veloci, lo erano davvero: 40 nodi (vale a dire circa 75 chilometri) l’ora. Una spinta fantastica, per bestioni di 150 metri in grado di portare 450 macchine. Ma fu subito chiaro che beveva­no gasolio come certi ubriaconi il merlot all’osteria: da 15 a 18 tonnellate per ogni ora di navigazione. Un’enormità, rispetto ai traghetti tradizionali ma aggiornati come il Raffaele Rubattino, che coi suoi 23 nodi l’ora è decisamente meno rapido ma è lungo 30 metri in più, può portare molte più auto e consuma dalle 2 alle 3 tonnellate l’ora di gasolio. Morale: anche se viaggi pienissimo, i conti non tornano. Se poi, come capita d’inverno, parti a volte se­mivuoto, è una catastrofe. Due calcoli? Un viaggio Genova-Olbia andata e ritorno, con mare buono e navi a tutto vapore (sennò perché prendere la «veloce»?) costa mediamente 30.000 euro di gasolio coi nuovi traghetti tradizionali e 90.000 con quelli rapidi.

Assurdo. Risultato: i quattro «speedy-bestioni» se ne stan­no ormeggiati in disarmo. A Olbia, Arbatax, Genova, Napoli. Da anni. Ogni tanto, nei momenti di punta, li rimettono a fare qualche tratta. Poi li riportano a riposare. Inutilizzati. Con quat­tro o cinque marinai che ogni tanto avviano i motori per tenerli in vita, danno una scopata alle cuccette, rinfrescano la vernice dei corridoi. In attesa che un giorno, forse, chissà, qualcuno se li compri. E guai a lagnarsi della follia. Risposta: «E chi se l’imma­ginava che il petrolio schizzasse a cento dollari al barile!»……segue un resoconto dettagliato che descrive l’enormità degli aiuti statali, l’inamovibilità dei dirigenti, il clientelarismo, il sostanziale monopolio in cui opera la società…….

Identico discorso valeva per Alitalia….Chi lo dice? Qualche albergatore qualunquista? No: Ahmed bin Saeed Al-Maktoum, il presidente della Emirates che, partito nel 1985 con un Boeing 737 e un Airbus presi a noleggio, guida oggi una flotta di 95 aerei con 90 destinazioni in tutti e cinque i conti­nenti e un fatturato nel 2006 di 62 miliardi di euro con 687 mi­lioni di utile netto: «Avete tutto. E tutti sognano un giorno di poter venire in Italia», ha spiegato a «Oggi» nell’agosto 2007. «Credo che non dovrebbe essere diffìcile riempire i voli di gen­te proveniente da tutto il mondo per ammirare le vostre bellez­ze naturali, passare vacanze al mare, in montagna, tra capolavo­ri d’arte, siti storici e città uniche. In più avete una delle cucine migliori al mondo, chi ama fare shopping è nel Paese della mo­da e chi ama lo sport può assistere alle partite di uno spettaco­lare campionato di calcio. E probabilmente sto ancora dimenti­cando qualcosa. Poi c’è la clientela italiana. Un bacino di 58 milioni di persone, con un buon reddito medio, con una forte propensione a viaggiare e girare il mondo.» Di più: «Roma è il centro della cristianità. Basterebbe il movimento dei pellegrini diretti in Vaticano per chiudere i conti in attivo».

Come sia andata a finire lo sappiamo, una cosa invece che forse non tutti sanno è che seguito della crisi delle compagnie aeree dovute all’attacco del 11 settembre alle Torri Gemelle, vi furono i seguenti licenziamenti: 12.632 dipendenti tagliati dalla British Airways, 2.700 dalla Iberia, 2.500 dalla Sas… Tagli veri all’Alitalia: zero. Segue l’elenco di una serie di raccappricianti dati sugli sprechi, l’inefficenza e gli inciuci tra politici e sindacati per non intaccare la “vacca da mungere” …..molti politici, tra cui Berlusconi, che tuonavano contro Alitalia per le sue inefficenze, hanno cambiato completamente tono quando si sono trovati ai posti di comando…..

…………ogni fazione politica, partitica, clientelare, tira dalla propria parte e vuole la propria fetta di investimenti impeden­do gli stanziamenti più grossi? La Francia, che è grande quasi il doppio dell’Italia, ha 43 aeroporti: uno ogni 12.651 chilometri quadrati. Noi, stando al censimento dell’Erme, l’Ente nazionale per l’aviazione civile, svettiamo a 51. Di cui 14 (quattordici!) nella sola Emilia Romagna. Ma presto, con l’aeroporto di Viter-bo e quello della Basilicata, saremo a 53: uno ogni 5679 chilo­metri quadrati. Il doppio dei cugini d’oltralpe. «Un numero impressionante», secondo l’ex amministratore delegato di Ali­talia Giancarlo Cimeli. Perché? Perché ogni pista ha il suo pa­drino. Sindaci, presidenti di Provincia, governatori regionali e potenti satrapi locali sono disposti a fare carte false, per avere un «proprio» aeroporto…………

Passiamo alle ferrovie…?? In Svizzera, da Bodio a Erstfeld, sul­la direttrice Comò-Zurigo, stanno costruendo il tunnel più lun­go del mondo: 57 chilometri sotto le Alpi che saranno percorsi dai treni, sui quali saranno caricati i camion, in circa un quarto d’ora. Costo previsto: 4 miliardi e mezzo di euro, recuperati per metà fin d’ora con una tassa sul transito dei tir, che poi avranno tutto l’interesse a usare la ferrovia. Inaugurazione pre­vista: 2015. E potete scommettere che saranno di parola. Come lo furono col passante ferroviario di Zurigo.

Ricordate? Lassù decisero di farlo negli anni Settanta, cal­colarono che sarebbero serviti circa 700 miliardi di lire dell’e­poca, cominciarono come formichine a metter via una quaran­tina di miliardi l’anno, chiesero con un referendum agli abitan­ti se fossero d’accordo e nel 1983, firmando un gemellaggio con Milano che aveva in programma la stessa cosa, presero a scava­re dandosi una data: il 1990. Bene: 1127 maggio del 1990, esat­tamente 7 anni dopo ed esattamente al costo fissato, il passante zurighese di 10 chilometri veniva inagurato con la fanfara dei bersaglieri arrivata apposta da Legnano. E quello di Milano, lungo solo 500 metri di più? Nel ’90, si lagnava il presidente delle Ferrovie Nord in una lettera ad Andreotti, non era pronto «neanche a metà». Nel ’97 fu inaugurato un primo tratto, nel ’99 un secondo, nel 2002 un terzo, nel 2004 un quarto… Quan­to ai costi, meglio tacere: nove volte più del previsto.

Oggi la rete ferroviaria italiana è di soli 13 chilometri più lunga di quella del 1920 e se i chilometri a doppio binario sono raddoppiati (da 3443 a 6947) la maggior parte è ancora a bina­rio unico, compresi tratti fondamentali come Genova-Ventimiglia. E se gli utenti in questo secolo sono quintuplicati salendo a 540 milioni di passeggeri l’anno, la quota di mercato è andata sempre più scemando fino a scendere, rispetto all’auto, all’ae­reo e alla nave, sotto il 10%……..Come un flop progressivo e costante è il trasporto delle merci: poco più del doppio del 1920. Un disastro pagato carissimo. Fra perdite di gestione e fi­nanziamenti dello Stato per tappare i buchi, il peso delle Ferro­vie nello spaventoso debito pubblico italiano è valutabile in ol­tre 150 miliardi di euro: un decimo del totale. Senza contare il fardello caricato sul sistema previdenziale: i 163.355 maschi ita­liani che percepiscono la pensione da più di quarant’anni sono quasi tutti ex ferrovieri.

Non bastasse, come dicevamo, i costi di una nuova linea sono proibitivi. Colpa del sistema tutto italiano delle perizie di variante. Quelle che invogliano il costruttore a sospendere con­tinuamente i lavori per chiedere un aggiornamento dei prezzi in un gioco perverso di rinvii e rialzi, rinvii e rialzi, rinvii e rial­zi fino al record della diga sul Metramo, in Calabria: 76 perizie e un’impennata d’una trentina di volte della spesa iniziale. Un altro esempio? Il costo del tratto fra Bologna e Firenze, il più complicato dell’intero tracciato, è salito dai 1053 milioni previ­sti nel 1991 ai 4969 milioni nel luglio del 2007: 63 milioni per ognuno dei 78 chilometri. Ilquadruplo di quanto costa costrui­re una linea per l’Alta Velocità in Francia o in Spagna.

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Indispensabili: La Deriva – Cap.1

Posted by giannigirotto su 2 aprile 2010

Comincio oggi la lettura di un altro testo che mi consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Un Paese di poeti santi e scodellatrici

In Italia i bidelli, per legge, non possono dispensare i pasti agli scolari, per cui è nata la figura professionale della “scodellatrice”. Svolta da perso­ne che, pagate a parte e spesso riunite in cooperative, arrivano nelle scuole alle undici, preparano la tavola ai bambini, scoper­chiano i contenitori del cibo, mescolano gli spaghetti già cotti con il ragù e scodellano il tutto nei piatti, assistono gli scolaretti, mettono tutto a posto e se ne vanno. Costo del servizio, Iva compresa, quasi un euro e mezzo a piatto. Mille bambini, 1500 euro. Costo annuale del servizio in un Comune di media gran­dezza con duemila scolaretti: 300.000 euro……

Ma ve lo immaginate qualcosa di simile in America, in Francia, in Gran Bretagna o in Germania? Sono 50.000 più che i carabinieri, i 167.000 bidelli italiani. Uno ogni 2,2 classi, de­nuncia un dossier di «Tuttoscuola» di Giovanni Vinciguerra ri­cordando che in altri Paesi come il Giappone, la Finlandia o la Spagna la figura «non esiste e il compito di tenere puliti i ban­chi, le aule e i corridoi delle scuole fa parte dei normali doveri degli stessi allievi» che così imparano subito ad aver rispetto per la proprietà collettiva. Il loro costo? Sfiora i 4 miliardi di euro l’anno. E il bello è che, nonostante pesino mediamente per «367.000 euro l’anno a istituto», hanno costretto le scuole ad assumere part-time non solo le scodellatrici, le quali umilia­te dal precariato hanno dato vita a Milano a manifestazioni di piazza per chiedere l’assunzione definitiva, ma anche, qua e là, una società esterna di pulizie.

Tema: come può una scuola che concentra le sue attenzio­ni, i suoi soldi, le sue energie su sconcertanti impuntature sin­dacali come queste, essere all’altezza di un mondo che corre a una velocità doppia, tripla, quadrupla?……………….Mentre noi assumevamo scodellatrici, gli altri Paesi stendevano i cavi delle reti a banda larga per mettere on-line il si­stema scolastico e l’intera società. Certo, a parole ci abbiamo provato anche noi. Ricordate lo slogan berlusconiano delle «tre I: inglese, internet, impresa»? Nel giugno 2001 il Cavaliere fece addirittura un ministro, Lucio Stanca, perché se ne occupasse. A settembre, tornati tutti dalle ferie, decisero di metter su una commissione. Due anni dopo (due anni!) il Cipe (Comitato in­terministeriale per la programmazione economica) approvò una delibera per affidare un grande programma nel Mezzogior­no a Sviluppo Italia che a sua volta istituì una società apposita, l’Infrate!. Altri due anni (due anni!) e alla fine del 2005, senza che fosse ancora stato posato un metro, manco uno, dei 1800 chilometri di cavi a fibre ottiche, veniva firmato un contratto di programma che ratificava la decisione presa nel 2003. Finché, alla fine del 2006, la Corte dei Conti denunciava lo spreco di tempo, l’esagerazione di soldi dati ai manager e l’abisso che si era ingoiato 1.283.799 euro di consulenze: «Nulla è stato rife­rito in merito alle procedure di scelta dei consulenti, avvalo­rando l’ipotesi che dette consulenze siano state tutte conferite intuitu personae». Cioè a capocchia…………….Nel frattempo, le classifiche internazionali ci vedevano affondare. E se nel 2004 eravamo ancora più o meno alla pari con l’Irlanda, la Francia e la Spagna per numero di computer utilizzati in famiglia, nel 2007 siamo sprofondati dietro tutti, comprese l’Estonia, la Slovacchia, la Lettonia, la Lituania-Quanto agli sportelli elettronici che consentono un collega­mento diretto tra il cittadino e la pubblica amministrazione, siamo penultimi: peggio di noi in Europa c’è solo la Grecia.(che, notizia degli ultimi mesi, è praticamente fallita, no?)………..

Siamo un Paese di poeti che hanno rinnegato la poesia e la scuola. Di santi senza più morale se è vero, come ricorda Michele Ainis, che «il Sistema bibliotecario nazionale censisce 4915 vo­lumi con la parola “etica” nel titolo, ma un terzo della ricchez­za nazionale sfugge alle tasse». Di navigatori senza più porti, vi­sto che secondo il centro studi di quello di Amburgo i nostri sette maggiori scali non arrivano a movimentare tutti insieme quanti container entreranno nel 2012 nel solo porto marocchi­no di Tangeri.

Nel 1991, dice l’ultimo rapporto dell’Istituto per il com­mercio estero, l’Italia arrivò a sfiorare una quota del com­mercio mondiale pari al 5%. Un dollaro su 20 di merci scam­biate era nostro. Da allora, fatta eccezione per una lieve ri­presa nel 2007, è stata una lenta, progressiva, inesorabile di­scesa. Nel 2001 era nostro un dollaro su 25, nel 2006 uno su 29. Mentre i cinesi, che nel 1991 detenevano una quota tra­scurabile, salivano al 3,3% nel 1997 fino a uno strabiliante 8,1% nel 2006.

«Il Pil prò capite italiano è calato rispetto alla media dell’a­rea euro da 105 nel 1988 a 94 nel 2007», ha denunciato più vol­te Luca Corderò di Montezemolo. «Se avessimo avuto la stessa crescita dei partner europei ogni lavoratore oggi potrebbe ave­re 3400 euro in più in busta paga.» Buste paga che sono diventate sempre più leggere. Tanto che a metà 2007 l’Eurispes foto­grafava un Paese in grande difficoltà. Con oltre 5 milioni di nu­clei familiari, per un totale di 15 milioni di persone, pari a un italiano su 4, che vive l’incubo della povertà. Sette milioni sono già sotto la soglia, altri 8 sono ad alto rischio: «Non solo fatica­no ad arrivare a fine mese, ma anche a superare la terza setti­mana».

……….è colpa dell’«aumento del costo del lavoro per unità di prodotto», salito fra il 1996 e il 2005 del 20% contro un calo del 10% in Francia e Germania…..

………il turi­smo valeva per noi quasi un dodicesimo del Pil, 2 milioni e mezzo di occupati e un valore aggiunto di 150 miliardi di eu­ro. Eravamo i primi al mondo, nel 1970……..ma già nel 2004, a forza di rapinare gli stranieri sparando conti astronomici nei ristoranti e di devastare i limoneti e gli aranceti per tirar su quelle mostruose palazzi­ne abusive che infestano le nostre coste meridionali, eravamo scivolati al quinto posto, con il 4,9% di quota di mercato mon­diale. Al primo ora c’è la Francia con il 9,9%, poi la Spagna con il 7,1%, quindi gli Stati Uniti con il 6,1% e la Cina con il 5,5%. Non bastasse, l’Italia è l’unico Paese Ocse che ha visto calare dal 1994 al 2004 la quota del turismo sul prodotto inter­no lordo, passata dal 6,13% al 5,68%.

Il capitolo prosegue con gli esempi di Venezuela e Argentina, due paesi che ad inizio secolo erano assolutemente ricchissimi e prosperi e sembravano avere un futuro splendente, ma che un politica scellerata ha portato al totale fallimento sociale ed economico. È questo il rischio che corre l’Italia se rifiuta di vedere le cose come stanno. Se racconta a se stessa di avere solo una febbriciattola passeggera. Se non accetta di prendere atto che sta andando alla deriva. E che, senza una svolta, uno scatto di or­goglio, una consapevolezza condivisa di alcune scelte da fare, rischia il naufragio. Ernesto Galli della Loggia alla vigilia delle elezioni del 13 aprile l’ha spiegato come meglio non si può. «L’Italia ha soprat­tutto bisogno di verità. Ha un gran bisogno che finalmente si squarci il velo di silenzi, di reticenze, spesso di vere e proprie bugie, che per troppo tempo il Paese ha steso sulla sua effettiva realtà.» Sulla scuola, sulla pubblica amministrazione, sulla giu­stizia, sulla magistratura, sulle Regioni, sulla criminalità, sul­l’impunità dei reati economici «e così via, così via, in un vortice di conformismo pubblico che è ormai diventato una cappa insopportabile.

…….

Certo non è finlandese la Campania. Dove un rapporto della Corte dei Conti di fine 2007 ha rifatto i calcoli. Scopren­do che non solo il bubbone dell’immenso patrimonio pubblico partenopeo (59.927 immobili comunali sui quali il Municipio è riuscito incredibilmente a perdere 16 milioni di euro l’anno) non è stato toccato per non scontentare i clientes, ma che gli occupanti abusivi in tutta la regione sono molti di più di quelli che erano stati censiti. Ammontano, tenetevi forte, a 17.900. Di più, il dossier dei giudici contabili spiega che nella stra­grande maggioranza questi occupanti denunciano di non aver alcun reddito. Neanche mille euro l’anno: zero. Dichiarano di vivere d’aria il 59,91% degli abusivi Iacp e addirittura il 78,01% di quelli comunali. Ma gli altri, i regolari? Quelli paga­no ogni tanto. Quando gli garba: su 42 euro di affitto medio mensile la morosità è di 28 euro e 50 centesimi. Risultato: l’Isti­tuto autonomo case popolari, a Napoli, incassa mediamente da ogni casa 13 euro e 58 centesimi al mese……

Altro esempio è l’Azienda Trasporti di Napoli, in condizioni disastrose e usuale erogatrice di favori clientelari e per raccogliere voti, strapiena di debiti costantemente ripagati dal Comune, ma i cui dirigenti si autopremiano con laute gratifiche……Quanto a lungo può andare alla deriva prima di affondare un Paese, con aziende così? Dove i sindacati se ne infischiano dei conti e badano solo a far assumere più persone possibili, dove i sindaci sbuffano ma poi tirano fuori i soldi perché i voti sono voti, dove i dirigenti non solo non pagano neppure davan­ti a disastri contabili come questo ma addirittura si premiano? Ce la possiamo permettere, una classe dirigente così?………………

Negli ultimi dieci anni, mentre la classe media veniva schiacciata verso il basso dall’introduzione dell’euro e dalla sostanziale stagnazione dei redditi si è assistito a una crescita vertiginosa degli appannaggi ai «capi». Quando arrivò alle Poste nel 1998 Corrado Passera prendeva l’equiva­lente attuale di 361.000 euro e il suo successore Massimo Sarmi nel 2006 ne ha presi 1.528.000: quattro volte di più. Fabiano Fabiani alla Finmeccanica stava nel ’95, secondo «Milano Fi­nanza», appena sotto i 300.000 euro, il suo successore Pier Francesco Guarguaglini, dice «II Sole 24 Ore», si è assestato nel 2007 a 4.230.000:14 volte di più. All’Eni nel ’96 Franco Bernabé guadagnava quanto 13 dipendenti medi messi insie­me, nel 2007 Paolo Scaroni (che per traslocare dall’Enel aveva avuto una buonuscita di 10 milioni) quanto 58. Si dirà: ma Eni e Finmeccanica sono società quotate in Bor­sa quindi hanno una loro autonomia che dipende dal mercato. Non è così. Al Poligrafico dello Stato, che quotato non è, il presidente Michele Tedeschi aveva nel 1998 una busta paga pari a 194.000 euro: otto anni dopo quella dell’amministratore dele­gato Massimo Ponzellini era di 600.000. Alla Fiat Cesare Romiti prendeva nel 1993, stando alle di­chiarazioni dei redditi pubblicate dall’Ansa, 772.000 euro di oggi: nel 2007 Sergio Marchionne ne avrebbe presi 6.906.100. E se lo stipendio del primo era allora pari a 21,2 volte il costo medio di un dipendente della Fiat (oneri sociali compresi), quello del suo successore è pari a 178 volte. Di più: se la retri­buzione lorda media di un dipendente del gruppo di Torino è cresciuta in termini reali del 6,4%, quella dell’amministratore delegato è cresciuta, sempre in termini reali, del 791 %.. E lo stipendio di Marchionne non è affatto il più alto per­cepito dai manager italiani nel 2007………………

«E le stock option?», si è chiesta Rifondazione comunista. E ha compilato un dossier: «Nel 2006 i supermanager delle so­cietà quotate hanno intascato oltre 500 milioni di euro. In pole position c’è Rosario Bifulco, presidente e amministratore dele­gato di Lottomatica, che si è guadagnato una gratifica da quasi 38 milioni. Le stock option su Ferrari hanno regalato a Luca Corderò di Montezemolo oltre 10 milioni». Al secondo posto in classifica c’era il direttore centrale di Mediobanca Francesco Saverio Vinci, con 17 milioni e mezzo: cento volte e passa quel che aveva Cuccia nel conto in banca. Meritati? Opinioni. Ma di certo molto «disallineati», per usare un verbo di moda, rispetto all’andamento del Paese. Come nel caso di Giancarlo Cimoli, che dopo essere venuto via dalle Ferrovie con una buonuscita di 6 milioni e 700.000 euro è anda­to a guadagnarne 2,7 l’anno all’Alitalia (7393 euro al giorno) per lasciarla in stato di coma profondo…………..

E le donne? Il tasso di occupazione femminile, un dato che spesso coincide con quello dei Paesi più ricchi, ci vedeva nel 1996 nelle posizioni di coda. Adesso siamo, col 46%, ultimissimi. Dopo la Grecia, la Polonia, l’Ungheria… Ultimissimi. Dieci punti sotto la Repubblica Ceca. Quindici sotto la Slovenia. Venti sotto gli Stati Uniti e la Finlandia. Quasi trenta sot­to la Danimarca…………

………Ma certo questa ricucitura tra il Palazzo e i cittadini, ne­cessaria come l’ossigeno per interrompere la deriva, sarebbe più facile se i partiti avessero tutti insieme cambiato quell’e­mendamento indecente infilato nell’ultimo decreto «millepro-roghe» varato il 23 febbraio 2006 dalla destra berlusconiana ma apprezzato dalla sinistra. Emendamento in base al quale «in caso di scioglimento anticipato del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati il versamento delle quote annuali dei relativi rimborsi è comunque effettuato». Col risultato che nel’2008,2009 e 2010 i soldi del finanziamento pubblico ai par­titi per la legislatura defunta si sommeranno ai soldi del finan­ziamento pubblico del 2008, 2009 e 2010 previsto per la legi­slatura entrante. Così che l’Udeur di Clemente Mastella incas­serà complessivamente 2 milioni e 699.701 euro anche se non si è neppure ripresentata alle elezioni……………E sarebbe più facile se i 300 milioni di euro incassati nel 2008 dai partiti sulla base della legge indecorosa che distribuisce ogni anno 50 milioni di rimborsi elettorali per le Regionali (an­che quando non ci sono), più 50 per le Europee (anche quando non ci sono), più 50 per le Politiche alla Camera (anche quando I non ci sono: quest’anno doppia razione) e più 50 per le Politiche al Senato (doppia razione) non fossero un’enormità in confronto ai contributi dati ai partiti negli altri Paesi occidentali. Contributi che, spiega uno studio del 2007 della Camera, ammontano a 61 milioni in Spagna, 133 in Germania e 73 milioni in Francia.

Per non parlare infine dei costi delle varie figure istituzionali, a tutti i livelli, dal Presidente della Repubblica allo stenografo del Senato, che ha una retribuzione superiore a quella del custode del Tesoro della Regina d’Inghilterra Elisabetta II…………

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Indispensabili: “Economia Canaglia” – 10° e 11° Capitolo

Posted by giannigirotto su 5 marzo 2010

Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, ho cambiato approccio.

Inserisco infatti un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile. Inutile dire che considero questo libro veramente “indispensabile”, perchè chiude il cerchio fra la liberalizzazione del mercato globale e l’impotenza di una classe politica che persegue unicamenti gli obiettivi delle lobbies economiche/finanziarie/criminali.

Cap 10 – La mitologia dello Stato-mercato

Nello stato-mercato i grandi illusionisti della politica alimentano una cultura impregnata di mitologia……Se la fine del comunismo danneggia la dicotomia storica sinistra/destra, è la globalizzazione a sferrare il colpo mortale. Innanzitutto, ridisegna il rapporto tra lavoratori e industria. Mentre il capitale si muove liberamente e l’industria gode dei vantaggi dell’outsourcing e dell’offshoring, la manodopera occidentale rimane immobile. Si pensi che persino all’interno dell’Unione Europea la lingua rappresenta una vera e propria barriera al trasferimento della forza lavoro qualificata da un paese all’altro. I rapporti tra le classi e all’interno delle classi stesse sono radicalmente cambiati. «Il fatto che una società transnazionale possa spostare il suo stabilimento […] mentre un lavoratore non può trasferirsi in un altro paese ha tolto potere ai sindacati dei paesi industrializzati.»……..lo stato-mercato deve affrontare un doppio problema: uno di razionalità e uno di legittimità. Come può gestire l’outsourcing quando questo tipo di attività avvantaggia l’industria nazionale ma danneggia la manodopera interna? Come può o deve limitare la globalizzazione quando questa diventa un requisito per la crescita economica? Come può assicurarsi che i danni ambientali causati dalle industrie siano controllati a dovere quando i cambiamenti climatici sono fuori della sua portata?…..

……Nella nuova arena politica diventa essenziale la ricerca di potenti miti facilmente riciclabili. Perché siano universalmente riconoscibili per l’elettorato bisogna attingere a un patrimonio comune di tradizioni storiche, culturali e persino tribali. Perché i miti funzionino è importante che non siano legati alla politica, e al contrario risultino il più possibile vicini all’esperienza delle persone. L’ascesa politica di Silvio Berlusconi, il grande manipolatore di miti, lo dimostra. Berlusconi è un uomo che si è fatto da sé, anche grazie ad ambigui legami con il mondo della politica e non solo. Ma il suo ingresso nell’Olimpo della politica italiana è stato sapientemente orchestrato sfruttando i codici tribali del gioco del calcio, che rappresenta una dimensione di mito che accomuna la maggior parte degli italiani. Berlusconi ha rinnovato e riscritto il simbolismo mitico del gioco tanto amato dagli italiani e lo ha venduto all’elettorato come la sua nuova formula politica…….

Per loro, come per chi sceglie di credere ai miti di politici come Berlusconi e Chàvez, il tribalismo costituisce un confortevole bozzolo sociopolitico e socioeconomico che li protegge dai pericoli del villaggio globale.Il tribalismo moderno, sotto forma di tribalismo maoista, in fondo prepara anche la Cina al suo grande balzo in avanti nell’economia canaglia e nella globalizzazione.Nel villaggio globale, dunque, sembra emergere un modello nuovo. Il tribalismo, i clan, i gruppi etnici e religiosi, cioè le moderne tribù, diventano i veicoli socioeconomici con cui difendersi dall’economia canaglia e dalla globalizzazione e al tempo stesso offrono strumenti per trame vantaggio.

Cap 11 – La stravagante forza della globalizzazione

In questo capitolo viene fatto una desolante descrizione dello stato di totale degrado di interi quartieri, a volte intere città. Parliamo naturalmente dei realtà molto povere, che siano le favelas brasiliane o barrios in San Salvador o migliaia di altri quartieri o citta povere in tutto il mondo……..La colonizzazione dei quartieri poveri urbani occidentali da parte della criminalità ha successo grazie all’indifferenza dello stato-mercato nei confronti delle condizioni di vita in queste zone. Alla base di tale disinteresse c’è sostanzialmente l’irrilevanza elettorale di chi le popola: gran parte dei residenti infatti non va nemmeno a votare….

E questo comporta l’innescarsi di un tragico e drammaticamente assurdo circolo vizioso….Uno studio del Brookings Institution pubblicato nel 2006 e intitolato From Poverty, Opportunity dimostra che essere poveri in America costa più che appartenere al ceto medio. Ogni anno le famiglie a basso reddito finiscono per pagare migliaia di dollari in più rispetto a quelle ad alto reddito per far fronte alle esigenze quotidiane, per il solo fatto di essere povere e vivere nei ghetti. Le banche spesso mettono sulla lista nera i quartieri poveri al punto da non aprirvi agenzie e contribuire così a ridurne il capitale sociale e a reciderne i legami sociali con il mondo «esterno». A Los Angeles, nelle zone ad alto reddito come Manhattan Beach c’è una banca ogni 4000 abitanti. A Compton, un quartiere povero della stessa città, ce n’è una ogni 25 000. A Compton invece ci sono centinaia di servizi finanziari alternativi – pressoché assenti nelle zone ricche di Los Angeles – ai quali si accede pagando cifre stratosferiche. Incassare un assegno, per esempio, costa minimo il tre per cento del suo valore. Chi chiede un prestito a breve termine può ritrovarsi con un tasso d’interesse annuale del 400 per cento, oltre 35 volte il tasso medio applicato dalle carte di credito in California.Ma non è tutto: nelle zone povere d’America, incassare un assegno di 500 dollari negli uffici di cambio costa da cinque a 50 dollari in più rispetto a una banca.

Parte del capitolo analizza come la storia si ripeta sempre; sin dai tempi di Atene e Sparta è sempre stata l’economia a controllare la politica,  ed essendo essenzialmente un’economia canaglia ha sacrificato il futuro per perseguire un vantaggio economico immediato. L’economia canaglia non riesce a frenare i propri istinti predatori per valutare le conseguenze a medio-lungo termine del suo agire, ed interi imperi sono decaduti proprio in conseguenza di politiche di espansione economica non accompagnate da adeguati interventi politici e sociali che ne delimitassero le conseguenze. Proprio come oggi.

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Indispensabili: “Economia Canaglia” – 7° e 8° Capitolo

Posted by giannigirotto su 25 febbraio 2010

Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, ho cambiato approccio.

In questo caso infatti inserisco un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile.

Inutile dire che considero questo libro veramente “indispensabile”, perchè chiude il cerchio fra la liberalizzazione del mercato globale e il crescente peggioramento della condizione socioeconomica di enormi strati della popolazione, in particolare la cosidetta “classe media”. In questi due capitoli la conferma che non esiste una volontà politica precisa e coordinata a livello internazionale per far crescere lo sviluppo, mentre esiste una criminalità precisa e coordinata a livello internazionale per lucrare in ogni maniera possibile, ovviamente molto spesso connivente se non totale padrone della politica locale.

Capitolo 7 – Alta tecnologia: una mezza fortuna?

Il primo paragrafo spiega come esiste una fiorente economia clandestina che fattura circa 10 miliardi di dollari l’anno, basata sull’offerta di “aiuti virtuali” per gli appassionati di videogames, fra i quali molti raggiungono livelli tossici di dipendenza (come i fanatici del gioco d’azzardo), e pur di poter continuare a procedere nel gioco sono disposti a pagare denaro reale per ricevere appunto degli aiuti “digitali” per il loro videogioco.

A lato di cià vi è il mercato illegale di vendita di videogiochi non originali, insomma piratati, e qui si stimano 17 miliardi di dollari all’anno.

Ma il business più grande è quello delle “monete elettroniche”, cioè denaro virtuale che viene usato per poter giocare nei casinò online, per poter scommettere online, per poter acquistare beni e servizi, e per poter evadere le tasse, trasferendo i propri conti all’estero…..Mentre internet continua a crescere grazie alle opportunità offerte dall’eCommerce, saranno sempre di più gli individui liberi che useranno l’eCommerce per accedere a un’economia libera dalle restrizioni imposte dai governi. Se il vostro domicilio è alle Bermuda, l’azienda ad Antigua, il server per il servizio commerciale a Panama e le spedizioni partono dalla Repubblica Dominicana, chi tasseranno?…

…..Le leggi del mondo reale non hanno alcun significato nel cyberspazio, visto che non possono essere applicate. La territorialità resta fondamentale nel mondo reale perché stabilisce i confini della giurisdizione legale. Ma, per definizione, il cyberspazio non conosce confini fisici e sfida ogni frontiera. Pur esistendo e operando nel mondo reale, i server si sottraggono alla legge ubicandosi nei paradisi fiscali. Operando ai margini della legalità, gli imprenditori canaglia delle dotcom (le aziende elettroniche) come Smooth Criminal e i magnati del gioco d’azzardo online costituiscono la nuova tribù dei gangster del mercato globale. Eppure, attribuire il loro successo unicamente alla nuova tecnologia e ai server dei paradisi fiscali non è sufficiente per spiegare i motivi della loro spetta colare ascesa verso la ricchezza…..

Segue la descrizione di “Second Life”, il celebre mondo virtuale presente su Internet, e che vive una propria vita economica che in qualsiasi momento può diventare reale, dal momento che il denaro virtuale è sempre convertibile in dollari.

A parte quest’ultimo caso, se si parla di gioco d’azzardo, pirateria, scommesse e pornografia, è chiaro come la criminalità organizzata abbia trovato in Internet uno smisurato moltiplicatore di opportunità e di clientela. E al momento la legislazione e la politica internazionale non hanno dato risposte efficaci. C’è da chiedersi seriamente se lo vogliano……

Capitolo 8 – Anarchia sui mari.

Un terzo del pesce consumato in Gran Bretagna proviene dalla pesca di frodo del mar Baltico e del Mare del Nord. All’inizio del 2007 la guardia costiera norvegese lancia l’allarme: nelle acque di sua competenza la pesca di frodo sta crescendo a un ritmo del 30 per cento l’anno……Il racket del pesce del Baltico e del Mare del Nord è gestito dalla mafia russa….

…Il bottino viene trasbordato in alto navi che battono bandiere di comodo….Le bandiere «di copertura» sono numerose e te accessibili. Molti paesi sono disposti a fornire ai predatori la registrazione necessaria, cioè una copertura legittima, a tariffe che variano tra le poche centinaia e le decine di migliaia di dollari….il problema della pesca di frodo è serio. La Fao ha calcolato che il 75 per cento delle riserve mondiali di pesce sono già sfruttate al massimo o addirittura in eccesso, e alcune sono anche in via di estinzione….In assenza di interventi concreti da parte dei governi, organizzazioni non governative come il Wwf e Greenpeace cercano di convincere le grosse aziende alimentari, tra cui Unilever, Young’s Blue Fresh, Findus e le catene di supermercati britanniche, a boicottare il pesce che arriva nei porti del Regno Unito finché non c’è prova della sua origine legale.

Nell’anarchia del mare aperto, però, nessuno è in grado di far rispettare le leggi. Pattugliare i mari è economicamente proibitivo e tutto sommato costituisce un intralcio per il commercio……..

…ed è ovvio che la malavita sguazza letteralmente in questo settore, con un giro una stima del volume totale della pesca di frodo che va dai 2 ai 15 miliardi di dollari……Fino alla fine della Guerra fredda, però, ogni paese pescava nelle sue acque territoriali. La pesca di frodo a livello industriale nasce con il crollo del Blocco sovietico, quando la criminalità organizzata si impossessa della flotta mercantile dell’Urss. La Cina segue a ruota.

Logica consegenza della pesca di frodo è che, essendoci più offerta,  il prezzo del pesce diminuisce, e quindi i pescatori onesti si trovano nella situazione di non riuscire a mantenere la propria impresa poichè i ricavi sono troppo bassi. E così devono iniziare a pescare di frodo anche loro, per poter avere più pesce da  vendere ……..altro effetto collaterale è che talune specie sono diventate molto rare e quindi molto costose…«La pesca del tonno blu nel Mediterraneo, per esempio, è stata talmente abbondante che ora il pesce è rarissimo e prezioso. Ecco il motivo per cui chi pesca di frodo si può arricchire»

Ovviamente la stragrande maggioranza della “manodopera” impiegata nei peschereggi e negli altri lavori accessori proviene da Paesi poveri, e viene sfruttata in maniera assolutamente schiavistica. Spesso  a queste persone viene tolto il passaporto per impedirgli di abbandonare la nave, e le condizioni di lavoro sono durissime e miserabili….

I tre principali mercati mondiali del pesce sono Giappone, Corea del Sud e Cina. Ma la domanda cinese è in crescita. Una crescita vorace.

…..In qualsiasi momento, almeno il 50 per cento dei pescherecci al largo della costa dell’Africa occidentale è impegnato in una qualche forma di pirateria. Greenpeace sostiene che i pirati del pesce operano anche entro il limite delle dodici miglia nautiche riservato ai pescatori locali. E spesso le principali vittime della pesca di frodo sono proprio le popolazioni locali che vivono dei prodotti del mare. In Africa occidentale, migliaia di famiglie non hanno altri mezzi di sussistenza. È diffìcile stimare l’impatto economico della pirateria ittica sui paesi poveri, specie nelle zone in cui esistono pochi meccanismi di controllo e sorveglianza. Tuttavia, secondo i dati della Mrag, una società di consulenza impegnata nella promozione dell’uso sostenibile delle risorse naturali, l’Africa subsahariana perde circa un miliardo di dollari l’anno a causa della pesca di frodo. E sono i pirati cinesi quelli che intascano la maggior parte del bottino….Gli investigatori rimangono spiazzati di fronte all’esistenza di consorzi di pirati moderni del tutto simili a multinazionali, con filiali e dipendenti in tutta la regione. Stando agli esperti, al furto del Tenyu parteciparono pianificatori sudco-reani, criminali indonesiani, manodopera portuale birmana e operatori del mercato nero cinese, nonché una sfilza di complici in Cina, tutti parte di una rete che le autorità non hanno ancora del tutto scoperto.

Spesso i pirati lavorano direttamente con compagnie regolari che operano in paesi dove la lotta alla pirateria non esiste. La Cina appartiene a questo gruppo, ma i paesi europei sono altrettanto indifferenti a punire la pesca eccessiva, che è comunque una forma di pirateria…….

L’altro enorme drammatico capitolo è quello dei rifiuti tossici. La malavita offre i propri servizi per permettere ai paesi ricchi di sbarazzarsi dei propri rifiuti tossici, o trasportandoli nei paesi poveri, o più semplicemente ancora riversandoli direttamente in mare, che, insieme all’Africa è diventato la più grande discarica abusiva del mondo. Le conseguenze sono e saranno tremende, dal momento che tali elementi tossici sono già entrati pervasivamente nella catena alimentare, causando patologie estremamente gravi. In questo settore l’ignavia quando non la connivenza tra la politica e la malavita è a livelli spaventosi.  Anzi, alcuni recenti disastri ambientali hanno portato anzichè ad un inasprimento della severità legislativa, ad un suo indebolimento, ed oggi …..Le compagnie di navigazione non sono più costrette a rendere noto il nome dei noleggiatori. Dopo la tragedia della Exxon Valdez la legislazione internazionale è stata modificata e da allora i veri responsabili dei principali disastri ecologici causati dalle petroliere sono rimasti anonimi….

Altro enorme problema sono gli allevamenti di pesce. Come peraltro avviene in tutti gli allevamenti, per combattere le malattie a tutti gli individui vengono somministrate dose elevati di antibiotici, e questo determina una selezione naturale dei ceppi batterici più resistenti, cosa che comporta e comporterà una sempre maggiore inefficacia degli antibiotici. Sempre gli allevamenti intensivi causano poi altri grossi problemi, che sinora non hanno destato però l’interesse della politica ne tantomeno della società in generale troppo concentrata sull’avere cibo a (apparente) basso prezzo .

Infine, lungi dall’essere preoccupati per gli sconvoglimenti climatici previsti e già in corso, in particolare lo scioglimento dei ghiacci, migliaia di imprese più o meno lecite si stanno preparando per approffittarne, dal momento che il ritirarsi dei ghiacci aprirà nuove rotte mercantili molto redditizie e renderà abitabili e fertili immensi territori sino a questo momento ghiacciati. Anche in questi casi, le cifre d’affari in gioco sono enormi……

Ormai ci è chiaro: il caos che domina i mari porta la firma dell’economia canaglia e assomiglia all’anarchia dei mondi sintetici descritti nel capitolo precedente. Navigare il web e solcare i mari in fondo sono attività simili. Entrambe in mano ai gangster della globalizzazione che hanno trasformato il cyberspazio e le acque in ambienti anarchici. Sfruttando le straordinarie opportunità dell’economia canaglia, gli imprenditori delle dotcom e i moderni pirati si arricchiscono all’ombra di politiche e stati sempre più deboli. L’attività dotcom inquina la mente, la pirateria il pianeta. Né gli individui, né i gruppi di pressione, né le organizzazioni non governative e neppure le Nazioni Unite hanno la forza necessaria per combattere l’inquinamento. Per salvare il pianeta dai grandi cambiamenti climatici servono una volontà e una determinazione politica che finora nessuno ha dimostrato di avere. Il potere delle multinazionali e delle grosse compagnie non è l’unica causa di questa inerzia, anzi, spesso queste società sono vittime al pari dei consumatori. L’incapacità dello stato-mercato di misurarsi con questioni chiave come l’ambiente è alla radice dell’atteggiamento ottuso e indifferente dei governi moderni nei confronti dell’economia canaglia…Gianni Girotto

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Indispensabili: Economia Canaglia – 6° capitolo

Posted by giannigirotto su 20 febbraio 2010

Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, vorrei cambiare approccio.

In questo caso infatti inserirò un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile.

In un mondo dove ciò che conta è solo il prezzo, anche i farmaci vengono falsificati, e curarsi è diventata una ruolette russa, visto che una compressa di medicinali su dieci è contraffatta.. Invito pertanto veramente tutti a divulgare i contenuti puntuali e documentati di questo libro, segnalandoli ai propri amici. La conoscenza infatti è il primo passo per raggiungere vera libertà e progresso civile. Buona lettura

CAPITOLO SEI – “La matrix del mercato” –

………Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms),  a livello mondiale, una compressa su dieci è contraffatta ma viene spacciata come originale. I medicinali contraffatti ogni anno uccidono circa mezzo milione di persone! e fruttano profitti per 32 miliardi di dollari. In base alle proiezioni queste cifre sono destinate a raddoppiare a breve: nel 2010 i guadagni saranno di 75 miliardi di dollari e i morti oltre il milione….

……Secondo la Eli Lilly, l’azienda produttrice del Prozac, per ogni mille dollari investiti nelle organizzazioni criminali. le banconote contraffatte ne rendono 3.300, la vendita di eroina 20.000, il contrabbando di sigarette 43.000, il software piratato dai 40 ai 100.000 e la falsificazione di farmaci come il Viagra e il Cialis 500.000……..

…….La Cina viene ormai additata come la causa di tutti i mali commerciali, ma anche questa è un’illusione venduta dai politici occidentali e prontamente acquistata dai consumatori alla ricerca di facili spiegazioni. Solo fermando per una frazione di secondo il cuore pulsante del mercato globale, il commercio perpetuo e febbrile, e scattando un’istantanea di quanto accade all’interno della matrix, riusciamo a fissare le responsabilità collettive e private di chi è coinvolto nella creazione e nell’accettazione passiva di un mondo di fantasie commerciali. I governi occidentali, che accolgono la proposta degli Stati Uniti di ammettere la Cina nel Wto, sono al centro della foto. La decisione viene presa in un’epoca in cui le principali organizzazioni per la difesa dei diritti umani denunciano gli sconcertanti abusi del governo di Pechino in materia di sfruttamento nell’industria del lavoro. Malgrado le numerose e documentate accuse, finora le Nazioni Unite non hanno imposto alcuna misura disciplinare o sanzione alla Cina e alla Russia che, grazie all’inefficacia delle leggi a tutela dei brevetti, forniscono circa il 30 per cento del totale mondiale dei farmaci contraffatti. Anche l’India e il Brasile sono tra i principali violatori delle leggi sui medicinali, eppure non si è vista alcuna rappresaglia internazionale nei loro confronti. Ai paesi industrializzati l’effetto di quest’ attività commerciale canaglia non interessa, visto che la quasi totalità dei decessi avviene nei paesi in via di sviluppo…….

……..Lo stesso sistema dei brevetti è spesso usato per impedire che i produttori autorizzati di farmaci generici possano accedere ai paesi in via di sviluppo. L’industria farmaceutica mondiale è dominata da un oligopolio che riesce a imporre prezzi artificialmente al mercato…..

……….Il fenomeno dei diamanti insanguinati africani è ormai conosciuto ovunque grazie al film hollywoodiano Diamanti di sangue (2006). Bisogna dire però che le nostre probabilità di entrare in possesso di un diamante insanguinato sono molto inferiori a quelle di acquistare oro insanguinato………In Sierra Leone, l’industria dei diamanti si serve di bambini, ridotti in schiavitù dalle bande armate, per estrarre le gemme preziose e sostenere una guerra civile senza fine………L’industria dell’oro, non è affatto regolamentata ed è costituita da una miriade di compagnie commerciali sparse in tutto il mondo. La raffinazione dell’ oro è appannaggio esclusivo di un esiguo gruppo di società che non controllano l’origine del metallo giallo che acquistano dagli intermediari. E, come il mercato dei diamanti, anche quello dell’ oro insanguinato non compare sull’ agenda di alcun governo né organizzazione governativa internazionale……..

………Oggi la schiavitù ce la ritroviamo un po’ ovunque, anche nel frigorifero.

Dalla frutta alla carne, dallo zucchero al caffè, sono gli schiavi che portano il cibo sulla nostra tavola….La quasi totalità dei prodotti che consumiamo ha una storia nascosta e oscura. Una storia di schiavitù e pirateria, contraffazione e frode, furto e riciclaggio di denaro……Nel ventunesimo secolo la schiavitù è una realtà in piena espansione a livello mondiale. Le Nazioni Unite stimano che la crescita avvenga a un ritmo senza precedenti. Oggi si contano almeno 27 milioni di schiavi………Non si tratta dei lavoratori delle fabbriche dello sfruttamento che vivono con salari da fame. Gli schiavi sono totalmente controllati da un’ altra persona, spesso violenta [lo schiavista]: sono sfruttati economicamente e ricevono solo il cibo sufficiente e un riparo per sopravvivere…….La recrudescenza della schiavitù è direttamente correlata al suo costo, che diminuisce da decenni…..E noi consumatori viviamo nella beata ignoranza. La matrix del mercato, anche questa volta, nasconde la natura sfruttatrice del commercio internazionale. Gli scaffali dei supermercati occidentali sono pieni di articoli prodotti dagli abitanti dei paesi in via di sviluppo, che percepiscono una frazione infinitesimale del loro prezzo……..

Segue una descrizione di come il mercato mondiale di sigarette è grandemente aumentato, perchè sono diventati consumatori Cina, Russia ed India, che compensano abbondantemente il calo di fumatori dei paesi “ricchi”.

Segue la descrizione di come nei paesi ricchi l’obesità sia diventata un gravissimo problema, anche a causa delle industrie che hanno spacciato per “dietetici”  prodotti che non lo sono. E naturalmente le industrie prosperano prima vendendo cibo di scarsa qualità nutrizionale, e poi i farmaci, gli integratori, e naturalmente gli interventi chirurghici.

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Indispensabili: Economia Canaglia – 5° capitolo

Posted by giannigirotto su 14 febbraio 2010

Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, ho cambiato approccio.

In questo caso infatti inserisco un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile.

Considero questo libro veramente “indispensabile”, perchè chiude il cerchio fra la liberalizzazione del mercato globale e il crescente peggioramento della condizione socioeconomica di enormi strati della popolazione, in particolare la cosidetta “classe media” e le prime vittime manco a dirlo sono state le donne, e ci offre una chiara visione degli scenari che ci aspettano nel futuro. L’economia canaglia ha definito per legge che i privati e le aziende possono brevettere qualsiasi forma di vita, dai batteri ai geni, facendo quindi pagare chiunque li usi. Di conseguenza tutti noi paghiamo pesantissimi dazi, il più delle volte senza saperlo, sia per effettuare esami, che per usare medicinali, o sotto forma di mancata concorrenza determinata da questi monopoli. Per esempio, è un fatto che chi detiene i brevetti, come il proprietario del gene dell’epatite C, continua a ricevere milioni dai laboratori di ricerca di tutto il mondo.

In un mondo dove tutto ciò che conta è il prezzo, tutto viene contraffatto, anche le parti di ricambio degli aerei, con la conseguenza che la maggior parte degli ultimi mortali incidenti aerei (anche quello del Concorde francese) sono stati causate da parti di ricambio contraffatte e ovviamente di scarsissima qualità.

Invito pertanto veramente tutti a divulgare i contenuti puntuali e documentati di questo libro, segnalandoli ai propri amici. La conoscenza infatti è il primo passo per raggiungere vera libertà e progresso civile. Buona lettura

Capitolo 5 – Fingi

……….Nella primavera del 2006 l’autorità francese per 1’antitrust cita in giudizio svariate ditte di cosmetici, tra cui L’Oréal, Chanel, Christian Dior, Yves Saint Laurent, Estée Lauder e Clinique, «perché in collusione per mantenere alti i prezzi ai danni dei consumatori. Le autorità francesi multano le aziende per un totale di 64 milioni di dollari con l’accusa di aver infranto le norme antitrust dell’Unione Europea. Secondo questa tattica del «controllo dei prezzi al dettaglio», il cartello impone lo stesso prezzo al dettaglio a chiunque venda i suoi profumi e decide il tetto degli sconti………Molti marchi famosi, inoltre, fanno in modo che il prodotto scarseggi per mantenere alti i prezzi………..

………In Cina la pirateria è uno stile di vita economico inscindibilmente legato a secoli di ricidaggio della storia. Quando la storia viene «riciclata», scritta e riscritta per soddisfare le esigenze dell’ autorità del momento, la realtà svanisce e con lei tutti i suoi accessori…….

……..Ma lo sviluppo economico della Cina comincia a risentire della disparità dei redditi, della diffusissima corruzione, dell’aumento della criminalità, della prostituzione dilagante, dell’epidemia di Aids, dell’inquinamento atmosferico e dello sfruttamento del lavoro. «Ogni volta che apri il giornale ci sono sempre scandali, violenza e omicidi. Il tasso di criminalità in Cina aumenta in modo direttamente proporzionale alla crescita economica o addirittura più in fretta»………

………Le triadi (la criminalità organizzata cinese) sono coinvolte nella spedizione all’ estero dei falsi e nel traffico di manodopera a buon mercato. Quest’ultima è un’attività in crescita, responsabile della proliferazione dello sfruttamento cinese in Occidente. Parigi ospita il più alto numero di immigrati cinesi illegali dell’Unione Europea. Un rapporto del 2006 pubblicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) stima che gli immigrati illegali cinesi in Francia siano 50000: il 70 per cento vive a Parigi, il resto nelle zone orientali e settentrionali. In Italia, nel 1980, c’erano 730 immigrati cinesi, tra legali e illegali. Nel 2004 la Caritas ne calcola 100000. Secondo l’Europol, quello cinese è il gruppo etnico in Europa che cresce di più ed è anche quello che costa meno in termini di manodopera. La Oil conferma che la prima destinazione degli immigrati cinesi non è più l’America ma l’Europa, perché introdurli clandestinamente negli Stati Uniti costa il doppio. Inoltre, chi chiede lo status di rifugiato riceve un trattamento più generoso nei paesi europei che negli Stati Uniti.

Poiché ottenere il visto dell’Unione Europea è pressoché impossibile, gli immigrati cinesi fanno affidamento soprattutto sulle reti clandestine di trafficanti che chiedono 10-20000 euro a persona per il viaggio. Spesso, dopo aver ricevuto un passaggio illegale per l’Europa, l’immigrato vive dai due ai dieci anni in semischiavitù per ripagarlo. L’Oil stima che il 75 per cento degli immigrati cinesi entrati illegalmente in Francia abbia con i suoi trafficanti un debito che va dai 12000 ai 20000 euro.

I trafficanti trattengono direttamente una parte del salario degli immigrati grazie ad accordi con i datori di lavoro. Per farlo, requisiscono ai clandestini la carta d’identità e il passaporto all’inizio del viaggio e li consegnano ai datori di lavoro in Europa. «La situazione più comune è che i documenti della persona siano confiscati dal trafficante, il quale li consegna al datore di lavoro, che a sua volta versa il salario del lavoratore al trafficante per ripagare il debito» spiega Gao Yun, un avvocato dell’Oil. A quel punto «la trappola si chiude: gli immigrati impiegano dai due ai dieci anni per estinguere il debito. Da quel momento in poi, entrano anche in una rete economica clandestina etnica difficile da definire; diventano invisibili per paura di essere arrestati. Ogni anno le organizzazioni criminali cinesi introducono illegalmente in Europa decine di migliaia di lavoratori……….Le imprese cinesi fanno la loro fortuna sulla manodopera connazionale a basso costo sia in patria che all’estero, e ciò facilita la penetrazione nei mercati. L’Antimafia italiana conferma che la straordinaria competitività dei cinesi in Europa dipende proprio dallo sfruttamento del lavoro in nero e della manodopera a basso costo………….I ricavi delle attività cinesi non entrano mai nel circuito monetario del paese che li ospita perché non sono depositati nel sistema bancario ufficiale: la maggior parte resta in contanti e quindi non viene tassata……

I biopirati, una sorta di versione moderna dei «cacciatori bianchi» nel continente nero, razziano l’Africa alla ricerca dei suoi organismi biologici……

Un rapporto del 2006 sulla biopirateria, commissionato dal Centro africano per la biosicurezzà (Acb), rivela che dallo sfruttamento dei batteri della Rift Valley la Genencor guadagna 3,4 miliardi di dollari l’anno senza pagare tasse all’amministrazione locale. Il governo di Nairobi denuncia continuamente la situazione e chiede invano un risarcimento.

La biopirateria alimenta molte industrie che forniscono prodotti ai consumatori occidentali. La Procter & Gamble usa un microrganismo del lago Nakuru per produrre detersivo. La Sygenta, un colosso biotecnologico svizzero, ha ottenuto il brevetto in Europa e nel Nord America di una pianta di Usambala, Tanzania, a sudest del Kilimanjaro, nota come Impatiens Usambarensis. È la terza pianta più venduta negli Stati Uniti, con ricavi annuali che raggiungono i 148 milioni di dollari.

Spesso la biopirateria passa inosservata malgrado la sua evidente illegalità perché è protetta dal complesso sistema dei brevetti. Le industrie possono brevettare qualsiasi cosa e da quel momento in poi ne possiedono il marchio, a prescindere dall’origine della sostanza brevettata. Nel 2004 l’olandese Soil and Crop Improvements ha brevettato la proprietà intellettuale del teff, un cereale che cresce in Etiopia, e di tutti i derivati del suo fiore. Il teff è l’alimento base di 80 milioni di etiopi.

Le multinazionali dei cosmetici, con una mossa scaltra, hanno registrato molti enzimi, microrganismi e funghi africani come nuovi prodotti di bellezza. La statunitense Unigen lo ha fatto con l’aloe ferox del Sudafrica, una pianta usata dalla sua affiliata sudcoreana per produrre una crema sbiancante chiamata Aloewhite. Tutto a spese dell’Africa.

La preda più spaventosa della biopirateria sono però i nostri geni. «Un quinto dei geni presenti nel nostro corpo è di proprietà di privati» scrive Michael Crichton in un editoriale dell’International Herald Tribune del 2007. Anche i geni patogeni, quelli legati a gravi malattie e fondamentali per scoprirne la cura, sono di proprietà di privati. Individui e società registrano i geni a loro nome per rivendicare il diritto di riscuotere denaro ogni volta che il gene viene usato, anche e soprattutto per le ricerche mediche. Ovviamente le tariffe dei brevetti moltiplicano esponenzialmente il costo della cura e così, alla fine, chi paga sono i pazienti.

 

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Indispensabili: “Economia Canaglia” – 3° Capitolo

Posted by giannigirotto su 4 febbraio 2010

Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, ho cambiato approccio.

In questo caso infatti inserisco un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile.

Considero questo libro veramente “indispensabile”, perchè chiude il cerchio fra la liberalizzazione del mercato globale e il crescente peggioramento della condizione socioeconomica di enormi strati della popolazione, in particolare la cosidetta “classe media” e le prime vittime manco a dirlo sono state le donne, e ci offre una chiara visione degli scenari che ci aspettano nel futuro. La globalizzazione ha riversato nel mercato del lavoro una quantità smisurata di manodopera a bassissimo costo, dapprima poco acculturata ma via via rapidamente con preparazione sempre migliore. Questo ha comportato e comporterà ancora per molti anni, inevitabilmente un sostanziale impoverimento delle classi medie dei Paesi ricchi, a favori di quelle “Elite” che manovrano immensi imperi economici, sia leciti che illeciti. Questa tendenza proseguirà sino a tanto che gli stipendi della manodopera nei paesi poveri non raggiungerà livelli simili a quelli dei paesi ricchi. Invito pertanto veramente tutti a divulgare i contenuti puntuali e documentati di questo libro, segnalandoli ai propri amici. La conoscenza infatti è il primo passo per raggiungere vera libertà e progresso civile. Buona lettura

Capitolo 3 – La fine della politica

Questo capitolo inizia con una descrizione sull’origine e sul funzionamento dell’Andrangheta, da sempre concentrata sul controllo dell’economia locale.Ma il processo di smantellamente del sistema comunista e la globalizzazione economica consentono un enorme salto di qualità. Le mafie trovano terreno fertile nelle «società in via di rinnovamento in cui è in atto un’espansione economica ma a cui manca una struttura legale in grado di difendere con efficacia i diritti di proprietà o di dirimere le dispute commerciali”.

Determinante poi è stato lo spostamento da USA a Europa del riciclaggio del denaro: Fino all’11 settembre, la gran parte dei 1500 miliardi di dollari prodotti dalle economie illegali, criminali, e dal terrorismo si ricicla negli Stati Uniti, in dollari americani. Poiché 1’80 per cento viene «lavato» in contanti, il denaro deve entrare fisicamente in America. Il principale accesso sono i paradisi fiscali statunitensi, le banche dei Caraibi. Nell’ottobre del 2001 il Congresso americano approva il Patriot Act che, nel tentativo di combattere il terrorismo, limita notevolmente le libertà civili degli americani. La sezione finanziaria rende molto più difficile il riciclaggio. Le banche americane e quelle straniere che operano in America non possono più fare affari con le banche dei paradisi fiscali. Inoltre, il Patriot Act dà alle autorità monetarie statunitensi il diritto di monitorare le transazioni in dollari che si effettuano in tutto il mondo. Oggi, una banca americana o straniera operante negli Stati Uniti che non segnali alle autorità transazioni sospette in dollari, effettuate in qualsiasi paese del mondo, commette un reato.

Il Patriot Act è riuscito a fermare l’ingresso del denaro sporco negli Stati Uniti. Poiché si tratta di una legislazione esclusivamente americana, applicabile solo alle transazioni in dollari, non ha bloccato il finanziamento del terrorismo o delle attività criminali né il riciclaggio del denaro sporco che si produce all’ estero e in altre monete. Ecco perché le attività illegali si spostano in Europa, dove la nuova valuta unificata offre alle organizzazioni già attive nel riciclaggio opportunità di crescita e guadagni inaspettati.

Rivela un funzionario dell’Europol che vuole restare anonimo: “L’entrata in vigore dell’ euro ha facilitato il trasporto e il riciclaggio dei contanti nell’Unione Europea perché ha nascosto alle autorità monetarie l’origine geografica dei proventi illegali. I dati della Guardia di Finanza dimostrano che dal 2001 al 2004 il riciclaggio del denaro in Italia aumenta del 70 per cento. L’introduzione dell’euro riduce il costo del riciclaggio. «Un tempo, per riciclare i proventi dei suoi traffici in varie valute, la ‘ndrangheta usava gli uffici di cambio per turisti. Era però una procedura costosa, 50 lire per ogni dollaro, e richiedeva molto tempo» spiega il colonnello della Guardia di Finanza Cesare Nota Cerasi.

Oggi il riciclaggio del denaro avviene spostando grosse quantità di contanti da un paese all’altro a prezzi stracciati. L’assenza di una regolamentazione comunitaria che imponga il monitoraggio dei movimenti di contanti in entrata o in uscita dall’Unione Europea ne facilita il trasporto oltre frontiera…………………… L’inefficienza del sistema di antiriciclaggio del denaro sporco europeo è evidente soprattutto nel settore immobiliare, perché il diritto fondiario locale non è adeguato agli standard internazionali antiriciclaggio. I registri immobiliari locali, per esempio, non possono comunicare tra loro oltre confine, perciò è impossibile verificare se qualcuno ha acquistato proprietà in diverse giurisdizioni………………In Europa, l’assenza di una legge simile al Patriot Act e dell’armonizzazione fiscale associata alla presenza di numerose strutture offshore si è dimostrata provvidenziale per le nuove attività illegali della ‘ndrangheta………………

nelle pagine che seguono viene analizzato minuziosamente cosa comporta l’assenza di una politica efficace di gestione dei mutamenti della struttura economica di una società: «L’incapacità dello stato di regolamentare una significativa trasformazione economica [ … ] può produrre il radicamento della mafia»…….. Quando la politica non riesce a controllare i cambiamenti economici, com’è accaduto alla fine del comunismo, per la malavita si aprono grandi opportunità. Se è vero che i mercati neri prosperano sempre durante i periodi di caos, quelli ben organizzati si arricchiscono oltremisura.

La transizione dall’ economia della Guerra fredda all’ economia di mercato lascia vaste zone del mondo in preda all’anarchia politica. In quel vuoto… le organizzazioni criminali capitalizzano i vantaggi dell’ economia di mercato globalizzata potenziando, riproducendo ed espandendo la propria rete. Spesso queste organizzazioni si sostituiscono all’autorità statale inesistente, offrendo protezione a soggetti che operano nella legalità e nell’illegalità. Così facendo, garantiscono la sopravvivenza di interi sistemi economici, che inevitabilmente diventano economie canaglia. Un esempio di questo fenomeno è la progressiva trasformazione della nomenklatura bulgara in organizzazione criminale…..anzi.. la criminalizzazione della nomenklatura è un passo necessario e imprescindibile per non perdere del tutto il controllo dell’ economia ed evitare il crollo di intere nazioni.

A differenza di quanto sostengono in molti, la caduta del muro di Berlino non coglie di sorpresa la nomenklatura, l’apparato governativo comunista. Nel 1979, dopo l’impegno militare sovietico in Afghanistan, il Kgb prevede che nel giro di un decennio il sistema comunista crollerà. Lo rivela un affiliato della mafia bulgara:

La nomenklatura ha avuto dieci anni per riorganizzarsi e approfittare dell’inevitabile transizione verso il capitalismo. Nel 1982 i membri dell’élite politica bulgara cominciarono a mettere in piedi joint-venture tra le imprese di stato e compagnie straniere fittizie create all’estero. Queste partnership servirono come giustificazione per prendere in prestito grosse somme di denaro dalle banche di stato bulgare, denaro che venne subito incanalato nei paradisi fiscali europei. Questo processo subì un’ accelerazione nella seconda metà degli anni ottanta, durante l’agonia finale del comunismo. Tra il 1987 e il 1988 joint-venture fittizie divorarono le rimanenti finanze dello stato bulgaro, circa dieci miliardi di dollari. Nel 1989, quando il muro di Berlino cadde, la nomenklatura aveva trasferito e messo al sicuro il grosso della ricchezza monetaria bulgara in conti cifrati nei paradisi fiscali. Nel decennio seguente, il denaro prodotto da questo saccheggio serve a finanziare la trasformazione della nomenklatura in una vera organizzazione criminale che prima crea la mafia bulgara e poi si fonde con essa. Il denaro rubato allo stato contribuisce anche a trasformare le vecchie reti sociali comuniste (compresi servizi segreti e squadre sportive) in network criminali che diventano l’infrastruttura necessaria per assumere il controllo dell’ economia nazionale………………segue una descrizione dettagliata ed una serie di esempi su come nella pratica sia avvenuto questo passaggio della nomenklatura politica bulgara ad organizzazione criminale, e come la stessa abbia saputo approffittare di tutti gli sconvolgimenti economici per colmare i vuoti lasciati dalla politica, o persino provvedimenti come l’embargo, che pur avendo finalità condivisibili, finiscono sempre per irrobustire le organizzazioni criminali a scapito della società onesta.

…………….In un mondo globalizzato è impossibile tracciare i confini spaziali della politica. I tentativi, come il Patriot Act, possono addirittura sortire l’effetto opposto, in questo caso specifico danneggiando il principale alleato dell’America, l’Unione Europea. In un mondo globalizzato il confine tra bene e male è costantemente offuscato dagli interessi economici. Il record.negativo della Cina in materia di diritti umani, per esempio, non le impedisce di essere membro dell’Organizzazione mondiale del commercio. Il G7 diventa G8 mentre gli oligarchi russi rapinano i loro compatrioti. La politica globalizzata va ben oltre i grandi ideali di una nazione e diventa una lotta brutale e quanto mai imprevedibile per accaparrarsi il potere……………………al contrario..mentre la politica è ancora trincerata entro i confini nazionali, l’economia si è globalizzata e, così facendo, spezza i vincoli delle legislazioni interne………….

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Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, vorrei cambiare approccio.In questo caso infatti inserirò un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile nell’articolo di presentazione, come questo che riguarda appunto il primo capitolo.In questo modo spero di poter raggiungere un numero più vasto di lettori, che altrimento penso si spaventerebbero dalla mole del libro e dall’importanza e apparente difficoltà degli argomenti trattati.

Inutile dire che considero questo libro veramente “indispensabile”, perchè chiude il cerchio fra la liberalizzazione del mercato globale e il crescente peggioramento della condizione socioeconomica di enormi strati della popolazione, in particolare la cosidetta “classe media” e le prime vittime manco a dirlo sono state le donne, e ci offre una chiara visione degli scenari che ci aspettano nel futuro. La globalizzazione ha riversato nel mercato del lavoro una quantità smisurata di manodopera a bassissimo costo, dapprima poco acculturata ma via via rapidamente con preparazione sempre migliore. Questo ha comportato e comporterà ancora per molti anni, inevitabilmente un sostanziale impoverimento delle classi medie dei Paesi ricchi, a favori di quelle “Elite” che manovrano immensi imperi economici, sia leciti che illeciti. Questa tendenza proseguirà sino a tanto che gli stipendi della manodopera nei paesi poveri non raggiungerà livelli simili a quelli dei paesi ricchi. Invito pertanto veramente tutti a divulgare i contenuti puntuali e documentati di questo libro, segnalandoli ai propri amici. La conoscenza infatti è il primo passo per raggiungere vera libertà e progresso civile. Buona lettura

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Indispensabili: “Economia Canaglia” – 1° Capitolo

Posted by giannigirotto su 24 gennaio 2010

Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, vorrei cambiare approccio.

In questo caso infatti inserirò un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile nell’articolo di presentazione, come questo che riguarda appunto il primo capitolo.

In questo modo spero di poter raggiungere un numero più vasto di lettori, che altrimento penso si spaventerebbero dalla mole del libro e dall’importanza e apparente difficoltà degli argomenti trattati.

Inutile dire che considero questo libro veramente “indispensabile”, perchè chiude il cerchio fra la liberalizzazione del mercato globale e il crescente peggioramento della condizione socioeconomica di enormi strati della popolazione, in particolare la cosidetta “classe media” e le prime vittime manco a dirlo sono state le donne, e ci offre una chiara visione degli scenari che ci aspettano nel futuro. La globalizzazione ha riversato nel mercato del lavoro una quantità smisurata di manodopera a bassissimo costo, dapprima poco acculturata ma via via rapidamente con preparazione sempre migliore. Questo ha comportato e comporterà ancora per molti anni, inevitabilmente un sostanziale impoverimento delle classi medie dei Paesi ricchi, a favori di quelle “Elite” che manovrano immensi imperi economici, sia leciti che illeciti. Questa tendenza proseguirà sino a tanto che gli stipendi della manodopera nei paesi poveri non raggiungerà livelli simili a quelli dei paesi ricchi. Invito pertanto veramente tutti a divulgare i contenuti puntuali e documentati di questo libro, segnalandoli ai propri amici. La conoscenza infatti è il primo passo per raggiungere vera libertà e progresso civile. Buona lettura

CAPITOLO UNO – “A letto con il nemico” –

Abbiamo salutato con gioia l’abbattimento del muro di Berlino, peccato sia caduto sulla testa delle donne. –   Commento di un’esponente della DUMA (Il Parlamento) Russa.

Da sempre è il potere economico che domina il mondo. “Nel corso dei secoli, i mercanti hanno accumulato ricchezze immense e i politici hanno sempre saputo di doverci fare i conti….le principali civiltà poggiano sempre su solide basi commerciali, sapientemente difese da imponenti eserciti…..Per conquistare il controllo dei mercati sono state combattute infinite guerre….In epoca moderna, il Piano Marshall è uno degli esempi migliori di come la politica abbia asservito l’economia per ridefinire le regole del mercato. Anche se l’America è il paese donatore, ne trae i maggiori vantaggi. La ricostruzione crea nuovi sbocchi per le aziende statunitensi e plasma oltreoceano un nuovo mercato su misura delle esigenze dell’ economia americana. Così, nell’immediato dopoguerra, flotte di mercantili attraversano l’Atlantico per portare materie prime e merci all’Europa che deve ri­prendersi dalla tragedia. Le carovane di autocisterne, che trasportano la preziosa fonte di energia necessaria a ripulire le macerie e ricostruire le città bombardate, formano un ponte di aiuti sull’ oceano. E nel momento in cui l’Europa occidentale si riprende, il consumismo americano è pronto a plasmare le abitudini di acquisto degli europei. Nei negozi compaiono i televisori, gli aspirapolvere e le lavatrici, già diffusissimi negli Usa. Le immagini di casalinghe americane bionde e sorridenti ­tutte copie di Doris Day – che giocano con i nuovi balocchi «domestici» bombardano le famiglie dell’Europa occidentale. Per questo tutti so­gnano l’automobile e il televisore. L’America esporta persino modi nuovi per acquistare questi prodotti: con il pagamento rateale diventano quasi alla portata di tutti. E l’indebitamento dei consumatori europei sale alle stelle……

…oggi si sa che il sogno americano è stato soprattutto un’ astuta trovata di marketing.

Negli anni cinquanta e sessanta, gli Stati Uniti sono nella morsa del maccartismo e gli scintillanti slogan pubblicitari servono a nascondere la dura realtà di una società repressa, afflitta dal pregiudizio e solcata da profonde tensioni razziali.

Il Piano Marshall è il prodotto economico del nuovo ordine politico legato alla Guerra fredda. Un sistema che isola l’Occidente dal Blocco sovietico. Un ordine che per molti versi è l’opposto della globalizzazio­ne e chiude l’Occidente in un sistema economico fortemente regola­mentato. Il Piano nasce dalla mente di grandi economisti, tra cui l’ingle­se John Maynard Keynes (intellettuale membro del celeberrimo gruppo di Bloomsbury), ed è la manifestazione di una nuova dottrina che mette l’accento sul ruolo preminente dello stato nella sfera economica. Non solo: determina la supremazia economica del paese più forte. Per tutta la durata della Guerra fredda, il successo di questa filosofia poggia sull’a­bilità di Washington nel controllare e manipolare le forze economiche che sostengono il nuovo mercato europeo – e in seguito molti altri – a vantaggio degli Stati Uniti…….Ma, quasi per paradosso, una volta raggiunto lo scopo ultimo della Guerra fredda -l’abolizione della cortina di ferro – questo sistema va in frantumi. Lo stato perde il controllo del mercato perché la politica non è più in grado di governare l’economia. E in quel momento l’economia cessa di essere al servizio della politica per fare l’interesse dei cittadini e diviene una spregiudicata canaglia, orientata esclusivamente al facile guadagno a spese dei consumatori.

I due eventi simbolici dell’inizio e della fine della Guerra fredda – il Piano Marshall e la caduta del muro di Berlino – rappresentano proprio i due estremi opposti del complesso rapporto che si viene a creare tra politica ed economia e permettono di capire chiaramente come dal controllo della politica sull’ economia si possa passare a una situazione in cui l’economia canaglia tiene in scacco la politica.

Il Muro del Sesso: La E-55 corre annoiata lungo il confine tra Repubblica Ceca e Germania. La chiamano l’«autostrada dell’amore». Questa squallida striscia d’asfalto ospita la più alta concentrazione di prostitute d’Europa. Sul ciglio della strada, una accanto all’altra, le donne dell’ex Blocco sovietico offrono il proprio corpo a prezzi stracciati: 35 euro mezz’ora, 45 senza preservativo. Ma l’E-55 è un posto come tanti. L’ex confine tra Europa dell’Est ed Europa dell’Ovest è una sequenza quasi ininterrotta di mercati del sesso, bordelli e chioschi. Un nuovo lungo muro umano di ragazze dalla pelle diafana si snoda lungo quella che era la cortina di ferro.

Di là il fallimento del modello comunista, di qua l’Occidente che consuma corpi e ideali………… Poi, sempre lì al cancello tra Est e Ovest, ci sono addirittura i mercati specializzati nella vendita delle schiave bianche. Uno dei più noti è nella Serbia nordoccidentale e ci vengono i mercanti di sesso di tutto il mondo. Lo chiamano Mercato Arizona e sembra una città della corsa all’oro americana del diciannovesimo secolo……..

La E-55 e il Mercato Arizona sono uno dei surreali effetti collaterali della caduta del muro di Berlino (che rappresenta) lo smantellamento del comunismo e la nascita della globalizzazione………….

Fino agli anni novanta la prostituzione nei paesi comunisti è di fatto inesistente. Pur non vietata esplicitamente, i governi la ostacolano. La domanda è bassa, ……….  anche l’offerta è bassa. La piena occupazione garantisce a tutti un salario, che riduce enormemente il numero di donne disposte a guadagnarsi da vivere vendendo il proprio corpo ………………….le prostitute comuniste, gestiscono da sole i loro profitti. Non ci sono i papponi: quella del protettore è consi­derata un’ attività criminale e viene duramente punita.

Ma lo smantellamento del comunismo fa piombare nella povertà la popolazione dell’ex Blocco sovietico, e le donne sono tra le principali vit­time della nuova miseria. Già a metà anni novanta la disoccupazione tra le donne russe raggiunge l’80 per cento, mentre durante il regime sovie­tico era quasi pari a zero. Le donne, tra l’altro, sono per più dell’80 per cento capifamiglia singoli e monoreddito. Così, nel 1998, oltre la metà dei bambini russi dai sei anni in giù vive al di sotto della soglia di povertà, e molte donne diventano prostitute per dare da mangiare ai figli………….Negli anni novanta, l’offerta di donne istruite provenienti dalla Russia e dall’Europa dell’Est diviene un fenomeno unico nell’industria della prostituzione……….

Israele è uno dei maggiori importatori di prostitute slave. Ogni mese un milione di israeliani fa visita a una prostituta. Secondo la Commissione d’inchiesta parlamentare israeliana, “ogni anno dalle 3000 alle 5000 donne [dell’ex Blocco sovietico] vengono introdotte clandestinamente in Israele e vendute all’industria della prostituzione. [. .. ] Le donne lavorano sette giorni su sette, fino a 18 ore al giorno, e dei 120 Nis (27 dollari) pagati dai clienti, a loro ne restano solo 20 (4,50 dollari). lO 000 di queste donne attualmente risiedono nei 300-400 bordelli del paese. Sono vendute dagli 8000 ai lO 000 dollari l’una.”

Si riesce a intuire la portata dell’attività seguendo il flusso dei grossi profitti riciclati in Israele: solo dal 1990 al 1995, circa quattro miliardi di dollari sono stati investiti nelle banche israeliane. Altri 600 milioni di dollari vengono riciclati in beni immobili………………………………

Fonti israeliane confermano che l’afflusso di ebrei russi ortodossi, un altro dei fenomeni legati al crollo dell’Unione Sovietica, ha dato un impulso inaspettato all’industria della prostituzione. «Molti avevano legami con la mafia russa che, all’inizio degli anni novanta, controllava quasi interamente il racket delle prostitute slave, e contribuirono a instaurare legami con i protettori locali» dice un poliziotto di Tel Aviv. Michael, il protettore di Berlino, conferma che, subito dopo la caduta del muro, è la mafia russa ad assumere il controllo del traffico della nuova merce. «Negli anni novanta, chi portava le nuove ragazze a Berlino erano i russi.»……………………………. Nel 2006 il valore annuale stimato del business plurimiliardario della prostituzione globale ammontava a 52 miliardi di dollari,23 e molto del suo reddito è legato alla natura illegale dell’attività. In Olanda, per esempio, dove la prostituzione è stata legalizzata da decenni,  i protettori sono pochissimi, le prostitute pagano le tasse, hanno diritto all’assistenza sanitaria, alla previdenza sociale e alla protezione della polizia.

…..ancora……La caduta del comunismo all’inizio degli anni novanta ha reso la popolazio­ne più egoista e ha provocato una profonda crisi morale che dura anco­ra oggi» scrive l’autore russo Viktor Erofeev……

Gli unici a trarre profitto dalla cultura del «sesso in vendita» sono i «protettori» della globalizzazione, gli illusionisti dell’ economia canaglia. Bande criminali e politici corrotti russi e balcanici hanno intascato miliardi di dollari e si sono ritagliati uno spazio nell’ economia globale grazie alla tratta delle donne. li boss ucraino Semion Mogilevié, dall’ini­zio del 1998 a metà del 1999, grazie alla prostituzione, al traffico di droga e agli investimenti truffa, ha riciclato dieci miliardi di dollari attra­verso la Bank of New York.31

La correlazione diretta tra la caduta del muro di Berlino e lo svilup­po dell’industria della prostituzione in Occidente è un esempio illumi­nante per capire quanto possa essere rischioso sottovalutare le conse­guenze di sostanziali trasformazioni economiche e sociali. Soprattutto perché il passaggio al capitalismo globale è avvenuto senza un chiaro progetto politico alternativo. Intere nazioni sono precipitate nella povertà e nell’ anarchia, e nel vuoto di potere e di controllo sociale si sono insinuati gli sfruttatori e i «protettori» della globalizzazione………………………………

In Russia, la perestrojka di Gorbaciov si è tradotta a livello economico in privatizzazione: il biglietto d’ingresso dell’ex Blocco sovietico nel nascente capitalismo globale, la tassa di iscrizione al country club della democrazia. La perestrojka è da subito sinonimo di rapido cambiamen­to economico e viene sostenuta con entusiasmo da consulenti occiden­tali come ]effrey Sachs, promossa da organizzazioni internazionali quali’ il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, e raccontata come la svolta migliore del mondo dai politici dell’Ovest. Di fatto è l’a­spetto di repentino cambiamento economico insito nella perestrojka a guidare la trasformazione politica. Oggi molti economisti sono concordi nel sostenere che l’assenza di una solida classe politica in grado di regolamentare seriamente il cambiamento ha determinato lo sviluppo dell’ e­conomia canaglia. «In pratica i Russi hanno liberalizzato e privatizzato senza creare le istituzioni preposte a controllare e guidare la difficile transizione verso l’economia di mercato» spiega Miklos Marshall, diret­tore regionale dell’ associazione Transparency International per l’Europa e l’Asia centrale.

nelle pagine seguenti del libro viene spiegato come, con un escamotage finanziario (formalmente legale, ma sostanzialmente truffaldino) basato sulla contemporanea presenza nella Russia di allora, di due valute, (una fisica ed una virtuale) pochi individui siano riusciti ad accumulare immense fortune economiche, togliandole letteralmente dal patrimonio statale.

……………… I risultati sono sconcertanti. A metà degli anni novanta la Russia è il terzo paese al mondo, dopo Stati Uniti e Germania, per numero di miliardari.

La privatizzazione subisce una svolta decisiva nel 1992, quando il presidente Boris Eltsin annuncia che la Russia sta per diventare una società per azioni. La ricchezza della nazione viene divisa, come una torta, in tre parti: una allo stato, che mantiene la partecipazione di maggioranza nelle imprese appena privatizzate, una agli investitori stranieri e il resto alla popolazione. Il primo ottobre del 1992 lo stato dona a ogni cittadino voucher pari a 10 000 rubli (circa 60 dollari, cioè il salario medio mensile), che possono essere usati per acquistare le azioni delle ex aziende statali. I voucher possono anche essere tenuti o venduti, ma realtà pochissimi russi sanno come usarli.

Da1 1992 al 1994 la Russia viene colpita da un’ altra grave crisi economica. Il tasso di cambio del rublo sul dollaro precipita da 230 a 3500 rubli. La svalutazione, insieme all’inflazione a due cifre, spazza via i risparmi della gente. Più di un terzo della popolazione scende sotto la soglia di povertà.? E ancora una volta le cifre parlano chiaro. Secondo le statistiche delle Nazioni Unite, proprio il 1992 coincide con la prima impennata dell’offerta di prostitute e schiave del sesso slave in Europa occidentale.

La gente è disperata e per sfamare la famiglia decide di vendere tutto ciò che possiede, voucher compresi. Khodorkovaki] e gli altri oligarchi si assicurano così il 90 per cento dei voucher allestendo addirittura dei chioschi per strada dove la gente va a scambiarli per una frazione minima del loro valore. Secondo un sondaggio condotto per il quotidiano russo Isvestiya, alla fine degli anni novanta solo 1’8 per cento dei russi ha scambiato i voucher con le azioni delle aziende in cui lavora. Gli oligarchi invece usano i voucher per diventare azionisti di minoranza delle imprese russe che vengono privatizzate. Poi, con la mossa successiva, diventano azionisti di maggioranza cavalcando il malcontento generale.

Già all’inizio del 1995 i russi capiscono che il capitalismo li ha resi più poveri, non più ricchi come loro si erano illusi. Le statistiche economiche ufficiali della Russia indicano che il Pil è sceso del 50 per cento circa. Lo stato è al verde, stipendi e pensioni non vengono pagati. La gente ha nostalgia del vecchio regime comunista e Eltsin rischia la sconfitta alle elezioni del 1996. Per assicurarsi la vittoria, il presidente russo stipula un accordo con gli oligarchi. Lo stato accetta di vendere all’ asta le sue partecipazioni di maggioranza delle imprese statali privatizzate in cambio di prestiti con cui pagare stipendi e pensioni prima delle elezioni. Eltsin si compra la rielezione.

L’accordo, che viene definito «prestiti in cambio di azioni», offre agli oligarchi 1’opportunità di impossessarsi anche del pacchetto azionario di maggioranza dello stato.

Il governo corrotto aveva un bisogno disperato di contanti e le cosiddette «banche» degli oligarchi sottoscrissero l’accordo. Al governo servivano i soldi per pagare le pensioni, salari, eccetera, quindi usò le sue azioni delle aziende di stato come garanzia per ottenere i prestiti dalle banche degli oligarchi. Naturalmente dopo le elezioni il governo non poté ripagare i prestiti, e le azioni sono andate automaticamente alle banche. Ancora una volta, tutto si svolse nella piena legalità

In modo perfettamente legale, dunque, lo stato finisce in scacco di affaristi senza scrupoli.

Dopo la rielezione di Eltsin, gli oligarchi vengono ricompensati per il loro appoggio. Khodorkovskij diventa l’unico in gara per 1’acquisto della Yukos, la terza compagnia petrolifera russa, che compra per una cifra irrisoria: circa 300 milioni di dollari. La portata dell’accordo però si capisce a fondo solo nel 2003, quando la pubblica accusa russa congela il 44 per cento dei beni della Yukos, e sono dieci miliardi di dollari. Da 300 milioni di dollari a dieci miliardi in sei anni.

Con questo metodo e altri simili……. negli anni novanta la Russia ha subito il maggior furto di risorse mai avvenuto in un paese in un arco di tempo così breve. Una stima al ribas­so va dai 150 ai 200 miliardi di dollari in dieci anni, ma si pensa che possa arrivare fino a 350 miliardi di dollari.

Il vero dramma è stato che tali immensi patrimoni non sono rimasti in Russia, reinvestiti, in modo che comunque la collettività ne avrebbe giovato:

Tenerli in Russia significava investire in un paese in piena depressione e rischia­re non solo bassi ricavi, ma anche la confisca da parte del governo suc­cessivo, che avrebbe inevitabilmente protestato, e a ragione, contro l‘«illegittimità» del processo di privatizzazione.

E quindi sono stati trasferiti e investiti tutti all’estero……

Questa fase caratterizzata quindi dall’azione dei “banditi nomadi”, cioè di coloro che depredano il territorio e se ne vanno altrove, si è passato negli anni successivi ai “banditi stanziali”, che cioè depredano il territorio ma in maniera “sostenibile”, lasciando cioè prosperare una certa ricchezza diffusa, in modo da poter continuare la loro attività nel territorio stesso……………….infatti……….oggi la maggior parte degli analisti concorda sul fatto che anche l’attuale presidente russo Vladimir Putin si adatta bene all’immagine del bandito stanziale che tenta di privare gli oligarchi dei loro beni.

Per la politica regolamentare il mercato diventa sempre più difficile. E i problemi di un paese possono innescare una reazione a catena con conseguenze devastanti per molti altri.

Chi poteva prevedere che l’Unione Sovietica si sarebbe disintegrata senza che si sparasse un solo colpo? O che la caduta del muro di Berlino avrebbe fatto nascere l’industria globale del sesso? O che la privatizzazione dell’ economia russa avrebbe permesso il saccheggio delle sue risorse e dato vita a una generazione di oligarchi?

L’opinione pubblica è ignara anche di altre interdipendenze dell’ economia canaglia. Chi corre a Berlino per abbattere il muro a mani nude è mosso dal desiderio di mettere fine a un lungo e doloroso periodo di separazione. Vuole demolire uno spartiacque, una barriera fisica che per decenni ha afflitto l’esistenza di un continente, ha lacerato la sua anima. Eppure, proprio in quel momento, per milioni di donne dell’Europa dell’Est e della Russia, l’incubo peggiore sta cominciando.

Nell’euforia del momento nessuno, neppure gli economisti più illustri, sono in grado di capire che il muro è solo un simbolo. E che in fondo la sua demolizione non è altro che un’operazione di marketing, una messa in scena. Dietro il muro che cade è già pronto a entrare in azione un complesso sistema economico predatore, nutrito e alimentato per decenni dalla rigidità politica della Guerra fredda. È quel tipo di economia che ha un disperato bisogno di nuovi mercati e nessuno, neppure gli architetti della distruzione del sistema sovietico, è in grado di controllarla. Nel vuoto politico che si viene a creare, l’economia canaglia trasforma la globalizzazione, l’invenzione della reaganomics, del thatcherismo e della modernizzazione, in un mutante animato di vita propna.

Con la fine della Guerra fredda il mercato spezza le catene della politica. L’economia diventa una forza canaglia ed è pronta a ridisegnare il mondo secondo le sue regole. Lo vedremo nel seguito del percorso.

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I risultati sono sconcertanti. A metà degli anni novanta la Russia è il terzo paese al mondo, dopo Stati Uniti e Germania, per numero di miliardari.

La privatizzazione subisce una svolta decisiva nel 1992, quando il presidente Boris Eltsin annuncia che la Russia sta per diventare una società per azioni. La ricchezza della nazione viene divisa, come una I orta, in tre parti: una allo stato, che mantiene la partecipazione di mag­gioranza nelle imprese appena privatizzate, una agli investitori stranieri e il resto alla popolazione. Il primo ottobre del 1992 lo stato dona a ogni cittadino voucher pari a 10 000 rubli (circa 60 dollari, cioè il salario medio mensile), che possono essere usati per acquistare le azioni delle ex aziende statali. I voucher possono anche essere tenuti o venduti, ma realtà pochissimi russi sanno come usarli.

Da1 1992 al 1994 la Russia viene colpita da un’ altra grave crisi economica. Il tasso di cambio del rublo sul dollaro precipita da 230 a 3500 rubli. La svalutazione, insieme all’inflazione a due cifre, spazza via i risparmi della gente. Più di un terzo della popolazione scende sotto la soglia di povertà.? E ancora una volta le cifre parlano chiaro. Secondo le statistiche delle Nazioni Unite, proprio il 1992 coincide con la prima impennata dell’offerta di prostitute e schiave del sesso slave in Europa occidentale

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I miei “Credo” – politica e malavita

Posted by giannigirotto su 3 gennaio 2010

Credo vi siano almeno tre questioni sulle quali, in buona o malafede, la politica adotta una posizione che favorisce molto concretamente la malavita.
Prostituzione: credo siamo tutti d’accordo, in linea di principio, che la prostituzione non dovrebbe esistere. Preso atto che nella pratica invece esiste eccome e nulla fa prevedere una sua scomparsa, proviamo a chiederci banalmente chi gestisce questo traffico e ne ricava enormi guadagni? Ovviamente la malavita! Cosa comporterebbe invece una riapertura delle cosidette “case chiuse”? A mio avviso una sostanziosa fetta del “mercato” da clandestino e illegale diventerebbe visibile e legale, con conseguente apporto nelle casse statali delle “tasse” e vari proventi fiscali derivanti da una gestione imprenditoriale delle suddette case chiuse. Senza contare molte “operatrici” uscirebbero dalla clandestinità, verserebbero regolari contributi, sarebbero soggette a controlli sanitari che tutelerebbero loro e i loro clienti. L’effetto più importante comunque a mio avviso sarebbe una drastica riduzione degli introiti da parte della mafia e delle altre organizzazione che oggi come oggi lucrano su tale attività. Se mi sbaglio correggetemi.

Droga: similmente ai quanto detto per la prostituzione, oggi la droga è una immensa fonte di guadagni per la malavita, mentre per lo Stato è una perdita secca, sotto forma delle spese dei corpi di polizia per contrastarne il traffico, e dei costi sociali diretti e indiretti dei consumatori. Particolarmente grave sotto quest’ultimo punto di vista sono i furti compiuti dagli utilizzatori in crisi di astinenza, e quindi spesso violentemente tragici, che devono procurarsi le forti somme necessarie per acquistare le dosi necessarie. Legalizzando la droga invece il primo effetto sarebbe una forte riduzione del prezzo, visto che tale merce potrebbe essere prodotta e smerciata senza problemi.
Anche in questo caso poi lo Stato incasserebbe i normali oneri fiscali che gravano su qualsiasi prodotto venduto, senza contare che migliorerebbe la tracciabilità e l’archiviazione dei soggetti che ne fanno uso.
Lasciando invece le cose come stanno si avvantaggia solo la mafia, e si riempiono le carcere di “pesci piccoli” se non di “utilizzatori finali”, lasciando invece a piè libero i vertici delle organizzazioni criminali. Se mi sbaglio correggetemi.

Clandestini: i concetti si ripetono; chi ci guadagna dall’avere a disposizione un elevato numero di clandestini pronti a fare qualsiasi cosa pur di rimanere in Italia? Ma la malavita naturalmente, che si ritrova ad avere un’abbondantissima disponibilità di “manovalanza” a costo pressochè zero, da utilizzare per tutte le sue attività, da quelle smaccatamente illegali, a quelle formalmente legali (come l’impiego nel settore agricolo) ma gestite in maniera più o meno illegale. In questo modo quindi possono avere, appunto a costo bassissimo, i raccoglitori per i pomodori e per tutti gli altri prodotti ortofrutticoli, i manovali per tutti i loro cantieri edili (e ricordiamo che la mafia è praticamente padrona di tutti i cantieri importanti in Italia) nonche forza lavoro in abbondanza tutta un’altra serie di attività.
Parallelamente, come per gli altri due argomenti precedenti, lo Stato perde una quantità immensa di gettito fiscale, dal momento che su tali clandestini così impiegati in attività “in nero”,  non vi è modo di recuperare quel gettito fiscale che verrebbe altrimenti incassato se tali soggetti fossero regolarmente assunti. Se mi sbaglio correggetemi.

Insomma, a fronte di tante belle argomentazioni di circostanza, la politica continua a servire, in buona o mala fede, la malavita. Se mi sbaglio correggetemi.

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