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Posts Tagged ‘Tecnologia utile’

Indispensabili: L’anticasta – i Gruppi d’Acquisto

Posted by giannigirotto su 24 novembre 2010

Dopo aver inserito diverso tempo fa il libro “La Casta” nella mia sezione “Indispensabili“, sono estremamente felice di poter iniziare l’inserimento di estratti, capitolo per capitolo, di questo testo che spero diventi un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono utilizzare le esperienze positive già portate a termine in varie località italiane, per replicarle ovunque sia opportuno. Segnalo solo che questo libro parla di esperienze italiane, mentre in un altro testo, “Voglia di Cambiare“, sempre presente nella sezione “Indispensabili“, sono contenute le esperienze di successo avvenute in vari Paesi Europei.

Invito tutti, una volta letto questi interessatissimi estratti, di comprare il testo originale per poter completare la lettura, e magari a regalarne una copia ai propri consiglieri comunali, per far loro vedere come un’altro modo di amministrare è possibile.

Iniziamo pertanto con il primo esaltante capitolo che si potrebbe riassumere nello slogan “consumatori di tutto il mondo unitevi”… :

VINCERE LA PAURA DEL CAMBIAMENTO -risparmiare conviene e tanti iniziano a capirlo (di Jacopo Fo)

…….. C’è cibo in sovrabbondan­za: ogni anno buttiamo via la metà del cibo che producia­mo sulla Terra. E fabbrichiamo molti più tessuti di quanti ce ne possa­no servire. Bruciamo quattro volte i combustibili di cui avremmo bisogno perché non isoliamo le nostre abitazioni e usiamo mezzi di trasporto spinti da motori obsoleti e inefficienti…………

le multinazionali potrebbero risparmiare l’80-90% delle materie prime e dell’energia che consumano. Questa affermazione si basa sull’a­nalisi di decine di tecnologie innovative qua e là sperimentate

Jacopo Fo fa poi un brevissimo elenco dell’enorme spreco che lo Stato Italiano produce costantemente, affermando che una gestione corretta, normale, “non da ladri e cretini”, porterebbe ad un radicale mutamento in meglio della situazione sociale…………

Nel 1998, dopo aver letto Il banchiere dei poveri di Muhammad Yunus decisi di cercare anch’io di fare qualche cosa di concreto nel campo dell’economia. Per anni avevo dedicato tutte le mie energie alla produzione artistica e alla diffusione della cultura ribelle sbocciata negli anni settanta. Mi misi in testa di provare a diffondere pannelli solari per l’acqua calda e gruppi di acquisto di servizi (banca, assicu­razione, telefonia). L’idea, semplice, era che si potesse crea­re una struttura che oltre a diffondere principi di cooperazione ed ecologia mettesse a disposizione le nuove ecotecnologie e altri prodotti a prezzi onesti e con garanzie solide per i consumatori. Individuammo una serie di prodotti, li testammo, stipulammo contratti, creammo una serie di siti internet tematici e iniziammo a proporre il nostro pacchet­to innovativo e conveniente investendo parecchio denaro e lavoro nella diffusione della nostra proposta………….Quando finalmente il 28 febbraio 2007 la legge fu approvata nella forma corretta, partimmo con il gruppo di acquisto dei pannelli fotovoltaici raccogliendo in pochissimo tempo centinaia di adesioni e un’enorme risposta dal punto di vista dell’inte­resse: più di mezzo milione di persone entrò nella pagina web che Spiegava tutti i problemi relativi al fotovoltaico e come intendevamo affrontarli con il gruppo d’acquisto…………

Io credo che il fulcro del mantenimento del si­stema della violenza e della sopraffazione dipenda dalla forza dell’abitudine…..invece… Le esperienze degli ecovillaggi, dèi gruppi di acquisto, del commercio equo e solidale, delle banche del tempo, delle cooperative, mostrano che, a parità di reddito, le per­sone che fanno queste scelte hanno un tenore di vita più alto e una socialità più ricca e piacevole……

Ma la consociazione di questo gruppo è solo parziale. Bisognerebbe arrivare anche all’acquisto collettivo di au­to, elettrodomestici, case, assicurazioni e servizi bancali, riscaldamento, elettricità ecc. Il risparmio che si otterreb­be estendendo i gruppi di acquisto a tutti i prodotti e servizi raggiungerebbe l’equivalente di 3 stipendi all’anno.

Ciò significa cambiare radicalmente la situazione eco­nomica di una famiglia. Ma queste esperienze si diffondo­no con estrema lentezza nell’Occidente industrializzato. Diversa la situazione nei Paesi poveri dove le difficoltà spingono a buttarsi con meno paura nelle opportunità nuove che si presentano. Da noi invece i cambiamenti sono spesso rimandati se non sono strettamente necessari (cioè solo quando l’acqua tocca il sedere si impara a nuotare, ndr….)…... Poi mi sono dedicato a trovare anche il mo­do di finanziare tutto l’investimento necessario….. Ora sono arrivato al punto di offrire non solo un risparmio fin dal primo anno ma addirittura un anticipo in contanti, all’atto della firma del contratto, sui risparmi degli anni futuri…

…Che cosa succede se mettiamo insieme il risparmio energetico, i gruppi di acquisto, il microcredito e le impre­se capitaliste etiche? Otteniamo un mondo in cui le scelte di fondo delle multinazionali sono condizionate dai con­sumatori consociati che entrano nel merito della qualità dei prodotti. Oggi milioni di automobilisti desidererebbe­ro l’auto elettrica che si ricarica con i pannelli solari. Ma quest’auto al momento non è disponibile sul mercato non perché non sia possibile costruirla ma perché la domanda e l’offerta non s’incontrano………..

…se un gruppo di centomila consumatori si consociasse potrebbe avere subito un’auto elettrica e potrebbe perfino imporre scelte co­struttive. E otterrebbe anche prezzi molto interessanti. I gruppi di acquisto hanno un potere contrattuale potenzia­le enorme… I consumatori consociati possono offrire la sicurezza delle vendite attraverso acquisti programmati e al contempo tagliare i costi e i problemi legati alla vendita… E se un gruppo di consumatori può ordinare a un’azienda un’auto elettrica, può anche preten­dere che gli operai che la producono siano pagati in modo giusto e che durante il processo produttivo non siano causati danni all’ambiente. La consociazione degli acqui­sti avrebbe la possibilità di dissuadere gli imprenditori malvagi dal fomentare guerre e disastri ambientali, per­ché in un mercato controllato dai consumatori questi comportamenti verrebbero penalizzati dall’esclusione di queste imprese dal mercato consociato.

La consociazione degli acqui­sti avrebbe la possibilità di dissuadere gli imprenditori malvagi dal fomentare guerre e disastri ambientali, per­ché in un mercato controllato dai consumatori questi comportamenti verrebbero penalizzati dall’esclusione di queste imprese dal mercato consociato. I consumatori che diventano protagonisti dei loro stili di vita poi stanno anche molto attenti alla qualità dei poli­tici che votano, pretendendo da loro la stessa qualità che cercano nei consumi. Sono convinto che questo meccanismo si svilupperà in modo prepotente nei pròssimi vent’anni. Questo avverrà anche sulla spinta della neces­sità per tutte le famiglie di capire i propri consumi energe­tici e diminuirli drasticamente. Inoltre molti diventeranno microproduttori di energia dal sole o dal vento e anche questa democrazia energetica contribuirà a far crescere la cultura della razionalizzazione dei consumi.La conoscenza dei costi energetici sarà per molti il pri­mo passo verso lo sviluppo di una nuova coscienza dei consumi. E sarà questa nuova coscienza a cambiare il no­stro modo di vivere.Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per le ammini­strazioni pubbliche. Già esistono esperienze, come viene mostrato in questo libro, di discussione pubblica delle scelte e dei bilanci comunali, ma in questa direzione si po­trebbe fare molto di più rendendo trasparenti e visibili in rete appalti, liste di attesa di ospedali, costi di ogni ufficio e tassi di produttività. E qui mi fermo.Nei prossimi anni vedremo come evolveranno le cose.Io credo che si svilupperanno in questa direzione.

I consumatori hanno il potere sul mondo. Devono solo accorgersene e connettersi in rete.

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Siti Amici: Diamo il voto alle Strutture Sanitarie

Posted by giannigirotto su 15 novembre 2010

Aggiungo nella mia sezione “Siti Amici” il banner del sito Pazienti.org, i cui creatori hanno avuto questa semplice quanto potenzialmente efficace idea:

I pazienti che si registrano hanno accesso a un database aggiornato su disturbi e centri di cura, senza dover annaspare qua e là per il Web, spesso perdendo tempo o, peggio, raccogliendo informazioni fuorvianti. Possono inoltre lasciare un voto/valutazione della struttura in cui sono stati. La piattaforma è interessante anche per medici e strutture sanitarie che, a loro volta, hanno la possibilità di farsi conoscere e di avere un feedback (riscontro) molto trasparente e immediato sulla qualità percepita della propria offerta.

«Vogliamo dare un servizio che prima non esisteva e innescare anche un processo di miglioramento collettivo», spiega Passaler, che si è ispirata direttamente a Patientopinion.org.uk fondata 5 anni fa dal britannico Paul Hodgkin. «Il confronto richiama tutti alla trasparenza e alla responsabilità: concetti apparentemente condivisi, ma che in realtà faticano ad affermarsi. La nostra ambizione è dimostrare che anche con pochi mezzi si possono promuovere cambiamenti profondi. E non solo quando si parla di salute e sanità».

«Pazienti.org non è pensato solo per i pazienti, ma anche per le strutture sanitarie e i medici», precisa subito Linnea Passaler, medico 32enne al centro del progetto con il pallino dell’e-democracy che blogga a P@zienti su questo sito. La piattaforma, attivata in beta dallo scorso maggio e da ottobre finalmente a pieno regime, organizza in modo omogeneo le informazioni sui servizi di tutte le strutture della sanità: pubblica o privata, e di qualunque dimensione, dalla grande clinica al piccolo studio. Un motore di ricerca studiato ad hoc permette di individuare in tutta Italia la prestazione medica che serve.

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E’ chiaro che questo sito diventerà via via sempre più utile man mano che noi utenti lo useremo lasciando i nostri giudizi sul luogo in cui siamo stati curati. Si tratta cioè di condividere le esperienze in modo che tutti ne possano avere beneficio. Il sito in questione diventerà cioè un’enorme memoria storica in campo sanitario, che consentirà a tutti noi, se vorremo contribuire, di scegliere dove curarci in base ai giudizi di coloro che ci hanno preceduto. Auspico ed invito pertanto tutti quelli che ne avranno la possibilità di iscriversi (in maniera totalmente anonima, quindi nessun timore…) e di inserire i propri giudizi.

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Risparmio: software gratuiti ma efficenti

Posted by giannigirotto su 12 ottobre 2010

Aggiunto alla premessa della mia sezione “Risparmio” il collegamento per scaricare un articolo di Altroconsumo che riporta l’elenco dei principali software GRATUITI che ognuno di noi può utilizzare per il proprio computer. Si va dal classico LibreOffice per gestire testi, tabelle, presentazioni, database, al programma per i file PDF, a Picasa per ritoccare le immagini, Winamp free per ascoltare musica, Recuva per recuperare file cancellati per sbaglio, Ccleaner per rimuovere i file inutili, Glary Utilities per la manutenzione del pc… sono tante le risorse gratuite offerte da internet per attrezzare il pc senza svuotare il portafoglio

I software gratuiti che compaiono nell’articolo sono sicuri dal punto di vista di virus e malware. L’unica precauzione, quando li si scarica, è evitare che installino sul vostro pc toolbar o pulsanti per fare pubblicità: basta non dare tutti gli ok alla cieca.

Potrà capitarvi di trovare più di un sito che consente di scaricare un programma. Come scegliere? Scaricando l’applicazione dal sito di chi l’ha creata avrete la certezza di procurarvi la versione più aggiornata. Se però c’è un sito specializzato in download di cui vi fidate, non ci sono controindicazioni a scaricarlo anche da lì.

Gianni Girotto

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I miei “Credo”: Internet e democrazia

Posted by giannigirotto su 30 luglio 2010

Che in linea di principio Internet sia uno strumento potenzialmente utilissimo alla democrazia, penso sia un concetto difficilmente opinabile.

Credo sia certamente utile in fase informativa, consentendo una pluralità e una libertà di fonti assolutamente non paragonabile a nessun altro mezzo.

I problemi e i dibattiti iniziano invece quando si passa alla fase di discussione/valutazione e votazione di proposte normative, perchè qui si passa dal dire al fare, e come al solito ci sta di mezzo il mare. E le ragioni sono, credo, diverse, provo a sistematizzarle:

a) L’inesistenza di uno specifico strumento/piattaforma Internet di utilizzo pratico che renda possibile organizzare le azioni per operare in tal senso ad una massa il più possibile vasta di persone (e se esiste nè io nè tanti altri amici del “terzo settore” lo conoscono). Infatti i tipici strumenti di social network offrono sì ampie possibilità di discussione, ma al momento di organizzare le stesse o semplicemente “votare” in senso stretto una proposta piuttosto che un’altra si fermano, non essendo naturalmente stati creati per questo e non avendo quindi tali funzionalità incorporate. Per questo aspetto è quindi auspicabile che possa vedere la luce al più presto il progetto “Agorà 2.0“, che al momento viene portato avanti naturalmente da gruppi più o meno organizzati di volontari di ONG varie e del terzo settore in generale. Invito tutti coloro che sono interessati e possono contribuire pertanto a visitare il sito relativo e farsi avanti con i promotori.

b) L’accessibilità/pervasività/velocità ed economicità della rete: qui torniamo all’ormai ripetitivo e sconfortate dibattito sul ritardo e l’arretratezza delle nostri linee di telecomunicazione. A mio avviso il problema è uno solo: politico. E il motivo è semplice: i “politici” di professione temono come l’acqua santa Internet, sanno che è altamente destabilizzante (per loro), che può effettivamente aumentare il livello di conoscenza e partecipazione democratica dei cittadini, e quindi da un lato da diversi anni cercano di mettergli il “bavaglio“, dall’altro, molto più prosaicamente, subdolamente e direi anche efficacemente, rallentano e boicottano lo sviluppo della “banda larga”, cioè della possibilità di usare Internet con una velocità e quindi fruibilità decente. Oserei dire che vi è pure un terzo fattore da considerare: la scarsità di servizio tramite la linea telefonica classica, favorisce il prosperare delle offerte economiche “alternative” dei vari operatori commerciali, vuoi le “chiavette” USB o similari delle varie Vodafone, TIM, WIND ecc., vuoi le soluzioni satellitari, vuoi altri tipi di soluzione…..che qualcuno potrebbe pensare ci siano delle “tangenti” sui fatturati così ottenuti? nooo lo escluderei vero, quando mai? A corredo vi è il problema del costo del dispositivo che ci consente di “navigare” in Internet. Vuoi che sia un telefonino cellulare/smartphone che dir si voglia, vuoi che sia un computer in tutte le sue forme e variazioni, stà di fatto che in ogni caso siamo comunque di fronte ad un costo che per una certa fascia non indifferente di cittadini è tutt’altro che ininfluente.

c) Le competenze. E qui dobbiamo distinguere nettamente tra:

c1) Le competenze nell’utilizzo di Internet. Questo è forse il problema minore, e purtattavia non è affatto risolto. Vi sono milioni di persone, tra le quali molti validissimi anziani che portano con sè un bagaglio esperenziale e di “saggezza di vita” non indifferente, che però sono attualmente esclusi dall’utilizzo dello strumento ITC in generale ed Internet in particolare. Ovviamente il problema si può risolvere in larga misura con un minimo di formazione, che li metta in grado semplicemente di “navigare” in Internet e saper compiere le funzioni indispensabili per essere utenti attivi dello stesso, e non meri spettatori. Ripeto, il problema è tutt’altro che risolto, e personalmente per quanto riguarda la volontà politica in proposito, valgono esattamente le stesse considerazioni fatte al punto precedente.

c2) La competenza in senso lato. E qui le cose si complicano assai. Infatti nel momento in cui vi fosse disponibile una piattaforma web con le funzionalità di organizzare e una serie di discussioni su varie tematiche, e votare le rispettive soluzioni preferite, ecco che alle stesse potrebbero partecipare anche persone che sono scarsamente o per nulla competenti in una tal materia. Peggio ancora persone che in malafede agiscono per influenzare gli altri partecipanti e spingerli in una determinata direzione. Fortunatamente ci possono essere degli ottimi sistemi per minimizzare questi “pericoli”, come per esempio il meccanismo già previsto dalla piattaforma suddetta “Agorà 2.0” per la dichiarazione delle proprie competenze, ed altri meccanismi di acquisizione di “punteggi di merito” legati alla quantità e qualità di apporti forniti. Il vantaggio come al solito è quello della trasparenza e della accessibilità totale da parte di tutti i partecipanti a quella determinata discussione, che quindi possono anche contestare in maniera puntuale eventuali dichiarazioni ed esperienze proclamate da qualcuno, che ritengono non veritiere. Qualcun altro potrebbe obiettare che ci sarebbe il rischio di “livellamento” della discussione al livello dei partecipanti meno competenti, ma io ritengo al contrario che da una parte, dopo un periodo di rodaggio, gli utenti saprebbero discernere le proposte sottoposte dai soggetti più competenti, e dall’altra proprio quest’ultime farebbero salire velocemente il livello di competenza media dei partecipanti alla discussione.

Insomma, non si può pensare e pretendere, a mio avviso, che la semplice presenza e disponibilità di uno strumento organizzativo evoluto comporti automaticamente la risoluzione di determinati problemi, ma certamente lo ritengo un grandissimo passo in avanti verso tale direzione.

Come al solito poi il destino di tale “strumento” dipenderà dalla buona volontà di tutti, dal momento che si dovrà passare da una fase meramente “criticativa” che a tutt’oggi permea molti ambienti di discussione e social network, ad una fase propositiva e costruttiva, ed alla fine anche aggregativa, probabilmente anche politica. Menziono anche la fase politica perchè se è vero che per determinate situazioni sarà necessario e sufficente un cambiamento, in senso di crescita, “culturale” e “personale” di ciascuno di noi, per altre sarà comunque indispensabile arrivare a far sì che la normativa in materia rispecchi quanto risultante dalla discussione democratica dei cittadini. E se la politica tradizionale non volesse ottemperare, quale altra soluzione rimane se non unire le forze delle varie associazioni che hanno messo in piedi tale strumento?

d) la saturazione da troppe informazioni: ebbene sì, questo è un serio effetto collaterale di Internet. Tutti quelli che hanno un account su facebook con più di un centinaio di “amici”, che usano anche altri social network, che fanno parte di Ong e Associazioni varie che comunicano anche via Internet, che si sono iscritti a diverse newsletter tematiche, ecc. ecc. ecc., conoscono bene questa situazione……si arriva ad un punto in cui semplicemente non si riesce nemmeno a dare una letta veloce a tutte le notizie che arrivano, figuriamoci verificarle ed approfondirle. In più diventa difficile e penoso scegliere le priorità e le urgenze a cui dare la preferenza del nostro tempo libero. Anche in questo caso tuttavia uno strumento di gestione delle problematiche, condivisibile da tutti via Internet, risulterebbe estremamente utile proprio perchè permetterebbe di passare da una fase di divulgazione e di critica di una determinata situazione, ad una fase in cui la si discute e si propongono le possibili soluzioni, facendo una volta per tutte il punto della situazione, anzichè lasciare che un determinato problema si trascini e ciclicamente torni alla ribalta dell’attenzione pubblica. E’ ovvio poi che ciascuno di noi deve scegliere gli argomenti su cui concentrare la propria attenzione, in base alle proprie competenze, disponibilità e perchè no anche desideri. Sarebbe infatti già un bel passo avanti se ciascuno di noi contribuisse a partecipare alla discussione ed alle proposte risolvere/dirigere una determinata questione.

e) la questione culturale: avere uno strumento di gestione democratica condivisa non è sufficente se non vi è una cultura che lo supporti. Forse l’italiano medio è abituato ormai da troppe generazioni ad essere un “passivo” lettore di giornali e spettatore televisivo, e ugualmente abituato a disinteressarsi dell’aspetto politico e sociale, delegando ai politici la cura della casa comune. E’ chiaro che qui ognuno di noi entra in gioco, e può e deve diventare un attore di una rinascita culturale. Prendiamo esempio dalle nazioni “nordiche”, dagli svizzeri, dai tedeschi, da chi vogliamo, forti delle esperienze e dei successi da questi già ottenuti. Come per gli aspetti, anche in questo settore la presenza di uno strumento apposito non può che favorire il consolidarsi di un circolo virtuoso di conoscenza/propositività/crescita/collettivizzazione delle problematiche sociali, che ci faccia uscire da quello che attualmente a mio modo di vedere è un circolo vizioso di disinteresse/corruzione/sfascio e degrado sociale.

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Indispensabili – Voglia di cambiare: Mobilità (strade e ferrovia)

Posted by giannigirotto su 7 luglio 2010

Proseguo la sintesi di questo libro che ho inserito nella mia sezione “Indispensabili” per la sua proposività. Infatti non è l’ennesimo testo di mera denuncia delle grandi e piccole disgrazie che affliggono vuoi l’Italia vuoi il mondo in generale, ma al contrario l’autore è andato a ricercare i modelli di eccellenza che permettono ad altri Paesi di risolvere al meglio tanti problemi. Giusto per darvi un assaggio del contenuto e stimolarvi a leggere questo e gli altri articoli:

– La Svezia ha quasi azzerato le morti bianche, conquistando il primato mondiale della sicurezza sul lavoro grazie all’”ombudsman” dei lavoratori, ovvero il delegato per la salute e la sicurezza.

– Con l’invenzione della corsia dinamica, in Spagna non si vedono più ingorghi in entrata e in uscita dall’autostrada, mentre i treni corrono superveloci.

– A Friburgo, in Germania, i cittadini hanno detto no al nucleare, ma contemporaneamente hanno detto sì alle energie “dolci” e trasformato l’energia solare in un formidabile business.

– L’Inghilterra ha scelto i migliori architetti per progettare case popolari di pregio e quartieri a misura d’uomo, e con controlli severi ha dimezzato le stragi sulle strade.

– I danesi non hanno più l’incubo della precarietà grazie alla “flessicurezza”, che da una parte consente agli imprenditori di licenziare con molta facilità il personale, dall’altra offre al disoccupato un’indennità del 80% dello stipendio e sopratutto un rientro velocissimo nel mondo del lavoro.

Analizziamo quindi il seguente capitolo:

LOGISTICA E MOBILITA’

Una prima innovazione che merita attenzione è la “corsia dinamica”, che gli spagnoli chiamano “Bus-Vao”, e che ha ottenuto il risultato di eliminare code ed inghorghi del traffico pendolare nelle autostrade che circondano le grandi città. E’ un piccolo uovo di colombo: …una corsia preferenziale a senso unico alternato con due carreggiate. La mattina dei giorni la­vorativi il senso di marcia va dalla periferia al centro di Madrid, la sera dal centro alla periferia. Ma attenzione, gli unici veicoli autorizzati a usare la «corsia dinamica” sono gli autobus e le automobili con almeno due passeggeri….

Parlando di mobilità in generale…tra i grandi paesi europei, l’Italia presenta il massimo squilibrio a favore del trasporto su gom­ma e più elevata quantità prò capite di mobilità motorizzata: quindicimiladuecento chilometri/abitante annui, +22 per cento sulla media europea, +44 per cento rispetto alla Germania…..In Italia, delle duecentoquaranta opere definite dal governo prioritarie, meno di una decina riguardano la mobilità urbana. E questo nonostante che il 64 per cento del traffico automobilistico si svolga nel raggio di cinque chilometri dal centro delle città e il 19 per cento entro un raggio di dieci chilometri (cioè entro i sedici chilometri della spa­gnola «corsia dinamica»).

Gli spagnoli vanno giustamente fieri dei loro treni ad alta velocità….sono talmente puntuali che le ferrovie spagnole, prime al mondo, assicurano sulle tratte ad alte velocità il rimborso del 100% del prezzo del biglietto per ritardi superiori ai cinque minuti (sì, avete letto bene: cinque minuti!)……La linea tra Madrid e Siviglia è stata la prima rete spagnola ad adottare il sistema di alta velocità già in funzione in Giappone, Francia e Germania. La costruzione di questo tratto Ave fu decisa nel 1988 dal governo socialista di Felipe Gonzalez. Il costo fu di ventisette milioni di euro (la quarta parte finanziata dai fondi dell’Unione europea). Dopo quattro anni di lavori la linea fu inaugurata nell’aprile 1992. Gli ultimi tagli di nastro Zapatero li ha fatti (a opera completata, non al varo di un progetto come si usa fare da noi, per esigenze televisive) nel 2007….(inoltre il costo al Km per la Spagna è di 12 milioni al Km contro i 37 dell’Italia, ed inoltre li spagnoli hanno utilizzato gli aiuti Comunitari, noi no…)….L’obiettivo del nuovo Piano strategico di infrastrutture e trasporti (in sigla, Pett) 2005-20, approvato dal governo Zapatero, è quello di sostituire la vecchia rete a raggio con un sistema a forma di maglia che unisca tutti i capoluoghi di regione tramite autostrada o ferrovia. Per ottenere questo obiettivo la rete ad alta velocità dovrà passare dagli attuali 1543 chilometri a diecimila chilometri….

Ma ferrovie spagnole non significa solo alta velocità, la Spagna ha altri tre obiettivi:

– valorizzare il patrimonio ferroviario minore, ancora in esercizio, con tutte le sue potenzialità per il «turismo dolce»;

– rimettere in funzione alcune ferrovie da tempo soppresse ma che potrebbero svolgere ancora un utile servizio, specialmente nella prospettiva di una trasformazione in senso ecologico della mobilità delle persone;

– trasformare le ferrovie dismesse in piste ciclo-pedonali. In quest’ultimo settore, che qui chiamano Vias verdes (in inglese, Greenways), la Spagna batte tutte le altre nazioni che hanno già pedalato in questo senso, incoraggiando questa mobilità turistica ecosostenibile…..

«Prendete una ferrovia, che sia abbandonata da trenta-quarant’anni; accertatevi che non passino più treni; togliete con cura binari e traversine. A parte prendete le stazioni, svuotatele e metteci un ripieno di caffè, piccoli ristori, ostelli e centri informazioni. Poi stendete sulla vecchia ferrovia una sfoglia leggera di terra battuta e lasciate asciugare. Infine mettete assieme tutto, lasciate rassodare e servite in bicicletta». Ecco il nuovo piatto forte spagnolo: le Vias verdes. Un menu di milleseicento chilometri di ferrovie dimenticate che sono state trasformate in splendide piste ciclabili per i bikers più accaniti o per le famiglie in cerca di svago. C’è da perderci la testa o programmare subito una vacanza su due ruote perché di Vias verdes ce ne sono in tutta la Spagna e, insieme, formano una rete ciclabile unica nel suo genere. «Con questa operazione abbiamo ottenuto tre importanti traguardi: incoraggiare la mobilità sostenibile; incentivare nuove forme di turismo “dolce”; riabilitare la memoria e il patrimonio ferroviario storico.»

Altri strumenti utilizzati per decogestionare il traffico cittadino: Le realizzazioni più recenti hanno nomi esotici per i locali: Bi-cing e Trixi. Il primo è il sistema lanciato dalle autorità comunali, investendo i soldi delle multe e dei parcheggi, per ridurre l’inquinamento e sfoltire il congestionamento del traffico: il bici sharing (www.bicing.com). Chi fa spostamenti quotidiani di meno di trenta minuti può usufruire di questo comodissimo mezzo di trasporto che costa soltanto ventiquattro euro l’anno. In tutta la città catalana hanno installato duecento stazioni-parcheggio per un totale di tremila biciclette. Da quando è entrato in funzione, dal marzo 2007, Bicing conta già più di centomila abbonati sta diventando il mezzo di trasporto favorito per andare al lavoro o per uscire. II servizio è totalmente automatico: basta andare a un parcheggio Bicing, far passare la propria scheda al lettore ottico e aspettare che sullo schermo compaia il numero di bicicletta che si può prendere. Una volta arrivati a destinazione basta recarsi alla più vicina stazione Bicing e incastrare la bicicletta in una postazione libera (come da noi con i carrelli della spesa nei supermercati). Se si superano i primi trenta minuti si paga un plus di trenta centesimi per i trenta minuti successivi (fino a un massimo di due ore). Bicing funziona dalle 5 del mattino alle 24 (il venerdì e sabato 24 ore su 24). Barcellona è stata anche la prima città del Mediterraneo ad attivare un mezzo di trasporto alternativo già sperimentato in Europa a Londra, Copenhagen, Amsterdam e in alcune città tedesche (eh sì, gli amministratori catalani sanno applicare la teoria della buona emulazione). Si chiama Trixi, sono veri e propri taxi a forma di triciclo. Totalmente ecologici e silenziosi (un motore elettrico aiuta l’autista a pedalare), possono trasportare due persone oltre all’autista. Mezzo di trasporto ideale per i turisti che senza stress vanno a passeggio per la città. Funzionano dalle 11 alle 20 e le tariffe vanno da un minimo di sei euro per un quarto d’ora a un massimo di diciotto per un’ora….Con l’aiuto di tecnologie nuove e sempre più amiche, Barcellona ha ottimizzato il controllo del traffico. Per esempio, sulla Diagonal, la strada che, come dice il nome stesso, attraversa l’intera città in diagonale, si utilizza la strategia delle corsie dinamiche, quelle in grado di poter essere occupate dal senso di marcia di maggior traffico, utilizzate anche a Madrid, come abbiamo visto. I semafori sono sincronizzati per una velocità oraria pari a cinquanta chilometri: rispettando questa andatura è possibile trovare un numero di semafori verdi quasi all’infinito. Sensori magnetici posti sotto l’asfalto rilevano le corsie che hanno maggiore bisogno del segnale verde, limitando le soste inutili quando nelle corsie opposte non passa nessuno. In più, collegandoti via internet, hai in tempo reale la situazione del traffico urbano offerto da una serie di telecamere piazzate nelle strade chiave, e scopri dove sono i parcheggi disponibili.

Metro: a Madrid si contano oltre 177 chilometri di binari (a Milano, che pure eccelle, sono 70) sui quali sfrecciano di continuo, tranne quattro ore di pausa notturna, le 1277 vetture che collegano 158 stazioni (servite da 975 scale mobi­li e 141 ascensori) di 12 linee che coprono tutta l’area urbana e alcuni punti di quella metropolitana, compreso l’aeroporto di Barajas distante 13 chilometri.

Taxi: con la liberalizzazione del mercato, dal 2003, a Barcellona ci sono dieci taxi ogni mille abitanti, contro i due di Roma e l’1,5 di Milano. Al mondo so­lo Washington ne ha di più: dodici ogni mille abitanti: per gli utenti italiani, sfiancati da auto bianche rare e costose, Barcellona è il paradiso dei taxi. I do­dicimila tassisti della città si aggiornano sul futuro della professione con la Fie­ra del Taxi: nuove tecnologie per monitorare il traffico, evitare gli ingorghi, portare i clienti a destinazione in fretta per soddisfarli il più possibile e, al con­tempo, fare più corse.

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Integro questo capitolo con un estratto da un articolo di Altroconsumo (nel quale si parla della situazione del trasporto pubblico in Italia), che riporta un’intervista all’Ente deputato a ricercare migliori soluzioni sul tema, e tre esempi di eccellenza in Europa.


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Indispensabili – Voglia di Cambiare: La Casa ideale a costi sostenibili

Posted by giannigirotto su 5 luglio 2010

Proseguo la sintesi di questo libro che ho inserito nella mia sezione “Indispensabili” per la sua proposività. Infatti non è l’ennesimo testo di mera denuncia delle grandi e piccole disgrazie che affliggono vuoi l’Italia vuoi il mondo in generale, ma al contrario l’autore è andato a ricercare i modelli di eccellenza che permettono ad altri Paesi di risolvere al meglio tanti problemi. Giusto per darvi un assaggio del contenuto e stimolarvi a leggere questo e gli altri articoli:

– La Svezia ha quasi azzerato le morti bianche, conquistando il primato mondiale della sicurezza sul lavoro grazie all’”ombudsman” dei lavoratori, ovvero il delegato per la salute e la sicurezza.

– Con l’invenzione della corsia dinamica, in Spagna non si vedono più ingorghi in entrata e in uscita dall’autostrada, mentre i treni corrono superveloci.

– A Friburgo, in Germania, i cittadini hanno detto no al nucleare, ma contemporaneamente hanno detto sì alle energie “dolci” e trasformato l’energia solare in un formidabile business.

– L’Inghilterra ha scelto i migliori architetti per progettare case popolari di pregio e quartieri a misura d’uomo, e con controlli severi ha dimezzato le stragi sulle strade.

– I danesi non hanno più l’incubo della precarietà grazie alla “flessicurezza”, che da una parte consente agli imprenditori di licenziare con molta facilità il personale, dall’altra offre al disoccupato un’indennità del 80% dello stipendio e sopratutto un rientro velocissimo nel mondo del lavoro.

Vediamo ora il seguente capitolo:

LA CASA IDEALE A COSTI SOSTENIBILI

vediamo subito alcuni concetti specifici….:

presto nessuna casa potrà essere più costruita in Gran Bretagna senza un certificato di garan­zia ecologica;

– Basta case a due piani, sono invivibili per gli anziani. La casa adeguata per tutte le fasi della vita, preferibilmente su un piano solo, invece di costare farebbe risparmiare al contribuente ol­tre otto miliardi di euro nei prossimi sessant’anni. Perché ridurrebbe la necessità di ristrutturazioni da parte di anziani non più in grado di fare le scale o di stare da soli e abbatterebbe le spese a carico della comunità per pensionati e ospizi. Come deve essere la casa ideale per gli anziani? Eccola: posto auto fino a 3,3 metri di larghezza. Sentiero che porta dal box alla casa, così come tutti gli ingressi, a livello strada. Porte larghe almeno 75 centimetri e corridoi almeno 90 centimetri. Spazio per girare in car­rozzella in tutte le stanze. Sala da pranzo e una stanza da letto a pian­terreno. Bagni accessibili con la sedia a rotelle e provvisti di corri­mano. Possibilità di mettere un ascensore per disabili sulle scale. Prese, interruttori e altri comandi accessibili a tutti.

– Il colosso svedese Ikea sbarca in Gran Bre­tagna con la società Boklok che, dopo i mobili, vuole vendere agli inglesi il proprio modello Live-Smart di casa …… L’accordo con il governo, pre­vede la costruzione, da un capo all’altro del Regno Unito, di interi villaggi prefabbricati.

– dal 2016 tutte le nuove abitazioni siano a emissione zero di anidride carbonica. Un esempio concreto su tutti è la lottizzazione di BedZed, la prima cittadella simbolo di una «ur­banizzazione sostenibile»….«BedZed significa Beddington Zero Energy Development (zero impiego di idrocarburi) ….. Per costruire BedZed sono stati usati perlopiù materiali di recupero: le strutture d’acciaio di una vecchia stazione e di una centrale per la depurazione delle acque, il legno e il vetro provenienti dai cantieri della zona. I materiali nuovi sono stati ac­quistati a non più di cinquanta chilometri, per facilitare il traspor­to e ridurre le emissioni nocive di auto e camion. …… i muri sono spessi settanta centimetri, cioè due o tre volte quelli delle normali costruzioni. Sono formati da due strati di mattoni, E tutte le case sono orientale verso sud, per poter immagazzinare il massimo del calore.» La caldaia, comune all’intero complesso, è alimentata con legno di alberi abbattuti. L’acqua piovana viene raccolta dalla grondaia verso un serbatoio, pronta per essere riutilizzata per l’irrigazione o gli usi domestici. I bagni funzionano grazie a speciali raccoglitori dell’acqua piovana, che viene purificata e riciclata biologicamente su un letto di canne. Le pareti delle case sono ermeticamente coi­bentate per impedire lo scambio di calore con l’esterno, non solo tramite l’installazione di doppi e tripli vetri alle finestre ma anche e soprattutto nella scelta dei materiali di costruzione. Gli abitanti di qui producono localmente il 20 per cento dell’energia elettrica e, grazie ai minori sprechi energetici, abbattono del 25 per cento la restante bolletta di gas ed elettricità, e del 50 per cento il consu­mo di acqua rispetto a una normale abitazione inglese. Laddove non arriva l’architettura subentrano le regole del vivere civile. Per esempio ci si sposta con il car sharing, cioè con la condivisione delle quattroruote: alcune vetture elettriché sono gestite in comune dagli abitanti…..e questi sono stati appositamente mescolati come età e tipologia, per creare un miscuglio il più possibile eterogeneo…..

Quanto sopra si unisce alla facilità, velocità e “cambiabilità” nel mercato dei mutui-casa, con pratiche che si possono fare anche al telefono e portano all’erogazione del prestito in una settimana….

Da noi l’edilizia sociale, cancellata dall’ideologia liberista, è un elenco di inadempienze, di disinteresse e di voracità dello Stato. La tassazione porta via agli enti di gestione delle case popolari fino al 35 per cento degli introiti degli affìtti con il peso sociale di un’e­mergenza che rischia di sfuggire di mano: perché aumentano gli abusivi (un inquilino su cinque), i delinquenti, i taglieggiatori, i clandestini, quelli che fanno paura agli anziani soli e agli onesti barricati nei casermoni delle perfìerie urbane, costretti a rendere conto a improponibili capibastone, i nuovi boss del mercato degli affitti. La politica ha usato le case popolari come una mangiatoia per i voti, senza contrastare con un piano vero il degrado e il fabbi­sogno abitativo. Nelle case popolari italiane ormai un abitante su due è un anziano che fa fatica a tirare a fine mese. Ma c’è una mas­sa crescente di richieste inevase, a Roma mancano almeno ventitremila alloggi e a Milano quasi diciassettemila. Gli enti sono soffoca­ti, non ci sono i soldi, i fondi statali sono prosciugati e anche le re­gioni, cui spetta un ruolo decisivo, avviano pochi programmi e ba­dano a gestire il patrimonio esistente: se ne vanno per un terzo in Irpef, Irpeg, Ici e altro. E poi aumenta la pressione degli immigrati: in certe case di cinquanta metri quadrati dormono anche in otto nei letti a castello. La situazione riassunta in pochi numeri:

– 270 miliardi di euro: il valore sul mercato del patrimonio di case possedute dallo Stato. Ma che dal 2002 al 2006 ci è costato oltre novecento milioni di euro. Tra occupazioni abusive (un inquilino su cinque), gestioni clientelari e inquilini morosi.

– 1.100.000: gli alloggi disponibili in Italia, secondo Federcasa, il triplo che in Francia e in Gran Bretagna.

– 62.000: le unità abitative nella sola città di Milano e provincia. Si tratta del maggior patrimonio immobiliare pubblico. Nel 2006 nel capoluogo lombardo sono stati aggiudicati 322 appartamenti. Altri 140 sono stati occupati.

– 600.000: le case popolari mancanti in Italia, in base alle domande inevase.

– 14,39: la percentuale degli alloggi dell’Istituto case popolari (lacp) occupati in Sicilia senza titolo rispetto al totale degli alloggi gestiti. L’isola è in testa a questo fenomeno, seguita dalla Campania (13,58 per cento).

– 9,7 per cento: il peso (per spese e affino) sul bilancio familiare nel Regno Unito. In Italia sale al 24,7 per cento.

riqualificare il vecchio, anzichè costruire sempre nuovo: a Londra stanno… riqualificando un territorio di sessantacinque chilometri lungo le rive del Tamigi, pieno …di industrie in abbandono (come a Milano, dove le aree industriali dismesse sono la maggiore risorsa territoriale esistente). È una miniera preziosa di 3150 ettari di terreno edificabile che sarà trasformato, entro il 2016, in centosessantamila unità immobiliari, dall’architettura moderna ed ecosostenibili. «Entro il 2008 saranno pronte trentamila case da destinare alle categorie più deboli, che potranno affittarle con le medesime modalità vigenti per le case popolari»…… Oltre a venire incontro all’ingente richiesta di alloggi, il progetto produrrà anche centottantamila nuovi posti di lavoro.

Infine gli inglese sono riusciti a riportare in ottime condizioni proprio il Tamigi, che era ormai moribondo, attraverso una serie di interventi semplici e di buon senso che neppure voglio elencare, visto che qui in Italia non sono le leggi che mancano ma la volontà di farle applicare…..e le classi dirigenti preferiscono ancora pensare all’ambiente come ad una discarica inesauribile, credendosi immuni dalle leggi della chimica del ciclo alimentare…

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Indispensabili – La Deriva – Quali fonti energetiche?

Posted by giannigirotto su 16 aprile 2010

clicca per l'indice capitoli...Proseguo la lettura di questo testo che consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, frutto della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Cap.6 – Ingordi d’energia, senza pagar dazio

Avvertenza: il libro è stato pubblicato nel 2008, per cui è presumibile sia stato scritto qualche mese prima, ma sopratutto forse con dei dati e statistiche che non sempre sono aggiornatissime…..se vi interessa inoltre una disamina più completa sull’argomento ricordo che in questo sito potete leggere anche il libro “Energia oggi e domani….” scritto dai prof.ri universitari Balzani e Armaroli.

……….poveri come siamo di materie prime, la nostra autonomia è pari al 12% del totale. Per il resto dipen­diamo dall’estero. Il 12% lo compriamo direttamente dai Paesi vicini….. Il 75% ce lo facciamo da noi ma solo grazie a materie prime acquistate da governi e società stranieri (gas dalla Russia e dall’Algeria, pe­trolio da più parti). Risultato: l’energia elettrica prodotta in Ita­lia costa il 60% più della media europea, due volte quella fran­cese e tre volte quella svedese.

Il capitolo prosegue con la descrizione delle conseguenze dei referendum che “bocciarono” il nucleare in Italia. Ora mentre resta aperto il dibattito se tale decisione fu giusta o meno ecco alcuni fatti poco conosciuti: La centrale di Caorso, in quel momento spenta perché sta­vano cambiando il combustibile, non venne più riaccesa. Quel­la di Montalto di Castro, intitolata ad Alessandro Volta, era praticamente pronta. Restavano da montare le turbine, inserire le barre d’uranio e girare l’interruttore: non fu mai avviata. Era costata 6000 miliardi di lire. Avrebbero dovuto smantellarla, si decise di soprassedere: troppi soldi, centinaia di miliardi. Ma siccome il sito era ormai attrezzato, si avviò lì accanto la costru­zione di una centrale termoelettrica: la più grande d’Europa, con una ciminiera di 200 metri. «Per l’amor di Dio: no!», scongiurò il presidente dell’E­nea, Umberto Colombo. Spiegando che, per una complessa questione tecnica, se fosse passata la linea di una riconversione a gas dell’impianto si sarebbe finito «per accettare tutto il peg­gio del nucleare in termini di costi d’investimento e tutto il peg­gio del gas sul piano dei costi d’esercizio. Insomma, un capola­voro di inefficienza economica. Con effetti negativi per il siste­ma industriale». Aveva ragione lui. Vent’anni dopo, tra una cosa e l’altra, al­cune stime calcolano che la nuova centrale di Montalto di Ca­stro sia costata in valuta attuale 8 miliardi di euro. Una cifra enorme anche se la centrale facesse il suo dovere. Cosa che non accade. Perché non solo è l’impianto a olio e gas più grande d’Europa ma è anche uno dei più antieconomici: consuma al­meno il 15% in più rispetto agli altri impianti. E se sulla carta può produrre 20 miliardi di chilowattora l’anno, nel 2007 ne ha generati in realtà solo 7: un terzo. Non basta. Dopo il referendum si pose il problema di co­me «indennizzare» l’Enel e i suoi fornitori per l’affare andato a monte. Soluzione scontata: un sovrapprezzo sulle bollette. Du­rato fino al febbraio del-2000, quando vennero materialmente chiusi i rubinetti degli «oneri nucleari». Bilancio finale: 8 mi­liardi di euro abbondanti all’Enel (il triplo dei 2,8 previsti da una commissione presieduta da Luigi Spaventa) più altri 2 scar­si ai fornitori, dalla Fiat all’Ansaldo……

……..Con una beffa. Preso atto delle «pulsioni ambientaliste» emerse al referendum, il settimo governo di Giulio Andreottì pensò be­ne nel 1992 di incentivare chi avesse prodotto energie «da fonti rinnovabili». Solo che al dunque (provvedimento del «Comita­to interministeriale prezzi numero 6», da cui la sigla Cip6) ven­nero aggiunte due magiche paroline: «e assimilate». E finì all’i­taliana, con l’assimilazione anche delle peggiori schifezze. In alcune raffinerie, racconta l’ex presidente della Com­missione attività produttive Bruno Tabacci, «si diede vita a cen­trali che funzionano a petrolio e hanno gli incentivi del Cip6, esattamente come l’energia eolica o fotovoltaica. Impianti del­l’Api dei Brachetti Peretti, della Erg dei Garrone, della Saras dei Moratti… Per avere un’idea, i contributi erogati col Cip6, finiti in grandissima parte ai petrolieri con il giochino delle fon­ti assimilate, sono stati pari a 2 miliardi di euro l’anno per 15 anni. Totale: 30 miliardi. Una cuccagna».

e le fonti pulite, rinnovabili, gli altri Stati……….In ogni caso, si sono mossi. Cercando sul serio le alternative possibili. Come hanno fatto tutti i governi seri in tutto il mondo. Compresi quelli che il petrolio ce l’hanno. Come il Texas che, ha scritto sulla «Repubblica» Maurizio Ricci, «si sta affermando come la locomotiva della rivoluzione del vento in corso negli Stati Uniti» e ha già una selva di pale coliche per un totale di 4000 megawatt (sette volte l’Italia) e ha già attirato investimenti dell’Enel per 100 milioni di dollari. O la Gran Bretagna, che se­condo l’«Independent on Sunday» vuole piantare entro una dozzina di anni, in mezzo al mare così che non disturbino nep­pure la vista giacché l’occhio vuole la sua parte, centinaia e cen­tinaia di altissimi «mulini» che riforniscano centrali coliche in grado di «alimentare ogni singola abitazione del Regno Unito».

Si sono mossi i danesi, che al largo dello Jutland hanno co­struito un parco eolico, l’Horns Rev, con 80 turbine alte decine di metri che producono tanta elettricità da soddisfare i consu­mi di 150.000 famiglie e godono ormai di un quinto dell’ener­gia strappata al vento. Si sono mossi i tedeschi che hanno fatto perfino del Reichstag, la sede del Parlamento, un «eco-edifi­cio» che funzionerà completamente con energia prodotta da fonti rinnovabili: eolica, solare, biomasse. Si sono mossi gli spa­gnoli, con risultati così incoraggianti da fare scrivere nel marzo 2008 a Elisabetta Rosaspina sul «Corriere della Sera»: «Bolo abita in Spagna e lavora sodo. Una formidabile settimana di maltempo ha fatto esultare la Rete elettrica spagnola (Ree). Per la prima volta, nel Paese, il 25,5% dell’energia elettrica è stato somministrato dalla produzione eolica: 203.998 megawatt al­l’ora, in un solo giorno, martedì scorso, che segna la data di un record nella storia dell’energia del vento».

Anche noi, ha spiegato a «Panorama» Rainer Karan, diret­tore generale della Vestas di Tarante che produce pale della ca­sa madre danese, avremmo «un ottimo potenziale di vento, concentrato soprattutto nelle regioni del Sud». Peccato, sorri­de Gianfìlippo Mancini dell’Enel, che «l’iter autorizzativo varia da 27 a 84 mesi rendendo la rincorsa dell’Italia verso lo stan­dard degli altri Paesi europei molto lenta».

Per fare il campo eolico nella cosentina Cozzo del Lupo, con l’accordo col Comune in tasca, ci sono voluti 6 anni. Per quello di Macchiagodena, in Molise, 7. E la sostituzione di 8 pale di un impianto eolico a Frosolone, in provincia di Isernia, ha richiesto 11 passaggi burocratici, 11 firme e 18 mesi di tem­po. Per 8 pale.

Fatto sta che la Spagna ha oggi 15.000 torri eoliche, la Ger­mania 22.200, noi solo 2700. Risultato: abbiamo preso al vento nel 2007 appena lo 0,8% dell’energia che ci serve. Contro il 7,5 della Spagna, il 4,8 della Germania, il 2,8% di Grecia e Olanda. Come mai? Perché le pale rovinano il paesaggio. Così han­no risposto, sprezzanti del ridicolo, i consiglieri dell’assemblea campana che il 28 dicembre del 2007, in coda all’approvazione della Finanziaria regionale, si sono scatenati approvando in un baleno 81 risoluzioni. Merce varia. Dall’istituzione del premio «Mela annurca d’oro» alla sagra della Porziuncola di Ceppaloni. Ma su tutto il blocco, votato all’unanimità «fino al varo del piano energetico regionale», degli impianti eolici, rei di «com­promettere il contesto ambientale». Ma come! Hanno lasciato devastare la costa da Sperlonga a Salerno, hanno chiuso gli occhi per decenni su almeno 225 discariche clandestine (dati del corpo forestale) riempite di pattume tossico, hanno strillato per anni a parole contro mostri di cemento come l’Hotel Fuenti, non hanno mai avuto il fegato di sfidare i 700.000 abusivi che negli anni hanno costruito 45.000 edifici nella «zona rossa» ad altissimo rischio sulle pendici del Vesuvio (di cui 5000 dentro lo stesso Parco del vulcano) e da­vanti all’immenso sfascio della sgangherata periferia partenopea strafatta di immondizia, loro di cosa si preoccupano? Dei mulini a vento!

e il solare? Un gruppo di scienziati riuniti nella Trans-Mediterranean Renewable Energy Cooperation (Trec) ha messo a punto un progetto per sfruttare il luogo più assolato e disabitato del mondo, il Sahara, dove il sole batte 365 giorni l’anno e dove una distesa di pannelli solari potrebbe scaldare a temperature altissime una condotta speciale che alimenterebbe, ha spiegato sull’«Espresso» Federico Terrazza, una turbina in grado di pro­durre energia elettrica in quantità. Una cosa nuova, capace di «soddisfare l’attuale domanda di energia elettrica di Europa, Medio Oriente e Nord Africa» con 35 impianti che occupereb­bero solo lo 0,3% della superficie del deserto.

Anche Rubbia è al lavoro sul «solare termodinamico». Col Progetto Archimede. Ispirandosi al genio siracusano che con­centrando il calore del sole in grandi specchi «ustori» riuscì a incendiare le navi romane che assediavano la città, il premio Nobel ha previsto di piazzare un chilometro quadrato di spec­chi parabolici che assorbono e scaricano il calore su una rete di tubi dentro i quali scorre una miscela di sali che viene portata a 550 gradi, una temperatura impossibile da raggiungere col «so­lare» tradizionale fotovoltaico. «È come uno scaldabagno: puoi farti la doccia anche di notte o quando non c’è il sole.»

Costretto ad andarsene dall’Enea ai tempi del governo berlusconiano dopo essere stato bollato di incapacità da Claudio Regis, un sedicente ingegnere soprannominato «Valvola» e no­minato nel CdA per meriti leghisti, il grande fisico goriziano ha potuto per anni portare avanti il suo progetto solo in Spagna. Dove fu accolto a braccia aperte e dove oggi stanno nascendo una ventina di centrali solari di ultima generazione.

E qui è il punto. L’ipocrisia più fastidiosa. Costretti a di­pendere per l’88% dall’estero e diffidenti se non ostili a ogni altra forma di energia, ci riempiamo la bocca da anni con «il solare, il solare, il solare!». Poi vai a vedere i numeri e scopri che nel 2006 la Germania, dove il sole è quello che è, ha pro­dotto col solare 2000 gigawattore di energia elettrica, contro le 35 dell’Italia: 57 volte di più. Che in Austria, altro Paese dal cli­ma non mediterraneo, ci sono come in Grecia 200 metri qua­drati di pannelli per la produzione d’acqua calda ogni mille abi­tanti, da noi solo 8. Che il Lussemburgo, nonostante sia grande poco più della metà del Molise e abbia 182 giorni di pioggia l’anno, produce col «solare» il 60% dell’elettricità che coi pan­nelli produciamo noi.

Ma la «chicca» è una circolare mandata nel novembre del 2007 dalla soprintendente per i Beni architettonici e il paesag­gio del Lazio Anna Maria Affanni a una sessantina di Comuni. Tre righe. Oggetto: impianti fotovoltaici. «Si informa che la Di­rczione regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Lazio con nota del 22/10/2007 prot. n. 13635 ha comunicato di so­spendere qualsiasi iniziativa in materia, in attesa che il Comita­to di settore elabori uno schema di norma di indirizzo a valore per tutto il territorio nazionale.» Norme attese da anni. Tradu­zione: fermi tutti. Basta pannelli solari. Sono così brutti, sui tet­ti assolati del Bel Paese…

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ADSL in zone scoperte – terzo articolo

Posted by giannigirotto su 13 aprile 2010

Poichè ritengo l’accesso ad Internet (a banda larga, cioè ad alta velocità, s’intende) un presupposto fondamentale di liberta, democrazia e sviluppo, continuo e continuerò sempre a divulgare notizie di sviluppi tecnici/pratici in tal senso, come ho fatto nel primo e secondo articolo.

In questo caso siamo di fronte ad uno di quei piccoli ma geniali uova di Colombo che molto spesso i tecnici italiani riescono ad estrarre dal cilindro.  Si tratta infatti di portare il segnale in zone che ne sono scoperte, usando delle antenne paraboliche che si “guardano” otticamente, cioè trasmettono da punto a punto. In questo modo il segnale viene trasmesso, tramite una parabola “trasmittente”, in una zona ancora non raggiunta dalla banda larga, mediante l’installazione della parabola “ricevente”, e poi da qui si possono usare tutte le “normali” tecnologie già standardizzate per diffondere il segnale localmente.

Schema funzionamento

Schema funzionamento

Una banalità insomma, proprio un uovo di Colombo, a bassissimo costo peraltro, pensato e realizzato da Mr. Wireless, l’affettuoso soprannome dato a Daniele Trinchero, e dai suoi collaboratori dell’iXem del Politecnico di Torino, ma che ha già permesso di ottenere importanti e lusinghieri risultati, come quello di portare Internet dapprima in uno “sperduto” comune montano Italiano, quindi in un villaggio amazzonico in Ecuador, e sperabilmente a breve, nel martoriato e disperato Darfur. Qui l’intera storia…

Chissà perchè la grandi compagnie non ci avevano ancora pensato?…..forse per vendere le loro soluzioni ben più complesse e costose, forse per non minacciare il loro oligopolio …….. noooo cosa andate a pensare……malfidenti….!!!

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Indispensabili: La Deriva – Cap.1

Posted by giannigirotto su 2 aprile 2010

Comincio oggi la lettura di un altro testo che mi consente di passare dalle generiche accuse e lamentele “da bar”, alla presa di conoscenza precisa e puntuale di moltissime disfunzioni tipicamente italiane, tipicamente assurde, della nostra burocrazia e del nostro concetto di Stato come entità fine a sè stessa e dotata di una propria cervellotica intelligenza.

In realtà sappiamo bene che lo Stato siamo noi, e la situazione che ci circonda non è altro il risultato di molteplici intrallazzi e scambi di favori tra le varie “caste” che detengono il potere, e per le quali ogni mezzo è buono per arraffare denaro sotto forma diretta di mazzette/tangenti, o indiretta sotto forma di appalti vinti e commesse aggiudicate, o qualsivoglia altra forma di speculazione.

Un Paese di poeti santi e scodellatrici

In Italia i bidelli, per legge, non possono dispensare i pasti agli scolari, per cui è nata la figura professionale della “scodellatrice”. Svolta da perso­ne che, pagate a parte e spesso riunite in cooperative, arrivano nelle scuole alle undici, preparano la tavola ai bambini, scoper­chiano i contenitori del cibo, mescolano gli spaghetti già cotti con il ragù e scodellano il tutto nei piatti, assistono gli scolaretti, mettono tutto a posto e se ne vanno. Costo del servizio, Iva compresa, quasi un euro e mezzo a piatto. Mille bambini, 1500 euro. Costo annuale del servizio in un Comune di media gran­dezza con duemila scolaretti: 300.000 euro……

Ma ve lo immaginate qualcosa di simile in America, in Francia, in Gran Bretagna o in Germania? Sono 50.000 più che i carabinieri, i 167.000 bidelli italiani. Uno ogni 2,2 classi, de­nuncia un dossier di «Tuttoscuola» di Giovanni Vinciguerra ri­cordando che in altri Paesi come il Giappone, la Finlandia o la Spagna la figura «non esiste e il compito di tenere puliti i ban­chi, le aule e i corridoi delle scuole fa parte dei normali doveri degli stessi allievi» che così imparano subito ad aver rispetto per la proprietà collettiva. Il loro costo? Sfiora i 4 miliardi di euro l’anno. E il bello è che, nonostante pesino mediamente per «367.000 euro l’anno a istituto», hanno costretto le scuole ad assumere part-time non solo le scodellatrici, le quali umilia­te dal precariato hanno dato vita a Milano a manifestazioni di piazza per chiedere l’assunzione definitiva, ma anche, qua e là, una società esterna di pulizie.

Tema: come può una scuola che concentra le sue attenzio­ni, i suoi soldi, le sue energie su sconcertanti impuntature sin­dacali come queste, essere all’altezza di un mondo che corre a una velocità doppia, tripla, quadrupla?……………….Mentre noi assumevamo scodellatrici, gli altri Paesi stendevano i cavi delle reti a banda larga per mettere on-line il si­stema scolastico e l’intera società. Certo, a parole ci abbiamo provato anche noi. Ricordate lo slogan berlusconiano delle «tre I: inglese, internet, impresa»? Nel giugno 2001 il Cavaliere fece addirittura un ministro, Lucio Stanca, perché se ne occupasse. A settembre, tornati tutti dalle ferie, decisero di metter su una commissione. Due anni dopo (due anni!) il Cipe (Comitato in­terministeriale per la programmazione economica) approvò una delibera per affidare un grande programma nel Mezzogior­no a Sviluppo Italia che a sua volta istituì una società apposita, l’Infrate!. Altri due anni (due anni!) e alla fine del 2005, senza che fosse ancora stato posato un metro, manco uno, dei 1800 chilometri di cavi a fibre ottiche, veniva firmato un contratto di programma che ratificava la decisione presa nel 2003. Finché, alla fine del 2006, la Corte dei Conti denunciava lo spreco di tempo, l’esagerazione di soldi dati ai manager e l’abisso che si era ingoiato 1.283.799 euro di consulenze: «Nulla è stato rife­rito in merito alle procedure di scelta dei consulenti, avvalo­rando l’ipotesi che dette consulenze siano state tutte conferite intuitu personae». Cioè a capocchia…………….Nel frattempo, le classifiche internazionali ci vedevano affondare. E se nel 2004 eravamo ancora più o meno alla pari con l’Irlanda, la Francia e la Spagna per numero di computer utilizzati in famiglia, nel 2007 siamo sprofondati dietro tutti, comprese l’Estonia, la Slovacchia, la Lettonia, la Lituania-Quanto agli sportelli elettronici che consentono un collega­mento diretto tra il cittadino e la pubblica amministrazione, siamo penultimi: peggio di noi in Europa c’è solo la Grecia.(che, notizia degli ultimi mesi, è praticamente fallita, no?)………..

Siamo un Paese di poeti che hanno rinnegato la poesia e la scuola. Di santi senza più morale se è vero, come ricorda Michele Ainis, che «il Sistema bibliotecario nazionale censisce 4915 vo­lumi con la parola “etica” nel titolo, ma un terzo della ricchez­za nazionale sfugge alle tasse». Di navigatori senza più porti, vi­sto che secondo il centro studi di quello di Amburgo i nostri sette maggiori scali non arrivano a movimentare tutti insieme quanti container entreranno nel 2012 nel solo porto marocchi­no di Tangeri.

Nel 1991, dice l’ultimo rapporto dell’Istituto per il com­mercio estero, l’Italia arrivò a sfiorare una quota del com­mercio mondiale pari al 5%. Un dollaro su 20 di merci scam­biate era nostro. Da allora, fatta eccezione per una lieve ri­presa nel 2007, è stata una lenta, progressiva, inesorabile di­scesa. Nel 2001 era nostro un dollaro su 25, nel 2006 uno su 29. Mentre i cinesi, che nel 1991 detenevano una quota tra­scurabile, salivano al 3,3% nel 1997 fino a uno strabiliante 8,1% nel 2006.

«Il Pil prò capite italiano è calato rispetto alla media dell’a­rea euro da 105 nel 1988 a 94 nel 2007», ha denunciato più vol­te Luca Corderò di Montezemolo. «Se avessimo avuto la stessa crescita dei partner europei ogni lavoratore oggi potrebbe ave­re 3400 euro in più in busta paga.» Buste paga che sono diventate sempre più leggere. Tanto che a metà 2007 l’Eurispes foto­grafava un Paese in grande difficoltà. Con oltre 5 milioni di nu­clei familiari, per un totale di 15 milioni di persone, pari a un italiano su 4, che vive l’incubo della povertà. Sette milioni sono già sotto la soglia, altri 8 sono ad alto rischio: «Non solo fatica­no ad arrivare a fine mese, ma anche a superare la terza setti­mana».

……….è colpa dell’«aumento del costo del lavoro per unità di prodotto», salito fra il 1996 e il 2005 del 20% contro un calo del 10% in Francia e Germania…..

………il turi­smo valeva per noi quasi un dodicesimo del Pil, 2 milioni e mezzo di occupati e un valore aggiunto di 150 miliardi di eu­ro. Eravamo i primi al mondo, nel 1970……..ma già nel 2004, a forza di rapinare gli stranieri sparando conti astronomici nei ristoranti e di devastare i limoneti e gli aranceti per tirar su quelle mostruose palazzi­ne abusive che infestano le nostre coste meridionali, eravamo scivolati al quinto posto, con il 4,9% di quota di mercato mon­diale. Al primo ora c’è la Francia con il 9,9%, poi la Spagna con il 7,1%, quindi gli Stati Uniti con il 6,1% e la Cina con il 5,5%. Non bastasse, l’Italia è l’unico Paese Ocse che ha visto calare dal 1994 al 2004 la quota del turismo sul prodotto inter­no lordo, passata dal 6,13% al 5,68%.

Il capitolo prosegue con gli esempi di Venezuela e Argentina, due paesi che ad inizio secolo erano assolutemente ricchissimi e prosperi e sembravano avere un futuro splendente, ma che un politica scellerata ha portato al totale fallimento sociale ed economico. È questo il rischio che corre l’Italia se rifiuta di vedere le cose come stanno. Se racconta a se stessa di avere solo una febbriciattola passeggera. Se non accetta di prendere atto che sta andando alla deriva. E che, senza una svolta, uno scatto di or­goglio, una consapevolezza condivisa di alcune scelte da fare, rischia il naufragio. Ernesto Galli della Loggia alla vigilia delle elezioni del 13 aprile l’ha spiegato come meglio non si può. «L’Italia ha soprat­tutto bisogno di verità. Ha un gran bisogno che finalmente si squarci il velo di silenzi, di reticenze, spesso di vere e proprie bugie, che per troppo tempo il Paese ha steso sulla sua effettiva realtà.» Sulla scuola, sulla pubblica amministrazione, sulla giu­stizia, sulla magistratura, sulle Regioni, sulla criminalità, sul­l’impunità dei reati economici «e così via, così via, in un vortice di conformismo pubblico che è ormai diventato una cappa insopportabile.

…….

Certo non è finlandese la Campania. Dove un rapporto della Corte dei Conti di fine 2007 ha rifatto i calcoli. Scopren­do che non solo il bubbone dell’immenso patrimonio pubblico partenopeo (59.927 immobili comunali sui quali il Municipio è riuscito incredibilmente a perdere 16 milioni di euro l’anno) non è stato toccato per non scontentare i clientes, ma che gli occupanti abusivi in tutta la regione sono molti di più di quelli che erano stati censiti. Ammontano, tenetevi forte, a 17.900. Di più, il dossier dei giudici contabili spiega che nella stra­grande maggioranza questi occupanti denunciano di non aver alcun reddito. Neanche mille euro l’anno: zero. Dichiarano di vivere d’aria il 59,91% degli abusivi Iacp e addirittura il 78,01% di quelli comunali. Ma gli altri, i regolari? Quelli paga­no ogni tanto. Quando gli garba: su 42 euro di affitto medio mensile la morosità è di 28 euro e 50 centesimi. Risultato: l’Isti­tuto autonomo case popolari, a Napoli, incassa mediamente da ogni casa 13 euro e 58 centesimi al mese……

Altro esempio è l’Azienda Trasporti di Napoli, in condizioni disastrose e usuale erogatrice di favori clientelari e per raccogliere voti, strapiena di debiti costantemente ripagati dal Comune, ma i cui dirigenti si autopremiano con laute gratifiche……Quanto a lungo può andare alla deriva prima di affondare un Paese, con aziende così? Dove i sindacati se ne infischiano dei conti e badano solo a far assumere più persone possibili, dove i sindaci sbuffano ma poi tirano fuori i soldi perché i voti sono voti, dove i dirigenti non solo non pagano neppure davan­ti a disastri contabili come questo ma addirittura si premiano? Ce la possiamo permettere, una classe dirigente così?………………

Negli ultimi dieci anni, mentre la classe media veniva schiacciata verso il basso dall’introduzione dell’euro e dalla sostanziale stagnazione dei redditi si è assistito a una crescita vertiginosa degli appannaggi ai «capi». Quando arrivò alle Poste nel 1998 Corrado Passera prendeva l’equiva­lente attuale di 361.000 euro e il suo successore Massimo Sarmi nel 2006 ne ha presi 1.528.000: quattro volte di più. Fabiano Fabiani alla Finmeccanica stava nel ’95, secondo «Milano Fi­nanza», appena sotto i 300.000 euro, il suo successore Pier Francesco Guarguaglini, dice «II Sole 24 Ore», si è assestato nel 2007 a 4.230.000:14 volte di più. All’Eni nel ’96 Franco Bernabé guadagnava quanto 13 dipendenti medi messi insie­me, nel 2007 Paolo Scaroni (che per traslocare dall’Enel aveva avuto una buonuscita di 10 milioni) quanto 58. Si dirà: ma Eni e Finmeccanica sono società quotate in Bor­sa quindi hanno una loro autonomia che dipende dal mercato. Non è così. Al Poligrafico dello Stato, che quotato non è, il presidente Michele Tedeschi aveva nel 1998 una busta paga pari a 194.000 euro: otto anni dopo quella dell’amministratore dele­gato Massimo Ponzellini era di 600.000. Alla Fiat Cesare Romiti prendeva nel 1993, stando alle di­chiarazioni dei redditi pubblicate dall’Ansa, 772.000 euro di oggi: nel 2007 Sergio Marchionne ne avrebbe presi 6.906.100. E se lo stipendio del primo era allora pari a 21,2 volte il costo medio di un dipendente della Fiat (oneri sociali compresi), quello del suo successore è pari a 178 volte. Di più: se la retri­buzione lorda media di un dipendente del gruppo di Torino è cresciuta in termini reali del 6,4%, quella dell’amministratore delegato è cresciuta, sempre in termini reali, del 791 %.. E lo stipendio di Marchionne non è affatto il più alto per­cepito dai manager italiani nel 2007………………

«E le stock option?», si è chiesta Rifondazione comunista. E ha compilato un dossier: «Nel 2006 i supermanager delle so­cietà quotate hanno intascato oltre 500 milioni di euro. In pole position c’è Rosario Bifulco, presidente e amministratore dele­gato di Lottomatica, che si è guadagnato una gratifica da quasi 38 milioni. Le stock option su Ferrari hanno regalato a Luca Corderò di Montezemolo oltre 10 milioni». Al secondo posto in classifica c’era il direttore centrale di Mediobanca Francesco Saverio Vinci, con 17 milioni e mezzo: cento volte e passa quel che aveva Cuccia nel conto in banca. Meritati? Opinioni. Ma di certo molto «disallineati», per usare un verbo di moda, rispetto all’andamento del Paese. Come nel caso di Giancarlo Cimoli, che dopo essere venuto via dalle Ferrovie con una buonuscita di 6 milioni e 700.000 euro è anda­to a guadagnarne 2,7 l’anno all’Alitalia (7393 euro al giorno) per lasciarla in stato di coma profondo…………..

E le donne? Il tasso di occupazione femminile, un dato che spesso coincide con quello dei Paesi più ricchi, ci vedeva nel 1996 nelle posizioni di coda. Adesso siamo, col 46%, ultimissimi. Dopo la Grecia, la Polonia, l’Ungheria… Ultimissimi. Dieci punti sotto la Repubblica Ceca. Quindici sotto la Slovenia. Venti sotto gli Stati Uniti e la Finlandia. Quasi trenta sot­to la Danimarca…………

………Ma certo questa ricucitura tra il Palazzo e i cittadini, ne­cessaria come l’ossigeno per interrompere la deriva, sarebbe più facile se i partiti avessero tutti insieme cambiato quell’e­mendamento indecente infilato nell’ultimo decreto «millepro-roghe» varato il 23 febbraio 2006 dalla destra berlusconiana ma apprezzato dalla sinistra. Emendamento in base al quale «in caso di scioglimento anticipato del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati il versamento delle quote annuali dei relativi rimborsi è comunque effettuato». Col risultato che nel’2008,2009 e 2010 i soldi del finanziamento pubblico ai par­titi per la legislatura defunta si sommeranno ai soldi del finan­ziamento pubblico del 2008, 2009 e 2010 previsto per la legi­slatura entrante. Così che l’Udeur di Clemente Mastella incas­serà complessivamente 2 milioni e 699.701 euro anche se non si è neppure ripresentata alle elezioni……………E sarebbe più facile se i 300 milioni di euro incassati nel 2008 dai partiti sulla base della legge indecorosa che distribuisce ogni anno 50 milioni di rimborsi elettorali per le Regionali (an­che quando non ci sono), più 50 per le Europee (anche quando non ci sono), più 50 per le Politiche alla Camera (anche quando I non ci sono: quest’anno doppia razione) e più 50 per le Politiche al Senato (doppia razione) non fossero un’enormità in confronto ai contributi dati ai partiti negli altri Paesi occidentali. Contributi che, spiega uno studio del 2007 della Camera, ammontano a 61 milioni in Spagna, 133 in Germania e 73 milioni in Francia.

Per non parlare infine dei costi delle varie figure istituzionali, a tutti i livelli, dal Presidente della Repubblica allo stenografo del Senato, che ha una retribuzione superiore a quella del custode del Tesoro della Regina d’Inghilterra Elisabetta II…………

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Indispensabili: “Economia Canaglia” – 7° e 8° Capitolo

Posted by giannigirotto su 25 febbraio 2010

Sinora nella mia sezione “Indispensabili” ho inserito i collegamenti a dei file con gli estratti dei libri che volevo segnalare. Ora con questo libro, di Loretta Napoleoni, per il quale la ringrazio pubblicamente, ho cambiato approccio.

In questo caso infatti inserisco un capitolo alla volta, sempre sotto forma di estratto, ma direttamente leggibile.

Inutile dire che considero questo libro veramente “indispensabile”, perchè chiude il cerchio fra la liberalizzazione del mercato globale e il crescente peggioramento della condizione socioeconomica di enormi strati della popolazione, in particolare la cosidetta “classe media”. In questi due capitoli la conferma che non esiste una volontà politica precisa e coordinata a livello internazionale per far crescere lo sviluppo, mentre esiste una criminalità precisa e coordinata a livello internazionale per lucrare in ogni maniera possibile, ovviamente molto spesso connivente se non totale padrone della politica locale.

Capitolo 7 – Alta tecnologia: una mezza fortuna?

Il primo paragrafo spiega come esiste una fiorente economia clandestina che fattura circa 10 miliardi di dollari l’anno, basata sull’offerta di “aiuti virtuali” per gli appassionati di videogames, fra i quali molti raggiungono livelli tossici di dipendenza (come i fanatici del gioco d’azzardo), e pur di poter continuare a procedere nel gioco sono disposti a pagare denaro reale per ricevere appunto degli aiuti “digitali” per il loro videogioco.

A lato di cià vi è il mercato illegale di vendita di videogiochi non originali, insomma piratati, e qui si stimano 17 miliardi di dollari all’anno.

Ma il business più grande è quello delle “monete elettroniche”, cioè denaro virtuale che viene usato per poter giocare nei casinò online, per poter scommettere online, per poter acquistare beni e servizi, e per poter evadere le tasse, trasferendo i propri conti all’estero…..Mentre internet continua a crescere grazie alle opportunità offerte dall’eCommerce, saranno sempre di più gli individui liberi che useranno l’eCommerce per accedere a un’economia libera dalle restrizioni imposte dai governi. Se il vostro domicilio è alle Bermuda, l’azienda ad Antigua, il server per il servizio commerciale a Panama e le spedizioni partono dalla Repubblica Dominicana, chi tasseranno?…

…..Le leggi del mondo reale non hanno alcun significato nel cyberspazio, visto che non possono essere applicate. La territorialità resta fondamentale nel mondo reale perché stabilisce i confini della giurisdizione legale. Ma, per definizione, il cyberspazio non conosce confini fisici e sfida ogni frontiera. Pur esistendo e operando nel mondo reale, i server si sottraggono alla legge ubicandosi nei paradisi fiscali. Operando ai margini della legalità, gli imprenditori canaglia delle dotcom (le aziende elettroniche) come Smooth Criminal e i magnati del gioco d’azzardo online costituiscono la nuova tribù dei gangster del mercato globale. Eppure, attribuire il loro successo unicamente alla nuova tecnologia e ai server dei paradisi fiscali non è sufficiente per spiegare i motivi della loro spetta colare ascesa verso la ricchezza…..

Segue la descrizione di “Second Life”, il celebre mondo virtuale presente su Internet, e che vive una propria vita economica che in qualsiasi momento può diventare reale, dal momento che il denaro virtuale è sempre convertibile in dollari.

A parte quest’ultimo caso, se si parla di gioco d’azzardo, pirateria, scommesse e pornografia, è chiaro come la criminalità organizzata abbia trovato in Internet uno smisurato moltiplicatore di opportunità e di clientela. E al momento la legislazione e la politica internazionale non hanno dato risposte efficaci. C’è da chiedersi seriamente se lo vogliano……

Capitolo 8 – Anarchia sui mari.

Un terzo del pesce consumato in Gran Bretagna proviene dalla pesca di frodo del mar Baltico e del Mare del Nord. All’inizio del 2007 la guardia costiera norvegese lancia l’allarme: nelle acque di sua competenza la pesca di frodo sta crescendo a un ritmo del 30 per cento l’anno……Il racket del pesce del Baltico e del Mare del Nord è gestito dalla mafia russa….

…Il bottino viene trasbordato in alto navi che battono bandiere di comodo….Le bandiere «di copertura» sono numerose e te accessibili. Molti paesi sono disposti a fornire ai predatori la registrazione necessaria, cioè una copertura legittima, a tariffe che variano tra le poche centinaia e le decine di migliaia di dollari….il problema della pesca di frodo è serio. La Fao ha calcolato che il 75 per cento delle riserve mondiali di pesce sono già sfruttate al massimo o addirittura in eccesso, e alcune sono anche in via di estinzione….In assenza di interventi concreti da parte dei governi, organizzazioni non governative come il Wwf e Greenpeace cercano di convincere le grosse aziende alimentari, tra cui Unilever, Young’s Blue Fresh, Findus e le catene di supermercati britanniche, a boicottare il pesce che arriva nei porti del Regno Unito finché non c’è prova della sua origine legale.

Nell’anarchia del mare aperto, però, nessuno è in grado di far rispettare le leggi. Pattugliare i mari è economicamente proibitivo e tutto sommato costituisce un intralcio per il commercio……..

…ed è ovvio che la malavita sguazza letteralmente in questo settore, con un giro una stima del volume totale della pesca di frodo che va dai 2 ai 15 miliardi di dollari……Fino alla fine della Guerra fredda, però, ogni paese pescava nelle sue acque territoriali. La pesca di frodo a livello industriale nasce con il crollo del Blocco sovietico, quando la criminalità organizzata si impossessa della flotta mercantile dell’Urss. La Cina segue a ruota.

Logica consegenza della pesca di frodo è che, essendoci più offerta,  il prezzo del pesce diminuisce, e quindi i pescatori onesti si trovano nella situazione di non riuscire a mantenere la propria impresa poichè i ricavi sono troppo bassi. E così devono iniziare a pescare di frodo anche loro, per poter avere più pesce da  vendere ……..altro effetto collaterale è che talune specie sono diventate molto rare e quindi molto costose…«La pesca del tonno blu nel Mediterraneo, per esempio, è stata talmente abbondante che ora il pesce è rarissimo e prezioso. Ecco il motivo per cui chi pesca di frodo si può arricchire»

Ovviamente la stragrande maggioranza della “manodopera” impiegata nei peschereggi e negli altri lavori accessori proviene da Paesi poveri, e viene sfruttata in maniera assolutamente schiavistica. Spesso  a queste persone viene tolto il passaporto per impedirgli di abbandonare la nave, e le condizioni di lavoro sono durissime e miserabili….

I tre principali mercati mondiali del pesce sono Giappone, Corea del Sud e Cina. Ma la domanda cinese è in crescita. Una crescita vorace.

…..In qualsiasi momento, almeno il 50 per cento dei pescherecci al largo della costa dell’Africa occidentale è impegnato in una qualche forma di pirateria. Greenpeace sostiene che i pirati del pesce operano anche entro il limite delle dodici miglia nautiche riservato ai pescatori locali. E spesso le principali vittime della pesca di frodo sono proprio le popolazioni locali che vivono dei prodotti del mare. In Africa occidentale, migliaia di famiglie non hanno altri mezzi di sussistenza. È diffìcile stimare l’impatto economico della pirateria ittica sui paesi poveri, specie nelle zone in cui esistono pochi meccanismi di controllo e sorveglianza. Tuttavia, secondo i dati della Mrag, una società di consulenza impegnata nella promozione dell’uso sostenibile delle risorse naturali, l’Africa subsahariana perde circa un miliardo di dollari l’anno a causa della pesca di frodo. E sono i pirati cinesi quelli che intascano la maggior parte del bottino….Gli investigatori rimangono spiazzati di fronte all’esistenza di consorzi di pirati moderni del tutto simili a multinazionali, con filiali e dipendenti in tutta la regione. Stando agli esperti, al furto del Tenyu parteciparono pianificatori sudco-reani, criminali indonesiani, manodopera portuale birmana e operatori del mercato nero cinese, nonché una sfilza di complici in Cina, tutti parte di una rete che le autorità non hanno ancora del tutto scoperto.

Spesso i pirati lavorano direttamente con compagnie regolari che operano in paesi dove la lotta alla pirateria non esiste. La Cina appartiene a questo gruppo, ma i paesi europei sono altrettanto indifferenti a punire la pesca eccessiva, che è comunque una forma di pirateria…….

L’altro enorme drammatico capitolo è quello dei rifiuti tossici. La malavita offre i propri servizi per permettere ai paesi ricchi di sbarazzarsi dei propri rifiuti tossici, o trasportandoli nei paesi poveri, o più semplicemente ancora riversandoli direttamente in mare, che, insieme all’Africa è diventato la più grande discarica abusiva del mondo. Le conseguenze sono e saranno tremende, dal momento che tali elementi tossici sono già entrati pervasivamente nella catena alimentare, causando patologie estremamente gravi. In questo settore l’ignavia quando non la connivenza tra la politica e la malavita è a livelli spaventosi.  Anzi, alcuni recenti disastri ambientali hanno portato anzichè ad un inasprimento della severità legislativa, ad un suo indebolimento, ed oggi …..Le compagnie di navigazione non sono più costrette a rendere noto il nome dei noleggiatori. Dopo la tragedia della Exxon Valdez la legislazione internazionale è stata modificata e da allora i veri responsabili dei principali disastri ecologici causati dalle petroliere sono rimasti anonimi….

Altro enorme problema sono gli allevamenti di pesce. Come peraltro avviene in tutti gli allevamenti, per combattere le malattie a tutti gli individui vengono somministrate dose elevati di antibiotici, e questo determina una selezione naturale dei ceppi batterici più resistenti, cosa che comporta e comporterà una sempre maggiore inefficacia degli antibiotici. Sempre gli allevamenti intensivi causano poi altri grossi problemi, che sinora non hanno destato però l’interesse della politica ne tantomeno della società in generale troppo concentrata sull’avere cibo a (apparente) basso prezzo .

Infine, lungi dall’essere preoccupati per gli sconvoglimenti climatici previsti e già in corso, in particolare lo scioglimento dei ghiacci, migliaia di imprese più o meno lecite si stanno preparando per approffittarne, dal momento che il ritirarsi dei ghiacci aprirà nuove rotte mercantili molto redditizie e renderà abitabili e fertili immensi territori sino a questo momento ghiacciati. Anche in questi casi, le cifre d’affari in gioco sono enormi……

Ormai ci è chiaro: il caos che domina i mari porta la firma dell’economia canaglia e assomiglia all’anarchia dei mondi sintetici descritti nel capitolo precedente. Navigare il web e solcare i mari in fondo sono attività simili. Entrambe in mano ai gangster della globalizzazione che hanno trasformato il cyberspazio e le acque in ambienti anarchici. Sfruttando le straordinarie opportunità dell’economia canaglia, gli imprenditori delle dotcom e i moderni pirati si arricchiscono all’ombra di politiche e stati sempre più deboli. L’attività dotcom inquina la mente, la pirateria il pianeta. Né gli individui, né i gruppi di pressione, né le organizzazioni non governative e neppure le Nazioni Unite hanno la forza necessaria per combattere l’inquinamento. Per salvare il pianeta dai grandi cambiamenti climatici servono una volontà e una determinazione politica che finora nessuno ha dimostrato di avere. Il potere delle multinazionali e delle grosse compagnie non è l’unica causa di questa inerzia, anzi, spesso queste società sono vittime al pari dei consumatori. L’incapacità dello stato-mercato di misurarsi con questioni chiave come l’ambiente è alla radice dell’atteggiamento ottuso e indifferente dei governi moderni nei confronti dell’economia canaglia…Gianni Girotto

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