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Posts Tagged ‘solidarietà’

Modelli da diffondere – Sakena Yacoobi

Posted by giannigirotto su 14 settembre 2011

Sakena Yacoobi  ha 60 anni e da trenta si occupa di combattere la guerra con la cultura. Sakena è un’insegnante. Ogni giorno, escluso il venerdì, 350mila persone affollano le sue classi e prendono parte a quella che lei ha definito una “Jihad con la penna” ovvero imparano a leggere e a scrivere. Perché l’alfabetizzazione è la prima arma per sconfiggere la guerra e in un cervello occupato da quello che gli raccontano i libri piuttosto che da stragi spacciate per ideali di martirio, il fascino dei mitra e delle bombe attecchirà meno.

È stato in Pakistan, in mezzo ai profughi, alle donne che avevano subito violenze di ogni tipo, che Sakena ha capito che l’istruzione è l’unica via per risollevare la sua gente. Da allora non si è mai fermata e ha aperto scuole e raccolto studenti ovunque ha potuto. Nemmeno l’Afghanistan dei Talebani l’ha intimorita. Proprio all’epoca del loro dominio, negli anni Novanta ha fondato l’ Ali (Afghan Institute of Learning). “ Da Kabul, da Herat, da Logar, mi chiedevano di aprire scuole clandestine”, racconta Sakena Yacoobi suWired. “ Mi imposi allora una regola: se la gente era in grado di proteggerci e di darci i locali e il personale da preparare, l’avremmo fatto”.

Sekena si concentra sopratutto le bambine, che normalmente vengono per ultime come priorità di alfabetizzazione nelle famiglie povere: “Se educhi un bambino educhi un individuo, se educhi una bambina educhi una famiglia e dunque una comunità”

A mio avviso è una delle tante persone che veramente meritano il Nobel per la pace… e come al solito decine di altri articoli ed anche video li trovate sparsi su Internet, naturalmente la maggior parte è in Inglese, i telegiornali italiani invece preferiscono parlare delle “Papi girl” e di calcio…
Vi ricordo che trovate una scheda su altre grandissime persone nella mia sezione “Modelli“.

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Indispensabili: L’anticasta – Per un’Etica dell’utopia

Posted by giannigirotto su 2 dicembre 2010

Dopo aver inserito diverso tempo fa il libro “La Casta” nella mia sezione “Indispensabili“, sono estremamente felice di poter iniziare l’inserimento di estratti, capitolo per capitolo, di questo testo che spero diventi un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono utilizzare le esperienze positive già portate a termine in varie località italiane, per replicarle ovunque sia opportuno. Segnalo solo che questo libro parla di esperienze italiane, mentre in un altro testo, “Voglia di Cambiare“, sempre presente nella sezione “Indispensabili“, sono contenute le esperienze di successo avvenute in vari Paesi Europei.

Ecco ora il capitolo (clicca sulla copertina per vedere gli altri…):

PER UN’ETICA DELL’UTOPIA

di ALEX ZANOTELLI

Credo che il problema centrale della nostra società sia un problema etico. Il cuore della nostra crisi è la mancanza di un etica sia personale che sociale….

Fromm ritiene che la vita è bella quando la si dona, quando la si dà. Fromm mette alla base di una sana psicologia il detto di Gesù: “Fratello/sorella, se la tua vita la tie­ni per te sei morto! Ma se sei capace di darla, di donarla sei vivo! (Marco 8, 35)”. Si è vivi, gioiosi, felici quando si dà o si dona; si è tristi e infelici quando ci si rinchiude in sé stessi…..invece…La costrizione al consumo è diventata per noi tanto profon­da quanto il bisogno di sopravvivere, perché il modello consumistico rivela che il nostro stesso essere e scopo sono cal­colabili unicamente in termini di ciò che possediamo sono misurabili soltanto secondo quanto abbiamo e prendiamo….diventiamo cose, anzi tubi digerenti. È così che si crea ‘O Sistema….

II nostro è un sistema idolatrico a cui siamo pronti sacrificare gli esseri umani sia per fame (dieci milioni di morti all’anno), sia per guerra. Siamo oggi disposti a sacrificare anche lo stesso Pianeta (l’incombente crisi ecolo­gica)….

Siamo tutti oggi convocati a scegliere tra la vita e la morte. E non è più sufficiente dirlo con le parole, ma con le scelte quotidiane in campo economica, politi­co, Sociale, familiare. Òggi l’uomo deve fare una scelta epocale…. Perché questo avvenga, ogni uomo e ogni donna do­vranno fare un grande salto di qualità in umanità e di to­tale apertura all’altro. Deve nascere l’uomo nuovo. Ma l’uomo nuovo dovrà poi imparare a tradurre tutta questa ricchezza personale in campo sociale, politico, economico e ambientale…

Sapremo noi fare questo passaggio epocale in tempi i relativamente brevi e su scala planetaria? ….. Già compaiono qua e là i germogli di un mondo nuovo, di cui le esperienze raccontate in questo libro sono limpidi esempi.

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La Finanza Etica cresce

Posted by giannigirotto su 13 giugno 2010

Mi fa piacere riportare questo articolo di circa un anno fa pubblicato dal “Corriere della Sera”, di Gabriela Jacomella, che faceva il punto sulla diffusione delle forme di finanziamento etico in Italia. E’ già passato quasi un anno e quindi alcune cose sono cambiate, ma io per primo ho scoperto tante realtà che non conoscevo e che mi sembra giusto condividere. Buona Lettura.

____________________________

Microcredito: è boom anche in Italia
Prestiti per cominciare il lavoro
– Gabriela Jacomella

Tutti ne parlano, pochi saprebbero dire con esattez­za che cosa sia. E lui, intanto, cresce. Magari un po’ disordinatamente, e nel silenzio. A parlare chiaro, però, ci sono le cifre: in Italia, tra 2004 e 2005 (è l’Istat a dirlo) è cresciuto del 7% il popolo dei «non-risparmia-tori», quelli che a fine mese non hanno monete da af­fidare al salvadanaio. Quasi il 40% degli italiani ha al­meno un prestito in corso, il 25% – dati della Banca Mon­diale – è escluso dal credito e dai servizi finanziari. È per loro che il microcredito, in Italia, cresce: nell’ulti­mo biennio, le somme erogate sono aumentate del 33%, i beneficiari del 24% (III Kapporto sul microcredito in Ita­lia, C. Borgomeo&Co). Studenti e «atipici», donne e im­migrati, over 40 «espulsi» dal mercato del lavoro. Ma anche famiglie normali, quelle che sempre più spesso contano i giorni che mancano alla fine del mese. Nato in Asia, dall’esperienza di Muhammad Yunus, il prestito che coinvolge e non esclude, che da fiducia e dignità, si sta af­fermando anche nel «primo mondo», su tutti i livelli del mercato: dalle esperienze di base alle realtà «virtuali». Seducendo anche il mondo bancario.

Al centro, la persona
«II punto è che la gente ha sempre meno soldi, e quelli che ci sono servono per le esigenze primarie. Prima ci si in­debitava per mantenere un tenore di vita alto; ora per la salute, la scuola, la casa». Alessandro Messina, econo­mista, si occupa da anni di finanza etica (La finanza utile, Carocci 2007). E per lui, il quadro è chiaro: il microcredi­to, e in generale la microfinanza, sono gli strumenti con cui una parte d’Italia, quella «non bancabile», reagisce al­l’esclusione dai circuiti finanziari. Uno dei luoghi da cui è partita la «ribellione» sono le Piagge, quartiere fioren­tino periferico e problematico, un grumo di case popola­ri stretto tra Arno ed ex inceneritore, ferrovia e aerei a bassa quota. Dal centro sociale «II Pozzo» sono usciti, in 8 anni, 260mila euro di prestiti (fondoetico.blog-spot.com). Tutti destinati a persone o progetti che nel quartiere vivono o sono destinati a realizzarsi. I soldi vengono dagli stessi cittadini, che diventano così soci del Fondo; la gestione è delegata alla Mag6, la Mutua autogestita di Reggio Emilia, società cooperativa finanzia­ria nata nel 1988 (ad oggi, in Italia ci sono 6 Mag, tutte impegnate in progetti di microcredito). Nessun tasso di interesse: si paga Pl,5%, che copre costi dell’operazio­ne. Per ogni prestito, due fideiussori che «condividono il rischio», e un re­ferente. Le quote: fino a 2.600 euro per il mutuo soc­corso» (dal dentista ai problemi di bollette), fino a 7.000 per la microimprenditorialità. Le erogazioni sono state 89, l’insolvenza è dell’I,5-2%, «un prestito solo ci è sfuggito di mano, ma
perché quella persona è fini­ta in carcere…», spiega don Alessandro Santoro, da 14 an­ni anima di questa attivissima comunità di base. Don Alessan­dro usa parole semplici, per lui il microcredito è «ridare la paro­la alle persone, ridare dignità al superfluo. Il principio è che dal denaro non si può fare altro denaro», a chi presta viene ga­rantito il ritorno del versato, nulla più.
E a Firenze, l’esperienza è sta­ta «replicata» dal FondoEssere (www.fondoessere.org), nel vicino quartiere dell’Isolotto. «Nel “micro”, le esperienze di economia solidale funzio­nano molto bene», commenta Marco Gallicani, presidente di Finansol (www.finansol.it), sito di promozione della
finanza solidale. Perché al primo posto, nel microcredito,c’è la persona. Le parole d’ordine: responsabilità e relazio­ne. Che vuoi dire, anche, condivisione del rischio. A chi ri­chiede il prestito (fino ai 25mila euro, in generale)non si richiedono garanzie patrimoniali o di reddito,
bensì una «rete fiduciaria», con più soggetti che fanno da garanti. Altro pilastro importante: le attività di forma­zione, dalla domanda alla restituzione del prestito stesso.
«Non sono microcredito in senso stretto – specifica Gallica­ni – le esperienze basate su un fondo di garanzia o quelle che ne fanno una questione di marketing». Sta di fatto, però, che in Italia si sono moltipllcate le esperienze «ibri­de»; a partire dal 2.005, Anno mondiale del microcredito, il fenomeno «è uscito dal mondo dell’altra economia e ha con­taminato la grande finanza», scrive Tonino Perna. docente di Sociologia eco­nomica a Messina. Di recente, l’espe­rienza alternativa di Banca Etica è stata «affiancata» da Banca Prossi­ma, cestola «no profit» del gruppo Inte­sa-San Paolo. Se­gno di un interesse crescente e trasver­sale, la risposta a una necessità sem­pre più diffusa.

Dal solidale al finanziario
Sul palcoscenico del microcredito, gli attori principali sono gli enti pub­blici. Come il Co­mune di Roma, già promotore di un progetto destinato agli immigrati: 30 beneficiari e un investimento da un milione di eu­ro. O la Regione Lazio, con il Fondo promosso dall’as­sessore al Bilancio. Nato nel 2006, ra­mificatesi sul terri­torio grazie a un cali center e una rete di operatori (dall’Arci alla Caritas), ha già inoltrato alle banche di «appoggio» 850 domande: 450 quelle accettate, dalle microimprese ai crediti di emergenza, passando per il sostegno ai detenuti; 3,4 i milioni di euro erogati. «Da noi – spiega Nieri – arriva molta gente “incastrata” nel circolo infernale delle carte revolving. Le doman­de sono tante, sempre più italiani arrivano a malapena a fine mese. E basta una spesa imprevista, l’auto che si rompe, i libri di scuola…». La parola d’ordine è «respon­sabilizzare». E i soldi ritornano: «Del resto sono fondi nostri (per il 2008 abbiamo stanziato 3 milioni), chi li prende sa di dover garantire chi verrà dopo di lui». Un ap­proccio «pedagogico» condiviso anche dalla Regione To­scana, che dall’esperienza di Fabrica Ethica (proget­to sulla responsabilità sociale d’impresa ha fatto na­scere Smoat, il «sistema microcredito orientato e as­sistito toscano». L’obiettivo è lo startup d’impresa; la Regione, grazie a un fondo da 15 milioni di euro, fa da garante all’80%, per un importo massimo di ISmila eu­ro; 236 i finanziamenti già erogati, per oltre 3mila
euro. Le imprese italiane sono 144, dal centro di velate-rapia all’azienda di tessuti ecologici per cucce di cani e gatti. «E il 30% dei beneficiari – fa il punto la coordinatri-ce Fabrizia Paloscia – sono over 44, la fascia d’età più problematica».
Un solo obiettivo, molte esperienze, nessun bilancio glo­bale. Perché in Italia, spiega Gallicani, «mancano tre cose: il coordinamento, la formazione, un’attività di lobbying. Siamo l’unico Paese in cui non c’è una legge di riferimento per queste realtà, forse perché si tende anco­ra a considerare la solidarietà come beneficenza». Il qua­dro è a macchia di leopardo, «la sensazione – interviene Messina – è che il microcredito sia diffuso molto più a Nord che a Sud, anche per il legame con le fondazioni bancarie». Però in Molise c’è Senapa (www.progetto-senapa.it), con prestiti a piccoli imprenditori o parroc­chie; in Puglia, Handled With Care punta a coinvolge­re la popolazione albanese residente nella Regione. Tra le associazioni più note – tanto da aver fondato, con altri, la rete italiana di microfinanza Ritmi -, c’è la bolognese MicroBo (www.micro.bo.it): importo massimo 7.000 euro, tasso annuo dell’8%. Servono due garanti morali e «un’idea chiara di impresa». Il target: precari, disoccupa­ti, immigrati (l’80% degli utenti). Un gruppo di imprendi­tori ha sottoscritto il fondo di garanzia, l’associazione se­gue i progetti. Il presidente onorario è Yunus. A Torino, invece, hanno pensato di fare un passo più in là. «In Italia il microcredito è ancora visto come credito ai poveri; noi abbiamo deciso di vederlo come uno stru­mento finanziario innovativo»: Permicro (www.permi-cro.it), è una società specializzata in microcredito, sede nel capoluogo piemontese, operatività nazionale (con sportelli a Cagliari e Roma). Partiti a gennaio, hanno già erogato circa 25 microcrediti all’impresa (tetto mas­simo di ISmila euro), e microcrediti alle famiglie per un centinaio di migliaia di euro al mese. A fare da filtro e garante, una «rete» che va dalle comunità etniche alle parrocchie. Il tasso è del 10-11%, «altissimo rispet­to ad altri progetti di microfinanza, basso rispetto al ri­schio. La stessa Grameen di Yunus applica un tasso del 16%; ma la socialità del microcredito è l’accesso al credi­to, non il tasso di interesse». E la professionalità, alla fi­ne, ha i suoi costi. Il futuro, però, è già altrove. E si chia­ma finanza peer-to-peer, quella in cui – spiega Messi­na – «non c’è più il soggetto debole, perché si è contem­poraneamente prestatore e richiedente». È il caso di Zopa (www.zopa.it), prima comunità online di prestito sociale; nata in Gran Bretagna, operativa in Italia dal gennaio 2008, ha erogato quasi un milio­ne e mezzo di prestiti e conta oltre 17mila iscritti. Sul Web, i prestatori e i richiedenti interagiscono diretta­mente, negoziando sulle condizioni del prestito, i tassi (in media, intorno all’8%), la durata. Zopa fa da gestore e da «garante». «Gestiamo in media 5-10 prestiti al gior­no. I nostri utenti vanno dall’investitore informato all'”antibanca”, che cerca un rapporto con la persona, una rete sociale». Non è filantropia, non è neanche microcredito. Ma cresce a un ritmo del 17% al mese.

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Banca/Finanza Etica e oltre ….

Posted by giannigirotto su 25 Maggio 2010

Scrivo queste righe dopo aver vissuto la giornata del 22 maggio l’Assemblea nazionale dei soci di Banca Etica, che si è svolta a Padova. C’era un bella atmosfera, rilassata, persino gioiosa, sicuramente molto dinamica….con la formazione continua e inarrestabile di capanelli di gente che discuteva su mille iniziative della Banca e più in generale di tutto il mondo del volontariato, che la stragrande maggioranza dei soci conosce e di cui fa parte, complice anche il grande giardino posto immediatamente a fianco della sala assembleare, che ha dato accoglienza ad una lunghissima serie di mini-picnic e momenti di rilassamento…

Al di là del problema oggettivo della registrazione dei partecipanti, che ha preso più di 5 ore alla quindicina di dipendenti che erano addetti alla mansione, peraltro molto gentili e organizzati, e che dimostra una volta di più come senza un uso esteso della firma digitale (che esiste da più di 10 anni ma nessun “privato cittadino” può obiettivamente conoscere e usare) rimaniamo dei sudditi di serie B costretti a enormi sprechi di tempo e risorse per adempiere a molte formalità burocratiche che altrimenti potrebbero essere risolte con qualche “click” al computer…..al di là di questo appunto, vorrei riportare alcune riflessioni che sto facendo in questi giorni…

1) Banca Etica è nata per operare come Istituto di Credito, ma in realtà questo è solo un punto di appoggio per poter intervenire e operare a 360 gradi nella società. Aver costituito “Innesco” per operare nelle energie rinnovabili (e Salviato in uno dei suoi interventi ha ribadito che se un milione di utenti installassero i pannelli fotovoltaici da 3KW, avremmo la creazione di più energia di quanta ne dovrebbero produrre le 4 centrali nucleare che il governo vuole, con in più la generazione di un numero molto maggiore di occupati in tale settore…), essere partner di Jacopo Fo sia per il G.A.S. sul suddetto fotovoltaico ma anche per la creazione degli “Ecovillaggi“, essere supporter ufficiosi della Campagna per la ripublicizzazione dell’acqua, essere attivi tramite la tecnica dell’azionariato critico con l’ENI ed altre importanti società….ecc. ecc. dimostra come il gruppo di dirigenti, che sono naturalmente espressione della base degli azionisti, abbia una visione ed una voglia di impegnarsi globale, in cui come recita lo Statuto, il denaro è solo uno strumento per attivare progetti e soluzioni che aumentino il benessere di tutti gli uomini.

Per continuare su questa strada però servono risorse, sia intese come risorse umane, sia quelle finanziarie. E’ prioritario pertanto fare tutto il possibile per acquisire nuovi soci “attivi”, che si impegnino localmente nei vari GIT,  e aumentare parallelamente il capitale sociale, stante il famoso vincolo di legge che fissa il valore dei prestiti  a circa 10 volte il valore del cap. soc. Queste sono secondo me le priorità assolute che condizionano tutta l’operatività della Banca. In tal senso naturalmente vanno le future acquisizioni della Cooperativa Francese e di quella Spagnola.

2) Ancora troppi italiani non conoscono Banca Etica. Chi dice l’80% chi dice il 90%, sta di fatto che finchè B.E. non esce da questo limbo facciamo doppiamente fatica a crescere. Dobbiamo moltiplicare gli sforzi con gli Enti “moltiplicatori/diffusori” come sono le altre realtà Associative e la scuola. Ritengo non vada trascurato anche il canale Internet, stante anche che è a “costo zero” farci conoscere dai blogger e usare più pervasivamente gli altri strumenti di social network.

3) L’attività bancaria è uno dei due grandi strumenti di accentramento e gestione del denaro. Le Assicurazioni sono a mio avviso l’altro grande strumento che ci manca. Mi piacerebbe che il nuovo CdA rafforzasse i rapporti con il CAES e si ponesse come obiettivo finale quello dell’ingresso nel mondo assicurativo. Viceversa questo resterà appannaggio esclusivo dei “soliti noti” grandi gruppi. Potrebbe essere una buona idea quella di fare un piccolo sondaggio interno ai soci di B.E. per vedere quanti di loro sarebbero favorevoli ad un’idea del genere.

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Indispensabili: La Deriva – Cap.1

Posted by giannigirotto su 2 aprile 2010

Comincio oggi la lettura di un altro testo che mi consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Un Paese di poeti santi e scodellatrici

In Italia i bidelli, per legge, non possono dispensare i pasti agli scolari, per cui è nata la figura professionale della “scodellatrice”. Svolta da perso­ne che, pagate a parte e spesso riunite in cooperative, arrivano nelle scuole alle undici, preparano la tavola ai bambini, scoper­chiano i contenitori del cibo, mescolano gli spaghetti già cotti con il ragù e scodellano il tutto nei piatti, assistono gli scolaretti, mettono tutto a posto e se ne vanno. Costo del servizio, Iva compresa, quasi un euro e mezzo a piatto. Mille bambini, 1500 euro. Costo annuale del servizio in un Comune di media gran­dezza con duemila scolaretti: 300.000 euro……

Ma ve lo immaginate qualcosa di simile in America, in Francia, in Gran Bretagna o in Germania? Sono 50.000 più che i carabinieri, i 167.000 bidelli italiani. Uno ogni 2,2 classi, de­nuncia un dossier di «Tuttoscuola» di Giovanni Vinciguerra ri­cordando che in altri Paesi come il Giappone, la Finlandia o la Spagna la figura «non esiste e il compito di tenere puliti i ban­chi, le aule e i corridoi delle scuole fa parte dei normali doveri degli stessi allievi» che così imparano subito ad aver rispetto per la proprietà collettiva. Il loro costo? Sfiora i 4 miliardi di euro l’anno. E il bello è che, nonostante pesino mediamente per «367.000 euro l’anno a istituto», hanno costretto le scuole ad assumere part-time non solo le scodellatrici, le quali umilia­te dal precariato hanno dato vita a Milano a manifestazioni di piazza per chiedere l’assunzione definitiva, ma anche, qua e là, una società esterna di pulizie.

Tema: come può una scuola che concentra le sue attenzio­ni, i suoi soldi, le sue energie su sconcertanti impuntature sin­dacali come queste, essere all’altezza di un mondo che corre a una velocità doppia, tripla, quadrupla?……………….Mentre noi assumevamo scodellatrici, gli altri Paesi stendevano i cavi delle reti a banda larga per mettere on-line il si­stema scolastico e l’intera società. Certo, a parole ci abbiamo provato anche noi. Ricordate lo slogan berlusconiano delle «tre I: inglese, internet, impresa»? Nel giugno 2001 il Cavaliere fece addirittura un ministro, Lucio Stanca, perché se ne occupasse. A settembre, tornati tutti dalle ferie, decisero di metter su una commissione. Due anni dopo (due anni!) il Cipe (Comitato in­terministeriale per la programmazione economica) approvò una delibera per affidare un grande programma nel Mezzogior­no a Sviluppo Italia che a sua volta istituì una società apposita, l’Infrate!. Altri due anni (due anni!) e alla fine del 2005, senza che fosse ancora stato posato un metro, manco uno, dei 1800 chilometri di cavi a fibre ottiche, veniva firmato un contratto di programma che ratificava la decisione presa nel 2003. Finché, alla fine del 2006, la Corte dei Conti denunciava lo spreco di tempo, l’esagerazione di soldi dati ai manager e l’abisso che si era ingoiato 1.283.799 euro di consulenze: «Nulla è stato rife­rito in merito alle procedure di scelta dei consulenti, avvalo­rando l’ipotesi che dette consulenze siano state tutte conferite intuitu personae». Cioè a capocchia…………….Nel frattempo, le classifiche internazionali ci vedevano affondare. E se nel 2004 eravamo ancora più o meno alla pari con l’Irlanda, la Francia e la Spagna per numero di computer utilizzati in famiglia, nel 2007 siamo sprofondati dietro tutti, comprese l’Estonia, la Slovacchia, la Lettonia, la Lituania-Quanto agli sportelli elettronici che consentono un collega­mento diretto tra il cittadino e la pubblica amministrazione, siamo penultimi: peggio di noi in Europa c’è solo la Grecia.(che, notizia degli ultimi mesi, è praticamente fallita, no?)………..

Siamo un Paese di poeti che hanno rinnegato la poesia e la scuola. Di santi senza più morale se è vero, come ricorda Michele Ainis, che «il Sistema bibliotecario nazionale censisce 4915 vo­lumi con la parola “etica” nel titolo, ma un terzo della ricchez­za nazionale sfugge alle tasse». Di navigatori senza più porti, vi­sto che secondo il centro studi di quello di Amburgo i nostri sette maggiori scali non arrivano a movimentare tutti insieme quanti container entreranno nel 2012 nel solo porto marocchi­no di Tangeri.

Nel 1991, dice l’ultimo rapporto dell’Istituto per il com­mercio estero, l’Italia arrivò a sfiorare una quota del com­mercio mondiale pari al 5%. Un dollaro su 20 di merci scam­biate era nostro. Da allora, fatta eccezione per una lieve ri­presa nel 2007, è stata una lenta, progressiva, inesorabile di­scesa. Nel 2001 era nostro un dollaro su 25, nel 2006 uno su 29. Mentre i cinesi, che nel 1991 detenevano una quota tra­scurabile, salivano al 3,3% nel 1997 fino a uno strabiliante 8,1% nel 2006.

«Il Pil prò capite italiano è calato rispetto alla media dell’a­rea euro da 105 nel 1988 a 94 nel 2007», ha denunciato più vol­te Luca Corderò di Montezemolo. «Se avessimo avuto la stessa crescita dei partner europei ogni lavoratore oggi potrebbe ave­re 3400 euro in più in busta paga.» Buste paga che sono diventate sempre più leggere. Tanto che a metà 2007 l’Eurispes foto­grafava un Paese in grande difficoltà. Con oltre 5 milioni di nu­clei familiari, per un totale di 15 milioni di persone, pari a un italiano su 4, che vive l’incubo della povertà. Sette milioni sono già sotto la soglia, altri 8 sono ad alto rischio: «Non solo fatica­no ad arrivare a fine mese, ma anche a superare la terza setti­mana».

……….è colpa dell’«aumento del costo del lavoro per unità di prodotto», salito fra il 1996 e il 2005 del 20% contro un calo del 10% in Francia e Germania…..

………il turi­smo valeva per noi quasi un dodicesimo del Pil, 2 milioni e mezzo di occupati e un valore aggiunto di 150 miliardi di eu­ro. Eravamo i primi al mondo, nel 1970……..ma già nel 2004, a forza di rapinare gli stranieri sparando conti astronomici nei ristoranti e di devastare i limoneti e gli aranceti per tirar su quelle mostruose palazzi­ne abusive che infestano le nostre coste meridionali, eravamo scivolati al quinto posto, con il 4,9% di quota di mercato mon­diale. Al primo ora c’è la Francia con il 9,9%, poi la Spagna con il 7,1%, quindi gli Stati Uniti con il 6,1% e la Cina con il 5,5%. Non bastasse, l’Italia è l’unico Paese Ocse che ha visto calare dal 1994 al 2004 la quota del turismo sul prodotto inter­no lordo, passata dal 6,13% al 5,68%.

Il capitolo prosegue con gli esempi di Venezuela e Argentina, due paesi che ad inizio secolo erano assolutemente ricchissimi e prosperi e sembravano avere un futuro splendente, ma che un politica scellerata ha portato al totale fallimento sociale ed economico. È questo il rischio che corre l’Italia se rifiuta di vedere le cose come stanno. Se racconta a se stessa di avere solo una febbriciattola passeggera. Se non accetta di prendere atto che sta andando alla deriva. E che, senza una svolta, uno scatto di or­goglio, una consapevolezza condivisa di alcune scelte da fare, rischia il naufragio. Ernesto Galli della Loggia alla vigilia delle elezioni del 13 aprile l’ha spiegato come meglio non si può. «L’Italia ha soprat­tutto bisogno di verità. Ha un gran bisogno che finalmente si squarci il velo di silenzi, di reticenze, spesso di vere e proprie bugie, che per troppo tempo il Paese ha steso sulla sua effettiva realtà.» Sulla scuola, sulla pubblica amministrazione, sulla giu­stizia, sulla magistratura, sulle Regioni, sulla criminalità, sul­l’impunità dei reati economici «e così via, così via, in un vortice di conformismo pubblico che è ormai diventato una cappa insopportabile.

…….

Certo non è finlandese la Campania. Dove un rapporto della Corte dei Conti di fine 2007 ha rifatto i calcoli. Scopren­do che non solo il bubbone dell’immenso patrimonio pubblico partenopeo (59.927 immobili comunali sui quali il Municipio è riuscito incredibilmente a perdere 16 milioni di euro l’anno) non è stato toccato per non scontentare i clientes, ma che gli occupanti abusivi in tutta la regione sono molti di più di quelli che erano stati censiti. Ammontano, tenetevi forte, a 17.900. Di più, il dossier dei giudici contabili spiega che nella stra­grande maggioranza questi occupanti denunciano di non aver alcun reddito. Neanche mille euro l’anno: zero. Dichiarano di vivere d’aria il 59,91% degli abusivi Iacp e addirittura il 78,01% di quelli comunali. Ma gli altri, i regolari? Quelli paga­no ogni tanto. Quando gli garba: su 42 euro di affitto medio mensile la morosità è di 28 euro e 50 centesimi. Risultato: l’Isti­tuto autonomo case popolari, a Napoli, incassa mediamente da ogni casa 13 euro e 58 centesimi al mese……

Altro esempio è l’Azienda Trasporti di Napoli, in condizioni disastrose e usuale erogatrice di favori clientelari e per raccogliere voti, strapiena di debiti costantemente ripagati dal Comune, ma i cui dirigenti si autopremiano con laute gratifiche……Quanto a lungo può andare alla deriva prima di affondare un Paese, con aziende così? Dove i sindacati se ne infischiano dei conti e badano solo a far assumere più persone possibili, dove i sindaci sbuffano ma poi tirano fuori i soldi perché i voti sono voti, dove i dirigenti non solo non pagano neppure davan­ti a disastri contabili come questo ma addirittura si premiano? Ce la possiamo permettere, una classe dirigente così?………………

Negli ultimi dieci anni, mentre la classe media veniva schiacciata verso il basso dall’introduzione dell’euro e dalla sostanziale stagnazione dei redditi si è assistito a una crescita vertiginosa degli appannaggi ai «capi». Quando arrivò alle Poste nel 1998 Corrado Passera prendeva l’equiva­lente attuale di 361.000 euro e il suo successore Massimo Sarmi nel 2006 ne ha presi 1.528.000: quattro volte di più. Fabiano Fabiani alla Finmeccanica stava nel ’95, secondo «Milano Fi­nanza», appena sotto i 300.000 euro, il suo successore Pier Francesco Guarguaglini, dice «II Sole 24 Ore», si è assestato nel 2007 a 4.230.000:14 volte di più. All’Eni nel ’96 Franco Bernabé guadagnava quanto 13 dipendenti medi messi insie­me, nel 2007 Paolo Scaroni (che per traslocare dall’Enel aveva avuto una buonuscita di 10 milioni) quanto 58. Si dirà: ma Eni e Finmeccanica sono società quotate in Bor­sa quindi hanno una loro autonomia che dipende dal mercato. Non è così. Al Poligrafico dello Stato, che quotato non è, il presidente Michele Tedeschi aveva nel 1998 una busta paga pari a 194.000 euro: otto anni dopo quella dell’amministratore dele­gato Massimo Ponzellini era di 600.000. Alla Fiat Cesare Romiti prendeva nel 1993, stando alle di­chiarazioni dei redditi pubblicate dall’Ansa, 772.000 euro di oggi: nel 2007 Sergio Marchionne ne avrebbe presi 6.906.100. E se lo stipendio del primo era allora pari a 21,2 volte il costo medio di un dipendente della Fiat (oneri sociali compresi), quello del suo successore è pari a 178 volte. Di più: se la retri­buzione lorda media di un dipendente del gruppo di Torino è cresciuta in termini reali del 6,4%, quella dell’amministratore delegato è cresciuta, sempre in termini reali, del 791 %.. E lo stipendio di Marchionne non è affatto il più alto per­cepito dai manager italiani nel 2007………………

«E le stock option?», si è chiesta Rifondazione comunista. E ha compilato un dossier: «Nel 2006 i supermanager delle so­cietà quotate hanno intascato oltre 500 milioni di euro. In pole position c’è Rosario Bifulco, presidente e amministratore dele­gato di Lottomatica, che si è guadagnato una gratifica da quasi 38 milioni. Le stock option su Ferrari hanno regalato a Luca Corderò di Montezemolo oltre 10 milioni». Al secondo posto in classifica c’era il direttore centrale di Mediobanca Francesco Saverio Vinci, con 17 milioni e mezzo: cento volte e passa quel che aveva Cuccia nel conto in banca. Meritati? Opinioni. Ma di certo molto «disallineati», per usare un verbo di moda, rispetto all’andamento del Paese. Come nel caso di Giancarlo Cimoli, che dopo essere venuto via dalle Ferrovie con una buonuscita di 6 milioni e 700.000 euro è anda­to a guadagnarne 2,7 l’anno all’Alitalia (7393 euro al giorno) per lasciarla in stato di coma profondo…………..

E le donne? Il tasso di occupazione femminile, un dato che spesso coincide con quello dei Paesi più ricchi, ci vedeva nel 1996 nelle posizioni di coda. Adesso siamo, col 46%, ultimissimi. Dopo la Grecia, la Polonia, l’Ungheria… Ultimissimi. Dieci punti sotto la Repubblica Ceca. Quindici sotto la Slovenia. Venti sotto gli Stati Uniti e la Finlandia. Quasi trenta sot­to la Danimarca…………

………Ma certo questa ricucitura tra il Palazzo e i cittadini, ne­cessaria come l’ossigeno per interrompere la deriva, sarebbe più facile se i partiti avessero tutti insieme cambiato quell’e­mendamento indecente infilato nell’ultimo decreto «millepro-roghe» varato il 23 febbraio 2006 dalla destra berlusconiana ma apprezzato dalla sinistra. Emendamento in base al quale «in caso di scioglimento anticipato del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati il versamento delle quote annuali dei relativi rimborsi è comunque effettuato». Col risultato che nel’2008,2009 e 2010 i soldi del finanziamento pubblico ai par­titi per la legislatura defunta si sommeranno ai soldi del finan­ziamento pubblico del 2008, 2009 e 2010 previsto per la legi­slatura entrante. Così che l’Udeur di Clemente Mastella incas­serà complessivamente 2 milioni e 699.701 euro anche se non si è neppure ripresentata alle elezioni……………E sarebbe più facile se i 300 milioni di euro incassati nel 2008 dai partiti sulla base della legge indecorosa che distribuisce ogni anno 50 milioni di rimborsi elettorali per le Regionali (an­che quando non ci sono), più 50 per le Europee (anche quando non ci sono), più 50 per le Politiche alla Camera (anche quando I non ci sono: quest’anno doppia razione) e più 50 per le Politiche al Senato (doppia razione) non fossero un’enormità in confronto ai contributi dati ai partiti negli altri Paesi occidentali. Contributi che, spiega uno studio del 2007 della Camera, ammontano a 61 milioni in Spagna, 133 in Germania e 73 milioni in Francia.

Per non parlare infine dei costi delle varie figure istituzionali, a tutti i livelli, dal Presidente della Repubblica allo stenografo del Senato, che ha una retribuzione superiore a quella del custode del Tesoro della Regina d’Inghilterra Elisabetta II…………

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La terra degli Gnu (Ognuno per sè e Dio per tutti)

Posted by giannigirotto su 22 marzo 2010

E’ da sempre che volevo scrivere un articolo identico! Ringrazio pertanto Mimmo Guarino che è riuscito a scriverlo come e meglio di quanto avrei fatto  io!

E’ superfluo pertanto che io dica che sono d’accordo al 101%, e che le mie iscrizioni a diverse Associazioni sono il mio tentativo e il mio contributo a favore degli “GnUmani”.

Quindi grazie ancora Mimmo, vi invito tutti a leggere questo bellissimo articolo cliccando o sulla foto a fianco o sul nome dell’autore….

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Indispensabili: Muhammad Yunus – Un Mondo senza povertà

Posted by giannigirotto su 24 febbraio 2010

Sono molto felice di mettere a disposizione, nella mia sezione “Indispensabili“, un estratto di questo libro del premio nobel per la pace Muhammad Yunus. Di lui in persona ho già detto, e l’ho inserito nella mia sezione “Modelli“: è un mito, una persona illuminata, intelligente, coraggiosa, pragmatica, e non si limita a parlare ma fa, fa , e fa moltissimo….

E’ inutile che ripeta quanto hanno già detto benissimo altri quando il libro è uscito, mi limito quindi a fornirvi il collegamento all’ ottimo articolo di Japoco Fo.

A quanto scritto da quest’ultimo, mi limito ad aggiungere questo ragionamento: una delle fondamentali iniziative che propone Yunus, è l'”impresa sociale”. Questa può essere una società che funziona come una qualsiasi altra impresa “capitalistica”, ma con la fondamentale differenza che non mira a fare profitto ma semplicemente ad autosostentarsi coprendo i propri costi, e detenuta da un ristretto numero di proprietari. Oppure può essere una società che mira al profitto, però i cui proprietari sono la massa della popolazione povera, cioè un azionariato estremamente diffuso appunto tra le classi meno abbienti, in questo modo gli utili verranno distribuiti appunto tra i poveri che avranno l’opportunità di migliorare la loro condizione.

Ebbene una forma che assomiglia abbastanza, a mio avviso, all'”impresa sociale” è quella che già oggi Banca Etica propone con il suo “azionariato critico”. Rimandandovi all’articolo specifico in cui ne parlo, in pratica già oggi chi ha qualche soldino da investire, lo può fare tramite gli appositi fondi di Banca Etica che per l’appunto acquistano anche azioni. E questa azioni o sono relative ad aziende “etiche” che operano nel rispetto dell’ambiente e dei lavoratori, oppure aziende che etiche non sono, e le cui azioni vengono acquistate proprio per esercitare il diritto di voto connesso alla titolarità delle stesse, secondo i principi e la filosofia propria di Banca Etica.

Mi sembra che in entrambi i casi ci si avvicini abbastanza al concetto di “impresa sociale”, nell’attesa di vedere veramente tante realtà del genere prosperare…….

In ogni caso il consiglio è quello di leggere l’estratto del libro, e si vi appassiona, fate un salto in biblioteca per prenderlo in prestito…….

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Indispensabili: Bob Geldof – Tutto qui?

Posted by giannigirotto su 16 febbraio 2010

 

Sono particolarmente lieto di poter inserire un estratto di questo libro nella mia sezione “Indispensabili“.

Bob Geldof è per me un modello a cui ispirarsi, magari non totalmente nel carattere alcune volte non proprio d’etichetta, ma certamente nella profonda etica, onestà e mancanza di ipocrisia che lo contraddistingue.

Questo libro (titolo originale “Is that it?”), più precisamente la sua seconda parte, descrive gli avvenimenti che hanno inizio verso la fine del 1984 e per circa i due anni successivi.

Bob Geldof era allora un cantante di un gruppo pop che aveva avuto un discreto successo internazionale negli anni appena precedenti, ma in quel periodo si trovava in crisi. Una sera vide un drammatico servizio della BBC sulla apocalittica situazione umanitaria in Etiopia…..e decide che non può mettere a tacere la sua coscienza semplicemente donando un po’ di soldi. Decide che deve donare un po’ di sè stesso, del suo tempo, del suo talento, di quello che riuscirà a fare…..quello che inizialmente parte come un piccolo progetto per fare un disco assieme ad altri cantanti Inglesi (Do they know it’s christmas’ time – Band Aid) , da vendere per beneficenza, diventa con il passare delle settimane prima, e dei mesi poi, il più grande evento che la storia della solidarietà umana ancora conosca….il megaconcerto LIVE AID.

E’ la storia esaltante di come una ferrea volontà unita ad un altruismo smisurato riescano a coinvolgere ed unire gli artisti, i produttori, tutto il mondo che gira intorno alla musica e ai mass-media, verso un risultato che per un’instante tocca l’utopia.

Ma non si tratterà solo di beneficenza fine a sè stessa…..pur essendo questo l’obiettivo e il movente iniziale che spinge Geldof assieme ad un nutrito gruppo di altre splendide persone a dedicarsi anima e corpo all’organizzazione del disco prima, del concerto poi, e alla gestione postuma dell’enorme cifra raccolta infine, Geldof si renderà conto che l’operazione più importante a cui vuole contribuire sarà quella di sollevare il velo sopra un’enorme sistema di ingiustizie politiche e sociali che condannano l’Africa ad un destino di miseria imposta.

Questa storia va letta da una parte perchè è esaltante, positiva al massimo. Ti riconcilia con il genere umano vedere come sia stato possibile mettere da parte le rivalità e le incomprensioni personali per contribuire alla riuscita di un bene comune più importante, in un impeto di sano entusiasmo ed puro altruismo difficilmente ritrovabili. Dall’altra parte per capire una volta di più l’ipocrisia di una grande parte del mondo politico e delle lobbies economiche che dominano il mondo “legalmente” mediante la determinazione di politiche commerciali progettate per mantenere l’Africa una “vacca da mungere” e nient’altro.

Personalmente ho letto questa storia molte volte, spesso per tirarmi su il morale e ricevere un’iniezione di fiducia da una parte, ed una lezione di moralità dall’altra.

Io non posso che esortarvi di cuore a leggerlo, credo sia davvero molto, molto importante, e spero accolgano il mio invito sopratutto i più giovani, in modo capiscano che vi sono ancora dei modelli a cui guardare. Sono convinto che se riuscirete a trovare il tempo per iniziare a leggerlo, non vi fermerete tanto presto, ed alla fine ringrazierete il cielo per aver potuto conoscere questa storia e quest’uomo……

Buona letturaGirotto

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Modelli – Wangari Maathai

Posted by giannigirotto su 6 febbraio 2010

Wangari Maathai è una donna che così tanto ha saputo fare per la sua Africa, e non solo, e così tanto sta continuando a fare….

Per le sue opere è stata premiata con il Nobel per la pace nel 2004..

Wangari Maathai è innanzitutto una donna dotata di enorme coraggio, che non si nasconde dietro fumose o diplomatiche dichiarazione, ma viceversa ha dichiarato “molti leader africani hanno paura di finire alla sbarra per le atrocità commesse nel loro Paese e poi, diciamolo chiaramente, spesso non rappresentano le loro popolazioni. Anzi, per restare al potere, tendono a dividerle per linee claniche, tribali, religiose. Sono loro stessi a provocare massacri, a mettere una popolazione contro l’altra.

Tra le varie iniziative in cui ha partecipato, la più famosa è stata la creazione del Green Belt Movement (Movimento cintura verde) per sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi dell’ambiente e in particolare del disboscamento. Questo ha portato il Movimento a piantare negli anni successivi 40 milioni di alberi in Kenia. Sulla scia di tale idea le Nazioni Unite hanno lanciato nel 2006 una iniziativa chiamata Billion Tree Campaign (Campagna un miliardo di alberi) con l’obiettivo di piantare ogni anno un miliardo di alberi indigeni, e nei primi tre anni ne sono stati piantati 7 miliardi.

Wangari Maathai è una persona che ragiona globalmente e agisce localmente, ed ha capito che in Africa si deve dare priorità alla creazione di posti di lavoro, in speciale per le donne, che sono il vero collante della società. Ma il suo impegno non si ferma certo qui, dal momento che si occupa anche di Aids, tutela delle specie in via di estinzione, clima, democrazia, tutela della cultura e sulla campagna “Cancella il debito“……

Nel 2005 la prestigiosa rivista “Time” l’ha nominata come una delle 100 persone più influenti del pianeta, e l’altrettanto famosa rivista “Forbes” come una delle 100 donne più potenti del pianeta.

I nostri giornali invece non l’hanno mai considerata molto, e questo dovrebbe confermarvi definitivamente sulla qualità e grandezza della persona in oggetto…..

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Cancella il debito – la quadratura del cerchio

Posted by giannigirotto su 19 gennaio 2010

Vediamo se riesco a spiegarmi:

– in Italia alcuni partiti e cittadini si lamentano dei troppi immigrati, così come fanno d’altronde altri partiti/cittadini in altre nazioni…..

– sempre nelle stesse nazioni moltissimi cittadini, per lo più della classe operaia e medio-borghese si lamentano perchè i loro stipendi da molti anni non crescono in proporzione al costo della vita, e sopratutto vi sono moltissimi licenziamenti ed intere fette di economia in crisi, a causa della “delocalizzazione” delle aziende nei Paesi (ovviamente poveri) in cui il costo della manodopera è più basso….

– nel corso degli ultimi due anni si è assistito all’esplosione della c.d. “bolla finanziaria”, che ha dimostrato, se ve ne fosse stato ancora bisogno, che il sistema finanziario mondiale è pesantemente drogato e mal gestito…..

Allora, se noi riduciamo la povertà nei Paesi poveri, il relativo livello di vità crescerà, nascerà un’economia ed un’imprenditorialità locali, e cresceranno anche gli stipendi locali, e di conseguenza diminuirà per le aziende estere la convenienza a spostare in tali Paesi le loro produzioni, che rimarranno pertanto nei Paesi d’origine, evitando le relative crisi e licenziamenti. Contemporaneamente se nei Paesi poveri il livello di vita crescerà, diminuirà l’emigrazione verso i Paesi ricchi.

Ora, una cosa che ancora troppi pochi sanno è che moltissimi Paesi poveri sono presi in una spirale perversa, un circolo vizioso, costituito da un ammontare di debiti estremamente elevato, con un relativo montante di interesse che per quanto si sforzino di pagare non ci riescono (e naturalmente i soldi versati per pagare il debito sono soldi sottratti allo sviluppo locale delle infrastrutture, dei servizi, dell’economia……). Cioè tali Paesi non riescono a pagare nemmeno tutti gli interessi maturati e quindi il debito non diminuisce mai. In pratica questi Paesi hanno sborsato negli ultimi 30 anni (da tanto dura la cosa) cifre elevatissime per pagare un debito che viceversa non si è mai ridotto. Questo perchè i Paesi ricchi, 30 anni fa furono talmente “furbi” da convincere quelli poveri a contrarre forti prestiti a condizioni che sembravano molto buone…….sembravano (i tassi d’interesse erano addirittura negativi…)…un po’ come è successo a tanti italiani che hanno contratto un mutuo a condizioni che sembravano buone……sembravano….

Ora, come già detto, i Paesi poveri con tali debiti, nella grande maggioranza dei casi hanno versato cifre che moralmente dovrebbero giustificare un totale annullamento dei debiti stessi. Negli ultimi anni il Sud del mondo ha ripagato più di 230 miliardi di dollari l’anno su un debito che supera i 2.500 miliardi di dollari a fronte di 50 miliardi di dollari di aiuti e di 100 miliardi di rimesse che gli immigrati mandano ai loro paesi. Il povero Sud diventa sempre più un finanziatore del ricco Nord offrendo come garanzia per il ripagamento del debito le proprie risorse naturali e perpetrando così un’ingiustizia storica mai risolta, che smaschera l’ipocrisia delle misure adottate fino ad ora per affrontare la questione del debito.

Quindi o annulliamo il debito perchè siamo persone etiche, o lo annulliamo perchè ci conviene, ci fa quadrare il cerchio, mette in moto il meccanismo sudescritto che apporterà benefici a tutti. Tutto qui? forse non è tutto qui, ma è un ottimo inizio.

Per chi volesse approfondire rimando al sito collegato all’immagine ad inizio articolo (è un sito in inglese), oppure lo invito a cercare su un motore di ricerca “Cancella il debito“……vedrete che è un tema di cui si parla in tutto il mondo…(anche Bono e Bob Geldof)..ma ancora molto si deve fare…….se mi sbaglio correggetemi…..

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