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Indispensabili: L’anticasta – i Gruppi d’Acquisto

Posted by giannigirotto su 24 novembre 2010

Dopo aver inserito diverso tempo fa il libro “La Casta” nella mia sezione “Indispensabili“, sono estremamente felice di poter iniziare l’inserimento di estratti, capitolo per capitolo, di questo testo che spero diventi un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono utilizzare le esperienze positive già portate a termine in varie località italiane, per replicarle ovunque sia opportuno. Segnalo solo che questo libro parla di esperienze italiane, mentre in un altro testo, “Voglia di Cambiare“, sempre presente nella sezione “Indispensabili“, sono contenute le esperienze di successo avvenute in vari Paesi Europei.

Invito tutti, una volta letto questi interessatissimi estratti, di comprare il testo originale per poter completare la lettura, e magari a regalarne una copia ai propri consiglieri comunali, per far loro vedere come un’altro modo di amministrare è possibile.

Iniziamo pertanto con il primo esaltante capitolo che si potrebbe riassumere nello slogan “consumatori di tutto il mondo unitevi”… :

VINCERE LA PAURA DEL CAMBIAMENTO -risparmiare conviene e tanti iniziano a capirlo (di Jacopo Fo)

…….. C’è cibo in sovrabbondan­za: ogni anno buttiamo via la metà del cibo che producia­mo sulla Terra. E fabbrichiamo molti più tessuti di quanti ce ne possa­no servire. Bruciamo quattro volte i combustibili di cui avremmo bisogno perché non isoliamo le nostre abitazioni e usiamo mezzi di trasporto spinti da motori obsoleti e inefficienti…………

le multinazionali potrebbero risparmiare l’80-90% delle materie prime e dell’energia che consumano. Questa affermazione si basa sull’a­nalisi di decine di tecnologie innovative qua e là sperimentate

Jacopo Fo fa poi un brevissimo elenco dell’enorme spreco che lo Stato Italiano produce costantemente, affermando che una gestione corretta, normale, “non da ladri e cretini”, porterebbe ad un radicale mutamento in meglio della situazione sociale…………

Nel 1998, dopo aver letto Il banchiere dei poveri di Muhammad Yunus decisi di cercare anch’io di fare qualche cosa di concreto nel campo dell’economia. Per anni avevo dedicato tutte le mie energie alla produzione artistica e alla diffusione della cultura ribelle sbocciata negli anni settanta. Mi misi in testa di provare a diffondere pannelli solari per l’acqua calda e gruppi di acquisto di servizi (banca, assicu­razione, telefonia). L’idea, semplice, era che si potesse crea­re una struttura che oltre a diffondere principi di cooperazione ed ecologia mettesse a disposizione le nuove ecotecnologie e altri prodotti a prezzi onesti e con garanzie solide per i consumatori. Individuammo una serie di prodotti, li testammo, stipulammo contratti, creammo una serie di siti internet tematici e iniziammo a proporre il nostro pacchet­to innovativo e conveniente investendo parecchio denaro e lavoro nella diffusione della nostra proposta………….Quando finalmente il 28 febbraio 2007 la legge fu approvata nella forma corretta, partimmo con il gruppo di acquisto dei pannelli fotovoltaici raccogliendo in pochissimo tempo centinaia di adesioni e un’enorme risposta dal punto di vista dell’inte­resse: più di mezzo milione di persone entrò nella pagina web che Spiegava tutti i problemi relativi al fotovoltaico e come intendevamo affrontarli con il gruppo d’acquisto…………

Io credo che il fulcro del mantenimento del si­stema della violenza e della sopraffazione dipenda dalla forza dell’abitudine…..invece… Le esperienze degli ecovillaggi, dèi gruppi di acquisto, del commercio equo e solidale, delle banche del tempo, delle cooperative, mostrano che, a parità di reddito, le per­sone che fanno queste scelte hanno un tenore di vita più alto e una socialità più ricca e piacevole……

Ma la consociazione di questo gruppo è solo parziale. Bisognerebbe arrivare anche all’acquisto collettivo di au­to, elettrodomestici, case, assicurazioni e servizi bancali, riscaldamento, elettricità ecc. Il risparmio che si otterreb­be estendendo i gruppi di acquisto a tutti i prodotti e servizi raggiungerebbe l’equivalente di 3 stipendi all’anno.

Ciò significa cambiare radicalmente la situazione eco­nomica di una famiglia. Ma queste esperienze si diffondo­no con estrema lentezza nell’Occidente industrializzato. Diversa la situazione nei Paesi poveri dove le difficoltà spingono a buttarsi con meno paura nelle opportunità nuove che si presentano. Da noi invece i cambiamenti sono spesso rimandati se non sono strettamente necessari (cioè solo quando l’acqua tocca il sedere si impara a nuotare, ndr….)…... Poi mi sono dedicato a trovare anche il mo­do di finanziare tutto l’investimento necessario….. Ora sono arrivato al punto di offrire non solo un risparmio fin dal primo anno ma addirittura un anticipo in contanti, all’atto della firma del contratto, sui risparmi degli anni futuri…

…Che cosa succede se mettiamo insieme il risparmio energetico, i gruppi di acquisto, il microcredito e le impre­se capitaliste etiche? Otteniamo un mondo in cui le scelte di fondo delle multinazionali sono condizionate dai con­sumatori consociati che entrano nel merito della qualità dei prodotti. Oggi milioni di automobilisti desidererebbe­ro l’auto elettrica che si ricarica con i pannelli solari. Ma quest’auto al momento non è disponibile sul mercato non perché non sia possibile costruirla ma perché la domanda e l’offerta non s’incontrano………..

…se un gruppo di centomila consumatori si consociasse potrebbe avere subito un’auto elettrica e potrebbe perfino imporre scelte co­struttive. E otterrebbe anche prezzi molto interessanti. I gruppi di acquisto hanno un potere contrattuale potenzia­le enorme… I consumatori consociati possono offrire la sicurezza delle vendite attraverso acquisti programmati e al contempo tagliare i costi e i problemi legati alla vendita… E se un gruppo di consumatori può ordinare a un’azienda un’auto elettrica, può anche preten­dere che gli operai che la producono siano pagati in modo giusto e che durante il processo produttivo non siano causati danni all’ambiente. La consociazione degli acqui­sti avrebbe la possibilità di dissuadere gli imprenditori malvagi dal fomentare guerre e disastri ambientali, per­ché in un mercato controllato dai consumatori questi comportamenti verrebbero penalizzati dall’esclusione di queste imprese dal mercato consociato.

La consociazione degli acqui­sti avrebbe la possibilità di dissuadere gli imprenditori malvagi dal fomentare guerre e disastri ambientali, per­ché in un mercato controllato dai consumatori questi comportamenti verrebbero penalizzati dall’esclusione di queste imprese dal mercato consociato. I consumatori che diventano protagonisti dei loro stili di vita poi stanno anche molto attenti alla qualità dei poli­tici che votano, pretendendo da loro la stessa qualità che cercano nei consumi. Sono convinto che questo meccanismo si svilupperà in modo prepotente nei pròssimi vent’anni. Questo avverrà anche sulla spinta della neces­sità per tutte le famiglie di capire i propri consumi energe­tici e diminuirli drasticamente. Inoltre molti diventeranno microproduttori di energia dal sole o dal vento e anche questa democrazia energetica contribuirà a far crescere la cultura della razionalizzazione dei consumi.La conoscenza dei costi energetici sarà per molti il pri­mo passo verso lo sviluppo di una nuova coscienza dei consumi. E sarà questa nuova coscienza a cambiare il no­stro modo di vivere.Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per le ammini­strazioni pubbliche. Già esistono esperienze, come viene mostrato in questo libro, di discussione pubblica delle scelte e dei bilanci comunali, ma in questa direzione si po­trebbe fare molto di più rendendo trasparenti e visibili in rete appalti, liste di attesa di ospedali, costi di ogni ufficio e tassi di produttività. E qui mi fermo.Nei prossimi anni vedremo come evolveranno le cose.Io credo che si svilupperanno in questa direzione.

I consumatori hanno il potere sul mondo. Devono solo accorgersene e connettersi in rete.

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I miei “Credo”: Internet e democrazia

Posted by giannigirotto su 30 luglio 2010

Che in linea di principio Internet sia uno strumento potenzialmente utilissimo alla democrazia, penso sia un concetto difficilmente opinabile.

Credo sia certamente utile in fase informativa, consentendo una pluralità e una libertà di fonti assolutamente non paragonabile a nessun altro mezzo.

I problemi e i dibattiti iniziano invece quando si passa alla fase di discussione/valutazione e votazione di proposte normative, perchè qui si passa dal dire al fare, e come al solito ci sta di mezzo il mare. E le ragioni sono, credo, diverse, provo a sistematizzarle:

a) L’inesistenza di uno specifico strumento/piattaforma Internet di utilizzo pratico che renda possibile organizzare le azioni per operare in tal senso ad una massa il più possibile vasta di persone (e se esiste nè io nè tanti altri amici del “terzo settore” lo conoscono). Infatti i tipici strumenti di social network offrono sì ampie possibilità di discussione, ma al momento di organizzare le stesse o semplicemente “votare” in senso stretto una proposta piuttosto che un’altra si fermano, non essendo naturalmente stati creati per questo e non avendo quindi tali funzionalità incorporate. Per questo aspetto è quindi auspicabile che possa vedere la luce al più presto il progetto “Agorà 2.0“, che al momento viene portato avanti naturalmente da gruppi più o meno organizzati di volontari di ONG varie e del terzo settore in generale. Invito tutti coloro che sono interessati e possono contribuire pertanto a visitare il sito relativo e farsi avanti con i promotori.

b) L’accessibilità/pervasività/velocità ed economicità della rete: qui torniamo all’ormai ripetitivo e sconfortate dibattito sul ritardo e l’arretratezza delle nostri linee di telecomunicazione. A mio avviso il problema è uno solo: politico. E il motivo è semplice: i “politici” di professione temono come l’acqua santa Internet, sanno che è altamente destabilizzante (per loro), che può effettivamente aumentare il livello di conoscenza e partecipazione democratica dei cittadini, e quindi da un lato da diversi anni cercano di mettergli il “bavaglio“, dall’altro, molto più prosaicamente, subdolamente e direi anche efficacemente, rallentano e boicottano lo sviluppo della “banda larga”, cioè della possibilità di usare Internet con una velocità e quindi fruibilità decente. Oserei dire che vi è pure un terzo fattore da considerare: la scarsità di servizio tramite la linea telefonica classica, favorisce il prosperare delle offerte economiche “alternative” dei vari operatori commerciali, vuoi le “chiavette” USB o similari delle varie Vodafone, TIM, WIND ecc., vuoi le soluzioni satellitari, vuoi altri tipi di soluzione…..che qualcuno potrebbe pensare ci siano delle “tangenti” sui fatturati così ottenuti? nooo lo escluderei vero, quando mai? A corredo vi è il problema del costo del dispositivo che ci consente di “navigare” in Internet. Vuoi che sia un telefonino cellulare/smartphone che dir si voglia, vuoi che sia un computer in tutte le sue forme e variazioni, stà di fatto che in ogni caso siamo comunque di fronte ad un costo che per una certa fascia non indifferente di cittadini è tutt’altro che ininfluente.

c) Le competenze. E qui dobbiamo distinguere nettamente tra:

c1) Le competenze nell’utilizzo di Internet. Questo è forse il problema minore, e purtattavia non è affatto risolto. Vi sono milioni di persone, tra le quali molti validissimi anziani che portano con sè un bagaglio esperenziale e di “saggezza di vita” non indifferente, che però sono attualmente esclusi dall’utilizzo dello strumento ITC in generale ed Internet in particolare. Ovviamente il problema si può risolvere in larga misura con un minimo di formazione, che li metta in grado semplicemente di “navigare” in Internet e saper compiere le funzioni indispensabili per essere utenti attivi dello stesso, e non meri spettatori. Ripeto, il problema è tutt’altro che risolto, e personalmente per quanto riguarda la volontà politica in proposito, valgono esattamente le stesse considerazioni fatte al punto precedente.

c2) La competenza in senso lato. E qui le cose si complicano assai. Infatti nel momento in cui vi fosse disponibile una piattaforma web con le funzionalità di organizzare e una serie di discussioni su varie tematiche, e votare le rispettive soluzioni preferite, ecco che alle stesse potrebbero partecipare anche persone che sono scarsamente o per nulla competenti in una tal materia. Peggio ancora persone che in malafede agiscono per influenzare gli altri partecipanti e spingerli in una determinata direzione. Fortunatamente ci possono essere degli ottimi sistemi per minimizzare questi “pericoli”, come per esempio il meccanismo già previsto dalla piattaforma suddetta “Agorà 2.0” per la dichiarazione delle proprie competenze, ed altri meccanismi di acquisizione di “punteggi di merito” legati alla quantità e qualità di apporti forniti. Il vantaggio come al solito è quello della trasparenza e della accessibilità totale da parte di tutti i partecipanti a quella determinata discussione, che quindi possono anche contestare in maniera puntuale eventuali dichiarazioni ed esperienze proclamate da qualcuno, che ritengono non veritiere. Qualcun altro potrebbe obiettare che ci sarebbe il rischio di “livellamento” della discussione al livello dei partecipanti meno competenti, ma io ritengo al contrario che da una parte, dopo un periodo di rodaggio, gli utenti saprebbero discernere le proposte sottoposte dai soggetti più competenti, e dall’altra proprio quest’ultime farebbero salire velocemente il livello di competenza media dei partecipanti alla discussione.

Insomma, non si può pensare e pretendere, a mio avviso, che la semplice presenza e disponibilità di uno strumento organizzativo evoluto comporti automaticamente la risoluzione di determinati problemi, ma certamente lo ritengo un grandissimo passo in avanti verso tale direzione.

Come al solito poi il destino di tale “strumento” dipenderà dalla buona volontà di tutti, dal momento che si dovrà passare da una fase meramente “criticativa” che a tutt’oggi permea molti ambienti di discussione e social network, ad una fase propositiva e costruttiva, ed alla fine anche aggregativa, probabilmente anche politica. Menziono anche la fase politica perchè se è vero che per determinate situazioni sarà necessario e sufficente un cambiamento, in senso di crescita, “culturale” e “personale” di ciascuno di noi, per altre sarà comunque indispensabile arrivare a far sì che la normativa in materia rispecchi quanto risultante dalla discussione democratica dei cittadini. E se la politica tradizionale non volesse ottemperare, quale altra soluzione rimane se non unire le forze delle varie associazioni che hanno messo in piedi tale strumento?

d) la saturazione da troppe informazioni: ebbene sì, questo è un serio effetto collaterale di Internet. Tutti quelli che hanno un account su facebook con più di un centinaio di “amici”, che usano anche altri social network, che fanno parte di Ong e Associazioni varie che comunicano anche via Internet, che si sono iscritti a diverse newsletter tematiche, ecc. ecc. ecc., conoscono bene questa situazione……si arriva ad un punto in cui semplicemente non si riesce nemmeno a dare una letta veloce a tutte le notizie che arrivano, figuriamoci verificarle ed approfondirle. In più diventa difficile e penoso scegliere le priorità e le urgenze a cui dare la preferenza del nostro tempo libero. Anche in questo caso tuttavia uno strumento di gestione delle problematiche, condivisibile da tutti via Internet, risulterebbe estremamente utile proprio perchè permetterebbe di passare da una fase di divulgazione e di critica di una determinata situazione, ad una fase in cui la si discute e si propongono le possibili soluzioni, facendo una volta per tutte il punto della situazione, anzichè lasciare che un determinato problema si trascini e ciclicamente torni alla ribalta dell’attenzione pubblica. E’ ovvio poi che ciascuno di noi deve scegliere gli argomenti su cui concentrare la propria attenzione, in base alle proprie competenze, disponibilità e perchè no anche desideri. Sarebbe infatti già un bel passo avanti se ciascuno di noi contribuisse a partecipare alla discussione ed alle proposte risolvere/dirigere una determinata questione.

e) la questione culturale: avere uno strumento di gestione democratica condivisa non è sufficente se non vi è una cultura che lo supporti. Forse l’italiano medio è abituato ormai da troppe generazioni ad essere un “passivo” lettore di giornali e spettatore televisivo, e ugualmente abituato a disinteressarsi dell’aspetto politico e sociale, delegando ai politici la cura della casa comune. E’ chiaro che qui ognuno di noi entra in gioco, e può e deve diventare un attore di una rinascita culturale. Prendiamo esempio dalle nazioni “nordiche”, dagli svizzeri, dai tedeschi, da chi vogliamo, forti delle esperienze e dei successi da questi già ottenuti. Come per gli aspetti, anche in questo settore la presenza di uno strumento apposito non può che favorire il consolidarsi di un circolo virtuoso di conoscenza/propositività/crescita/collettivizzazione delle problematiche sociali, che ci faccia uscire da quello che attualmente a mio modo di vedere è un circolo vizioso di disinteresse/corruzione/sfascio e degrado sociale.

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Indispensabili – La Deriva – La carenza delle Infrastrutture

Posted by giannigirotto su 14 aprile 2010

clicca per l'indice capitoli... Ecco un testo che consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, frutto della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Cap.5- Cristoforo Colombo è finito in secca

Porti, navi, aerei, treni: fotografie di un declino

……sulle navi gros­se, quelle che dominano i mari di oggi e del futuro, quelle che hanno in pugno la polpa del traffico mondiale delle merci, sia­mo quasi tagliati fuori. (abbiamo porti troppo piccoli e/o con fondali troppo bassi)

…………Eravamo forti………… fino a non molti decenni fa. Il declino, però, è stato rapidissimo. Nel 1971, ha scritto Bruno Dardani, che prima sul «Sole 24 Ore» e poi su «Libero Mercato» cerca da anni di lanciare l’allarme, «i quattro porti di Genova, Marsiglia, La Spezia e Livorno coprivano il 20% del traffico europeo» e di questa quota Genova rappre­sentava quasi i due terzi facendo da sola il 13% del totale con­tinentale. Tredici anni dopo, nel 1984, il traffico sotto la Lan­terna era crollato al 4 e mezzo per cento. Scarso.

Colpa dei costi: nel momento chiave in cui i porti dell’Eu­ropa del Nord si giocavano tutto per arginare l’irruzione della concorrenza orientale, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, movimentare un container pieno costava a Rotterdam il 56% in meno di quanto costasse a Genova. Colpa degli spazi per­ché, fatta eccezione per Gioia Tauro, i nostri porti sono antichi e hanno le case che incombono sulle banchine. Colpa dei parti­ti, che hanno occupato anche questi territori se è vero che al­meno 18 sulle 24 autorità portuali sono in mano a persone di origine diessina. E colpa della sordità della nostra classe diri­gente, che non ha ancora capito come sulle rotte marittime transiti quasi il 95% del commercio estero del continente. Commercio dal quale, nonostante ci riempiano la testa di chiac­chiere sull’«Italia piattaforma portuale d’Europa», stiamo fi­nendo progressivamente ai margini…..

….gli altri, coscienti che sul container si gioca il futuro, ci investono. E noi no. Prendi la Spagna. Mentre noi tagliavamo, spiega Bruno Dardani, loro in soli due anni, 2007 e 2008, hanno deciso di in­vestire sui porti quasi 3 miliardi di euro. Risultato: loro sono in vertiginosa ascesa, noi sommando tutti e sette i principali porti italiani catalogati dall’ufficio statistico di Amburgo (Gioia Tau­ro, Genova, La Spezia, Tarante, Livorno, Venezia e Trieste) ar­riviamo a movimentare 7.818.974 container. Cioè poco più del­la sola Anversa e 2 milioni in meno della sola Rotterdam. O se volete un terzo del solo porto di Singapore.

A Barcellona, consapevoli di essere obbligati ad ampliare il porto per tenere il passo del mondo, hanno deviato la foce del fiume Llobregat, preservato un’oasi faunistica per far contenti gli ambientalisti e creato spazi per 30 chilometri di banchine. A La Spezia la richiesta di dragare i fondali è stata tenuta ferma per anni finché è stata sbloccata nel 2007 solo a una condizio­ne: tutti i fanghi rimossi, considerati da certi verdi integralisti tossici e pericolosissimi, devono essere messi in migliala di co­stosi sacchi speciali con l’interno in pvc assorbente e portati da un’altra parte. Risultato: li spediamo, pagando, ai belgi. Che in­cassano 100 euro a tonnellata, prendono i nostri «spaventosi» fanghi tossici consegnati a domicilio e li usano per fare nuove banchine ad Anversa con le quali aumentare il loro vantaggio già abissale su La Spezia e gli altri porti nostrani.

Noi i soldi li but­tiamo nella Tirrenia, la più disastrosa azienda che abbia mai solcato i mari del mondo. Capace di ingoiare dal 2002 al 2007 oltre un miliardo di euro. Come ha fatto? Per cominciare, è stata via via usata dai go­verni per riciclare altre compagnie marittime affondate, siste­mare nuovi assunti, dare sfogo a fabbriche in crisi. Esempio: i traghetti veloci Aries, Taurus, Capricorn e Scorpio. Quando fu­rono ordinati, spiegano alla Cgil di Napoli, era finita da poco la guerra del Golfo, gli stabilimenti liguri della Fincantieri a Riva Trigoso erano nei guai per una serie di commesse saltate e l’or­dinazione di quelle 4 navi consentì loro di respirare. Costo: 105 miliardi di lire l’una nel 1998. Per un totale, in valuta d’oggi, di 260 milioni di euro.

Veloci, lo erano davvero: 40 nodi (vale a dire circa 75 chilometri) l’ora. Una spinta fantastica, per bestioni di 150 metri in grado di portare 450 macchine. Ma fu subito chiaro che beveva­no gasolio come certi ubriaconi il merlot all’osteria: da 15 a 18 tonnellate per ogni ora di navigazione. Un’enormità, rispetto ai traghetti tradizionali ma aggiornati come il Raffaele Rubattino, che coi suoi 23 nodi l’ora è decisamente meno rapido ma è lungo 30 metri in più, può portare molte più auto e consuma dalle 2 alle 3 tonnellate l’ora di gasolio. Morale: anche se viaggi pienissimo, i conti non tornano. Se poi, come capita d’inverno, parti a volte se­mivuoto, è una catastrofe. Due calcoli? Un viaggio Genova-Olbia andata e ritorno, con mare buono e navi a tutto vapore (sennò perché prendere la «veloce»?) costa mediamente 30.000 euro di gasolio coi nuovi traghetti tradizionali e 90.000 con quelli rapidi.

Assurdo. Risultato: i quattro «speedy-bestioni» se ne stan­no ormeggiati in disarmo. A Olbia, Arbatax, Genova, Napoli. Da anni. Ogni tanto, nei momenti di punta, li rimettono a fare qualche tratta. Poi li riportano a riposare. Inutilizzati. Con quat­tro o cinque marinai che ogni tanto avviano i motori per tenerli in vita, danno una scopata alle cuccette, rinfrescano la vernice dei corridoi. In attesa che un giorno, forse, chissà, qualcuno se li compri. E guai a lagnarsi della follia. Risposta: «E chi se l’imma­ginava che il petrolio schizzasse a cento dollari al barile!»……segue un resoconto dettagliato che descrive l’enormità degli aiuti statali, l’inamovibilità dei dirigenti, il clientelarismo, il sostanziale monopolio in cui opera la società…….

Identico discorso valeva per Alitalia….Chi lo dice? Qualche albergatore qualunquista? No: Ahmed bin Saeed Al-Maktoum, il presidente della Emirates che, partito nel 1985 con un Boeing 737 e un Airbus presi a noleggio, guida oggi una flotta di 95 aerei con 90 destinazioni in tutti e cinque i conti­nenti e un fatturato nel 2006 di 62 miliardi di euro con 687 mi­lioni di utile netto: «Avete tutto. E tutti sognano un giorno di poter venire in Italia», ha spiegato a «Oggi» nell’agosto 2007. «Credo che non dovrebbe essere diffìcile riempire i voli di gen­te proveniente da tutto il mondo per ammirare le vostre bellez­ze naturali, passare vacanze al mare, in montagna, tra capolavo­ri d’arte, siti storici e città uniche. In più avete una delle cucine migliori al mondo, chi ama fare shopping è nel Paese della mo­da e chi ama lo sport può assistere alle partite di uno spettaco­lare campionato di calcio. E probabilmente sto ancora dimenti­cando qualcosa. Poi c’è la clientela italiana. Un bacino di 58 milioni di persone, con un buon reddito medio, con una forte propensione a viaggiare e girare il mondo.» Di più: «Roma è il centro della cristianità. Basterebbe il movimento dei pellegrini diretti in Vaticano per chiudere i conti in attivo».

Come sia andata a finire lo sappiamo, una cosa invece che forse non tutti sanno è che seguito della crisi delle compagnie aeree dovute all’attacco del 11 settembre alle Torri Gemelle, vi furono i seguenti licenziamenti: 12.632 dipendenti tagliati dalla British Airways, 2.700 dalla Iberia, 2.500 dalla Sas… Tagli veri all’Alitalia: zero. Segue l’elenco di una serie di raccappricianti dati sugli sprechi, l’inefficenza e gli inciuci tra politici e sindacati per non intaccare la “vacca da mungere” …..molti politici, tra cui Berlusconi, che tuonavano contro Alitalia per le sue inefficenze, hanno cambiato completamente tono quando si sono trovati ai posti di comando…..

…………ogni fazione politica, partitica, clientelare, tira dalla propria parte e vuole la propria fetta di investimenti impeden­do gli stanziamenti più grossi? La Francia, che è grande quasi il doppio dell’Italia, ha 43 aeroporti: uno ogni 12.651 chilometri quadrati. Noi, stando al censimento dell’Erme, l’Ente nazionale per l’aviazione civile, svettiamo a 51. Di cui 14 (quattordici!) nella sola Emilia Romagna. Ma presto, con l’aeroporto di Viter-bo e quello della Basilicata, saremo a 53: uno ogni 5679 chilo­metri quadrati. Il doppio dei cugini d’oltralpe. «Un numero impressionante», secondo l’ex amministratore delegato di Ali­talia Giancarlo Cimeli. Perché? Perché ogni pista ha il suo pa­drino. Sindaci, presidenti di Provincia, governatori regionali e potenti satrapi locali sono disposti a fare carte false, per avere un «proprio» aeroporto…………

Passiamo alle ferrovie…?? In Svizzera, da Bodio a Erstfeld, sul­la direttrice Comò-Zurigo, stanno costruendo il tunnel più lun­go del mondo: 57 chilometri sotto le Alpi che saranno percorsi dai treni, sui quali saranno caricati i camion, in circa un quarto d’ora. Costo previsto: 4 miliardi e mezzo di euro, recuperati per metà fin d’ora con una tassa sul transito dei tir, che poi avranno tutto l’interesse a usare la ferrovia. Inaugurazione pre­vista: 2015. E potete scommettere che saranno di parola. Come lo furono col passante ferroviario di Zurigo.

Ricordate? Lassù decisero di farlo negli anni Settanta, cal­colarono che sarebbero serviti circa 700 miliardi di lire dell’e­poca, cominciarono come formichine a metter via una quaran­tina di miliardi l’anno, chiesero con un referendum agli abitan­ti se fossero d’accordo e nel 1983, firmando un gemellaggio con Milano che aveva in programma la stessa cosa, presero a scava­re dandosi una data: il 1990. Bene: 1127 maggio del 1990, esat­tamente 7 anni dopo ed esattamente al costo fissato, il passante zurighese di 10 chilometri veniva inagurato con la fanfara dei bersaglieri arrivata apposta da Legnano. E quello di Milano, lungo solo 500 metri di più? Nel ’90, si lagnava il presidente delle Ferrovie Nord in una lettera ad Andreotti, non era pronto «neanche a metà». Nel ’97 fu inaugurato un primo tratto, nel ’99 un secondo, nel 2002 un terzo, nel 2004 un quarto… Quan­to ai costi, meglio tacere: nove volte più del previsto.

Oggi la rete ferroviaria italiana è di soli 13 chilometri più lunga di quella del 1920 e se i chilometri a doppio binario sono raddoppiati (da 3443 a 6947) la maggior parte è ancora a bina­rio unico, compresi tratti fondamentali come Genova-Ventimiglia. E se gli utenti in questo secolo sono quintuplicati salendo a 540 milioni di passeggeri l’anno, la quota di mercato è andata sempre più scemando fino a scendere, rispetto all’auto, all’ae­reo e alla nave, sotto il 10%……..Come un flop progressivo e costante è il trasporto delle merci: poco più del doppio del 1920. Un disastro pagato carissimo. Fra perdite di gestione e fi­nanziamenti dello Stato per tappare i buchi, il peso delle Ferro­vie nello spaventoso debito pubblico italiano è valutabile in ol­tre 150 miliardi di euro: un decimo del totale. Senza contare il fardello caricato sul sistema previdenziale: i 163.355 maschi ita­liani che percepiscono la pensione da più di quarant’anni sono quasi tutti ex ferrovieri.

Non bastasse, come dicevamo, i costi di una nuova linea sono proibitivi. Colpa del sistema tutto italiano delle perizie di variante. Quelle che invogliano il costruttore a sospendere con­tinuamente i lavori per chiedere un aggiornamento dei prezzi in un gioco perverso di rinvii e rialzi, rinvii e rialzi, rinvii e rial­zi fino al record della diga sul Metramo, in Calabria: 76 perizie e un’impennata d’una trentina di volte della spesa iniziale. Un altro esempio? Il costo del tratto fra Bologna e Firenze, il più complicato dell’intero tracciato, è salito dai 1053 milioni previ­sti nel 1991 ai 4969 milioni nel luglio del 2007: 63 milioni per ognuno dei 78 chilometri. Ilquadruplo di quanto costa costrui­re una linea per l’Alta Velocità in Francia o in Spagna.

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Indispensabili: La Deriva – Cap.1

Posted by giannigirotto su 2 aprile 2010

Comincio oggi la lettura di un altro testo che mi consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Un Paese di poeti santi e scodellatrici

In Italia i bidelli, per legge, non possono dispensare i pasti agli scolari, per cui è nata la figura professionale della “scodellatrice”. Svolta da perso­ne che, pagate a parte e spesso riunite in cooperative, arrivano nelle scuole alle undici, preparano la tavola ai bambini, scoper­chiano i contenitori del cibo, mescolano gli spaghetti già cotti con il ragù e scodellano il tutto nei piatti, assistono gli scolaretti, mettono tutto a posto e se ne vanno. Costo del servizio, Iva compresa, quasi un euro e mezzo a piatto. Mille bambini, 1500 euro. Costo annuale del servizio in un Comune di media gran­dezza con duemila scolaretti: 300.000 euro……

Ma ve lo immaginate qualcosa di simile in America, in Francia, in Gran Bretagna o in Germania? Sono 50.000 più che i carabinieri, i 167.000 bidelli italiani. Uno ogni 2,2 classi, de­nuncia un dossier di «Tuttoscuola» di Giovanni Vinciguerra ri­cordando che in altri Paesi come il Giappone, la Finlandia o la Spagna la figura «non esiste e il compito di tenere puliti i ban­chi, le aule e i corridoi delle scuole fa parte dei normali doveri degli stessi allievi» che così imparano subito ad aver rispetto per la proprietà collettiva. Il loro costo? Sfiora i 4 miliardi di euro l’anno. E il bello è che, nonostante pesino mediamente per «367.000 euro l’anno a istituto», hanno costretto le scuole ad assumere part-time non solo le scodellatrici, le quali umilia­te dal precariato hanno dato vita a Milano a manifestazioni di piazza per chiedere l’assunzione definitiva, ma anche, qua e là, una società esterna di pulizie.

Tema: come può una scuola che concentra le sue attenzio­ni, i suoi soldi, le sue energie su sconcertanti impuntature sin­dacali come queste, essere all’altezza di un mondo che corre a una velocità doppia, tripla, quadrupla?……………….Mentre noi assumevamo scodellatrici, gli altri Paesi stendevano i cavi delle reti a banda larga per mettere on-line il si­stema scolastico e l’intera società. Certo, a parole ci abbiamo provato anche noi. Ricordate lo slogan berlusconiano delle «tre I: inglese, internet, impresa»? Nel giugno 2001 il Cavaliere fece addirittura un ministro, Lucio Stanca, perché se ne occupasse. A settembre, tornati tutti dalle ferie, decisero di metter su una commissione. Due anni dopo (due anni!) il Cipe (Comitato in­terministeriale per la programmazione economica) approvò una delibera per affidare un grande programma nel Mezzogior­no a Sviluppo Italia che a sua volta istituì una società apposita, l’Infrate!. Altri due anni (due anni!) e alla fine del 2005, senza che fosse ancora stato posato un metro, manco uno, dei 1800 chilometri di cavi a fibre ottiche, veniva firmato un contratto di programma che ratificava la decisione presa nel 2003. Finché, alla fine del 2006, la Corte dei Conti denunciava lo spreco di tempo, l’esagerazione di soldi dati ai manager e l’abisso che si era ingoiato 1.283.799 euro di consulenze: «Nulla è stato rife­rito in merito alle procedure di scelta dei consulenti, avvalo­rando l’ipotesi che dette consulenze siano state tutte conferite intuitu personae». Cioè a capocchia…………….Nel frattempo, le classifiche internazionali ci vedevano affondare. E se nel 2004 eravamo ancora più o meno alla pari con l’Irlanda, la Francia e la Spagna per numero di computer utilizzati in famiglia, nel 2007 siamo sprofondati dietro tutti, comprese l’Estonia, la Slovacchia, la Lettonia, la Lituania-Quanto agli sportelli elettronici che consentono un collega­mento diretto tra il cittadino e la pubblica amministrazione, siamo penultimi: peggio di noi in Europa c’è solo la Grecia.(che, notizia degli ultimi mesi, è praticamente fallita, no?)………..

Siamo un Paese di poeti che hanno rinnegato la poesia e la scuola. Di santi senza più morale se è vero, come ricorda Michele Ainis, che «il Sistema bibliotecario nazionale censisce 4915 vo­lumi con la parola “etica” nel titolo, ma un terzo della ricchez­za nazionale sfugge alle tasse». Di navigatori senza più porti, vi­sto che secondo il centro studi di quello di Amburgo i nostri sette maggiori scali non arrivano a movimentare tutti insieme quanti container entreranno nel 2012 nel solo porto marocchi­no di Tangeri.

Nel 1991, dice l’ultimo rapporto dell’Istituto per il com­mercio estero, l’Italia arrivò a sfiorare una quota del com­mercio mondiale pari al 5%. Un dollaro su 20 di merci scam­biate era nostro. Da allora, fatta eccezione per una lieve ri­presa nel 2007, è stata una lenta, progressiva, inesorabile di­scesa. Nel 2001 era nostro un dollaro su 25, nel 2006 uno su 29. Mentre i cinesi, che nel 1991 detenevano una quota tra­scurabile, salivano al 3,3% nel 1997 fino a uno strabiliante 8,1% nel 2006.

«Il Pil prò capite italiano è calato rispetto alla media dell’a­rea euro da 105 nel 1988 a 94 nel 2007», ha denunciato più vol­te Luca Corderò di Montezemolo. «Se avessimo avuto la stessa crescita dei partner europei ogni lavoratore oggi potrebbe ave­re 3400 euro in più in busta paga.» Buste paga che sono diventate sempre più leggere. Tanto che a metà 2007 l’Eurispes foto­grafava un Paese in grande difficoltà. Con oltre 5 milioni di nu­clei familiari, per un totale di 15 milioni di persone, pari a un italiano su 4, che vive l’incubo della povertà. Sette milioni sono già sotto la soglia, altri 8 sono ad alto rischio: «Non solo fatica­no ad arrivare a fine mese, ma anche a superare la terza setti­mana».

……….è colpa dell’«aumento del costo del lavoro per unità di prodotto», salito fra il 1996 e il 2005 del 20% contro un calo del 10% in Francia e Germania…..

………il turi­smo valeva per noi quasi un dodicesimo del Pil, 2 milioni e mezzo di occupati e un valore aggiunto di 150 miliardi di eu­ro. Eravamo i primi al mondo, nel 1970……..ma già nel 2004, a forza di rapinare gli stranieri sparando conti astronomici nei ristoranti e di devastare i limoneti e gli aranceti per tirar su quelle mostruose palazzi­ne abusive che infestano le nostre coste meridionali, eravamo scivolati al quinto posto, con il 4,9% di quota di mercato mon­diale. Al primo ora c’è la Francia con il 9,9%, poi la Spagna con il 7,1%, quindi gli Stati Uniti con il 6,1% e la Cina con il 5,5%. Non bastasse, l’Italia è l’unico Paese Ocse che ha visto calare dal 1994 al 2004 la quota del turismo sul prodotto inter­no lordo, passata dal 6,13% al 5,68%.

Il capitolo prosegue con gli esempi di Venezuela e Argentina, due paesi che ad inizio secolo erano assolutemente ricchissimi e prosperi e sembravano avere un futuro splendente, ma che un politica scellerata ha portato al totale fallimento sociale ed economico. È questo il rischio che corre l’Italia se rifiuta di vedere le cose come stanno. Se racconta a se stessa di avere solo una febbriciattola passeggera. Se non accetta di prendere atto che sta andando alla deriva. E che, senza una svolta, uno scatto di or­goglio, una consapevolezza condivisa di alcune scelte da fare, rischia il naufragio. Ernesto Galli della Loggia alla vigilia delle elezioni del 13 aprile l’ha spiegato come meglio non si può. «L’Italia ha soprat­tutto bisogno di verità. Ha un gran bisogno che finalmente si squarci il velo di silenzi, di reticenze, spesso di vere e proprie bugie, che per troppo tempo il Paese ha steso sulla sua effettiva realtà.» Sulla scuola, sulla pubblica amministrazione, sulla giu­stizia, sulla magistratura, sulle Regioni, sulla criminalità, sul­l’impunità dei reati economici «e così via, così via, in un vortice di conformismo pubblico che è ormai diventato una cappa insopportabile.

…….

Certo non è finlandese la Campania. Dove un rapporto della Corte dei Conti di fine 2007 ha rifatto i calcoli. Scopren­do che non solo il bubbone dell’immenso patrimonio pubblico partenopeo (59.927 immobili comunali sui quali il Municipio è riuscito incredibilmente a perdere 16 milioni di euro l’anno) non è stato toccato per non scontentare i clientes, ma che gli occupanti abusivi in tutta la regione sono molti di più di quelli che erano stati censiti. Ammontano, tenetevi forte, a 17.900. Di più, il dossier dei giudici contabili spiega che nella stra­grande maggioranza questi occupanti denunciano di non aver alcun reddito. Neanche mille euro l’anno: zero. Dichiarano di vivere d’aria il 59,91% degli abusivi Iacp e addirittura il 78,01% di quelli comunali. Ma gli altri, i regolari? Quelli paga­no ogni tanto. Quando gli garba: su 42 euro di affitto medio mensile la morosità è di 28 euro e 50 centesimi. Risultato: l’Isti­tuto autonomo case popolari, a Napoli, incassa mediamente da ogni casa 13 euro e 58 centesimi al mese……

Altro esempio è l’Azienda Trasporti di Napoli, in condizioni disastrose e usuale erogatrice di favori clientelari e per raccogliere voti, strapiena di debiti costantemente ripagati dal Comune, ma i cui dirigenti si autopremiano con laute gratifiche……Quanto a lungo può andare alla deriva prima di affondare un Paese, con aziende così? Dove i sindacati se ne infischiano dei conti e badano solo a far assumere più persone possibili, dove i sindaci sbuffano ma poi tirano fuori i soldi perché i voti sono voti, dove i dirigenti non solo non pagano neppure davan­ti a disastri contabili come questo ma addirittura si premiano? Ce la possiamo permettere, una classe dirigente così?………………

Negli ultimi dieci anni, mentre la classe media veniva schiacciata verso il basso dall’introduzione dell’euro e dalla sostanziale stagnazione dei redditi si è assistito a una crescita vertiginosa degli appannaggi ai «capi». Quando arrivò alle Poste nel 1998 Corrado Passera prendeva l’equiva­lente attuale di 361.000 euro e il suo successore Massimo Sarmi nel 2006 ne ha presi 1.528.000: quattro volte di più. Fabiano Fabiani alla Finmeccanica stava nel ’95, secondo «Milano Fi­nanza», appena sotto i 300.000 euro, il suo successore Pier Francesco Guarguaglini, dice «II Sole 24 Ore», si è assestato nel 2007 a 4.230.000:14 volte di più. All’Eni nel ’96 Franco Bernabé guadagnava quanto 13 dipendenti medi messi insie­me, nel 2007 Paolo Scaroni (che per traslocare dall’Enel aveva avuto una buonuscita di 10 milioni) quanto 58. Si dirà: ma Eni e Finmeccanica sono società quotate in Bor­sa quindi hanno una loro autonomia che dipende dal mercato. Non è così. Al Poligrafico dello Stato, che quotato non è, il presidente Michele Tedeschi aveva nel 1998 una busta paga pari a 194.000 euro: otto anni dopo quella dell’amministratore dele­gato Massimo Ponzellini era di 600.000. Alla Fiat Cesare Romiti prendeva nel 1993, stando alle di­chiarazioni dei redditi pubblicate dall’Ansa, 772.000 euro di oggi: nel 2007 Sergio Marchionne ne avrebbe presi 6.906.100. E se lo stipendio del primo era allora pari a 21,2 volte il costo medio di un dipendente della Fiat (oneri sociali compresi), quello del suo successore è pari a 178 volte. Di più: se la retri­buzione lorda media di un dipendente del gruppo di Torino è cresciuta in termini reali del 6,4%, quella dell’amministratore delegato è cresciuta, sempre in termini reali, del 791 %.. E lo stipendio di Marchionne non è affatto il più alto per­cepito dai manager italiani nel 2007………………

«E le stock option?», si è chiesta Rifondazione comunista. E ha compilato un dossier: «Nel 2006 i supermanager delle so­cietà quotate hanno intascato oltre 500 milioni di euro. In pole position c’è Rosario Bifulco, presidente e amministratore dele­gato di Lottomatica, che si è guadagnato una gratifica da quasi 38 milioni. Le stock option su Ferrari hanno regalato a Luca Corderò di Montezemolo oltre 10 milioni». Al secondo posto in classifica c’era il direttore centrale di Mediobanca Francesco Saverio Vinci, con 17 milioni e mezzo: cento volte e passa quel che aveva Cuccia nel conto in banca. Meritati? Opinioni. Ma di certo molto «disallineati», per usare un verbo di moda, rispetto all’andamento del Paese. Come nel caso di Giancarlo Cimoli, che dopo essere venuto via dalle Ferrovie con una buonuscita di 6 milioni e 700.000 euro è anda­to a guadagnarne 2,7 l’anno all’Alitalia (7393 euro al giorno) per lasciarla in stato di coma profondo…………..

E le donne? Il tasso di occupazione femminile, un dato che spesso coincide con quello dei Paesi più ricchi, ci vedeva nel 1996 nelle posizioni di coda. Adesso siamo, col 46%, ultimissimi. Dopo la Grecia, la Polonia, l’Ungheria… Ultimissimi. Dieci punti sotto la Repubblica Ceca. Quindici sotto la Slovenia. Venti sotto gli Stati Uniti e la Finlandia. Quasi trenta sot­to la Danimarca…………

………Ma certo questa ricucitura tra il Palazzo e i cittadini, ne­cessaria come l’ossigeno per interrompere la deriva, sarebbe più facile se i partiti avessero tutti insieme cambiato quell’e­mendamento indecente infilato nell’ultimo decreto «millepro-roghe» varato il 23 febbraio 2006 dalla destra berlusconiana ma apprezzato dalla sinistra. Emendamento in base al quale «in caso di scioglimento anticipato del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati il versamento delle quote annuali dei relativi rimborsi è comunque effettuato». Col risultato che nel’2008,2009 e 2010 i soldi del finanziamento pubblico ai par­titi per la legislatura defunta si sommeranno ai soldi del finan­ziamento pubblico del 2008, 2009 e 2010 previsto per la legi­slatura entrante. Così che l’Udeur di Clemente Mastella incas­serà complessivamente 2 milioni e 699.701 euro anche se non si è neppure ripresentata alle elezioni……………E sarebbe più facile se i 300 milioni di euro incassati nel 2008 dai partiti sulla base della legge indecorosa che distribuisce ogni anno 50 milioni di rimborsi elettorali per le Regionali (an­che quando non ci sono), più 50 per le Europee (anche quando non ci sono), più 50 per le Politiche alla Camera (anche quando I non ci sono: quest’anno doppia razione) e più 50 per le Politiche al Senato (doppia razione) non fossero un’enormità in confronto ai contributi dati ai partiti negli altri Paesi occidentali. Contributi che, spiega uno studio del 2007 della Camera, ammontano a 61 milioni in Spagna, 133 in Germania e 73 milioni in Francia.

Per non parlare infine dei costi delle varie figure istituzionali, a tutti i livelli, dal Presidente della Repubblica allo stenografo del Senato, che ha una retribuzione superiore a quella del custode del Tesoro della Regina d’Inghilterra Elisabetta II…………

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La terra degli Gnu (Ognuno per sè e Dio per tutti)

Posted by giannigirotto su 22 marzo 2010

E’ da sempre che volevo scrivere un articolo identico! Ringrazio pertanto Mimmo Guarino che è riuscito a scriverlo come e meglio di quanto avrei fatto  io!

E’ superfluo pertanto che io dica che sono d’accordo al 101%, e che le mie iscrizioni a diverse Associazioni sono il mio tentativo e il mio contributo a favore degli “GnUmani”.

Quindi grazie ancora Mimmo, vi invito tutti a leggere questo bellissimo articolo cliccando o sulla foto a fianco o sul nome dell’autore….

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Indispensabili: “Economia Canaglia” – 9° Capitolo

Posted by giannigirotto su 2 marzo 2010

Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, vorrei cambiare approccio.

In questo caso infatti inserisco un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile.

Considero questo libro veramente “indispensabile”, perchè chiude il cerchio fra la liberalizzazione del mercato globale e il crescente peggioramento della condizione socioeconomica di enormi strati della popolazione, in particolare la cosidetta “classe media”.

Cap 9 – I grandi illusionisti del ventesimo secolo

Nel documentario Una scomoda verità (2006), Al Gore ammette che nella campagna elettorale per le presidenziali del 2000 gli venne suggerito di non puntare su tematiche ambientali – cui lui teneva molto – perché non avrebbero portato voti. I sondaggi infatti confermavano l’indifferenza dell’elettorato nei confronti dell’ambiente……..

La politica è diventata marketing. I politici non dicono ciò che le loro idee e la loro visione suggerisce, ma semplicemente ciò che, secondo studi e sondaggi mirati, fa più presa nel pubblico, ciò che il pubblico vuole sentire insomma. Per aiutarsi in questo gioco assoldano le celebrità e sponsorizzano eventi caritatevoli per passare da altruisti .…..In realtà, l’obiettivo è esattamente l’opposto. Il loro scopo è perseguire tenacemente il proprio disegno politico nel quale il continente africano può solo rimanere sottomesso alle regole dell’economia delle potenze occidentali….

In Africa gran parte degli aiuti erogati dai Paesi ricchi non raggiunge la popolazione, ma viene “dirottato” verso la fazioni militari e le varie bande armate che controllano i territori,…….per lasciare libere le multinazionali di saccheggire le materie prime e le altre risorse che vi sono contenute (aggiungo io)……Storicamente gli aiuti stranieri all’Africa si rivelano una forza canaglia che finanzia soprattutto il terrorismo. Nei paesi dilaniati dalla guerra come Etiopia, Somalia e Sudan, il trasferimento dei beni, ovvero la ridistribuzione degli aiuti esterni, è la fonte di guadagno più redditizia dei gruppi armati locali. Durante la guerra civile in Sudan, il grosso degli aiuti alimentari destinato alle regioni colpite dalla carestia viene usato dai gruppi armati e dai signori della guerra per comprare armi irachene con cui combattere l’esercito sudanese e massacrare la popolazione. Anche i governi africani partecipano a questo furto. Il governo di Karthoum usa la sua quota di aiuti per comprare petrolio iracheno con cui alimentare la macchina bellica e pagare i consulenti militari iraniani. La perdita di parte del capitale degli aiuti è un dato di fatto al punto che i paesi donatori la conteggiano attorno al cinque per cento. Per alcuni stati africani questa percentuale arriva fino al 20 per cento. Quando gli aiuti stranieri non vengono rubati alla fonte, cioè prima che il denaro o i prodotti raggiungano la popolazione, la gente viene derubata in casa.

Invece della beneficenza…..Sarebbe molto più utile abolire i dazi agricoli e i 300 milioni di dollari di sovvenzioni che i paesi ricchi distribuiscono ai loro agricoltori. Una strategia simile farebbe lievitare i proventi dell’agricoltura africana di cento miliardi di dollari, 20 in più rispetto agli 80 che i paesi industrializzati hanno inviato in Africa nel 2006. La soppressione delle sovvenzioni e dei dazi nei paesi industriali permetterebbe ai prodotti africani di competere liberamente con quelli occidentali e di generare profitti pari a 500 miliardi di dollari, sufficienti ad affrancare dalla povertà 150 milioni di africani entro il 2015. Il vero problema è che campagne di questo tipo si scontrerebbero con gli interessi dei coltivatori occidentali, che sono la base dell’elettorato di Bush e un gruppo di pressione molto potente sia in America che in Europa……

La verità dietro la campagna «abolire la povertà» è che gli aiuti stranieri portano vantaggi solo a chi li elargisce, come dimostra nel dopoguerra il Piano Marshall, che crea un nuovo mercato per i prodotti americani e solo indirettamente aiuta l’Europa……. per ogni dollaro che raggiunge il continente tre restano nel paese di origine. La manodopera e i prodotti provengono dai paesi donatori. E in fondo gli aiuti finiscono per creare un mercato per i prodotti occidentali. Secondo la Banca mondiale, il 70 per cento dei prestiti viene speso dai paesi africani per l’acquisto di beni e servizi dalle aziende occidentali.

Molti leader africani si sono pronunciati contro la logica comoda e rassicurante degli aiuti stranieri. Hanno invece chiesto il trasferimento della tecnologia e lo sviluppo di infrastrutture chiave, per esempio nell’industria dei trasporti. All’Africa mancano le strutture e le risorse umane adatte per uscire dalla povertà………..

E per quanto riguarda il terrorismo, come lo sta utilizzando la politica?…....Prima d’ora i politici non avevano mai «cambiato le carte in tavola» per anticipare un futuro più pericoloso e spaventoso del presente. Ma questa tendenza era già in atto alla vigilia dell’11 settembre. Nel 2001 Andrew Bacevich, docente di relazioni internazionali della Boston University, scrive sulla rivista Foreign Policy che il rapporto del 2001 del Dipartimento di stato, intitolato Patterns of Global Terrorism, «non solo esagera e distorce la realtà, ma nasconde il contesto politico in cui avvengono specifici episodi di terrorismo». …. La manipolazione dei dati e la propaganda politica contribuiscono a creare nel mondo libero ciò che il professor Leif Wenar dell’università di Sheffield definisce «falso senso d’insicurezza» sul terrorismo. Il motto è «Abbiate paura. Abbiate molta paura. Ma continuate a vivere come prima». Questo mantra viene recitato durante i rituali di sicurezza eseguiti ogni volta che saliamo a bordo di un aereo. In realtà «dovrebbero preoccuparci molto di più la diffusione delle malattie, il commercio di droghe, il traffico di esseri umani e altri atti criminali che avvengono attraverso l’aviazione e i trasporti» dice Joe Sulmona. «Questi pericoli rappresentano rischi assai maggiori e frequenti.» Ma queste paure non vengono pubblicizzate dalle celebrità e non possono essere visualizzate o illustrate con foto scioccanti. Soprattutto, non fanno aumentare l’indice di gradimento dei politici. Dopo l’il settembre, il «falso senso d’insicurezza» diffuso dall’amministrazione Bush è servito a far crescere la popolarità di un presidente impopolare e tre anni dopo ha di fatto rappresentato la piattaforma elettorale per la sua rielezioni……La convinzione che oggi in Occidente la probabilità di un dirottamento aereo sia più alta che in passato è uno dei molti miti venduti al mondo dalla coppia Bush-Blair. È la politica della paura……..Gli americani hanno molte più probabilità di essere assassinati in casa che di cadere vittime di un attentato terroristico. Ogni anno negli USA vengono assassinate 16000 persone. Se l’11 settembre ne sono mlorte oltre 3000, mentre sto scrivendo, in America le vittime degli incidenti stradali dopo il 2001 sono oltre 200.000. La probabilità che un americano muoia in un incidente aereo è di circa una su 13 milioni (1l settembre incluso), mentre basta percorrere solo 18 chilometri alla guida sulle strade più sicure d’America (le interstatali in zone rurali) per raggiungere lo stesso livello di rischio. È più probabile morire sulla strada verso l’aeroporto che non esplodere nel terminal o in volo………

La verità è che il terrorismo è un grande strumento mediatico per distogliere lo sguardo dai reali problemi, e giustificare politiche che sotto un velo di razionalità, servono solo a perpetuare i privilegi delle caste al potere.

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Indispensabili: “Economia Canaglia” – 3° Capitolo

Posted by giannigirotto su 4 febbraio 2010

Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, ho cambiato approccio.

In questo caso infatti inserisco un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile.

Considero questo libro veramente “indispensabile”, perchè chiude il cerchio fra la liberalizzazione del mercato globale e il crescente peggioramento della condizione socioeconomica di enormi strati della popolazione, in particolare la cosidetta “classe media” e le prime vittime manco a dirlo sono state le donne, e ci offre una chiara visione degli scenari che ci aspettano nel futuro. La globalizzazione ha riversato nel mercato del lavoro una quantità smisurata di manodopera a bassissimo costo, dapprima poco acculturata ma via via rapidamente con preparazione sempre migliore. Questo ha comportato e comporterà ancora per molti anni, inevitabilmente un sostanziale impoverimento delle classi medie dei Paesi ricchi, a favori di quelle “Elite” che manovrano immensi imperi economici, sia leciti che illeciti. Questa tendenza proseguirà sino a tanto che gli stipendi della manodopera nei paesi poveri non raggiungerà livelli simili a quelli dei paesi ricchi. Invito pertanto veramente tutti a divulgare i contenuti puntuali e documentati di questo libro, segnalandoli ai propri amici. La conoscenza infatti è il primo passo per raggiungere vera libertà e progresso civile. Buona lettura

Capitolo 3 – La fine della politica

Questo capitolo inizia con una descrizione sull’origine e sul funzionamento dell’Andrangheta, da sempre concentrata sul controllo dell’economia locale.Ma il processo di smantellamente del sistema comunista e la globalizzazione economica consentono un enorme salto di qualità. Le mafie trovano terreno fertile nelle «società in via di rinnovamento in cui è in atto un’espansione economica ma a cui manca una struttura legale in grado di difendere con efficacia i diritti di proprietà o di dirimere le dispute commerciali”.

Determinante poi è stato lo spostamento da USA a Europa del riciclaggio del denaro: Fino all’11 settembre, la gran parte dei 1500 miliardi di dollari prodotti dalle economie illegali, criminali, e dal terrorismo si ricicla negli Stati Uniti, in dollari americani. Poiché 1’80 per cento viene «lavato» in contanti, il denaro deve entrare fisicamente in America. Il principale accesso sono i paradisi fiscali statunitensi, le banche dei Caraibi. Nell’ottobre del 2001 il Congresso americano approva il Patriot Act che, nel tentativo di combattere il terrorismo, limita notevolmente le libertà civili degli americani. La sezione finanziaria rende molto più difficile il riciclaggio. Le banche americane e quelle straniere che operano in America non possono più fare affari con le banche dei paradisi fiscali. Inoltre, il Patriot Act dà alle autorità monetarie statunitensi il diritto di monitorare le transazioni in dollari che si effettuano in tutto il mondo. Oggi, una banca americana o straniera operante negli Stati Uniti che non segnali alle autorità transazioni sospette in dollari, effettuate in qualsiasi paese del mondo, commette un reato.

Il Patriot Act è riuscito a fermare l’ingresso del denaro sporco negli Stati Uniti. Poiché si tratta di una legislazione esclusivamente americana, applicabile solo alle transazioni in dollari, non ha bloccato il finanziamento del terrorismo o delle attività criminali né il riciclaggio del denaro sporco che si produce all’ estero e in altre monete. Ecco perché le attività illegali si spostano in Europa, dove la nuova valuta unificata offre alle organizzazioni già attive nel riciclaggio opportunità di crescita e guadagni inaspettati.

Rivela un funzionario dell’Europol che vuole restare anonimo: “L’entrata in vigore dell’ euro ha facilitato il trasporto e il riciclaggio dei contanti nell’Unione Europea perché ha nascosto alle autorità monetarie l’origine geografica dei proventi illegali. I dati della Guardia di Finanza dimostrano che dal 2001 al 2004 il riciclaggio del denaro in Italia aumenta del 70 per cento. L’introduzione dell’euro riduce il costo del riciclaggio. «Un tempo, per riciclare i proventi dei suoi traffici in varie valute, la ‘ndrangheta usava gli uffici di cambio per turisti. Era però una procedura costosa, 50 lire per ogni dollaro, e richiedeva molto tempo» spiega il colonnello della Guardia di Finanza Cesare Nota Cerasi.

Oggi il riciclaggio del denaro avviene spostando grosse quantità di contanti da un paese all’altro a prezzi stracciati. L’assenza di una regolamentazione comunitaria che imponga il monitoraggio dei movimenti di contanti in entrata o in uscita dall’Unione Europea ne facilita il trasporto oltre frontiera…………………… L’inefficienza del sistema di antiriciclaggio del denaro sporco europeo è evidente soprattutto nel settore immobiliare, perché il diritto fondiario locale non è adeguato agli standard internazionali antiriciclaggio. I registri immobiliari locali, per esempio, non possono comunicare tra loro oltre confine, perciò è impossibile verificare se qualcuno ha acquistato proprietà in diverse giurisdizioni………………In Europa, l’assenza di una legge simile al Patriot Act e dell’armonizzazione fiscale associata alla presenza di numerose strutture offshore si è dimostrata provvidenziale per le nuove attività illegali della ‘ndrangheta………………

nelle pagine che seguono viene analizzato minuziosamente cosa comporta l’assenza di una politica efficace di gestione dei mutamenti della struttura economica di una società: «L’incapacità dello stato di regolamentare una significativa trasformazione economica [ … ] può produrre il radicamento della mafia»…….. Quando la politica non riesce a controllare i cambiamenti economici, com’è accaduto alla fine del comunismo, per la malavita si aprono grandi opportunità. Se è vero che i mercati neri prosperano sempre durante i periodi di caos, quelli ben organizzati si arricchiscono oltremisura.

La transizione dall’ economia della Guerra fredda all’ economia di mercato lascia vaste zone del mondo in preda all’anarchia politica. In quel vuoto… le organizzazioni criminali capitalizzano i vantaggi dell’ economia di mercato globalizzata potenziando, riproducendo ed espandendo la propria rete. Spesso queste organizzazioni si sostituiscono all’autorità statale inesistente, offrendo protezione a soggetti che operano nella legalità e nell’illegalità. Così facendo, garantiscono la sopravvivenza di interi sistemi economici, che inevitabilmente diventano economie canaglia. Un esempio di questo fenomeno è la progressiva trasformazione della nomenklatura bulgara in organizzazione criminale…..anzi.. la criminalizzazione della nomenklatura è un passo necessario e imprescindibile per non perdere del tutto il controllo dell’ economia ed evitare il crollo di intere nazioni.

A differenza di quanto sostengono in molti, la caduta del muro di Berlino non coglie di sorpresa la nomenklatura, l’apparato governativo comunista. Nel 1979, dopo l’impegno militare sovietico in Afghanistan, il Kgb prevede che nel giro di un decennio il sistema comunista crollerà. Lo rivela un affiliato della mafia bulgara:

La nomenklatura ha avuto dieci anni per riorganizzarsi e approfittare dell’inevitabile transizione verso il capitalismo. Nel 1982 i membri dell’élite politica bulgara cominciarono a mettere in piedi joint-venture tra le imprese di stato e compagnie straniere fittizie create all’estero. Queste partnership servirono come giustificazione per prendere in prestito grosse somme di denaro dalle banche di stato bulgare, denaro che venne subito incanalato nei paradisi fiscali europei. Questo processo subì un’ accelerazione nella seconda metà degli anni ottanta, durante l’agonia finale del comunismo. Tra il 1987 e il 1988 joint-venture fittizie divorarono le rimanenti finanze dello stato bulgaro, circa dieci miliardi di dollari. Nel 1989, quando il muro di Berlino cadde, la nomenklatura aveva trasferito e messo al sicuro il grosso della ricchezza monetaria bulgara in conti cifrati nei paradisi fiscali. Nel decennio seguente, il denaro prodotto da questo saccheggio serve a finanziare la trasformazione della nomenklatura in una vera organizzazione criminale che prima crea la mafia bulgara e poi si fonde con essa. Il denaro rubato allo stato contribuisce anche a trasformare le vecchie reti sociali comuniste (compresi servizi segreti e squadre sportive) in network criminali che diventano l’infrastruttura necessaria per assumere il controllo dell’ economia nazionale………………segue una descrizione dettagliata ed una serie di esempi su come nella pratica sia avvenuto questo passaggio della nomenklatura politica bulgara ad organizzazione criminale, e come la stessa abbia saputo approffittare di tutti gli sconvolgimenti economici per colmare i vuoti lasciati dalla politica, o persino provvedimenti come l’embargo, che pur avendo finalità condivisibili, finiscono sempre per irrobustire le organizzazioni criminali a scapito della società onesta.

…………….In un mondo globalizzato è impossibile tracciare i confini spaziali della politica. I tentativi, come il Patriot Act, possono addirittura sortire l’effetto opposto, in questo caso specifico danneggiando il principale alleato dell’America, l’Unione Europea. In un mondo globalizzato il confine tra bene e male è costantemente offuscato dagli interessi economici. Il record.negativo della Cina in materia di diritti umani, per esempio, non le impedisce di essere membro dell’Organizzazione mondiale del commercio. Il G7 diventa G8 mentre gli oligarchi russi rapinano i loro compatrioti. La politica globalizzata va ben oltre i grandi ideali di una nazione e diventa una lotta brutale e quanto mai imprevedibile per accaparrarsi il potere……………………al contrario..mentre la politica è ancora trincerata entro i confini nazionali, l’economia si è globalizzata e, così facendo, spezza i vincoli delle legislazioni interne………….

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Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, vorrei cambiare approccio.In questo caso infatti inserirò un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile nell’articolo di presentazione, come questo che riguarda appunto il primo capitolo.In questo modo spero di poter raggiungere un numero più vasto di lettori, che altrimento penso si spaventerebbero dalla mole del libro e dall’importanza e apparente difficoltà degli argomenti trattati.

Inutile dire che considero questo libro veramente “indispensabile”, perchè chiude il cerchio fra la liberalizzazione del mercato globale e il crescente peggioramento della condizione socioeconomica di enormi strati della popolazione, in particolare la cosidetta “classe media” e le prime vittime manco a dirlo sono state le donne, e ci offre una chiara visione degli scenari che ci aspettano nel futuro. La globalizzazione ha riversato nel mercato del lavoro una quantità smisurata di manodopera a bassissimo costo, dapprima poco acculturata ma via via rapidamente con preparazione sempre migliore. Questo ha comportato e comporterà ancora per molti anni, inevitabilmente un sostanziale impoverimento delle classi medie dei Paesi ricchi, a favori di quelle “Elite” che manovrano immensi imperi economici, sia leciti che illeciti. Questa tendenza proseguirà sino a tanto che gli stipendi della manodopera nei paesi poveri non raggiungerà livelli simili a quelli dei paesi ricchi. Invito pertanto veramente tutti a divulgare i contenuti puntuali e documentati di questo libro, segnalandoli ai propri amici. La conoscenza infatti è il primo passo per raggiungere vera libertà e progresso civile. Buona lettura

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ALLARME ROSSO – CENSURA

Posted by giannigirotto su 25 gennaio 2010

ATTENZIONE – PERICOLO !

E’ in discussione al Parlamento un nuovo disegno di legge che equipara Internet alla televisione. Quindi, chi produce video informazione, dovrà chiedere il permesso alle autorità governative, come fanno le tv locali, ad esempio. Vi rendete conto? Neppure in Cina, forse, è stata pensata una cosa del genere!

Siamo alla censura più spudorata! con buona pace della libertà di opinione ed espressione costituzionalmente garantita!

Passate parola e tenetevi informati sul sito “Diritto alla rete” sopra raffigurato…..

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Indispensabili: “Economia Canaglia” – 1° Capitolo

Posted by giannigirotto su 24 gennaio 2010

Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, vorrei cambiare approccio.

In questo caso infatti inserirò un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile nell’articolo di presentazione, come questo che riguarda appunto il primo capitolo.

In questo modo spero di poter raggiungere un numero più vasto di lettori, che altrimento penso si spaventerebbero dalla mole del libro e dall’importanza e apparente difficoltà degli argomenti trattati.

Inutile dire che considero questo libro veramente “indispensabile”, perchè chiude il cerchio fra la liberalizzazione del mercato globale e il crescente peggioramento della condizione socioeconomica di enormi strati della popolazione, in particolare la cosidetta “classe media” e le prime vittime manco a dirlo sono state le donne, e ci offre una chiara visione degli scenari che ci aspettano nel futuro. La globalizzazione ha riversato nel mercato del lavoro una quantità smisurata di manodopera a bassissimo costo, dapprima poco acculturata ma via via rapidamente con preparazione sempre migliore. Questo ha comportato e comporterà ancora per molti anni, inevitabilmente un sostanziale impoverimento delle classi medie dei Paesi ricchi, a favori di quelle “Elite” che manovrano immensi imperi economici, sia leciti che illeciti. Questa tendenza proseguirà sino a tanto che gli stipendi della manodopera nei paesi poveri non raggiungerà livelli simili a quelli dei paesi ricchi. Invito pertanto veramente tutti a divulgare i contenuti puntuali e documentati di questo libro, segnalandoli ai propri amici. La conoscenza infatti è il primo passo per raggiungere vera libertà e progresso civile. Buona lettura

CAPITOLO UNO – “A letto con il nemico” –

Abbiamo salutato con gioia l’abbattimento del muro di Berlino, peccato sia caduto sulla testa delle donne. –   Commento di un’esponente della DUMA (Il Parlamento) Russa.

Da sempre è il potere economico che domina il mondo. “Nel corso dei secoli, i mercanti hanno accumulato ricchezze immense e i politici hanno sempre saputo di doverci fare i conti….le principali civiltà poggiano sempre su solide basi commerciali, sapientemente difese da imponenti eserciti…..Per conquistare il controllo dei mercati sono state combattute infinite guerre….In epoca moderna, il Piano Marshall è uno degli esempi migliori di come la politica abbia asservito l’economia per ridefinire le regole del mercato. Anche se l’America è il paese donatore, ne trae i maggiori vantaggi. La ricostruzione crea nuovi sbocchi per le aziende statunitensi e plasma oltreoceano un nuovo mercato su misura delle esigenze dell’ economia americana. Così, nell’immediato dopoguerra, flotte di mercantili attraversano l’Atlantico per portare materie prime e merci all’Europa che deve ri­prendersi dalla tragedia. Le carovane di autocisterne, che trasportano la preziosa fonte di energia necessaria a ripulire le macerie e ricostruire le città bombardate, formano un ponte di aiuti sull’ oceano. E nel momento in cui l’Europa occidentale si riprende, il consumismo americano è pronto a plasmare le abitudini di acquisto degli europei. Nei negozi compaiono i televisori, gli aspirapolvere e le lavatrici, già diffusissimi negli Usa. Le immagini di casalinghe americane bionde e sorridenti ­tutte copie di Doris Day – che giocano con i nuovi balocchi «domestici» bombardano le famiglie dell’Europa occidentale. Per questo tutti so­gnano l’automobile e il televisore. L’America esporta persino modi nuovi per acquistare questi prodotti: con il pagamento rateale diventano quasi alla portata di tutti. E l’indebitamento dei consumatori europei sale alle stelle……

…oggi si sa che il sogno americano è stato soprattutto un’ astuta trovata di marketing.

Negli anni cinquanta e sessanta, gli Stati Uniti sono nella morsa del maccartismo e gli scintillanti slogan pubblicitari servono a nascondere la dura realtà di una società repressa, afflitta dal pregiudizio e solcata da profonde tensioni razziali.

Il Piano Marshall è il prodotto economico del nuovo ordine politico legato alla Guerra fredda. Un sistema che isola l’Occidente dal Blocco sovietico. Un ordine che per molti versi è l’opposto della globalizzazio­ne e chiude l’Occidente in un sistema economico fortemente regola­mentato. Il Piano nasce dalla mente di grandi economisti, tra cui l’ingle­se John Maynard Keynes (intellettuale membro del celeberrimo gruppo di Bloomsbury), ed è la manifestazione di una nuova dottrina che mette l’accento sul ruolo preminente dello stato nella sfera economica. Non solo: determina la supremazia economica del paese più forte. Per tutta la durata della Guerra fredda, il successo di questa filosofia poggia sull’a­bilità di Washington nel controllare e manipolare le forze economiche che sostengono il nuovo mercato europeo – e in seguito molti altri – a vantaggio degli Stati Uniti…….Ma, quasi per paradosso, una volta raggiunto lo scopo ultimo della Guerra fredda -l’abolizione della cortina di ferro – questo sistema va in frantumi. Lo stato perde il controllo del mercato perché la politica non è più in grado di governare l’economia. E in quel momento l’economia cessa di essere al servizio della politica per fare l’interesse dei cittadini e diviene una spregiudicata canaglia, orientata esclusivamente al facile guadagno a spese dei consumatori.

I due eventi simbolici dell’inizio e della fine della Guerra fredda – il Piano Marshall e la caduta del muro di Berlino – rappresentano proprio i due estremi opposti del complesso rapporto che si viene a creare tra politica ed economia e permettono di capire chiaramente come dal controllo della politica sull’ economia si possa passare a una situazione in cui l’economia canaglia tiene in scacco la politica.

Il Muro del Sesso: La E-55 corre annoiata lungo il confine tra Repubblica Ceca e Germania. La chiamano l’«autostrada dell’amore». Questa squallida striscia d’asfalto ospita la più alta concentrazione di prostitute d’Europa. Sul ciglio della strada, una accanto all’altra, le donne dell’ex Blocco sovietico offrono il proprio corpo a prezzi stracciati: 35 euro mezz’ora, 45 senza preservativo. Ma l’E-55 è un posto come tanti. L’ex confine tra Europa dell’Est ed Europa dell’Ovest è una sequenza quasi ininterrotta di mercati del sesso, bordelli e chioschi. Un nuovo lungo muro umano di ragazze dalla pelle diafana si snoda lungo quella che era la cortina di ferro.

Di là il fallimento del modello comunista, di qua l’Occidente che consuma corpi e ideali………… Poi, sempre lì al cancello tra Est e Ovest, ci sono addirittura i mercati specializzati nella vendita delle schiave bianche. Uno dei più noti è nella Serbia nordoccidentale e ci vengono i mercanti di sesso di tutto il mondo. Lo chiamano Mercato Arizona e sembra una città della corsa all’oro americana del diciannovesimo secolo……..

La E-55 e il Mercato Arizona sono uno dei surreali effetti collaterali della caduta del muro di Berlino (che rappresenta) lo smantellamento del comunismo e la nascita della globalizzazione………….

Fino agli anni novanta la prostituzione nei paesi comunisti è di fatto inesistente. Pur non vietata esplicitamente, i governi la ostacolano. La domanda è bassa, ……….  anche l’offerta è bassa. La piena occupazione garantisce a tutti un salario, che riduce enormemente il numero di donne disposte a guadagnarsi da vivere vendendo il proprio corpo ………………….le prostitute comuniste, gestiscono da sole i loro profitti. Non ci sono i papponi: quella del protettore è consi­derata un’ attività criminale e viene duramente punita.

Ma lo smantellamento del comunismo fa piombare nella povertà la popolazione dell’ex Blocco sovietico, e le donne sono tra le principali vit­time della nuova miseria. Già a metà anni novanta la disoccupazione tra le donne russe raggiunge l’80 per cento, mentre durante il regime sovie­tico era quasi pari a zero. Le donne, tra l’altro, sono per più dell’80 per cento capifamiglia singoli e monoreddito. Così, nel 1998, oltre la metà dei bambini russi dai sei anni in giù vive al di sotto della soglia di povertà, e molte donne diventano prostitute per dare da mangiare ai figli………….Negli anni novanta, l’offerta di donne istruite provenienti dalla Russia e dall’Europa dell’Est diviene un fenomeno unico nell’industria della prostituzione……….

Israele è uno dei maggiori importatori di prostitute slave. Ogni mese un milione di israeliani fa visita a una prostituta. Secondo la Commissione d’inchiesta parlamentare israeliana, “ogni anno dalle 3000 alle 5000 donne [dell’ex Blocco sovietico] vengono introdotte clandestinamente in Israele e vendute all’industria della prostituzione. [. .. ] Le donne lavorano sette giorni su sette, fino a 18 ore al giorno, e dei 120 Nis (27 dollari) pagati dai clienti, a loro ne restano solo 20 (4,50 dollari). lO 000 di queste donne attualmente risiedono nei 300-400 bordelli del paese. Sono vendute dagli 8000 ai lO 000 dollari l’una.”

Si riesce a intuire la portata dell’attività seguendo il flusso dei grossi profitti riciclati in Israele: solo dal 1990 al 1995, circa quattro miliardi di dollari sono stati investiti nelle banche israeliane. Altri 600 milioni di dollari vengono riciclati in beni immobili………………………………

Fonti israeliane confermano che l’afflusso di ebrei russi ortodossi, un altro dei fenomeni legati al crollo dell’Unione Sovietica, ha dato un impulso inaspettato all’industria della prostituzione. «Molti avevano legami con la mafia russa che, all’inizio degli anni novanta, controllava quasi interamente il racket delle prostitute slave, e contribuirono a instaurare legami con i protettori locali» dice un poliziotto di Tel Aviv. Michael, il protettore di Berlino, conferma che, subito dopo la caduta del muro, è la mafia russa ad assumere il controllo del traffico della nuova merce. «Negli anni novanta, chi portava le nuove ragazze a Berlino erano i russi.»……………………………. Nel 2006 il valore annuale stimato del business plurimiliardario della prostituzione globale ammontava a 52 miliardi di dollari,23 e molto del suo reddito è legato alla natura illegale dell’attività. In Olanda, per esempio, dove la prostituzione è stata legalizzata da decenni,  i protettori sono pochissimi, le prostitute pagano le tasse, hanno diritto all’assistenza sanitaria, alla previdenza sociale e alla protezione della polizia.

…..ancora……La caduta del comunismo all’inizio degli anni novanta ha reso la popolazio­ne più egoista e ha provocato una profonda crisi morale che dura anco­ra oggi» scrive l’autore russo Viktor Erofeev……

Gli unici a trarre profitto dalla cultura del «sesso in vendita» sono i «protettori» della globalizzazione, gli illusionisti dell’ economia canaglia. Bande criminali e politici corrotti russi e balcanici hanno intascato miliardi di dollari e si sono ritagliati uno spazio nell’ economia globale grazie alla tratta delle donne. li boss ucraino Semion Mogilevié, dall’ini­zio del 1998 a metà del 1999, grazie alla prostituzione, al traffico di droga e agli investimenti truffa, ha riciclato dieci miliardi di dollari attra­verso la Bank of New York.31

La correlazione diretta tra la caduta del muro di Berlino e lo svilup­po dell’industria della prostituzione in Occidente è un esempio illumi­nante per capire quanto possa essere rischioso sottovalutare le conse­guenze di sostanziali trasformazioni economiche e sociali. Soprattutto perché il passaggio al capitalismo globale è avvenuto senza un chiaro progetto politico alternativo. Intere nazioni sono precipitate nella povertà e nell’ anarchia, e nel vuoto di potere e di controllo sociale si sono insinuati gli sfruttatori e i «protettori» della globalizzazione………………………………

In Russia, la perestrojka di Gorbaciov si è tradotta a livello economico in privatizzazione: il biglietto d’ingresso dell’ex Blocco sovietico nel nascente capitalismo globale, la tassa di iscrizione al country club della democrazia. La perestrojka è da subito sinonimo di rapido cambiamen­to economico e viene sostenuta con entusiasmo da consulenti occiden­tali come ]effrey Sachs, promossa da organizzazioni internazionali quali’ il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, e raccontata come la svolta migliore del mondo dai politici dell’Ovest. Di fatto è l’a­spetto di repentino cambiamento economico insito nella perestrojka a guidare la trasformazione politica. Oggi molti economisti sono concordi nel sostenere che l’assenza di una solida classe politica in grado di regolamentare seriamente il cambiamento ha determinato lo sviluppo dell’ e­conomia canaglia. «In pratica i Russi hanno liberalizzato e privatizzato senza creare le istituzioni preposte a controllare e guidare la difficile transizione verso l’economia di mercato» spiega Miklos Marshall, diret­tore regionale dell’ associazione Transparency International per l’Europa e l’Asia centrale.

nelle pagine seguenti del libro viene spiegato come, con un escamotage finanziario (formalmente legale, ma sostanzialmente truffaldino) basato sulla contemporanea presenza nella Russia di allora, di due valute, (una fisica ed una virtuale) pochi individui siano riusciti ad accumulare immense fortune economiche, togliandole letteralmente dal patrimonio statale.

……………… I risultati sono sconcertanti. A metà degli anni novanta la Russia è il terzo paese al mondo, dopo Stati Uniti e Germania, per numero di miliardari.

La privatizzazione subisce una svolta decisiva nel 1992, quando il presidente Boris Eltsin annuncia che la Russia sta per diventare una società per azioni. La ricchezza della nazione viene divisa, come una torta, in tre parti: una allo stato, che mantiene la partecipazione di maggioranza nelle imprese appena privatizzate, una agli investitori stranieri e il resto alla popolazione. Il primo ottobre del 1992 lo stato dona a ogni cittadino voucher pari a 10 000 rubli (circa 60 dollari, cioè il salario medio mensile), che possono essere usati per acquistare le azioni delle ex aziende statali. I voucher possono anche essere tenuti o venduti, ma realtà pochissimi russi sanno come usarli.

Da1 1992 al 1994 la Russia viene colpita da un’ altra grave crisi economica. Il tasso di cambio del rublo sul dollaro precipita da 230 a 3500 rubli. La svalutazione, insieme all’inflazione a due cifre, spazza via i risparmi della gente. Più di un terzo della popolazione scende sotto la soglia di povertà.? E ancora una volta le cifre parlano chiaro. Secondo le statistiche delle Nazioni Unite, proprio il 1992 coincide con la prima impennata dell’offerta di prostitute e schiave del sesso slave in Europa occidentale.

La gente è disperata e per sfamare la famiglia decide di vendere tutto ciò che possiede, voucher compresi. Khodorkovaki] e gli altri oligarchi si assicurano così il 90 per cento dei voucher allestendo addirittura dei chioschi per strada dove la gente va a scambiarli per una frazione minima del loro valore. Secondo un sondaggio condotto per il quotidiano russo Isvestiya, alla fine degli anni novanta solo 1’8 per cento dei russi ha scambiato i voucher con le azioni delle aziende in cui lavora. Gli oligarchi invece usano i voucher per diventare azionisti di minoranza delle imprese russe che vengono privatizzate. Poi, con la mossa successiva, diventano azionisti di maggioranza cavalcando il malcontento generale.

Già all’inizio del 1995 i russi capiscono che il capitalismo li ha resi più poveri, non più ricchi come loro si erano illusi. Le statistiche economiche ufficiali della Russia indicano che il Pil è sceso del 50 per cento circa. Lo stato è al verde, stipendi e pensioni non vengono pagati. La gente ha nostalgia del vecchio regime comunista e Eltsin rischia la sconfitta alle elezioni del 1996. Per assicurarsi la vittoria, il presidente russo stipula un accordo con gli oligarchi. Lo stato accetta di vendere all’ asta le sue partecipazioni di maggioranza delle imprese statali privatizzate in cambio di prestiti con cui pagare stipendi e pensioni prima delle elezioni. Eltsin si compra la rielezione.

L’accordo, che viene definito «prestiti in cambio di azioni», offre agli oligarchi 1’opportunità di impossessarsi anche del pacchetto azionario di maggioranza dello stato.

Il governo corrotto aveva un bisogno disperato di contanti e le cosiddette «banche» degli oligarchi sottoscrissero l’accordo. Al governo servivano i soldi per pagare le pensioni, salari, eccetera, quindi usò le sue azioni delle aziende di stato come garanzia per ottenere i prestiti dalle banche degli oligarchi. Naturalmente dopo le elezioni il governo non poté ripagare i prestiti, e le azioni sono andate automaticamente alle banche. Ancora una volta, tutto si svolse nella piena legalità

In modo perfettamente legale, dunque, lo stato finisce in scacco di affaristi senza scrupoli.

Dopo la rielezione di Eltsin, gli oligarchi vengono ricompensati per il loro appoggio. Khodorkovskij diventa l’unico in gara per 1’acquisto della Yukos, la terza compagnia petrolifera russa, che compra per una cifra irrisoria: circa 300 milioni di dollari. La portata dell’accordo però si capisce a fondo solo nel 2003, quando la pubblica accusa russa congela il 44 per cento dei beni della Yukos, e sono dieci miliardi di dollari. Da 300 milioni di dollari a dieci miliardi in sei anni.

Con questo metodo e altri simili……. negli anni novanta la Russia ha subito il maggior furto di risorse mai avvenuto in un paese in un arco di tempo così breve. Una stima al ribas­so va dai 150 ai 200 miliardi di dollari in dieci anni, ma si pensa che possa arrivare fino a 350 miliardi di dollari.

Il vero dramma è stato che tali immensi patrimoni non sono rimasti in Russia, reinvestiti, in modo che comunque la collettività ne avrebbe giovato:

Tenerli in Russia significava investire in un paese in piena depressione e rischia­re non solo bassi ricavi, ma anche la confisca da parte del governo suc­cessivo, che avrebbe inevitabilmente protestato, e a ragione, contro l‘«illegittimità» del processo di privatizzazione.

E quindi sono stati trasferiti e investiti tutti all’estero……

Questa fase caratterizzata quindi dall’azione dei “banditi nomadi”, cioè di coloro che depredano il territorio e se ne vanno altrove, si è passato negli anni successivi ai “banditi stanziali”, che cioè depredano il territorio ma in maniera “sostenibile”, lasciando cioè prosperare una certa ricchezza diffusa, in modo da poter continuare la loro attività nel territorio stesso……………….infatti……….oggi la maggior parte degli analisti concorda sul fatto che anche l’attuale presidente russo Vladimir Putin si adatta bene all’immagine del bandito stanziale che tenta di privare gli oligarchi dei loro beni.

Per la politica regolamentare il mercato diventa sempre più difficile. E i problemi di un paese possono innescare una reazione a catena con conseguenze devastanti per molti altri.

Chi poteva prevedere che l’Unione Sovietica si sarebbe disintegrata senza che si sparasse un solo colpo? O che la caduta del muro di Berlino avrebbe fatto nascere l’industria globale del sesso? O che la privatizzazione dell’ economia russa avrebbe permesso il saccheggio delle sue risorse e dato vita a una generazione di oligarchi?

L’opinione pubblica è ignara anche di altre interdipendenze dell’ economia canaglia. Chi corre a Berlino per abbattere il muro a mani nude è mosso dal desiderio di mettere fine a un lungo e doloroso periodo di separazione. Vuole demolire uno spartiacque, una barriera fisica che per decenni ha afflitto l’esistenza di un continente, ha lacerato la sua anima. Eppure, proprio in quel momento, per milioni di donne dell’Europa dell’Est e della Russia, l’incubo peggiore sta cominciando.

Nell’euforia del momento nessuno, neppure gli economisti più illustri, sono in grado di capire che il muro è solo un simbolo. E che in fondo la sua demolizione non è altro che un’operazione di marketing, una messa in scena. Dietro il muro che cade è già pronto a entrare in azione un complesso sistema economico predatore, nutrito e alimentato per decenni dalla rigidità politica della Guerra fredda. È quel tipo di economia che ha un disperato bisogno di nuovi mercati e nessuno, neppure gli architetti della distruzione del sistema sovietico, è in grado di controllarla. Nel vuoto politico che si viene a creare, l’economia canaglia trasforma la globalizzazione, l’invenzione della reaganomics, del thatcherismo e della modernizzazione, in un mutante animato di vita propna.

Con la fine della Guerra fredda il mercato spezza le catene della politica. L’economia diventa una forza canaglia ed è pronta a ridisegnare il mondo secondo le sue regole. Lo vedremo nel seguito del percorso.

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I risultati sono sconcertanti. A metà degli anni novanta la Russia è il terzo paese al mondo, dopo Stati Uniti e Germania, per numero di miliardari.

La privatizzazione subisce una svolta decisiva nel 1992, quando il presidente Boris Eltsin annuncia che la Russia sta per diventare una società per azioni. La ricchezza della nazione viene divisa, come una I orta, in tre parti: una allo stato, che mantiene la partecipazione di mag­gioranza nelle imprese appena privatizzate, una agli investitori stranieri e il resto alla popolazione. Il primo ottobre del 1992 lo stato dona a ogni cittadino voucher pari a 10 000 rubli (circa 60 dollari, cioè il salario medio mensile), che possono essere usati per acquistare le azioni delle ex aziende statali. I voucher possono anche essere tenuti o venduti, ma realtà pochissimi russi sanno come usarli.

Da1 1992 al 1994 la Russia viene colpita da un’ altra grave crisi economica. Il tasso di cambio del rublo sul dollaro precipita da 230 a 3500 rubli. La svalutazione, insieme all’inflazione a due cifre, spazza via i risparmi della gente. Più di un terzo della popolazione scende sotto la soglia di povertà.? E ancora una volta le cifre parlano chiaro. Secondo le statistiche delle Nazioni Unite, proprio il 1992 coincide con la prima impennata dell’offerta di prostitute e schiave del sesso slave in Europa occidentale

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Cancella il debito – la quadratura del cerchio

Posted by giannigirotto su 19 gennaio 2010

Vediamo se riesco a spiegarmi:

– in Italia alcuni partiti e cittadini si lamentano dei troppi immigrati, così come fanno d’altronde altri partiti/cittadini in altre nazioni…..

– sempre nelle stesse nazioni moltissimi cittadini, per lo più della classe operaia e medio-borghese si lamentano perchè i loro stipendi da molti anni non crescono in proporzione al costo della vita, e sopratutto vi sono moltissimi licenziamenti ed intere fette di economia in crisi, a causa della “delocalizzazione” delle aziende nei Paesi (ovviamente poveri) in cui il costo della manodopera è più basso….

– nel corso degli ultimi due anni si è assistito all’esplosione della c.d. “bolla finanziaria”, che ha dimostrato, se ve ne fosse stato ancora bisogno, che il sistema finanziario mondiale è pesantemente drogato e mal gestito…..

Allora, se noi riduciamo la povertà nei Paesi poveri, il relativo livello di vità crescerà, nascerà un’economia ed un’imprenditorialità locali, e cresceranno anche gli stipendi locali, e di conseguenza diminuirà per le aziende estere la convenienza a spostare in tali Paesi le loro produzioni, che rimarranno pertanto nei Paesi d’origine, evitando le relative crisi e licenziamenti. Contemporaneamente se nei Paesi poveri il livello di vita crescerà, diminuirà l’emigrazione verso i Paesi ricchi.

Ora, una cosa che ancora troppi pochi sanno è che moltissimi Paesi poveri sono presi in una spirale perversa, un circolo vizioso, costituito da un ammontare di debiti estremamente elevato, con un relativo montante di interesse che per quanto si sforzino di pagare non ci riescono (e naturalmente i soldi versati per pagare il debito sono soldi sottratti allo sviluppo locale delle infrastrutture, dei servizi, dell’economia……). Cioè tali Paesi non riescono a pagare nemmeno tutti gli interessi maturati e quindi il debito non diminuisce mai. In pratica questi Paesi hanno sborsato negli ultimi 30 anni (da tanto dura la cosa) cifre elevatissime per pagare un debito che viceversa non si è mai ridotto. Questo perchè i Paesi ricchi, 30 anni fa furono talmente “furbi” da convincere quelli poveri a contrarre forti prestiti a condizioni che sembravano molto buone…….sembravano (i tassi d’interesse erano addirittura negativi…)…un po’ come è successo a tanti italiani che hanno contratto un mutuo a condizioni che sembravano buone……sembravano….

Ora, come già detto, i Paesi poveri con tali debiti, nella grande maggioranza dei casi hanno versato cifre che moralmente dovrebbero giustificare un totale annullamento dei debiti stessi. Negli ultimi anni il Sud del mondo ha ripagato più di 230 miliardi di dollari l’anno su un debito che supera i 2.500 miliardi di dollari a fronte di 50 miliardi di dollari di aiuti e di 100 miliardi di rimesse che gli immigrati mandano ai loro paesi. Il povero Sud diventa sempre più un finanziatore del ricco Nord offrendo come garanzia per il ripagamento del debito le proprie risorse naturali e perpetrando così un’ingiustizia storica mai risolta, che smaschera l’ipocrisia delle misure adottate fino ad ora per affrontare la questione del debito.

Quindi o annulliamo il debito perchè siamo persone etiche, o lo annulliamo perchè ci conviene, ci fa quadrare il cerchio, mette in moto il meccanismo sudescritto che apporterà benefici a tutti. Tutto qui? forse non è tutto qui, ma è un ottimo inizio.

Per chi volesse approfondire rimando al sito collegato all’immagine ad inizio articolo (è un sito in inglese), oppure lo invito a cercare su un motore di ricerca “Cancella il debito“……vedrete che è un tema di cui si parla in tutto il mondo…(anche Bono e Bob Geldof)..ma ancora molto si deve fare…….se mi sbaglio correggetemi…..

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