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Indispensabili – La Deriva – Cap.2 e 3

Posted by giannigirotto su 7 aprile 2010

Ecco un testo che consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, frutto della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Cap.2- Quando i cinesi eravamo noi

Il capitolo inizia con la descrizione di come bastarono 270 giorni per preparare la Costituzione, al primo parlamento della Repubblica Italiana, nonostante in quei tempi i contrasti politico/sociale erano tali che più volte si sfiorò la guerra civile. Si era appena usciti dalla 2a guerra mondiale, il Paese era distrutto, con gli animi esasperati dai lutti e dalla misera dilagante. Eppure bastarono 270 giorni per il più importante “parto” politico/legislativo della nostra storia; Cioè sette mesi in meno di quelli che sarebbero stati impiegati dal Parlamento tra il 1999 e il 2001 per il «decreto sicurezza» annunciato in «tempi brevi». E meno del tempo sprecato du­rante l’ultima legislatura nel tentativo fallito di varare lo «spor­tello unico»……….Un paio di dettagli sul mondo della politica dicono tutto. Nel 1946 il Paese era così povero che il primo bilancio di Mon­tecitorio stanziava dei soldi per fornire ai deputati una tessera per viaggiare gratis sugli autobus e per i dipendenti un’«indennità di caro-pane».

Si prosegue con una descrizione del poderoso boom economico che parte negli anni ’50 e continua negli anni ’60, con cifre ed esempi di efficenza e velocità che oggi sembrano fantascienza: …………

«la Fiat negli anni Cinquanta è tutto: da senza contrattazioni ai suoi operai l’80% in più del minimo contrattuale, assiste con la sua mutua aziendale 182.000 persone tra iscritti e familiari (1 torinese su 5), paga 700 medici perché vigilino sulla salute degli operai, costruisce alloggi, manda un regalo a chi si sposa e a chi diventa papa». È un mito la Fiat, che arriverà a dominare’un settimo del mercato europeo, è un mito la velo­cità. Su strada e in generale…………

Lo dimostra la costruzione di quello che è stato uno dei gioielli della rete stradale planetaria: l’Autostrada del Sole. Le date, rilette oggi, fanno girar la tèsta: la prima pietra viene po­sata il 19 maggio del 1956; il primo tronco da Milano a Parma è aperto il 7 dicembre del 1958; quello da Bologna a Firenze il 3 dicembre del 1960; quello da Roma a Napoli il 22 settembre del 1962. E il 4 ottobre del 1964, completati certi tratti qua e là, TAutosole è finita. A questo punto, facciamo un passo indietro. E rileggiamo cosa aveva scritto il «Corriere della Sera» il giorno dopo l’apertura dei cantieri: «L’atto di nascita dell’Autostrada del Sole ha avuto ieri nelle campagne di San Donato Milanese una consacrazione solenne. Quella che in meno di 8 anni sarà l’arteria modernissima di grande e celere comunicazione fra Nord e Sud, attraverso l’Appennino»………….Otto anni avevano previsto, però, e otto anni ci misero. Per 755 chilometri. Novantaquattro chilometri l’anno. Con le tec­nologie di allora. Con 15 milioni di giornate lavorative, 54 mi­lioni di metri cubi scavati, 16 milioni di metri quadrati di asfal­to, 113 ponti e viadotti di gran luce, 740 opere minori, 572 cavalcavia, 38 gallerìe, 57 raccordi alla viabilità ordinaria e perfi­no 5 «cappelle per servizio religioso». Con una spesa comples­siva di 272 miliardi dell’epoca. Pari a 4 milioni di euro di oggi a chilometro……….Otto anni. Per collegare Milano a Napoli. Contro i 22 anni già impiegati a partire dal 1986 per fare 23 chilometri della Pordenone-Conegliano, quasi inutilizzabili finché non sarà costrui­to l’ultimo lotto di 3 chilometri e 717 metri, al costo folle di ol­tre 22 milioni di euro al chilometro. Il quintuplo abbondante di quanto costò l’Autosole. E parliamo di una delle aree di pun­ta di quel Nordest che ama dipingersi come una terra di effi­cienza e spacciarsi per «la locomotiva d’Italia».

Al Sud va ancora peggio. Basti dire che l’autostrada Sira-cusa-Gela di 140 chilometri, progettata nel 1974, è stata inau­gurata a metà marzo del 2008, dopo 34 anni e solo per un trat­to di 14 chilometri. In un Paese serio, paonazzi dalla vergogna, i protagonisti dello scandalo avrebbero fatto tutto alla chetichella. Macché, ha scritto Felice Cavallaro: se ne sono vantati. Con tanto di «notabili, taglio di tricolore, benedizione vescovile, fanfara e dolcini».

Cap.3- Sempre più ai padri sempre meno ai figli

Dal dopoguerra in poi il tasso di natalità è crollato, e l’eta media è cresciuta in maniera inversamente proporzionale. Solo il fenomeno dell’immigrazione ci consente di non essere ancora più distanti dalla media europea e mondiale. Parte a questo punto l’enorme problema della gestione del sistema pensionistico. Se infatti l’età media si allunga, è chiaro che vengono richieste maggiori risorse econmiche per erogare le pensioni. Quindi è giusto o meno innalzare la soglia dell’età minima per andare in pensione? La verità, ha scritto Francesco Giavazzi dando ragione a Tito Boeri ed Emma Benino che per primi avevano polemizza­to sul tema, «è che sindacati e sinistra radicale non vogliono al­cun innalzamento dell’età: preferiscono un gigantesco scalone, dai 57 ai 70 anni, purché non si applichi a noi ma solo ai nostri figli». Figli che, dice il saggio Contro i giovani dello stesso Boe­ri e di Vincenzo Galasso, hanno oggi sul gobbo «80.000 euro di debito pubblico e 250.000 di debito pensionistico» a testa. De­bito accumulato «non tanto per costruire infrastnitture, miglio­rare la qualità dell’istruzione o della vita nelle grandi città, ma per pagare pensioni di invalidità a volte di dubbia assegnazio­ne, creare posti pubblici spesso inefficienti, concedere pensioni baby e generose pensioni di anzianità, cedere a pressioni di rap­presentanze di interessi molto specifici e di breve respiro».

Voragini di follia. Riassumibili nel caso della bidella friula­na Ermanna Cossio, andata in pensione a 29 anni col 94% (ave­te letto bene: novantaquattro per cento) dell’ultimo stipendio. O quello della sua collega milanese Francesca Zarcone. La qua­le, accumulando un po’ di contributi come operaia in una tap­pezzerìa e poi facendo un po’ di supplenze come «ausiliaria», riuscì a mettere insieme abbastanza versamenti per andare in pensione (era sposata e aveva figli quindi le bastavano 14 anni, 6 mesi e un giorno) meno di un anno dopo l’assunzione definiti­va. Entrata in ruolo nel settembre ’82, presentò la domanda di pensione (col ricongiungimento degli anni nell’artigianato) quattro mesi dopo. E smise di lavorare il 1° agosto successivo. In totale aveva pagato di contributi l’equivalente attuale di poco meno di 16.700 euro. E ne ha ricevuti, da allora, 250.000. Un po’ di casi come il suo e andrebbe in fallimento anche il sultano del Brunei. Eppure, guai a parlarne: diritti acquisiti. Sacri. Eter­ni. E i giovani destinati a prendere una pipa di tabacco? Amen. Diritti acquisiti…………..

……………

Che le case di riposo siano elettoralmente da preferire agli asili e alle scuole, agli occhi di chi vive di politica, è fuori discus­sione…..L’elettore medio ha 47 anni. I ragazzi dai 18 ai 24 anni che votano sono circa 4 milio­ni. I loro genitori o nonni sopra i 60 più o meno il triplo. Conclu­sione: i pensionati sono il terreno sul quale si vince o si perde.

Ma è giusto per motivi di bottega elettorale caricare tutto sulle spalle dei nostri figli? L’economista americano Lester Thurow non ha dubbi: i conflitti di classe del futuro potrebbe­ro opporre «non più ricchi e poveri ma vecchi e giovani». E ci­ta come esempio Kalkaska, nel Michigan, dove la maggioranza degli elettori, anziani, è arrivata, per comprare degli spazzane­ve, a votare una delibera che tagliava i fondi alle scuole costrin­gendole a chiudere con molte settimane di anticipo. Che futuro ha, un Paese dove i nonni rubano risorse ai nipotini?……………

…….La tabella dei calcoli è sotto gli occhi di tutti. L’ha composta la Commissione Brambilla e dice che chi va oggi in pensio­ne a 58 anni con 35 di contributi, può aspettarsi di viverne me­diamente, con l’allungarsi della speranza di vita, altri 25. Ab­bondanti. Solo in parte coperti dai versamenti fatti nei decenni di lavoro. Dopo aver incassato quanto aveva accantonato, l’ex impiegato pubblico verrà mantenuto dalla collettività per altri 10 anni, l’ex dipendente privato per altri 8, l’ex artigiano o il commerciante per altri 20, quasi. E si tratta di calcoli del 2001. Da ritoccare al rialzo.

Va da sé che per affrontare un futuro a rischio come il no­stro, ci vorrebbe un ceto dirigente giovane, consapevole e deciso a sfidare l’impopolarità scommettendo sul domani o addirittura sul dopodomani. Ma è lì che il cane si morde la coda: la classe di­rigente è vecchia quanto il Paese. E forse di più. Vecchi sono i mondi della scuola e dell’università, di cui parliamo a parte. Vec­chio il mondo della sanità. Vecchio il mondo dei sindacati, nel quale i pensionati sono ormai la metà degli iscritti. Vecchio il mondo degli ordini professionali, che si chiude a riccio per difen­dere le rendite di posizione ogni volta che si profila una riforma…………….

E’ l’età media della politica? delle figure istituzionali? dei dirigenti dei grandi Enti Pubblici?……..beh non ci vuole molto a immaginare quanto riporta il libro……

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Indispensabili: La Deriva – Cap.1

Posted by giannigirotto su 2 aprile 2010

Comincio oggi la lettura di un altro testo che mi consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Un Paese di poeti santi e scodellatrici

In Italia i bidelli, per legge, non possono dispensare i pasti agli scolari, per cui è nata la figura professionale della “scodellatrice”. Svolta da perso­ne che, pagate a parte e spesso riunite in cooperative, arrivano nelle scuole alle undici, preparano la tavola ai bambini, scoper­chiano i contenitori del cibo, mescolano gli spaghetti già cotti con il ragù e scodellano il tutto nei piatti, assistono gli scolaretti, mettono tutto a posto e se ne vanno. Costo del servizio, Iva compresa, quasi un euro e mezzo a piatto. Mille bambini, 1500 euro. Costo annuale del servizio in un Comune di media gran­dezza con duemila scolaretti: 300.000 euro……

Ma ve lo immaginate qualcosa di simile in America, in Francia, in Gran Bretagna o in Germania? Sono 50.000 più che i carabinieri, i 167.000 bidelli italiani. Uno ogni 2,2 classi, de­nuncia un dossier di «Tuttoscuola» di Giovanni Vinciguerra ri­cordando che in altri Paesi come il Giappone, la Finlandia o la Spagna la figura «non esiste e il compito di tenere puliti i ban­chi, le aule e i corridoi delle scuole fa parte dei normali doveri degli stessi allievi» che così imparano subito ad aver rispetto per la proprietà collettiva. Il loro costo? Sfiora i 4 miliardi di euro l’anno. E il bello è che, nonostante pesino mediamente per «367.000 euro l’anno a istituto», hanno costretto le scuole ad assumere part-time non solo le scodellatrici, le quali umilia­te dal precariato hanno dato vita a Milano a manifestazioni di piazza per chiedere l’assunzione definitiva, ma anche, qua e là, una società esterna di pulizie.

Tema: come può una scuola che concentra le sue attenzio­ni, i suoi soldi, le sue energie su sconcertanti impuntature sin­dacali come queste, essere all’altezza di un mondo che corre a una velocità doppia, tripla, quadrupla?……………….Mentre noi assumevamo scodellatrici, gli altri Paesi stendevano i cavi delle reti a banda larga per mettere on-line il si­stema scolastico e l’intera società. Certo, a parole ci abbiamo provato anche noi. Ricordate lo slogan berlusconiano delle «tre I: inglese, internet, impresa»? Nel giugno 2001 il Cavaliere fece addirittura un ministro, Lucio Stanca, perché se ne occupasse. A settembre, tornati tutti dalle ferie, decisero di metter su una commissione. Due anni dopo (due anni!) il Cipe (Comitato in­terministeriale per la programmazione economica) approvò una delibera per affidare un grande programma nel Mezzogior­no a Sviluppo Italia che a sua volta istituì una società apposita, l’Infrate!. Altri due anni (due anni!) e alla fine del 2005, senza che fosse ancora stato posato un metro, manco uno, dei 1800 chilometri di cavi a fibre ottiche, veniva firmato un contratto di programma che ratificava la decisione presa nel 2003. Finché, alla fine del 2006, la Corte dei Conti denunciava lo spreco di tempo, l’esagerazione di soldi dati ai manager e l’abisso che si era ingoiato 1.283.799 euro di consulenze: «Nulla è stato rife­rito in merito alle procedure di scelta dei consulenti, avvalo­rando l’ipotesi che dette consulenze siano state tutte conferite intuitu personae». Cioè a capocchia…………….Nel frattempo, le classifiche internazionali ci vedevano affondare. E se nel 2004 eravamo ancora più o meno alla pari con l’Irlanda, la Francia e la Spagna per numero di computer utilizzati in famiglia, nel 2007 siamo sprofondati dietro tutti, comprese l’Estonia, la Slovacchia, la Lettonia, la Lituania-Quanto agli sportelli elettronici che consentono un collega­mento diretto tra il cittadino e la pubblica amministrazione, siamo penultimi: peggio di noi in Europa c’è solo la Grecia.(che, notizia degli ultimi mesi, è praticamente fallita, no?)………..

Siamo un Paese di poeti che hanno rinnegato la poesia e la scuola. Di santi senza più morale se è vero, come ricorda Michele Ainis, che «il Sistema bibliotecario nazionale censisce 4915 vo­lumi con la parola “etica” nel titolo, ma un terzo della ricchez­za nazionale sfugge alle tasse». Di navigatori senza più porti, vi­sto che secondo il centro studi di quello di Amburgo i nostri sette maggiori scali non arrivano a movimentare tutti insieme quanti container entreranno nel 2012 nel solo porto marocchi­no di Tangeri.

Nel 1991, dice l’ultimo rapporto dell’Istituto per il com­mercio estero, l’Italia arrivò a sfiorare una quota del com­mercio mondiale pari al 5%. Un dollaro su 20 di merci scam­biate era nostro. Da allora, fatta eccezione per una lieve ri­presa nel 2007, è stata una lenta, progressiva, inesorabile di­scesa. Nel 2001 era nostro un dollaro su 25, nel 2006 uno su 29. Mentre i cinesi, che nel 1991 detenevano una quota tra­scurabile, salivano al 3,3% nel 1997 fino a uno strabiliante 8,1% nel 2006.

«Il Pil prò capite italiano è calato rispetto alla media dell’a­rea euro da 105 nel 1988 a 94 nel 2007», ha denunciato più vol­te Luca Corderò di Montezemolo. «Se avessimo avuto la stessa crescita dei partner europei ogni lavoratore oggi potrebbe ave­re 3400 euro in più in busta paga.» Buste paga che sono diventate sempre più leggere. Tanto che a metà 2007 l’Eurispes foto­grafava un Paese in grande difficoltà. Con oltre 5 milioni di nu­clei familiari, per un totale di 15 milioni di persone, pari a un italiano su 4, che vive l’incubo della povertà. Sette milioni sono già sotto la soglia, altri 8 sono ad alto rischio: «Non solo fatica­no ad arrivare a fine mese, ma anche a superare la terza setti­mana».

……….è colpa dell’«aumento del costo del lavoro per unità di prodotto», salito fra il 1996 e il 2005 del 20% contro un calo del 10% in Francia e Germania…..

………il turi­smo valeva per noi quasi un dodicesimo del Pil, 2 milioni e mezzo di occupati e un valore aggiunto di 150 miliardi di eu­ro. Eravamo i primi al mondo, nel 1970……..ma già nel 2004, a forza di rapinare gli stranieri sparando conti astronomici nei ristoranti e di devastare i limoneti e gli aranceti per tirar su quelle mostruose palazzi­ne abusive che infestano le nostre coste meridionali, eravamo scivolati al quinto posto, con il 4,9% di quota di mercato mon­diale. Al primo ora c’è la Francia con il 9,9%, poi la Spagna con il 7,1%, quindi gli Stati Uniti con il 6,1% e la Cina con il 5,5%. Non bastasse, l’Italia è l’unico Paese Ocse che ha visto calare dal 1994 al 2004 la quota del turismo sul prodotto inter­no lordo, passata dal 6,13% al 5,68%.

Il capitolo prosegue con gli esempi di Venezuela e Argentina, due paesi che ad inizio secolo erano assolutemente ricchissimi e prosperi e sembravano avere un futuro splendente, ma che un politica scellerata ha portato al totale fallimento sociale ed economico. È questo il rischio che corre l’Italia se rifiuta di vedere le cose come stanno. Se racconta a se stessa di avere solo una febbriciattola passeggera. Se non accetta di prendere atto che sta andando alla deriva. E che, senza una svolta, uno scatto di or­goglio, una consapevolezza condivisa di alcune scelte da fare, rischia il naufragio. Ernesto Galli della Loggia alla vigilia delle elezioni del 13 aprile l’ha spiegato come meglio non si può. «L’Italia ha soprat­tutto bisogno di verità. Ha un gran bisogno che finalmente si squarci il velo di silenzi, di reticenze, spesso di vere e proprie bugie, che per troppo tempo il Paese ha steso sulla sua effettiva realtà.» Sulla scuola, sulla pubblica amministrazione, sulla giu­stizia, sulla magistratura, sulle Regioni, sulla criminalità, sul­l’impunità dei reati economici «e così via, così via, in un vortice di conformismo pubblico che è ormai diventato una cappa insopportabile.

…….

Certo non è finlandese la Campania. Dove un rapporto della Corte dei Conti di fine 2007 ha rifatto i calcoli. Scopren­do che non solo il bubbone dell’immenso patrimonio pubblico partenopeo (59.927 immobili comunali sui quali il Municipio è riuscito incredibilmente a perdere 16 milioni di euro l’anno) non è stato toccato per non scontentare i clientes, ma che gli occupanti abusivi in tutta la regione sono molti di più di quelli che erano stati censiti. Ammontano, tenetevi forte, a 17.900. Di più, il dossier dei giudici contabili spiega che nella stra­grande maggioranza questi occupanti denunciano di non aver alcun reddito. Neanche mille euro l’anno: zero. Dichiarano di vivere d’aria il 59,91% degli abusivi Iacp e addirittura il 78,01% di quelli comunali. Ma gli altri, i regolari? Quelli paga­no ogni tanto. Quando gli garba: su 42 euro di affitto medio mensile la morosità è di 28 euro e 50 centesimi. Risultato: l’Isti­tuto autonomo case popolari, a Napoli, incassa mediamente da ogni casa 13 euro e 58 centesimi al mese……

Altro esempio è l’Azienda Trasporti di Napoli, in condizioni disastrose e usuale erogatrice di favori clientelari e per raccogliere voti, strapiena di debiti costantemente ripagati dal Comune, ma i cui dirigenti si autopremiano con laute gratifiche……Quanto a lungo può andare alla deriva prima di affondare un Paese, con aziende così? Dove i sindacati se ne infischiano dei conti e badano solo a far assumere più persone possibili, dove i sindaci sbuffano ma poi tirano fuori i soldi perché i voti sono voti, dove i dirigenti non solo non pagano neppure davan­ti a disastri contabili come questo ma addirittura si premiano? Ce la possiamo permettere, una classe dirigente così?………………

Negli ultimi dieci anni, mentre la classe media veniva schiacciata verso il basso dall’introduzione dell’euro e dalla sostanziale stagnazione dei redditi si è assistito a una crescita vertiginosa degli appannaggi ai «capi». Quando arrivò alle Poste nel 1998 Corrado Passera prendeva l’equiva­lente attuale di 361.000 euro e il suo successore Massimo Sarmi nel 2006 ne ha presi 1.528.000: quattro volte di più. Fabiano Fabiani alla Finmeccanica stava nel ’95, secondo «Milano Fi­nanza», appena sotto i 300.000 euro, il suo successore Pier Francesco Guarguaglini, dice «II Sole 24 Ore», si è assestato nel 2007 a 4.230.000:14 volte di più. All’Eni nel ’96 Franco Bernabé guadagnava quanto 13 dipendenti medi messi insie­me, nel 2007 Paolo Scaroni (che per traslocare dall’Enel aveva avuto una buonuscita di 10 milioni) quanto 58. Si dirà: ma Eni e Finmeccanica sono società quotate in Bor­sa quindi hanno una loro autonomia che dipende dal mercato. Non è così. Al Poligrafico dello Stato, che quotato non è, il presidente Michele Tedeschi aveva nel 1998 una busta paga pari a 194.000 euro: otto anni dopo quella dell’amministratore dele­gato Massimo Ponzellini era di 600.000. Alla Fiat Cesare Romiti prendeva nel 1993, stando alle di­chiarazioni dei redditi pubblicate dall’Ansa, 772.000 euro di oggi: nel 2007 Sergio Marchionne ne avrebbe presi 6.906.100. E se lo stipendio del primo era allora pari a 21,2 volte il costo medio di un dipendente della Fiat (oneri sociali compresi), quello del suo successore è pari a 178 volte. Di più: se la retri­buzione lorda media di un dipendente del gruppo di Torino è cresciuta in termini reali del 6,4%, quella dell’amministratore delegato è cresciuta, sempre in termini reali, del 791 %.. E lo stipendio di Marchionne non è affatto il più alto per­cepito dai manager italiani nel 2007………………

«E le stock option?», si è chiesta Rifondazione comunista. E ha compilato un dossier: «Nel 2006 i supermanager delle so­cietà quotate hanno intascato oltre 500 milioni di euro. In pole position c’è Rosario Bifulco, presidente e amministratore dele­gato di Lottomatica, che si è guadagnato una gratifica da quasi 38 milioni. Le stock option su Ferrari hanno regalato a Luca Corderò di Montezemolo oltre 10 milioni». Al secondo posto in classifica c’era il direttore centrale di Mediobanca Francesco Saverio Vinci, con 17 milioni e mezzo: cento volte e passa quel che aveva Cuccia nel conto in banca. Meritati? Opinioni. Ma di certo molto «disallineati», per usare un verbo di moda, rispetto all’andamento del Paese. Come nel caso di Giancarlo Cimoli, che dopo essere venuto via dalle Ferrovie con una buonuscita di 6 milioni e 700.000 euro è anda­to a guadagnarne 2,7 l’anno all’Alitalia (7393 euro al giorno) per lasciarla in stato di coma profondo…………..

E le donne? Il tasso di occupazione femminile, un dato che spesso coincide con quello dei Paesi più ricchi, ci vedeva nel 1996 nelle posizioni di coda. Adesso siamo, col 46%, ultimissimi. Dopo la Grecia, la Polonia, l’Ungheria… Ultimissimi. Dieci punti sotto la Repubblica Ceca. Quindici sotto la Slovenia. Venti sotto gli Stati Uniti e la Finlandia. Quasi trenta sot­to la Danimarca…………

………Ma certo questa ricucitura tra il Palazzo e i cittadini, ne­cessaria come l’ossigeno per interrompere la deriva, sarebbe più facile se i partiti avessero tutti insieme cambiato quell’e­mendamento indecente infilato nell’ultimo decreto «millepro-roghe» varato il 23 febbraio 2006 dalla destra berlusconiana ma apprezzato dalla sinistra. Emendamento in base al quale «in caso di scioglimento anticipato del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati il versamento delle quote annuali dei relativi rimborsi è comunque effettuato». Col risultato che nel’2008,2009 e 2010 i soldi del finanziamento pubblico ai par­titi per la legislatura defunta si sommeranno ai soldi del finan­ziamento pubblico del 2008, 2009 e 2010 previsto per la legi­slatura entrante. Così che l’Udeur di Clemente Mastella incas­serà complessivamente 2 milioni e 699.701 euro anche se non si è neppure ripresentata alle elezioni……………E sarebbe più facile se i 300 milioni di euro incassati nel 2008 dai partiti sulla base della legge indecorosa che distribuisce ogni anno 50 milioni di rimborsi elettorali per le Regionali (an­che quando non ci sono), più 50 per le Europee (anche quando non ci sono), più 50 per le Politiche alla Camera (anche quando I non ci sono: quest’anno doppia razione) e più 50 per le Politiche al Senato (doppia razione) non fossero un’enormità in confronto ai contributi dati ai partiti negli altri Paesi occidentali. Contributi che, spiega uno studio del 2007 della Camera, ammontano a 61 milioni in Spagna, 133 in Germania e 73 milioni in Francia.

Per non parlare infine dei costi delle varie figure istituzionali, a tutti i livelli, dal Presidente della Repubblica allo stenografo del Senato, che ha una retribuzione superiore a quella del custode del Tesoro della Regina d’Inghilterra Elisabetta II…………

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La terra degli Gnu (Ognuno per sè e Dio per tutti)

Posted by giannigirotto su 22 marzo 2010

E’ da sempre che volevo scrivere un articolo identico! Ringrazio pertanto Mimmo Guarino che è riuscito a scriverlo come e meglio di quanto avrei fatto  io!

E’ superfluo pertanto che io dica che sono d’accordo al 101%, e che le mie iscrizioni a diverse Associazioni sono il mio tentativo e il mio contributo a favore degli “GnUmani”.

Quindi grazie ancora Mimmo, vi invito tutti a leggere questo bellissimo articolo cliccando o sulla foto a fianco o sul nome dell’autore….

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Indispensabili: “Economia Canaglia” – 10° e 11° Capitolo

Posted by giannigirotto su 5 marzo 2010

Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, ho cambiato approccio.

Inserisco infatti un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile. Inutile dire che considero questo libro veramente “indispensabile”, perchè chiude il cerchio fra la liberalizzazione del mercato globale e l’impotenza di una classe politica che persegue unicamenti gli obiettivi delle lobbies economiche/finanziarie/criminali.

Cap 10 – La mitologia dello Stato-mercato

Nello stato-mercato i grandi illusionisti della politica alimentano una cultura impregnata di mitologia……Se la fine del comunismo danneggia la dicotomia storica sinistra/destra, è la globalizzazione a sferrare il colpo mortale. Innanzitutto, ridisegna il rapporto tra lavoratori e industria. Mentre il capitale si muove liberamente e l’industria gode dei vantaggi dell’outsourcing e dell’offshoring, la manodopera occidentale rimane immobile. Si pensi che persino all’interno dell’Unione Europea la lingua rappresenta una vera e propria barriera al trasferimento della forza lavoro qualificata da un paese all’altro. I rapporti tra le classi e all’interno delle classi stesse sono radicalmente cambiati. «Il fatto che una società transnazionale possa spostare il suo stabilimento […] mentre un lavoratore non può trasferirsi in un altro paese ha tolto potere ai sindacati dei paesi industrializzati.»……..lo stato-mercato deve affrontare un doppio problema: uno di razionalità e uno di legittimità. Come può gestire l’outsourcing quando questo tipo di attività avvantaggia l’industria nazionale ma danneggia la manodopera interna? Come può o deve limitare la globalizzazione quando questa diventa un requisito per la crescita economica? Come può assicurarsi che i danni ambientali causati dalle industrie siano controllati a dovere quando i cambiamenti climatici sono fuori della sua portata?…..

……Nella nuova arena politica diventa essenziale la ricerca di potenti miti facilmente riciclabili. Perché siano universalmente riconoscibili per l’elettorato bisogna attingere a un patrimonio comune di tradizioni storiche, culturali e persino tribali. Perché i miti funzionino è importante che non siano legati alla politica, e al contrario risultino il più possibile vicini all’esperienza delle persone. L’ascesa politica di Silvio Berlusconi, il grande manipolatore di miti, lo dimostra. Berlusconi è un uomo che si è fatto da sé, anche grazie ad ambigui legami con il mondo della politica e non solo. Ma il suo ingresso nell’Olimpo della politica italiana è stato sapientemente orchestrato sfruttando i codici tribali del gioco del calcio, che rappresenta una dimensione di mito che accomuna la maggior parte degli italiani. Berlusconi ha rinnovato e riscritto il simbolismo mitico del gioco tanto amato dagli italiani e lo ha venduto all’elettorato come la sua nuova formula politica…….

Per loro, come per chi sceglie di credere ai miti di politici come Berlusconi e Chàvez, il tribalismo costituisce un confortevole bozzolo sociopolitico e socioeconomico che li protegge dai pericoli del villaggio globale.Il tribalismo moderno, sotto forma di tribalismo maoista, in fondo prepara anche la Cina al suo grande balzo in avanti nell’economia canaglia e nella globalizzazione.Nel villaggio globale, dunque, sembra emergere un modello nuovo. Il tribalismo, i clan, i gruppi etnici e religiosi, cioè le moderne tribù, diventano i veicoli socioeconomici con cui difendersi dall’economia canaglia e dalla globalizzazione e al tempo stesso offrono strumenti per trame vantaggio.

Cap 11 – La stravagante forza della globalizzazione

In questo capitolo viene fatto una desolante descrizione dello stato di totale degrado di interi quartieri, a volte intere città. Parliamo naturalmente dei realtà molto povere, che siano le favelas brasiliane o barrios in San Salvador o migliaia di altri quartieri o citta povere in tutto il mondo……..La colonizzazione dei quartieri poveri urbani occidentali da parte della criminalità ha successo grazie all’indifferenza dello stato-mercato nei confronti delle condizioni di vita in queste zone. Alla base di tale disinteresse c’è sostanzialmente l’irrilevanza elettorale di chi le popola: gran parte dei residenti infatti non va nemmeno a votare….

E questo comporta l’innescarsi di un tragico e drammaticamente assurdo circolo vizioso….Uno studio del Brookings Institution pubblicato nel 2006 e intitolato From Poverty, Opportunity dimostra che essere poveri in America costa più che appartenere al ceto medio. Ogni anno le famiglie a basso reddito finiscono per pagare migliaia di dollari in più rispetto a quelle ad alto reddito per far fronte alle esigenze quotidiane, per il solo fatto di essere povere e vivere nei ghetti. Le banche spesso mettono sulla lista nera i quartieri poveri al punto da non aprirvi agenzie e contribuire così a ridurne il capitale sociale e a reciderne i legami sociali con il mondo «esterno». A Los Angeles, nelle zone ad alto reddito come Manhattan Beach c’è una banca ogni 4000 abitanti. A Compton, un quartiere povero della stessa città, ce n’è una ogni 25 000. A Compton invece ci sono centinaia di servizi finanziari alternativi – pressoché assenti nelle zone ricche di Los Angeles – ai quali si accede pagando cifre stratosferiche. Incassare un assegno, per esempio, costa minimo il tre per cento del suo valore. Chi chiede un prestito a breve termine può ritrovarsi con un tasso d’interesse annuale del 400 per cento, oltre 35 volte il tasso medio applicato dalle carte di credito in California.Ma non è tutto: nelle zone povere d’America, incassare un assegno di 500 dollari negli uffici di cambio costa da cinque a 50 dollari in più rispetto a una banca.

Parte del capitolo analizza come la storia si ripeta sempre; sin dai tempi di Atene e Sparta è sempre stata l’economia a controllare la politica,  ed essendo essenzialmente un’economia canaglia ha sacrificato il futuro per perseguire un vantaggio economico immediato. L’economia canaglia non riesce a frenare i propri istinti predatori per valutare le conseguenze a medio-lungo termine del suo agire, ed interi imperi sono decaduti proprio in conseguenza di politiche di espansione economica non accompagnate da adeguati interventi politici e sociali che ne delimitassero le conseguenze. Proprio come oggi.

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Indispensabili: “Economia Canaglia” – 1° Capitolo

Posted by giannigirotto su 24 gennaio 2010

Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, vorrei cambiare approccio.

In questo caso infatti inserirò un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile nell’articolo di presentazione, come questo che riguarda appunto il primo capitolo.

In questo modo spero di poter raggiungere un numero più vasto di lettori, che altrimento penso si spaventerebbero dalla mole del libro e dall’importanza e apparente difficoltà degli argomenti trattati.

Inutile dire che considero questo libro veramente “indispensabile”, perchè chiude il cerchio fra la liberalizzazione del mercato globale e il crescente peggioramento della condizione socioeconomica di enormi strati della popolazione, in particolare la cosidetta “classe media” e le prime vittime manco a dirlo sono state le donne, e ci offre una chiara visione degli scenari che ci aspettano nel futuro. La globalizzazione ha riversato nel mercato del lavoro una quantità smisurata di manodopera a bassissimo costo, dapprima poco acculturata ma via via rapidamente con preparazione sempre migliore. Questo ha comportato e comporterà ancora per molti anni, inevitabilmente un sostanziale impoverimento delle classi medie dei Paesi ricchi, a favori di quelle “Elite” che manovrano immensi imperi economici, sia leciti che illeciti. Questa tendenza proseguirà sino a tanto che gli stipendi della manodopera nei paesi poveri non raggiungerà livelli simili a quelli dei paesi ricchi. Invito pertanto veramente tutti a divulgare i contenuti puntuali e documentati di questo libro, segnalandoli ai propri amici. La conoscenza infatti è il primo passo per raggiungere vera libertà e progresso civile. Buona lettura

CAPITOLO UNO – “A letto con il nemico” –

Abbiamo salutato con gioia l’abbattimento del muro di Berlino, peccato sia caduto sulla testa delle donne. –   Commento di un’esponente della DUMA (Il Parlamento) Russa.

Da sempre è il potere economico che domina il mondo. “Nel corso dei secoli, i mercanti hanno accumulato ricchezze immense e i politici hanno sempre saputo di doverci fare i conti….le principali civiltà poggiano sempre su solide basi commerciali, sapientemente difese da imponenti eserciti…..Per conquistare il controllo dei mercati sono state combattute infinite guerre….In epoca moderna, il Piano Marshall è uno degli esempi migliori di come la politica abbia asservito l’economia per ridefinire le regole del mercato. Anche se l’America è il paese donatore, ne trae i maggiori vantaggi. La ricostruzione crea nuovi sbocchi per le aziende statunitensi e plasma oltreoceano un nuovo mercato su misura delle esigenze dell’ economia americana. Così, nell’immediato dopoguerra, flotte di mercantili attraversano l’Atlantico per portare materie prime e merci all’Europa che deve ri­prendersi dalla tragedia. Le carovane di autocisterne, che trasportano la preziosa fonte di energia necessaria a ripulire le macerie e ricostruire le città bombardate, formano un ponte di aiuti sull’ oceano. E nel momento in cui l’Europa occidentale si riprende, il consumismo americano è pronto a plasmare le abitudini di acquisto degli europei. Nei negozi compaiono i televisori, gli aspirapolvere e le lavatrici, già diffusissimi negli Usa. Le immagini di casalinghe americane bionde e sorridenti ­tutte copie di Doris Day – che giocano con i nuovi balocchi «domestici» bombardano le famiglie dell’Europa occidentale. Per questo tutti so­gnano l’automobile e il televisore. L’America esporta persino modi nuovi per acquistare questi prodotti: con il pagamento rateale diventano quasi alla portata di tutti. E l’indebitamento dei consumatori europei sale alle stelle……

…oggi si sa che il sogno americano è stato soprattutto un’ astuta trovata di marketing.

Negli anni cinquanta e sessanta, gli Stati Uniti sono nella morsa del maccartismo e gli scintillanti slogan pubblicitari servono a nascondere la dura realtà di una società repressa, afflitta dal pregiudizio e solcata da profonde tensioni razziali.

Il Piano Marshall è il prodotto economico del nuovo ordine politico legato alla Guerra fredda. Un sistema che isola l’Occidente dal Blocco sovietico. Un ordine che per molti versi è l’opposto della globalizzazio­ne e chiude l’Occidente in un sistema economico fortemente regola­mentato. Il Piano nasce dalla mente di grandi economisti, tra cui l’ingle­se John Maynard Keynes (intellettuale membro del celeberrimo gruppo di Bloomsbury), ed è la manifestazione di una nuova dottrina che mette l’accento sul ruolo preminente dello stato nella sfera economica. Non solo: determina la supremazia economica del paese più forte. Per tutta la durata della Guerra fredda, il successo di questa filosofia poggia sull’a­bilità di Washington nel controllare e manipolare le forze economiche che sostengono il nuovo mercato europeo – e in seguito molti altri – a vantaggio degli Stati Uniti…….Ma, quasi per paradosso, una volta raggiunto lo scopo ultimo della Guerra fredda -l’abolizione della cortina di ferro – questo sistema va in frantumi. Lo stato perde il controllo del mercato perché la politica non è più in grado di governare l’economia. E in quel momento l’economia cessa di essere al servizio della politica per fare l’interesse dei cittadini e diviene una spregiudicata canaglia, orientata esclusivamente al facile guadagno a spese dei consumatori.

I due eventi simbolici dell’inizio e della fine della Guerra fredda – il Piano Marshall e la caduta del muro di Berlino – rappresentano proprio i due estremi opposti del complesso rapporto che si viene a creare tra politica ed economia e permettono di capire chiaramente come dal controllo della politica sull’ economia si possa passare a una situazione in cui l’economia canaglia tiene in scacco la politica.

Il Muro del Sesso: La E-55 corre annoiata lungo il confine tra Repubblica Ceca e Germania. La chiamano l’«autostrada dell’amore». Questa squallida striscia d’asfalto ospita la più alta concentrazione di prostitute d’Europa. Sul ciglio della strada, una accanto all’altra, le donne dell’ex Blocco sovietico offrono il proprio corpo a prezzi stracciati: 35 euro mezz’ora, 45 senza preservativo. Ma l’E-55 è un posto come tanti. L’ex confine tra Europa dell’Est ed Europa dell’Ovest è una sequenza quasi ininterrotta di mercati del sesso, bordelli e chioschi. Un nuovo lungo muro umano di ragazze dalla pelle diafana si snoda lungo quella che era la cortina di ferro.

Di là il fallimento del modello comunista, di qua l’Occidente che consuma corpi e ideali………… Poi, sempre lì al cancello tra Est e Ovest, ci sono addirittura i mercati specializzati nella vendita delle schiave bianche. Uno dei più noti è nella Serbia nordoccidentale e ci vengono i mercanti di sesso di tutto il mondo. Lo chiamano Mercato Arizona e sembra una città della corsa all’oro americana del diciannovesimo secolo……..

La E-55 e il Mercato Arizona sono uno dei surreali effetti collaterali della caduta del muro di Berlino (che rappresenta) lo smantellamento del comunismo e la nascita della globalizzazione………….

Fino agli anni novanta la prostituzione nei paesi comunisti è di fatto inesistente. Pur non vietata esplicitamente, i governi la ostacolano. La domanda è bassa, ……….  anche l’offerta è bassa. La piena occupazione garantisce a tutti un salario, che riduce enormemente il numero di donne disposte a guadagnarsi da vivere vendendo il proprio corpo ………………….le prostitute comuniste, gestiscono da sole i loro profitti. Non ci sono i papponi: quella del protettore è consi­derata un’ attività criminale e viene duramente punita.

Ma lo smantellamento del comunismo fa piombare nella povertà la popolazione dell’ex Blocco sovietico, e le donne sono tra le principali vit­time della nuova miseria. Già a metà anni novanta la disoccupazione tra le donne russe raggiunge l’80 per cento, mentre durante il regime sovie­tico era quasi pari a zero. Le donne, tra l’altro, sono per più dell’80 per cento capifamiglia singoli e monoreddito. Così, nel 1998, oltre la metà dei bambini russi dai sei anni in giù vive al di sotto della soglia di povertà, e molte donne diventano prostitute per dare da mangiare ai figli………….Negli anni novanta, l’offerta di donne istruite provenienti dalla Russia e dall’Europa dell’Est diviene un fenomeno unico nell’industria della prostituzione……….

Israele è uno dei maggiori importatori di prostitute slave. Ogni mese un milione di israeliani fa visita a una prostituta. Secondo la Commissione d’inchiesta parlamentare israeliana, “ogni anno dalle 3000 alle 5000 donne [dell’ex Blocco sovietico] vengono introdotte clandestinamente in Israele e vendute all’industria della prostituzione. [. .. ] Le donne lavorano sette giorni su sette, fino a 18 ore al giorno, e dei 120 Nis (27 dollari) pagati dai clienti, a loro ne restano solo 20 (4,50 dollari). lO 000 di queste donne attualmente risiedono nei 300-400 bordelli del paese. Sono vendute dagli 8000 ai lO 000 dollari l’una.”

Si riesce a intuire la portata dell’attività seguendo il flusso dei grossi profitti riciclati in Israele: solo dal 1990 al 1995, circa quattro miliardi di dollari sono stati investiti nelle banche israeliane. Altri 600 milioni di dollari vengono riciclati in beni immobili………………………………

Fonti israeliane confermano che l’afflusso di ebrei russi ortodossi, un altro dei fenomeni legati al crollo dell’Unione Sovietica, ha dato un impulso inaspettato all’industria della prostituzione. «Molti avevano legami con la mafia russa che, all’inizio degli anni novanta, controllava quasi interamente il racket delle prostitute slave, e contribuirono a instaurare legami con i protettori locali» dice un poliziotto di Tel Aviv. Michael, il protettore di Berlino, conferma che, subito dopo la caduta del muro, è la mafia russa ad assumere il controllo del traffico della nuova merce. «Negli anni novanta, chi portava le nuove ragazze a Berlino erano i russi.»……………………………. Nel 2006 il valore annuale stimato del business plurimiliardario della prostituzione globale ammontava a 52 miliardi di dollari,23 e molto del suo reddito è legato alla natura illegale dell’attività. In Olanda, per esempio, dove la prostituzione è stata legalizzata da decenni,  i protettori sono pochissimi, le prostitute pagano le tasse, hanno diritto all’assistenza sanitaria, alla previdenza sociale e alla protezione della polizia.

…..ancora……La caduta del comunismo all’inizio degli anni novanta ha reso la popolazio­ne più egoista e ha provocato una profonda crisi morale che dura anco­ra oggi» scrive l’autore russo Viktor Erofeev……

Gli unici a trarre profitto dalla cultura del «sesso in vendita» sono i «protettori» della globalizzazione, gli illusionisti dell’ economia canaglia. Bande criminali e politici corrotti russi e balcanici hanno intascato miliardi di dollari e si sono ritagliati uno spazio nell’ economia globale grazie alla tratta delle donne. li boss ucraino Semion Mogilevié, dall’ini­zio del 1998 a metà del 1999, grazie alla prostituzione, al traffico di droga e agli investimenti truffa, ha riciclato dieci miliardi di dollari attra­verso la Bank of New York.31

La correlazione diretta tra la caduta del muro di Berlino e lo svilup­po dell’industria della prostituzione in Occidente è un esempio illumi­nante per capire quanto possa essere rischioso sottovalutare le conse­guenze di sostanziali trasformazioni economiche e sociali. Soprattutto perché il passaggio al capitalismo globale è avvenuto senza un chiaro progetto politico alternativo. Intere nazioni sono precipitate nella povertà e nell’ anarchia, e nel vuoto di potere e di controllo sociale si sono insinuati gli sfruttatori e i «protettori» della globalizzazione………………………………

In Russia, la perestrojka di Gorbaciov si è tradotta a livello economico in privatizzazione: il biglietto d’ingresso dell’ex Blocco sovietico nel nascente capitalismo globale, la tassa di iscrizione al country club della democrazia. La perestrojka è da subito sinonimo di rapido cambiamen­to economico e viene sostenuta con entusiasmo da consulenti occiden­tali come ]effrey Sachs, promossa da organizzazioni internazionali quali’ il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, e raccontata come la svolta migliore del mondo dai politici dell’Ovest. Di fatto è l’a­spetto di repentino cambiamento economico insito nella perestrojka a guidare la trasformazione politica. Oggi molti economisti sono concordi nel sostenere che l’assenza di una solida classe politica in grado di regolamentare seriamente il cambiamento ha determinato lo sviluppo dell’ e­conomia canaglia. «In pratica i Russi hanno liberalizzato e privatizzato senza creare le istituzioni preposte a controllare e guidare la difficile transizione verso l’economia di mercato» spiega Miklos Marshall, diret­tore regionale dell’ associazione Transparency International per l’Europa e l’Asia centrale.

nelle pagine seguenti del libro viene spiegato come, con un escamotage finanziario (formalmente legale, ma sostanzialmente truffaldino) basato sulla contemporanea presenza nella Russia di allora, di due valute, (una fisica ed una virtuale) pochi individui siano riusciti ad accumulare immense fortune economiche, togliandole letteralmente dal patrimonio statale.

……………… I risultati sono sconcertanti. A metà degli anni novanta la Russia è il terzo paese al mondo, dopo Stati Uniti e Germania, per numero di miliardari.

La privatizzazione subisce una svolta decisiva nel 1992, quando il presidente Boris Eltsin annuncia che la Russia sta per diventare una società per azioni. La ricchezza della nazione viene divisa, come una torta, in tre parti: una allo stato, che mantiene la partecipazione di maggioranza nelle imprese appena privatizzate, una agli investitori stranieri e il resto alla popolazione. Il primo ottobre del 1992 lo stato dona a ogni cittadino voucher pari a 10 000 rubli (circa 60 dollari, cioè il salario medio mensile), che possono essere usati per acquistare le azioni delle ex aziende statali. I voucher possono anche essere tenuti o venduti, ma realtà pochissimi russi sanno come usarli.

Da1 1992 al 1994 la Russia viene colpita da un’ altra grave crisi economica. Il tasso di cambio del rublo sul dollaro precipita da 230 a 3500 rubli. La svalutazione, insieme all’inflazione a due cifre, spazza via i risparmi della gente. Più di un terzo della popolazione scende sotto la soglia di povertà.? E ancora una volta le cifre parlano chiaro. Secondo le statistiche delle Nazioni Unite, proprio il 1992 coincide con la prima impennata dell’offerta di prostitute e schiave del sesso slave in Europa occidentale.

La gente è disperata e per sfamare la famiglia decide di vendere tutto ciò che possiede, voucher compresi. Khodorkovaki] e gli altri oligarchi si assicurano così il 90 per cento dei voucher allestendo addirittura dei chioschi per strada dove la gente va a scambiarli per una frazione minima del loro valore. Secondo un sondaggio condotto per il quotidiano russo Isvestiya, alla fine degli anni novanta solo 1’8 per cento dei russi ha scambiato i voucher con le azioni delle aziende in cui lavora. Gli oligarchi invece usano i voucher per diventare azionisti di minoranza delle imprese russe che vengono privatizzate. Poi, con la mossa successiva, diventano azionisti di maggioranza cavalcando il malcontento generale.

Già all’inizio del 1995 i russi capiscono che il capitalismo li ha resi più poveri, non più ricchi come loro si erano illusi. Le statistiche economiche ufficiali della Russia indicano che il Pil è sceso del 50 per cento circa. Lo stato è al verde, stipendi e pensioni non vengono pagati. La gente ha nostalgia del vecchio regime comunista e Eltsin rischia la sconfitta alle elezioni del 1996. Per assicurarsi la vittoria, il presidente russo stipula un accordo con gli oligarchi. Lo stato accetta di vendere all’ asta le sue partecipazioni di maggioranza delle imprese statali privatizzate in cambio di prestiti con cui pagare stipendi e pensioni prima delle elezioni. Eltsin si compra la rielezione.

L’accordo, che viene definito «prestiti in cambio di azioni», offre agli oligarchi 1’opportunità di impossessarsi anche del pacchetto azionario di maggioranza dello stato.

Il governo corrotto aveva un bisogno disperato di contanti e le cosiddette «banche» degli oligarchi sottoscrissero l’accordo. Al governo servivano i soldi per pagare le pensioni, salari, eccetera, quindi usò le sue azioni delle aziende di stato come garanzia per ottenere i prestiti dalle banche degli oligarchi. Naturalmente dopo le elezioni il governo non poté ripagare i prestiti, e le azioni sono andate automaticamente alle banche. Ancora una volta, tutto si svolse nella piena legalità

In modo perfettamente legale, dunque, lo stato finisce in scacco di affaristi senza scrupoli.

Dopo la rielezione di Eltsin, gli oligarchi vengono ricompensati per il loro appoggio. Khodorkovskij diventa l’unico in gara per 1’acquisto della Yukos, la terza compagnia petrolifera russa, che compra per una cifra irrisoria: circa 300 milioni di dollari. La portata dell’accordo però si capisce a fondo solo nel 2003, quando la pubblica accusa russa congela il 44 per cento dei beni della Yukos, e sono dieci miliardi di dollari. Da 300 milioni di dollari a dieci miliardi in sei anni.

Con questo metodo e altri simili……. negli anni novanta la Russia ha subito il maggior furto di risorse mai avvenuto in un paese in un arco di tempo così breve. Una stima al ribas­so va dai 150 ai 200 miliardi di dollari in dieci anni, ma si pensa che possa arrivare fino a 350 miliardi di dollari.

Il vero dramma è stato che tali immensi patrimoni non sono rimasti in Russia, reinvestiti, in modo che comunque la collettività ne avrebbe giovato:

Tenerli in Russia significava investire in un paese in piena depressione e rischia­re non solo bassi ricavi, ma anche la confisca da parte del governo suc­cessivo, che avrebbe inevitabilmente protestato, e a ragione, contro l‘«illegittimità» del processo di privatizzazione.

E quindi sono stati trasferiti e investiti tutti all’estero……

Questa fase caratterizzata quindi dall’azione dei “banditi nomadi”, cioè di coloro che depredano il territorio e se ne vanno altrove, si è passato negli anni successivi ai “banditi stanziali”, che cioè depredano il territorio ma in maniera “sostenibile”, lasciando cioè prosperare una certa ricchezza diffusa, in modo da poter continuare la loro attività nel territorio stesso……………….infatti……….oggi la maggior parte degli analisti concorda sul fatto che anche l’attuale presidente russo Vladimir Putin si adatta bene all’immagine del bandito stanziale che tenta di privare gli oligarchi dei loro beni.

Per la politica regolamentare il mercato diventa sempre più difficile. E i problemi di un paese possono innescare una reazione a catena con conseguenze devastanti per molti altri.

Chi poteva prevedere che l’Unione Sovietica si sarebbe disintegrata senza che si sparasse un solo colpo? O che la caduta del muro di Berlino avrebbe fatto nascere l’industria globale del sesso? O che la privatizzazione dell’ economia russa avrebbe permesso il saccheggio delle sue risorse e dato vita a una generazione di oligarchi?

L’opinione pubblica è ignara anche di altre interdipendenze dell’ economia canaglia. Chi corre a Berlino per abbattere il muro a mani nude è mosso dal desiderio di mettere fine a un lungo e doloroso periodo di separazione. Vuole demolire uno spartiacque, una barriera fisica che per decenni ha afflitto l’esistenza di un continente, ha lacerato la sua anima. Eppure, proprio in quel momento, per milioni di donne dell’Europa dell’Est e della Russia, l’incubo peggiore sta cominciando.

Nell’euforia del momento nessuno, neppure gli economisti più illustri, sono in grado di capire che il muro è solo un simbolo. E che in fondo la sua demolizione non è altro che un’operazione di marketing, una messa in scena. Dietro il muro che cade è già pronto a entrare in azione un complesso sistema economico predatore, nutrito e alimentato per decenni dalla rigidità politica della Guerra fredda. È quel tipo di economia che ha un disperato bisogno di nuovi mercati e nessuno, neppure gli architetti della distruzione del sistema sovietico, è in grado di controllarla. Nel vuoto politico che si viene a creare, l’economia canaglia trasforma la globalizzazione, l’invenzione della reaganomics, del thatcherismo e della modernizzazione, in un mutante animato di vita propna.

Con la fine della Guerra fredda il mercato spezza le catene della politica. L’economia diventa una forza canaglia ed è pronta a ridisegnare il mondo secondo le sue regole. Lo vedremo nel seguito del percorso.

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I risultati sono sconcertanti. A metà degli anni novanta la Russia è il terzo paese al mondo, dopo Stati Uniti e Germania, per numero di miliardari.

La privatizzazione subisce una svolta decisiva nel 1992, quando il presidente Boris Eltsin annuncia che la Russia sta per diventare una società per azioni. La ricchezza della nazione viene divisa, come una I orta, in tre parti: una allo stato, che mantiene la partecipazione di mag­gioranza nelle imprese appena privatizzate, una agli investitori stranieri e il resto alla popolazione. Il primo ottobre del 1992 lo stato dona a ogni cittadino voucher pari a 10 000 rubli (circa 60 dollari, cioè il salario medio mensile), che possono essere usati per acquistare le azioni delle ex aziende statali. I voucher possono anche essere tenuti o venduti, ma realtà pochissimi russi sanno come usarli.

Da1 1992 al 1994 la Russia viene colpita da un’ altra grave crisi economica. Il tasso di cambio del rublo sul dollaro precipita da 230 a 3500 rubli. La svalutazione, insieme all’inflazione a due cifre, spazza via i risparmi della gente. Più di un terzo della popolazione scende sotto la soglia di povertà.? E ancora una volta le cifre parlano chiaro. Secondo le statistiche delle Nazioni Unite, proprio il 1992 coincide con la prima impennata dell’offerta di prostitute e schiave del sesso slave in Europa occidentale

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Buone notizie!

Posted by giannigirotto su 19 novembre 2009

SCRIVERE SERVE!

In più parti del mio sito affronto l’argomento degli appelli da sottoscrivere via Internet..perorandone la causa ed affermando che con essi si ottengono risultati concreti….

Sono felice pertanto di inserire due tra gli ultimi risultati positivi ottenuti da Associazioni di tutela dei diritti in questo caso nell’ambito del lavoro….

Vittoria per 1.200 lavoratori licenziati da una succursale di “Fruit of the loom” in Honduras, che verranno riassunti in una nuova fabbrica più moderna e sicura….(in inglese)

I lavoratori precari della Unilever (proprietaria del marchio Lipton)  in Pakistan hanno ottenuto un contratto definitivo per la creazione di 200 posti fissi a tempo indeterminato, mentre sino ad allora vi erano solo 22 lavoratori assunti….(in inglese)

ACCORDO BANCA ETICA E CTM ALTROMERCATO

Beh, io sono socio di entrambe, come non esserne felice?

La Finanza etica e il Commercio equo e solidale condividono la visione di fondo che li ispira entrambi: l’idea che tutte le azioni economiche debbano e possano seguire i principi di un modello di sviluppo umano e sociale sostenibile, nel quale la produzione della ricchezza e la sua distribuzione siano fondati sui valori della solidarietà, della trasparenza e della realizzazione del bene comune.
In concreto Banca Etica ha siglato una convenzione con CTM-Altromercato – la maggiore organizzazione del commercio equo in Italia e la seconda a livello mondiale – per garantire condizioni di favore per alcune operazioni quali: scoperto di c/c; anticipo di contratti, contributi, fatture, etc. oltre naturalmente a linee di credito (mutui) a medio e lungo termine e fideiussioni. La convenzione prevede anche servizi commerciali quali l’installazione del POS e la gestione della tesoreria. Banca Etica in ogni caso non applica né le commissioni di massimo scoperto, né la trimestralizzazione degli interessi.
La convenzione coinvolge anche un terzo partner: il Consorzio MCC Servire di Brescia. Si tratta di un consorzio fidi nato per sostenere il settore del non profit ed in particolare i soggetti del commercio equo e solidale e che presta garanzia sugli affidamenti e ne cura la pre-istruttoria facilitando e snellendo così i tempi per le erogazioni.
Con CTM-Altromercato Banca Etica ha rafforzato la collaborazione dando vita anche a un certificato di deposito dedicato: coloro che sottoscrivono tali certificati di deposito sostengono l’attività svolta da CTM favorendo l’applicazione di condizioni agevolate sulla linea di credito accesa da CTM presso Banca Etica. Il risparmiatore, se lo richiede, ha la possibilità di rinunciare a parte della remunerazione favorendo, così, ulteriormente CTM. Ad aprile 2009 i CD dedicati a CTM hanno raggiunto un valore pari a circa 2 milioni di euro.
……………………..
“Ogni volta che la nostra Banca finanzia un’iniziativa del commercio equo e solidale mi sento particolarmente soddisfatto: finanza etica e commercio equo, insieme, sono l’esempio concreto di un’alternativa praticabile, giusta e sostenibile all’economia ingorda e sbilanciata che arricchisce pochi e sottrae risorse a molti”, dice il presidente di Banca Etica, Fabio Salviato

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Tutela del lavoratore

Posted by giannigirotto su 8 settembre 2009

Il problema è sempre lo stesso. Trovare il giusto compromesso tra il sacrosanto diritto dell’imprenditore a realizzare i suoi profitti, anche consistenti per carità, con l’altrettanto sacro diritto da parte della comunità e dei lavoratori a non vedere depauperato l’ambiente o a venir sfruttati da paghe troppo basse o altre condizioni di lavoro inique. Rimandando ad altri articoli la tutela dell’ambiente, qui vorrei spendere due parole sulla tutela dei lavoratori.

Lungi da me pensare di avere una qualche soluzione definitiva a portata di mano, che non sia alla fine il buon senso e l’etica (hai detto niente….), rimane il fatto che in moltissimi Paesi poveri, dove le maestranze sono maltrattate e peggio pagate, il diritto di costituire Sindacati viene ostacolato o impedito in tutti i modi.

Lungi da me pensare che tutti i Sindacati in tutti i Paesi siano un soggetto sano e apportatrice di progresso……anzi…… rimango tuttavia dell’opinione che nei Paesi poveri, dove le condizioni di lavoro sono terribili, tale strumento di difesa del lavoratore vada supportato al massimo, per tentare di spezzare il circolo vizioso dello sfruttamente e della poverta per migliaia e migliaia di famiglie.

Vorrei quindi segnalare ancora una volta la presenza di alcune Associazioni che lavorano per aiutare i lavoratori a tutelare i loro legittimi diritti. Riporto pertanto l’ultimo appello della

Protect the Right to Organize!

Workers are able to improve their living and working conditions when they are able to organize and bargain collectively. That is why these rights are protected by the International Labor Organization (ILO) and the Universal Declaration of Human Rights.

However, workers around the world face systematic barriers to organizing, from being fired or blacklisted for union organizing to egregious acts of violence and intimidation. Corporations play a crucial role in violating the right of workers to organize unions.  The International Labor Rights Forum, through our Freedom at Work campaign, protects the right of workers to organize and bargain collectively.  Our new Freedom at Work toolkit outlines the importance of worker organizing, how freedom of association is violated and what you can do about it.

Please tell the companies highlighted for violating the freedom of association in our toolkit that you support worker rights!

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E viceversa l’ultima buona notizia diffusa da

DESA and Deri Is Union Sign Protocol

News image

The Clean Clothes Campaign is delighted to announce the closure of a year-long campaign against the DESA leather factory in Turkey following a protocol agreement signed by DESA and the Deri Is union.  We hope that this protocol will mark the beginning of a constructive relationship between the two parties and will ensure good management of the DESA factory and improved conditions and rights for workers.

Thank you to everyone who supported the  campaign and to the DESA workers, who fought a long, hard fight in defence of workers’ human rights . International solidarity was crucial in supporting the long and brave struggle of the women who stood up to claim their rights. We urge you to continue to take such action by asking your friends to join the CCC urgent appeals network and responding to future calls for support.

Read the full text of this article here
Direct your friends to this page

Come vedete, unendosi, organizzandosi e agendo compatti, i risultati si ottengono. Spero pertanto vogliate unirvi a questa e alle alle altre Associazioni che trovate nella mia sezione “Agisci“.

Bookmark and ShareGianni Girotto

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Il mercato e L’Etica – continua……

Posted by giannigirotto su 5 giugno 2009

Come avevo denunciato nel mio precedente post “Indispensabili – Il mercato e L’Etica“, moltissime grandi aziende non guardano in faccia nessuno quando si tratta di fare profitto. Il risultato è che milioni di persone, molto spesso bambini, lavorano in un regime che rasenta e spesso coincide con la schiavitù, ed il territorio viene rovinato senza nessuna remora.

Alla serie di inchieste che avevo segnalato nel suddetto post, svolte da Altroconsumo, si è ora aggiunta l’inchiesta sulle scarpe.

Pertanto oltre alla disastrosa deforestazione che si compie ogni anno per l’allevamento di bestiame (video sopra), ecco come anche gli uomini vengono trattati come bestie; per un paio di scarpe che costano 100 dollari, il salario dei lavoratori che le hanno materialmente costruite incide per lo 0,4%. Un dato che sembra falso da quanto è macroscopicamente ingiusto. Ma purtroppo è vero, ed alla stessa identica conclusione era arrivata un’analoga inchiesta svolta da Mani Tese una ventina di anni fa. Altro che Millenium Developement Goals…… chi ha in mano queste fonti di profitto controlla i Governi, e non viceversa…..

Come sempre le alternative, per chi non vuole essere complice di queste sistema immorale, ci sono.

e sono distribuite anche in Italia. Certo non sono belle e ipertecnologiche come quelle delle grandi firme, ma vuoi mettere la soddisfazione…..

Altrimenti optate per le grandi marche che si sono dimostrate le più sensibili ai temi ambientali: Adidas e Reebok (dello stesso gruppo), seguite da New Bilance. Vedrete che se noi consumatori ci spostiamo, i produttori ci seguiranno a ruota……

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